L'industria e la Valle

I visitatori alla 'Cogne'"La fabbrica è la fabbrica" verrebbe da dire, pensando all'incredibile successo del "Porte aperte" alla "Cogne" per ricordare il secolo di vita dello stabilimento siderurgico con una folla in fila per capire che cosa si celasse dietro alle mura impenetrabili per i "non addetti" ai lavori della storica azienda metallurgica. "Cogne" che, per quanto siano cambiate proprietà e sigle societarie, in questi cento anni ha sempre caratterizzato la città che la ospita e ha inciso fortemente sul tessuto sociale di tutta quella che è stata chiamata "la Plaine", cioè la rete di paesi vicini al capoluogo. La "Cogne" ha accompagnato le famiglie dei dipendenti dall'asilo fino al cimitero, come avvenuto in tutti gli stabilimenti assorbenti di un territorio, in cui la logica di produzione fordista si allargava ad un mondo parallelo che irreggimentava la vita di operai e impiegati, che fossero la formazione, le case, il tempo libero.

Uno stabilimento nato per sfruttare le risorse naturali alpine e la forza lavoro, che ha inciso sulla vita di tutti (il risuonare della sirena dei turni mi ha fatto tornare ai tempi della scuola) e che ha riguardato anche la politica - pensiamo a certe scelte migratorie e di "serbatoio" di voti - come sta dimostrando Enrico Martinet sulle pagine de "La Stampa", proponendo un "dietro le quinte", che va al di là del solo aspetto produttivo.
Argomento, per altro, per nulla banale: ancora oggi il saliscendi del difficile mercato siderurgico influenza la percentuale di esportazioni della Valle, quasi mono-produttivo ormai, ma nel tempo la questione era ancora più rilevante, quando in molti Paesi l'acciaio valdostano venduto in tutti i Continenti era l'unica finestra sul mondo per la Valle d'Aosta. Ricordo come nell'attività parlamentare - penso allo scottante dossier dei prepensionamenti a cinquant'anni ed all'enorme questione della privatizzazione (in un recente articolo sulla vicenda sono stato "dimenticato"...) - il futuro della "Cogne" fosse nei primi anni un tormentone che andava e tornava e l'acciaio di Stato aveva un presidio lobbistico a Montecitorio con notevole potenza di fuoco.
Naturalmente c'è stato il rovescio della medaglia di una "fabbrica killer" che uccideva i suoi dipendenti e gli abitanti di Aosta con emissioni velenose e insinuanti, ma in certi anni - basti guardare il film degli anni Trenta di Marco Elter su miniere e lavorazioni di fabbrica - certe attenzioni alla salute non esistevano e la vita era ben più grama di quella di oggi.
Ogni tanto ci si chiede: durerà la "Cogne"? Difficile dire: certo molte delle ragioni che allocavano lo stabilimento qui da noi sono venute meno e il famoso know-how (cioè l'eccellenza di impiego di una tecnologia) rischia di essere un paravento difensivo di difficile tenuta con l'arrembaggio dei Paesi emergenti. Quel che va riconosciuto è che l'utilizzo per la reindustrializzazione delle aree industriali liberate dalla "Cogne" è stato modesto, per lo più legato a servizi, artigianato e qualche eccellenza tecnologica, che in termini di numeri di occupati - lo si vede anche nell'area ex "Ilssa Viola" di Pont-Saint-Martin - è ridottissimo nel calcolo fra investimenti e dipendenti conseguenti.
Si può vivere di rimpianti e basta attraversare il fondovalle per vedere quante croci ci siano state nel cimitero delle industrie chiuse rispetto al passato e basti pensare al tracollo delle produzioni legate ad "Olivetti" e "Fiat" per farsi un'idea, ma anche molte imprese a conduzione familiare sono state travolte dalla crisi, per non dire del caso di scuola della "rottura" che lascia straniti per le occasioni perse che erano offerte dalla presenza del Politecnico di Torino o dell'oscura vicenda dell'addio della "Lavazza" a Verrès.
Eppure la fabbrica è la fabbrica, come dicevo all'inizio e chi pensa alla Valle d'Aosta solo come terra turistica sembra non cogliere come ci sia un equilibrio da mantenere per avere un'economia che sappia sempre bilanciare i diversi settori. Pur sapendo che un certo passato industriale non tornerà, è bene, studiando il futuro, non essere rinunciatari.

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