August 2016

La Radio e i fratelli Berton

Patrick Perret negli studi radiofonici di 'RaiVda' insieme ad Enrica QuattrocchioAnnoto poco qui le mie attività di lavoro, preferendo altre strade nella scrittura quotidiana in questa pagina, ma oggi lo faccio come spunto per una successiva riflessione.
Sono giunto a metà di un ciclo di trasmissioni radiofoniche, che durerà sino a Ferragosto tutti i giorni tranne la domenica, con un cambio del partner con cui conduco in coppia la trasmissione estiva di "RaiVda": dalla geografa Anna Maria Pioletti alla guida turistica e scrittore Mauro Caniggia con cui comincio oggi. Purtroppo tocca ripetere che la programmazione è per ora ascoltabile solo in diretta in FM o sulla radio del bouquet televisivo del digitale terrestre. Ahimè niente "streaming" e niente "podcast" e questo spiace.

Renzi "gioca" sulla data del referendum

Matteo RenziIn un Paese normale o forse persino in uno anormale il referendum costituzionale - come quello sulla riforma Renzi-Boschi - sarebbe stato fissato da tempo. Ed invece prosegue, nel cuore dell'estate, il balletto sulle date. Resosi conto che butta male per il "sì", il Premier sembra intenzionato a spingere sino a fine novembre - sperando che nevichi, piova e tiri vento... - il giorno del voto, immaginando nel frattempo diverse manovre a tenaglia (mani sull'informazione e regali e promesse per i gonzi) per rovesciare la situazione e il disastro personale e politico che si troverebbe a vivere se - come avverrebbe se si votasse domani - vincesse il "no".
Matteo Renzi era partito con grande sicumera, spalleggiato dalla giovane ministra (quella che ha in Amintore Fanfani un modello, che per una del Partito Democratico dovrebbe far strano), convinto che il referendum sarebbe stata una passeggiata per una riforma costituzionale che già era stata avviata male sin dagli esordi.

Le storie di provincia

Le tre 'piccanti' ballerine alla 'Festa degli uomini' di Tramonti SopraPenso che il calo delle vendite dei giornali sia dovuta a diverse ragioni, che poi si incrociano fittamente fra di loro. La prima deriva da un certo "analfabetismo di ritorno", ben visibile anche in superficie dalle frequentazioni quotidiane, che comprende anche un disinteresse per la forma scritta. La seconda è che siamo travolti dalle notizie e la carta stampata arriva in ritardo e spesso perde quel ruolo di commento che ormai le sarebbe proprio. La terza è che sembra solo che le cattive notizie facciano notizia, anche se mi pare che i grandi giornali stiano lentamente invertendo la rotta, cercando storie da raccontare che non siano "delitti e castighi". La quarta è che i giornali costano e, nella stretta complessiva, magari chi amava leggerne più di uno, da qualche parte taglia.
Nelle mie fantasie ogni tanto penso che sarebbe divertente fare un giornale fatto di storie minori, di quelle che chi ha fatto il giornalista in provincia conosce bene.

Il fotografo pistolero

Il classico selfie insiemeE' come se fossimo diventati dei pistoleri della fotografia. Abbiamo tutti il nostro telefonino a portata di mano (in certe occasioni - lo confesso pubblicamente - ho pure il bastone da "selfie" regalatomi a Natale) e siamo pronti a mettere mano non al revolver ma allo scatto con foto a raffica da tenere sino a necessità di cancellazione per non saturare la memoria e le migliori vengono pubblicate, a seconda dei "social" preferiti. E' una passione che può sfociare in "mania" con il gusto, se la connessione assiste, del tempo reale della pubblicazione. Distinguere tra "pubblico" e "privato" diventa un'impresa e c'è chi vive ormai la propria vita in un confine "borderline" fra reale e virtuale, spesso con la considerazione che la vita da "social" diventa persino più allettante e più glamour dell'esistenza in carne ed ossa.

Pensieri sulle Olimpiadi

Catherine BertoneNon trovo migliori parole di quelle del mio amico, giornalista sportivo de "La Stampa", Luca Casali, quando descrive nell'inizio di un articolo la storia incredibile di una delle due atlete valdostane alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, che cominciano oggi. Catherine Bertone, valdostana di adozione, medico di professione, anni 44, quando forse i Giochi Olimpici potevano essere considerati un sogno irraggiungibile. L'altra è la triatleta di Gressan Charlotte Bonin, al suo secondo impegno olimpico.
Scrive Casali della Bertone: "L'aria è frizzante alle sei del mattino. Anche in piena estate. Ed a Catherine Bertone quella sensazione di freschezza regala solo libertà. E gioia. La corsa per lei è vita. Roma, il giorno prima che il "Coni" approvasse la lista proposta dalla "Federazione italiana di atletica leggera". Bertone non sapeva ancora se sarebbe stata o meno per la prima volta nella vita un'atleta olimpica. Eppure si è alzata all'alba, ha indossato le scarpette ed è andata ad allenarsi: «Il mio lavoro e la mia famiglia. Sono questi due fattori che mi ridimensionano l'esistenza, che mi fanno capire che la corsa è solo una delle tante ragioni della mia vita. Andrò alle Olimpiadi a correre la maratona ed è un sogno che si avvera. Ma lo capisco più dalle emozioni che mi trasmettono tutte le persone che mi incontrano che da quelle che, per ora, riesco a provare»".

