Émigrés valdôtains 2.0

Un momento della presentazione del nuovo libro di Michela CeccarelliL'emigrazione è una vicenda umana, anzitutto. Ci tengo a dire che ho trovato anche dei Caveri che hanno fatto il loro viaggio della speranza, partendo dalla Liguria natia: chi a New York ad Ellis Island, chi in Argentina (ci sono Caveri a Buenos Aires ed in Patagonia, arrivati da due diverse direzioni) e se non fosse per mio bisnonno Paul, che da Sottoprefetto venne ad Aosta per una migrazione... di lavoro nel nascente Regno d'Italia, io qui non ci sarei.
Se noi la consideriamo solo in termine di flusso e di folla perdiamo di vista le persone e la storia di ciascuno con le sue peculiarità. Bisogna saper guardare le cose anche con gli occhi di coloro che scelgono di diventare migranti, specie se hanno diritto ad essere "rifugiati", così come è giusto che ogni spinta migratoria segua regole chiare per evitare problemi seri di accoglienza e che si determini - l'ho scritto tante volte - con chiarezza la logica che ad ogni diritto corrisponde un dovere e bisogna distinguere chi viene con cattive intenzioni, come oggi si può dire di certi islamisti infiltrati tra i migranti.

Michela Ceccarelli, insegnante valdostana, si è dedicata al filone émigration valdôtaine con un primo libro, in cui ha ricordato a suo tempo il fenomeno che nei secoli ha colpito duro la comunità valdostana sia con logiche stagionali e poi con emigrazioni più lunghe, spesso definitive, alimentate dal bisogno e talvolta dalla disperazione con centri concentrici sempre più larghi anche verso altri Continenti, specie le Americhe. In termini numerici il fenomeno fa davvero impressione con la creazione di "altre" Valle d'Aosta fuori dai nostri confini, come avvenuto con gruppi organizzati anche in termini solidaristici in Francia, in Svizzera e negli Stati Uniti. Comunità lentamente disperse dalle logiche di assimilazione dei Paesi ospitanti e con qualche caso di rientro in patria.
Di molte di queste storie, specie su filoni familiari, ha parlato anche il regista valdostano di Parigi Didier Bourg, che sta ricostruendo - in trasmissioni trasmesse in televisione dalla "Rai Vd'A" - una parte di mappatura con protagonisti che vanno intervistati ora, visto appunto il rischio che una parte del patrimonio orale, ma anche materiale (pensiamo alle fotografie), rischi di scomparire, rendendo più difficili certe ricostruzioni.
Ma dicevo della Ceccarelli, che torna con una nuova pubblicazione ("Émigrés 2.0", valdostani nel mondo, Musumeci editore) con testimonianze diverse e direi contemporanee, quelle prevalentemente di giovani - ormai la giovinezza è diventata generosa nella sua estensione... - che hanno scelto per motivi di studio e di lavoro di lasciare la Valle d'Aosta in un clima ben diverso da chi veniva "venduto" per fare lo spazzacamino, andava a Parigi a guidare i taxi, attraversava l'Oceano alla ricerca di fortuna prendendo un piroscafo a Genova o a Le Havre.
Segnalo, tra l'altro, che dedicammo anche ad un tema del tutto analogo una trasmissione radiofonica curata da Nathalie Dorigato per "Rai Vd'A", intervistando per telefono proprio esponenti vari di questa nuova emigrazione in giro per il mondo. Era un modo per segnalare - fenomeno che cresce a ritmo sempre più accelerato in concomitanza con una crisi economica che priva molti di reali prospettive in Valle - che c'è chi prende e parte per diverse avventure, pur con ambizioni di diverso livello, a seconda degli studi, delle proprie abilità e delle possibilità conseguenti.
E' uno spaccato del tutto simile, pure con qualche medesimo protagonista, al libro della Ceccarelli, che parte da un dato ufficiale 2016 con 5.224 valdostani iscritti alla "Aire - Anagrafe degli italiani residenti all'estero" ed un discreto flusso annuale certificato dal Ministero dell'Interno. I Paesi interessati sono i più vari anche se vale un principio di vicinanza come densità ed in certi casi so bene chi sono quelle persone che sono in qualche Nazione remota, tipo Singapore, Sudafrica o Cile.
Da un lato non si può che ribadire quanto sia importante - ed io stesso in politica ne sono stato un esempio - fare esperienza fuori, con il bagno freddo di dover fare conoscenze nuove, muovendosi in ambienti diversi e meno familiari, dall'altra esiste un campanello d'allarme quando troppe risorse intellettuali sono costrette a trovare rifugio altrove, certo per scelta, ma anche perché la Valle non è più in grado di corrispondere a certe speranze occupazionali. Si tratta di una privazione di risorse, spesso portatrici di energie e idee nuove, che sono indispensabili per tenere viva una comunità, che deve avere la capacità di mutare nel tempo per non atrofizzarsi.
Quel che è certo è che la rapida ritrattistica che emerge dal nuovo libro è un vero arcobaleno di esperienze e ne cito solo alcune per non rovinare la sorpresa: da Massimo Bionaz che all'Università dell'Oregon studia latte e mucche, a Simone Malesan che insegna francese in Messico, dalla biologa Sara Zanivan che fa la ricercatrice in Scozia, alla violinista Giada Costenaro che sta in Irlanda, da Jacques Blondin che lavora alla "Fifa" (calcio!) in Svizzera a Davide Pompele che fa la guida di safari in Tanzania.
E' utile leggerle per capire motivazioni e spinte che hanno portato al grande passo, così come l'appendice conclusiva con chi ha scelto, dopo il suo girovagare, di tornare in Valle d'Aosta.

Commenti

Chi non ha avuto emigrati in famiglia?

Io sono quarta generazione di emigrati. Da parte di papà, il mio bisnonno era addirittura nato in America, da famiglia canavesana della Valle dell'Orco. Mio nonno prima venne mandato a Saint-Oyen quando era nella Confinaria dove conobbe mia nonna Surroz di Vollon che, mortole il papà quando era ancora bambina, era finita "in servizio" anche lei a Saint Oyen. Poi, dopo la guerra, se ne andarono in Francia per sedici anni.
Mio papà ed i miei zii sono ovviamente cresciuti là. Tornato a Saint-Oyen mio padre conobbe mia mamma che è cresciuta vicino a Torino, malgrado fosse nata in Veneto, dal quale i miei nonni materni partirono nei primi anni '50.
Io sto in Sudafrica, mentre un mio cugino anche lui di Saint-Oyen è a Norwich in Inghilterra, dove gli hanno dato la cattedra di Matematica nel dipartimento di Fisica dell' omonima Università. Ormai 4-5 anni fa.
Se poi andiamo a mio figlio, apriti cielo, visto che mia moglie ha origini scozzesi ed olandesi ma di suo è nata e cresciuta in Sudafrica. E per essere chiari, quasi tutti, almeno le generazioni prima della mia, partirono con le valigie di cartone e le pezze al c*lo.
Migranti per motivi economici, non rifugiati. Saranno anche stati onesti, cristiani e con la voglia di lavorare ma non credo che fossero poi cosi diversi da tanti di quei poveracci che arrivano sui barconi. Magari dovrebbe notarlo qualcuno dei capoccioni di adesso.
Comunque...

Bella storia!

Bravo!

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