L'Europa di serie A e di serie B

Viktor Orban, il confermato premier unghereseGli esiti elettorali in Ungheria, con un regime autoritario vincente, spaventano e sono dimostrazione che il suffragio universale è strumento usato anche dai "cattivi". Si aggiunge in più uno spunto per una riflessione periodica che riguarda il futuro dell'Unione europea. Ci si interroga sulla validità della scelta effettuata all'inizio di questo millennio di aprire l'Unione all'Est ed al Centro Europa in seguito alla crisi dei regimi comunisti Oltrecortina. Ho vissuto quegli anni a Bruxelles (prima al Parlamento europeo e poi al "Comitato delle Regioni") e reputo quella scelta come ineluttabile, perché se è vero che ci siamo riempiti di problemi e di qualche zavorra, ma senza l'ancoraggio all'Europa i fatti - vedi prima Balcani e poi Ucraina - sarebbero stati ancora peggiori.

Questo non significa affatto non riflettere sugli eventi e fare autocritica su tempi talvolta troppo spediti sull'onda di una forza trinante dell'integrazione europea, mai come oggi in difficoltà, e l'Italia, con la vittoria degli antieuropeisti alle elezioni (anche se poi hanno messo acqua nel loro vino), è un esempio evidente di quanto sta accadendo. E che porterà, con tutta evidenza, alla famosa Unione europea a due velocità, cavalcata ormai da Emmanuel Macron ed Angela Merkel, e gli italiani scopriranno che giocare in serie B non sarà come giocare in serie A.
Ricordiamo le tappe di questo percorso: l'allargamento è il processo con il quale nuovi Paesi aderiscono all'Unione europea. Ciò significa l'aggiunta progressiva di "vagoni" al treno europeo a partire da quando fu fondata nel 1957, con entrata in vigore dal 1° gennaio 1958 della "Comunità economica europea", con i fondatori: Belgio, Francia, Repubblica Federale Tedesca, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi.
Il 1° gennaio 1973 approva l'adesione di Regno Unito (che ne sta uscendo con la "Brexit" e tra un anno uscirà anche dal Parlamento europeo, come simbolo più evidente), Danimarca e Irlanda.
In seguito il 1° gennaio 1981 c'è l'adesione della Grecia, dopo la dittatura, che firma il trattato di adesione il 28 maggio 1979 ad Atene, mentre il 1° gennaio 1986 arrivano, tornate alla democrazia, Portogallo e Spagna.
Il 3 ottobre 1990 arriva, dopo la caduta del muro di Berlino, la riunificazione tedesca con l'annessione della Repubblica Democratica Tedesca nella Germania Ovest federale unificata senza che aumenti il numero degli Stati membri, mentre il 1° gennaio 1995 è la volta di Austria, Svezia e Finlandia.
Ma lo scatto più importante avviene il 1° maggio 2004: aderiscono Cipro, Malta, Ungheria, Polonia, Slovacchia Lettonia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca e Slovenia.
Il 1° gennaio 2007, dopo una maggior attesa dovuta alla mancanza dei requisiti, aderiscono Romania e Bulgaria.
Infine, il 1° luglio 2013 arriva l'adesione della Croazia, portando o membri a 28, ma poi c'è stato il distacco in atto del Regno Unito.
Ricordo le caratteristiche principali per aderire: la presenza di Istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, il primato del diritto; i diritti umani, il rispetto delle minoranze e la loro protezione (criterio politico); l'esistenza di un'economia di mercato vitale nonché la capacità di far fronte alla pressione concorrenziale ed alle forze del mercato all'interno dell'Unione europea (criterio economico); la capacità di rispettare i propri obblighi, in particolare di approvare gli obiettivi dell'Unione politica, economica e monetaria (criterio del recepimento dell'acquis comunitario).
Sembrano questioni formali, ma esistono elementi sostanziali, che hanno - direi definitivamente - allontanato la Turchia dall'adesione e renderanno la vita dura ai Paesi balcanici in posizione più o meno avanzata nella procedura. Ma renderanno la vita dura anche per Paesi come l'Ungheria, che non è purtroppo il solo a giocare con attitudini antieuropeiste e persino liberticide (vedi Polonia), prendendo però con gioia i cospicui finanziamenti dei fondi di coesione. Della serie "pecunia non olet"...
Esemplare la conclusione dell'editoriale di "Le Monde" sul Premier magiaro: «Viktor Orban érige Bruxelles en bouc émissaire à Budapest, mais rentre dans le rang lorsqu'il retrouve ses homologues à Bruxelles. Si l'opinion publique hongroise soutient de toute évidence son premier ministre, elle est aussi très largement pro-européenne, consciente des dividendes économiques et de sécurité que lui apporte l'appartenance à l'UE. Puisque Viktor Orban ne veut pas quitter l'Europe, celle-ci doit fermement lui rappeler les conditions politiques de son maintien dans la famille européenne».
Ma ripeto, la minaccia più grande è che alcuni Paesi decidano di accelerare il processo d'integrazione e gli altri, Italia compresa, si attardino ben distanziati, contando politicamente sempre meno con buona pace dei sovranisti vecchi e nuovi che sognano il "Bengodi" senza Europa.
Quando sarebbe esattamente il contrario e la vera azione politica è semmai riformare l'Unione non spezzarla in due e tagliarne le radici.

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