La porchetta, il seme e la pianta

La famosa porchettaPolitica, brutta passione, che se sommata ad un senso di autoironia che si fa strada sempre di più in me - relativizzando bagliori di eccesso di considerazione di sé - ha sortito una boutade così descrivibile: la fotografia postata su "Twitter" di una bella porchetta rosolata. Ma non c'è un mistero da risolvere dietro al "patto della porchetta", appunto dal povero suino che sopra Issogne è stato immolato una settimana fa in un pranzo con persone di diversa estrazione politica (non solo ex UVP), che si sono incontrate in un clima più conviviale che politico.
La politica verrà, perché le cose vanno fatte con razionalità e senza isterismi, sapendo che "l'estate porta consiglio" (e non mi riferisco ai posti di comando in... Consiglio Valle). Niente di meglio di questo periodo per pensare e per confrontarsi sul quadro politico esistente o meglio - lo scrivo senza presunzione, ma conscio che va fatto - sul futuro della Valle d'Aosta.

L'impossibilità di manifestazioni coordinate

Mi sarebbe piaciuto riuscirci, ma la realtà dice che quella speranza si è infranta tristemente.
Mi riferisco ad una questione che può apparire banale ma non lo è ed è una constatazione che deriva da quattro settimane consecutive (per un totale di 24 giorni di trasmissioni da un'ora l'una) di diretta radiofonica, che mi hanno consentito di guardare minutamente alle manifestazioni del calendario estivo in Valle d'Aosta.
Una constatazione banale è un generale abbassamento quantitativo e qualitativo dell'offerta, che è il frutto evidente della diminuzione delle risorse pubbliche a disposizione che in passato consentivano - quando le "vacche" erano "grasse" - proposte a raffica consistenti.
Ora ci si ingegna, cercando di supplire con l'ingegno, ma - ecco il punto del dispiacere personale - paiono cessati del tutto due punti capitali.
Il primo è il tentativo banalissimo di coordinare e mettere ordine al complesso di manifestazioni assai varie che propongono diversi soggetti.

Linea dura sui vaccini

Una vaccinazione antipoliomelite, nel 1956, negli Stati UnitiTanti anni fa al "Gruppo Misto" della Camera dei Deputati - penso che all'epoca doveva esserne il presidente - venne in visita, auspici i colleghi e amici della Südtiroler Volkspartei, una delegazione di genitori della Provincia autonoma di Bolzano/Bozen per parlare della pericolosità dei vaccini. Confesso che non mi convinsero affatto, nella spiegazione pseudoscientifica che mi fecero, condita dal complottismo contro le multinazionali farmaceutiche e contro una classe medica al loro soldo. Penso di essere abbastanza tollerante e disponibile all'ascolto, ma quando vedo un fervore eccessivo verso una causa, che non risponde neppure alle possibili obiezioni poste, in un fideismo sospetto, allora mi allarmo, perché ci vedo le stesse logiche che oggi portano gli estremisti islamici a farsi saltare in aria.

La forza della "joie de vivre"

Un dettaglio di 'Joie de vivre' di Pablo PicassoCapita delle volte, per fortunata combinazione, di riflettere sulla "gioia di vivere". Nel mio caso sono alcune belle giornate estive nella mia Valle d'Aosta con amici e familiari, ma poi ad arricchire i pensieri irrompe sulla scena l'Olimpiade di Rio de Janeiro e mi trovo travolto dai ricordo di un soggiorno, ormai qualche decennio fa, in questa città unica e straordinaria.
Fu la prima occasione - ero poco più che ragazzo - per conoscere questo Paese e la sua popolazione, dove l'inflazione galoppava, i problemi sociali erano enormi, la povertà manifesta specie rispetto a grandi ricchezze e via di questo passo in quel limbo in cui vivevano sospesi fra Terzo Mondo e porte aperte verso la parte più ricca del mondo. Ma quel che colpiva di più era come i sensi avvertissero odori, colori, sapori, sensualità (una lunga serata ad una scuola di samba è ben presente) ed energia in un mix straordinario che sortiva in modo plastico che cosa potesse ritenersi come la gioia di vivere contro tutto e contro tutti. La capacità di trovare un lato solare e appunto vitale che rovesciasse anche la prospettiva più grigia.

Il mistero di Flocon de neige

'Flocon de neige' piccolo tra gli altri stambecchiEra l'estate del del 2007: con mia figlia Eugénie che aveva dieci anni (che adesso ha appena preso la Maturità, maledetto tempo che passa...) e assieme a Forestali regionali andammo a cercare - anche a beneficio delle immagini televisiva che vennero girate - il raro stambecco bianco, avvistato nella vallone delle Laures nel Comune di Brissogne un anno prima. Ricorderete che era stato battezzato come "Blantset" o "Flocon de neige".
Era un cucciolo con la sua mamma, del tutto inconsapevole del suo albinismo, che gli consentiva comunque - a dispetto del suo manto bianco e delle altre caratteristiche morfologiche - di vivere sereno, oltretutto accettato dai suoi simili e dunque pienamente integrato nel branco, mentre si temeva potesse manifestarsi un rischio di isolamento.

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