Séverin Caveri e il suo pensiero

La targa della piazza di Aosta dedicata allo zio SéverinMio zio Séverin Caveri morì quarant'anni fa. Da allora ad oggi molte cose sono cambiate per la Valle d'Aosta per mutamenti endogeni ed anche esogeni per il contesto in cui ci troviamo in Italia, in Europa e nel mondo, ma credo che la sua eredità politica e morale resti intatta e riguardi anzitutto - per lui che fu fra i fondatori e poi leader per decenni dell'Union Valdôtaine - l'impegno per costruire il futuro. Da parte sua, lo fece sin dalla "Jeune Vallée d'Aoste" in cui entrò giovanissimo e fu Emile Chanoux - di cui fu poi testimone di nozze e custode delle sue idee dopo l'assassinio - a chiedere a suo papà, mio nonno René, l'autorizzazione per farlo partecipare alle attività di quell'associazione autonomista, che fu fra le poche fiammelle di libertà rimaste con l'affermarsi del Fascismo.

Era un intellettuale in politica, non "prestato alla politica", come si dice oggi. Scrisse: «Ma ora usciamo dalle biblioteche che sanno di muffa. Usciamo al sole. Posiamo i piedi sulla terra e guardiamo bene a terra, per evitare che, guardando le nebulose, si cada nel pozzo». Dimostrò in molti passaggi come questo appello avesse un senso: essere depositario di un bagaglio di idee e di convinzioni e applicarlo con il pragmatismo necessario negli anni cruciali del dopoguerra per dare basi giuridiche all'Autonomia e migliorare le condizioni di vita dei valdostani, sempre in un quadro di approfondimento culturale e non di politichetta. Lo dimostra quella scelta del Federalismo come chiave di volta su cui costruire l'identità futura e su questo è chiaro: «La conception nazionaliste porte fatalement à l'imperialisme et se compose de deux sentiments parallèles: la surestimation de la patrie et la dépréciation des autres patries. Cette distinction établie, nous affirmons que la divinité de l'Etat-Nation doit descendre dans le limbe des dieux feroce de la tribu».
La logica era contrastare l'idea di una Valle d'Aosta che diventasse vittima di un nazionalismo "lillipuziano", al posto di un sano patriottismo e la visione europeista era solida e senza dubbi: «Les intellectuels peuvent donc et doivent être le ciment de l'union des peuples de l'Europe: il doivent nourrir les consciences, il doivent répandre l'idée nouvelle de la Patrie européenne». Dimostrazione che non bisogna solo guardare al proprio orticello, come faceva anche denunciano i rischi di una concezione sbagliata dell'Amministrazione pubblica che non deve «distribuer les places, les rubans, les subsides, les privilèges, les faveurs, c'est à dire les injustices, en un mot, "le pleisi"».
Questa concezione di uguaglianza andava, a suo avviso, applicata «à tous ceux qui voudraient s'inscrire à l'Union Valdôtaine en poursuivant des buts personnels, et à tous ceux qui soummettent leur fidélité à la Cause, à des conditions de profit ou de carrière». Mica male, no? E fa capire perché sia stato molto spesso controcorrente rispetto a «clientèles de ce genre», come le chiamava.
Ci pensavo rispetto al percorso di cui tanto si parla di una riunificazione delle energie autonomiste, che si sono disperse in questi anni a causa di rotture legittime e personalismi più o meno giustificati e che lo stesso Séverin conobbe bene ai suoi tempi. Non so quali saranno tempi e modi affinché questo possa avvenire e come si potrebbe presentare questo processo ai valdostani, che hanno assistito a due fenomeni nel tempo: un progressivo frazionamento dell'Union Valdôtaine, nel fallimento dei meccanismi democratici interni non riuscendo ad essere un Movimento di raccolta davvero pluralista, e - secondo argomento - essendosi l'area autonomista "intasata" di persone che nulla hanno a che fare con quei valori intellettuali che fondano l'appartenenza al mondo autonomista. Perché se è vero che nessuno deve dare ad altri patenti di "autonomismo" contano le idee che si perseguono e il proprio vissuto per dimostrare con facilità se si sia dentro o fuori.
Poi, se a qualcuno piace comunque girare mascherato, liberissimo di farlo. Scriveva Jean Rostand e vale per chi si indigna: «Le menteur à qui l'on retire son masque ressent la même indignation que si on le défigurait».
Per cui le formule di riunificazione possono essere le più varie, ma conta alla fine il progetto che si vuole perseguire e la coerenza rispetto alle idee che animano il processo autonomista attraverso il Novecento sino ad oggi, sapendo che uno degli elementi essenziali è rendersi conto del contesto più vasto in cui si deve agire politicamente e senza fare su certe vicende gli smemorati di Collegno. Per cui si tratta non solo di trovare punti di convergenza o di mettere assieme personalità diverse, ma bisogna ripartire davvero da quelle basi culturali senza le quali ogni costruzione rischia di essere un instabile castello fatto di carte. Diceva Séverin - uomo retto e onesto e anche questo conta! - che «La politique des principes est la meilleure des politiques».
Per qualcuno potrà essere una visione anacronistica in un mondo in cui la politica si basa spesso su di un movimentismo immemore e spregiudicato. Personalmente preferisco essere anacronistico per risultare almeno degno di un'eredità politica.

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