L'émigration valdôtaine e l'integrazione

Lo striscione che accoglie, ogni estate, gli émigrésI primi "Arbre de Noël" dell'émigration valdôtaine cui partecipai - la festa ancora alla fine degli anni Ottanta aveva un grande successo di pubblico, poi scemato nel tempo - li ho vissuti come deputato valdostano nella banlieu parisienne nel Comune di Levallois-Perret, dove nelle scorse ore un gruppo di militari francesi impegnati nella vigilanza antiterrorismo sono stati investiti dall'auto guidata da un algerino islamista. Chissà che cosa ne direbbe di fatti come questo il valdostano più illustre di questa cittadina, che fu Parfait Jans, scomparso alcuni anni fa e che era nato proprio a Levallois-Perret nel 1926 da genitori originari di Lillianes, e che era stato era stato sindaco, anche grazie ai voti degli émigrés, per ben diciotto anni, per poi sedere nel "Département" ed anche come deputato comunista nella "Assemblée Nationale" per molti anni, dedicando tanti libri alla Valle d'Aosta con un interesse per le sue radici accresciuto mano mano invecchiava.

E proprio a Lillianes quest'anno si è tenuta la "Rencontre Valdôtaine", manifestazione che - come quella parigina d'inverno - tende ormai a declinare proprio perché il processo di assimilazione, specie in Francia, ha assunto un livello tale, per cui in troppo hanno perso per semplice smemoratezza quell'attaccamento che un tempo esisteva. Basti pensare al ruolo dell'émigration e dei suoi esponenti di spicco nel momento di passaggio fra Liberazione e riconoscimento dello Statuto di autonomia per la Valle d'Aosta come supporto alle istanze dei propri connazionali.
Certo la presenza di francesi di origine valdostana è macroscopica. Lo scrive il sito dell'Union Valdôtaine de Paris: "On estime à 500.000 le nombre de Français d'origine valdôtaine, soit quatre fois la population actuelle de la Vallée d'Aoste. Une émigration valdôtaine ancienne s'est d'abord tournée vers l'Allemagne, depuis la vallée de Gressoney où la pratique des dialectes alémaniques de cette zone walser facilitait une telle destination. Elle a atteint son apogée au milieu du XVIIIe siècle et s'est prolongée durant une bonne partie du XIXe siècle. Mais la principale émigration valdôtaine s'est produite vers la France, la Suisse, les Etats-Unis et l'Amérique du Sud dès le milieu du XIXe siècle et jusque dans les années 1950. À la fin du XIXe siècle, la Vallée d'Aoste va vivre des transformations radicales sur le plan économique et social. La politique libérale voulue par Cavour va engendrer la crise de l'industrie valdôtaine, représentée principalement par les secteurs miniers et métallurgiques. Elle va aggraver, par effet, la situation déjà difficile des zones agricoles. Entre 1862 et 1911, plus de vingt mille Valdôtains, soit un cinquième de la population totale, sont obligés d'abandonner définitivement leur patrie pour chercher fortune ailleurs. Malgré le chemin de fer qui relie depuis 1886 la Vallée d'Aoste à la plaine du Pô, peu de ces migrants songent à l'Italie. Ils préfèrent emprunter, à pied, les anciens cols alpins pour se rendre en France ou en Suisse Romande, les deux pays frères. Beaucoup d'entre eux ont rendu définitive l'émigration saisonnière qui avait toujours caractérisé l'hiver valdôtain dans des métiers comme ramoneur, sabotier ou pour effectuer les saisons de fromage. La destination principale est la France et en particulier la périphérie parisienne où l'on dénombre au début du XXe siècle dix à douze mille Valdôtains. Ainsi, des villes comme Levallois-Perret concentrent une forte population d'immigrés venus de Vallée d'Aoste. Des sociétés de solidarité sont créées: Union Valdôtaine de Paris en 1897, Union Valdôtaine de Lausanne en 1904. Certains fondent des associations d'assistance mutuelle dont le réseau est tellement développé qu'à New York, par exemple, un Valdôtain pouvait toujours trouver une chambre en location auprès de l'un de ses compatriotes".
Trovate ulteriori notizie, sul periodo successivo - tutto il Novecento! - sul sito dell'Associazione, che cerca di tenere vivo l'interesse per la "Petite Patrie" (definizione che non amo particolarmente), ma la Storia è implacabile nell'offuscare la memoria nelle generazioni successive, che spesso ritrovano su Internet le origini della propria famiglia, avendone perduto il ricordo in ambito familiare.
Quel che è certo è che risulta improponibile comparare - come si fa ogni tanto a giustificazione del "buonismo" sui flussi di migranti - quell'emigrazione valdostana, che in parte in Francia fu avversata in certe zone in periodiche campagne xenofobe contro «Les Italiens», con l'emigrazione di maghrebini che sono sopravvenuti ad abitare proprio in località come Levallois-Perret. Infatti la radicalizzazione in troppi casi di figli e nipoti non ha nulla a che fare con il rispettoso processo di integrazione dei valdostani, creando invece nelle banlieu, anche quelle più accoglienti come fu Levallois-Perret, situazioni difficili di convivenza, che devono far riflettere. Perché senza integrazione, nel rispetto delle culture di ciascuno, non si va - lì come in Valle d'Aosta - da nessuna parte, specie se a mettere lo zampino sono i seguaci del fondamentalismo che avvelena ogni dialogo.

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