Il post referendum e la Valle d'Aosta

Le schede ed un'urna del referendum costituzionaleMatteo Renzi starà più che riflettendo in queste ore sugli eccessivi fronti aperti nel suo periodo di Presidenza e sui troppi nemici alla fine coagulatisi contro di lui. Immagino che l'uscita di scena, con assunzione di responsabilità della sconfitta, leggendo un foglietto di appunti, sia il viatico per tornare in campo alle elezioni politiche, sempreché nel Partito Democratico non emerga qualche fronda così forte da isolarlo. Ma è davvero difficile fare troppe previsioni, così come sulle prospettive di governo o di elezioni anticipate siamo per ora a niente altro che dei pourparler.

Vale la pena, invece, di riflettere sul "caso valdostano", dove le due forze della maggioranza, Union Valdôtaine e Stella Alpina (la prima assai in ritardo, la seconda sin da subito), si erano espresse a favore della Riforma renziana anche a rimorchio dei due parlamentari valdostani, mentre il secondo vagone - aggiuntosi alla maggioranza più tardi - il Partito Democratico ha in sostanza retto quasi da solo il "Comitato del sì", spendendosi moltissimo con un fervore impressionante (io mi sono sentito definire «grillino»). Il terzo vagone, l'Union Valdôtaine Progressiste, si è indirizzato invece verso il "no", mentre "Pour notte Vallée" - nuova costola della maggioranza - non si è espressa sul punto.
Insomma i valdostani hanno agito differentemente dal Tirolo del Sud, ma in maniera simile ai trentini, perché la Südtiroler Volkaspartei ha portato alla vittoria del "sì" con forza in Provincia di Bolzano/Bozen, mentre gli autonomisti valdostani pro riforma, proprio come il Partito Autonomistra Trentino Tirolese, non sono stati seguiti nell'indicazione e lo si vede da noi dalla mappatura del voto Comune per Comune. Forse si potrà dire che è stata più malleabile quella parte di elettorato aostano, che segue i diktat di Palazzo senza troppe storie e non sull'onda di grandi ideali.
Resta sul tavolo la questione assai delicata del nostro Statuto d'Autonomia, bloccato nel suo dinamismo sia dalla mancata applicazione di norme di attuazione già in essere (come la regionalizzazione del catasto e nei suo fondamenti da quella sulla Ferrovia) sia dall'iter zoppo di norme di attuazione varate dalla "Commissione Paritetica" e sparite prima del Consiglio dei Ministri oppure ancora per norme significative neppure mai partite (come quella in materia linguistica). Mentre Trento, Bolzano e Friuli-Venezia-Giulia sono andate con il vento in poppa in una logica di "do ut des" che almeno ha funzionato a loro vantaggio. Idem per il tema capitale del riparto fiscale, che è questione bruciante non risolvibile con qualche prebenda o con il pareggio di Bilancio - onerosissimo per la Valle - al posto del "Patto di stabilità", mentre - solo per fare un esempio - la nostra fiscalità comunale continua a pagare un obolo pesante a Roma.
Sullo Statuto si torna alla riforma del 2001 ed alla mancanza di un principio di intesa sulla sua eventuale riscrittura, che dovrebbe affrontare senza rete il rischioso passaggio in Parlamento. Questo tema va ora posto - non con il testo ambiguo della Renzi-Boschi - al centro del periodo finale della Legislatura, come premessa indispensabile per abbandonare un testo alle imboscate delle Camere. Sapendo che sia nel fronte del "sì", come in quello del "no", ci sono molti che non vedono l'ora di far fuori la nostra Autonomia e dobbiamo annotarci i nomi di quelli che abbiamo insignito come "amis de la Vallée d'Aoste" e si sono bellamente dimostrati "ennemis". Su questo bisogna profittare del momento di caos per fare il punto della situazione e studiare strategie unitarie, al di là dei giochi in corso per rovesciare la Giunta Rollandin. E' ora, come mi è capitato di osservare molte volte, di uscire dall'angolo in cui qualcuno ci ha messo, spingendoci - come vittime della "sindrome di Stoccolma" - in una logica di mortificazione, quasi a chiedere che la nostra Autonomia venga mantenuta per grazia ricevuta o per farci un piacere. Bisogna sempre più capire, in termini di attacco più che di difesa, come dispiegare tutte le forze, capendo anche una volta per tutte se i valdostani (entità sempre più flou nella sua categorizzazione) ci sono o sono terribilmente distratti o disinteressati. Se ci sono e ben presenti, allora tocca alla Politica dispiegare le ali e volare. Stando invece piantati a terra rischiamo di fare la fine del povero dodo delle Mauritius, uccello inetto al volo, estinto per la sua goffaggine e la facilità con cui poteva essere catturato e finire di conseguenza in pentola.
Per quel che mi riguarda penso che sia ora di mettere più energie e idee nuove fuori da sentieri battuti.

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