Sui rischi in montagna

Con l’addendo del lungo periodo, ancora insidioso per la neve in quota, che va da Pasqua sino al 1 Maggio, si chiude una stagione invernale, con coda primaverile, caratterizzata sulle Alpi da moltissimi incidenti in montagna. Ce ne sono stati di vario tipo: scialpinismo con valanga, sulle piste con urti violenti, incidenti d’alpinismo in parete e anche morti con le tute alari. Purtroppo in molti casi non sono stati dei dilettanti a lasciarci la pelle, ma dei professionisti, comprese delle guide alpine.

Ogni volta la stampa più disinformata ha ripreso gli odiosi slogan genere “montagna assassina” che fanno parte del repertorio degli orrori/errori del giornalismo italiano. In verità è difficile generalizzare, perché ogni incidente, specie se diventa tragedia, ha una propria storia e non possono essere le brevi di cronaca a dare conto della complessità degli eventi e delle diverse varianti che ne sono la causa.
Certo è che, come si dice, bisognerebbe “sincronizzare gli orologi” e ripartire tutti dalla convinzione che, accanto ad elementi imponderabili che rendono rischiosi molti sport della montagna e bisogna conviverci, è necessario rifissare per tutti alcune regole di prevenzione che servano come breviario per minimizzare i rischi. Sono comportamenti soggettivi di sicurezza, come può essere seguire il meteo o i bollettini valanghe, così come un controllo accurato di attrezzatura e del proprio stato fisico, sino alla banale considerazione che ancora troppo spesso c’è chi “rischia”, sapendo che vegliano su di lui gli uomini del Soccorso Alpino, specie con l’uso dell’elicottero che può compiere miracoli un tempo impensabili. Certo per sport nuovi, come chi si butta con la tuta alare per il wingsuit, bisognerà che se occupi anche il legislatore, perché va bene la libertà personale, ma questa non comprende ancora la possibilità di sfracellarsi.
Lo stesso vale, quando le norme ci sono come nel caso delle piste di sci, per il loro rispetto: gli scontri fra sciatori rischiano, come avvenuto sulla pista del Weismatten a Gressoney-Saint-Jean, di diventare letali e interessare i soggetti più deboli sulle piste. Non è solo una questione di controlli di polizia, ma di fare in modo che chi scia abbia ben chiare – non solo sotto la minaccia del codice penale – le conseguenze dei propri comportamenti sbagliati. Questo vale anche per lo scialpinismo e per lo sci con l’elicottero: non ci può essere la fregola per una discesa o la necessità di quadrare con i conti a fine giornata che possa far perdere di vista il fatto che, purtroppo, chi sbaglia paga in un ambiente ostile, dove basta un nonnulla per trasformare in tragedia anche un minimo errore.
Talvolta gli sguardi esterni sono severi e sembra quasi, nella vulgata, che ci sia qualcuno “che se la va a cercare”. Non si tratta di questo: la montagna offre sport a diverso tasso di adrenalina, alcuni a rischio basso e altri a rischio elevatissimo, ma la “spada di Damocle” incombe sempre e non si vede perché – visto che uno può morire inciampando sulle scale o finendo sotto un’auto in un parcheggio – dovrebbe prevalere una logica proibizionistica. Ma regole e comportamenti sono la vera garanzia, che non va mai dimenticata.

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