Piero Gobetti e i rischi per la democrazia

Piero GobettiCapita, al tempo dei "social", di avere degli amici remoti, che non si incontrano mai o raramente, ma con i quali - come gli amis de plume con cui un tempo si intrattenevano rapporti epistolari - ci si scrive lanciandosi dei messaggi a distanza. Così capita con Renzo Canciani, milanese che fu - oltre a molti incarichi manageriali - direttore della "Rai" in Valle d'Aosta all'epoca in cui ero in aspettativa per mandato politico: uomo decisionista e talvolta ruvido, ma con acume e anche antiche militanze politiche e frequentazioni culturali che rendono stimolante confrontarsi con lui via "Twitter". Non sempre la pensiamo nello stesso modo, ma confesso che più il tempo passa e più mi piace vedere le cose da altri punti di vista e non fissarmi sulle mie convinzioni, forse perché tutto gira in modo talmente veloce da dover spesso ri-fissare i propri punti cardinali.

Così ho seguito in queste settimane l'evolversi della crisi politica nazionale, che di fatto ora prevede nel menu un Governo della Lega con i "Cinque Stelle", cui il mio palato stenta ad abituarsi e lo stesso vale anche per Renzo, che con acume ha messo una frasettina di un autore straordinario, quale fu Piero Gobetti, come stimolo per le reazioni di un gruppo di amici scelti, ed è divertente come il gioco si sviluppi nelle interazioni di personalità molto diverse.
Gobetti - intellettuale torinese di grande spessore - morì a soli venticinque anni a Parigi nel 1926, dopo essere costretto alla fuga dall'Italia perché vittima delle violenze fasciste.
Questa la frase: «La democrazia è costitutivamente fragile, sempre a rischio, e la negazione della libertà può affermarsi per vie inedite, anche attraverso il consenso e il conformismo di massa ottenuti da governi demagogici e relative promesse miracolistiche».
Non ci vuole molto a capire come - mutatis mutandis - questa secca constatazione, nata in quegli anni cruciali dopo la Prima Guerra Mondiale con l'affermarsi in Italia del fascismo, abbia parecchi addentellati con la dolente Italia di oggi, in cui è difficile avere certezze e certe preoccupazioni - se vengono - derivano dalla conoscenza storica che permette di avere - nel paradosso fra passato e futuro - spunti di riflessione che illuminano le cose in corso con un fascio di luce.
Norberto Bobbio conobbe da giovane Gobetti e mai lo dimenticò e così descrisse il suo spirito aleggiante nella cultura progressista torinese: «Animato da questa "passione libertaria", Gobetti impersonò in quegli anni lo spirito di resistenza al fascismo, e ne è diventato un simbolo. E poiché il liberalismo di cui si professava seguace, era, come si è detto, il riconoscimento del valore della libertà come lievito nella storia umana, il suo insegnamento non è destinato a tramontare.
L'esame di coscienza che Gobetti compì in quegli anni rivela la crisi di un'epoca. Da questo esame di coscienza egli traeva la speranza di una nuova età illuministica, fondata sulla vittoria della ragione contro l'istinto, della civiltà contro le barbarie, della serietà contro la retorica»
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Così come Gobetti sapeva scavare nella delusione dei valori risorgimentali, oggi potremmo egualmente riflettere su che cosa non abbia funzionano nei valori resistenziali, che sono agli antipodi di certe visioni che creano la fusione fra Lega e Cinque Stelle.
Per altro la mia recente rilettura de "Rivoluzione Liberale", saggio sulla lotta politica in Italia, proprio di Gobetti, conferma il parallelo inquietante fra allora ed oggi, accentuata da una sorta di "democrazia digitale" dagli aspetti orwelliani, che riprende dai regimi totalitari - a destra come a sinistra e dunque distanti dal pensiero liberale - quella democrazia della propaganda, delle opinioni distorte da "fake news", del voto falsato da promesse miracolistiche. Insomma: la vecchia storia con nuova pelle dei totalitarismi di massa che Gobetti aveva capito - con sguardo profetico - guardando alla Russia ed all'Italia e che si ritrova nell'odierna e cieca (da parte degli elettori) ondata populista.
Tutto il contrario di quel lievito della libertà individuale in cui sperava Gobetti ed ormai siamo sistematicamente traditi dal suffragio universale che si trasforma in plebiscito, sfruttando l'onda dell'ignoranza e della disperazione sociale. Con l'evidente calembour che certo nuovismo puzza di storie antiche, che si speravano irripetibili, ma evidentemente certi valori costituzionali sono rimasti più sulla carta che nella coscienza degli italiani ed il tradimento è nella svagatezza con cui alcuni scelgono.
Ricordo la storiella di Piero Calamandrei: "«La politica è una brutta cosa. Che me n'importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l'oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l'altro stava sul ponte e si accorgeva che c'era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz'ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «Che me ne importa? Non è mica mio!». Questo è l'indifferentismo alla politica".
Ciò lascia gli spazi, che altri riempiono.

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