L'apologia del fascismo

Il post su 'Facebook' di Lorenzo AielloIn democrazia ognuno può pensarla come vuole, ma senza mai travalicare la legge, altrimenti si sa dove si comincia ma non dove si arriva. Ci pensavo rispetto alle ormai periodiche esibizioni di stampo fascista che tocca subire ed siamo solo purtroppo di fronte alla punta di un iceberg. Basta cercare sul Web per trovare la realtà più violenta e ben distante da quelle logiche da "bel gesto" dannunziano, scoprendo invece tutti i demoni eredi di visioni totalitarie intrise di odio e di revisionismo. Premetto - per evitare il benaltrismo - che penso lo stesso di qualunque forma di estremismo che annebbi i valori democratici.
Torno al punto: il giorno del 25 aprile ad Aosta, con evidente intento propagandistico e polemico verso la Liberazione, mascherato da pietas che è altra cosa, "Casapound" di Aosta ha deposto una corona d'alloro con il nastro tricolore e la scritta "Ai caduti della Repubblica sociale italiana" sulla tomba di Emilio Piccot "caduto della Rsi" ed "a cui è stata intitolata la brigata nera aostana", si legge su "Facebook".

Così il leader locale, Lorenzo Aiello, scriveva a premessa di quella scelta celebrativa: «Mentre gli infami di oggi è di ieri festeggiavano...», ovviamente riferendosi a partigiani, resistenti, antifascisti: i nemici, insomma, in questa solfa fatta di slogan fantasmi del passato. Basterebbe una lezione di storia, anche molto elementare, per spiegare come, per fortuna, la sconfitta dei nazifascisti e pure delle famigerate "Brigate nere" sia stata semplicemente l'affermarsi di quei valori democratici contro la barbarie della croce uncinata.
Così scriveva Primo Levi, che aveva capito che testimonianze come la sua fossero uno degli antidoti all'oblio, compreso il negazionismo dell'Olocausto: «Il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l'Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di un ordine e di una legalità detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata».
Ma capisco quanto sarebbe inutile illudersi di spiegare a chi è eccitato dalla fede politica e lo si verifica scorrendo proprio "Facebook" e l'armamentario propagandistico che cola di retorica di quel fascismo sociale frutto confuso del retaggio socialista di Benito Mussolini.
Domenica scorsa, sulla stessa linea nostalgica, c'è stata a Milano un'esibizione, con saluti romani in favor di fotografie e look militaresco con abbondanza del nero d'ordinanza, nel "Campo X" del cimitero Maggiore di Milano, dove sono sepolti repubblichini e volontari italiani delle "SS". Malgrado i divieti imposti da questura e prefetto, centinaia di militanti di "Lealtà Azione" e "Casapound" hanno svolto una sceneggiata dimostrativa e direi sprezzante. Stesse braccia tese e armamentario del Regime poco dopo davanti alla chiesa dei santi Nereo e Achilleo, sempre a Milano, sul finire di una messa di commemorazione di "camerati" di varia epoca.
Ovvio che si sia violata la legge, che punisce l'apologia del fascismo, reato che sanziona "chiunque promuova od organizzi sotto qualsiasi forma, la costituzione di un'associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche".
Legge sfortunata, perché sempre disattesa, per una logica di amnesia e di lassitudine, lasciando spazio a chi se ne approfitta. Per dire che certe ostentazioni sono solo stupidaggini, ricordo il ragionamento di Piero Calamandrei: «Ma ciò che soprattutto va messo in evidenza del fascismo è, secondo me, il significato morale: l'insulto sistematico, adoprato come metodo di governo, alla dignità morale dell'uomo: l'umiliazione brutale ostentata come una gesta da tramandare ai posteri, dell'uomo degradato a cosa. [...] Nel macabro cerimoniale in cui gli incamiciati di nero, preceduti dai loro osceni gagliardetti, andavano solennemente a spezzare i denti di un sovversivo o a verniciargli la barba o a somministrargli, tra sconce risa, la purga ammonitrice, c'era già, ostentata come un programma di dominio, la negazione della persona umana. Il primo passo, la rottura di una conquista millenaria, fu quello: il resto doveva fatalmente venire».
Forma e sostanza, insomma.

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