Costruire o piantare?

Le storiche cinquanta lireAppaiono ogni tanto pensieri strampalati nell'affrontare la realtà, che può piacerci o meno, ma ci tocca vivere senza stare sulle nuvolette. Il grande Charlie Chaplin osservava con acume: «Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa piacere così come sei! Quindi vivi, fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un'opera di teatro, ma non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l'opera finisca priva di applausi».
Gli inni nazionali affondano le loro radici nelle diverse storie patrie e il tono è quasi sempre celebrativo, retorico e persino guerresco.
Il più antico resta quello inglese, in uso dal 1744: «O Signore, nostro Dio, sorgi, disperdi i suoi nemici, e falli crollare. Confondi i loro intrighi, ostacola le loro manovre disoneste, in te riponiamo le nostre speranze, Dio salvi tutti noi». E naturalmente «salvi la Regina», che ha seppellito tutti i suoi coetanei...

Come non ricordare lo spirito rivoluzionario settecentesco nella francese "La Marseillaise"? «Aux armes, citoyens! Formez vos bataillons! Marchons, marchons! Qu'un sang impur... Abreuve nos sillons!». Il ritmo non manca e spettò al Presidente Valéry Giscard d'Estaing rallentarne il ritmo.
Siamo già nell'Ottocento con l'inno americano: «E la bandiera adorna di stelle per sempre garrirà sulla terra dei liberi e la patria dei coraggiosi!». Gli americani la cantano in piedi con la mano sul cuore.
E' del 1947 il canto risorgimentale noto come "Inno di Mameli" con il suo «Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò». E' un testo molto complesso, ma questa parte attaccante è facile da ricordare.
Anche i valdostani hanno il loro Inno, ripreso dalla "Tyrolenne des Pyrénéees" e ufficiale dal 2016 per mia scelta assieme alla bandiera ed altro, perché anche la simbolistica conta. Il punto identitario è il pacifico: «Halte là! Halte là! Halte là! Les montagnards, les montagnards. Halte là! Halte là! Halte là Les montagnards sont là!».
Ciò dimostra come ci siano nazionalismi buoni che fondano le ragioni su aspetti identitari diversi dal giacobinismo degli Stati e ciò vale per ogni tipo di riflessione politica.
A lato dei commenti sul voto alle Politiche c'è stato un gran dibattere sul ruolo dell'area autonomista. Penso che da questo punto di vista ogni reazione rabbiosa sia una scelta sbagliata. Il suffragio universale ha i suoi limiti ed il suo uso sciagurato, illustrato perfettamente nel corso della Storia, ma insultare gli elettori non serve a un tubo, se non a peggiorare la situazione. Credo, invece, che sia saggio riflettere sugli eventi a mente fredda e dire che l'invito ad una reazione non sia "contro" qualcuno, ma "a favore di".
A favore dell'Autonomia, patrimonio di tutti e che va tutelata da certe baggianate autolesioniste che pure hanno trovato consensi. A favore delle persone oneste e serie, che vanno rassicurate sul fatto che ci può essere una Politica "buona" "made in Valle d'Aosta". A favore di una politica locale, che può esprimere scelte serie, senza essere costretti a guardare a modelli esterni rabbiosi senza progettualità se non "contro".
Si può scegliere, se piace come genere, di fare i "Tafazzi" o - come si scherzava ai miei tempi - l'omino delle 50 lire che martellano i propri attributi per darsi una forma masochista di sollievo, ma poi?
Già in questo "ma poi?" ci sta un mondo intero e l'assunzione più forte di responsabilità.
Penso sempre a che cosa significa piantare, anche in tarda età, degli alberi di cui non si vedranno i frutti. Segno che non si vive solo del proprio orizzonte.
C'è a questo proposito una situazione, dal significato molto sottile, dello scrittore Paulo Coelho, che così recita: «Ogni essere umano, nel corso della propria esistenza, può adottare due atteggiamenti: costruire o piantare.
I costruttori possono passare anni impegnati nel loro compito, ma presto o tardi concludono quello che stavano facendo. Allora si fermano, e restano lì, limitati dalle loro stesse pareti. Quando la costruzione è finita, la vita perde di significato.
Quelli che piantano soffrono con le tempeste e le stagioni, raramente riposano. Ma, al contrario di un edificio, il giardino non cessa mai di crescere. Esso richiede l'attenzione del giardiniere, ma, nello stesso tempo, gli permette di vivere come in una grande avventura».
Ma esiste appunto anche la visione del futuro, dinamica e nel flusso del tempo.

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