June 2016

L'addio delle Signorine Buonasera

Claudia Andreatti alla fine dell'ultimo annuncioLa Televisione è uno strano misto di innovazione e nostalgia. Dal nostro passato riemergono trasmissioni e personaggi che ci hanno fatto compagnia. Credo che sia capitato a tutti, quando ci si ritrova con dei coetanei, di passare in rassegna - in momenti evocativi simpatici - telefilm, cartoni animati, sceneggiati: ognuno ha i suoi ricordi e le sue preferenze di programmi che in qualche modo ci hanno forgiati. Per altro, basta guardare l'audience del contenitore post telegiornale delle ore 20 di "Rai1", "Techetechetè", per capire che questa voglia di cose passate è un fenomeno popolare. Ma la televisione è anche innovazione, laddove ci sono coraggio e idee per farlo, e ogni tanto - a spezzare la ripetitività rassicurante dei palinsesti per un pubblico sempre più vecchio e conservatore - spuntano nuovi generi e proposte singolari.

Il 2 giugno del 1946

La scheda del referendum del 1946Mi permetto di osservare, con un certo dispiacere, come i frutti della riflessione pubblica siano stati molto modesti, malgrado la nascita del solito Comitato, attorno al 70esimo anniversario della nostra storia con le diverse date canoniche dal 1945 sino allo Statuto del 1948. Idem per il concomitante centenario della cruciale prima guerra mondiale dal 1915 al 1918. Si dirà che ci sono pochi soldi, ma viste certe manifestazioni - anche sportive... - organizzate con dispendio di denaro, si sarebbero potuti fare momenti di approfondimento low cost, rivolti soprattutto a quanti - e sono purtroppo molti - vivono senza memoria storica e pure senza ricordi.
Scriveva Luis Sepulveda che «un popolo senza memoria è un popolo senza futuro». Come dargli torto: ci si agita talvolta e pure legittimamente - ci mancherebbe - attorno ai posti apicali della politica e non si constata che gli eletti rischiano di essere Generali senza truppe se le ragioni profonde che li legittimano evaporano.

La Sanità da tutelare

Un microchipFatemi dire una cosa, che ho imparato in questi mesi in cui ho avuto una serie di guai fisici - facendo le corna, non gravi - che mi hanno obbligato a visite e ricoveri. La propria salute, alla fine, è quel che conta. Sarà pure immaginifico l'ultimo avvincente e commovente romanzo di Marc Lévy ("L'Horizon à l'envers"), che racconta una storia di come magari un giorno non moriremo mai perché la nostra memoria potrebbe essere trasferita in un computer che ci renda immateriali, ma per ora l'orizzonte resta quello umanissimo, cui avere avere una certa affezione. In verità poi stare dentro un microchip non mi sembra così allettante, anche se poi ovviamente le logiche per ora fantascientifiche, come evocate nel libro, prevederanno magari un giorno che questo noi stessi venga trasferito su qualcosa di corporeo che ci ridia una vita.
Ma sarà una questione per chi verrà tra molto tempo.

Quando la politica diventa narrazione

Christian SalmonIl racconto è vecchio come il mondo, ma è interessante come ormai sia diventato un metodo anche in politica ed è evidente come Matteo Renzi ne sia maestro e interprete indiscusso. La lettura dei giornali o la visione dei telegiornali è una litania continua di annunci immaginifici che richiede un suo sforzo enorme e uno staff che alimenta continuamente la macchina, come facevano i macchinisti con il carbone dentro i motori dei treni a vapore.
Decisivo per capire l'andazzo è un libro di qualche anno fa "Storytelling" ("il narrare storie" in inglese) del francese Christian Salmon. La sintesi sta in due frasi: la prima dove dice che "l'arte della narrazione, che fin dalle origini racconta e spiega l'esperienza dell’umanità, è divenuta grazie allo storytelling lo strumento della menzogna di Stato e del controllo sulle opinioni"; la seconda laddove dice "le storie sono divenute così convincenti che alcuni critici temono che diventino un sostituto pericoloso dei fatti e degli argomenti razionali. [...] Storie seducenti possono essere volte in menzogne o in propaganda. Le persone mentono a se stesse con le proprie storie".

Azzeccare le previsioni meteo

Nuvole nere all'orizzonteHo già raccontato di come ogni giorno io dia una sbirciatina a diversi giornali della zona alpina. Il perché è semplice: senza scomodare l'importanza della strategia macroregionale alpina, la semplice lettura dei giornali, non solo italiani nel limite delle mie competenze linguistiche, dimostra l'acqua calda e cioè che i problemi quotidiani da affrontare sono esattamente gli stessi lungo i 1200 chilometri di questa straordinaria catena montuosa e della civiltà, con molte varianti, di chi la abita. Pur restando ambiguità sulla sua perimetrazione, specie in larghezza e rispetto alle molte città subalpine.
Certo la Svizzera è il segno, con la convivenza di tante lingue diverse, che l'idea di uno Stato alpino non sarebbe una semplice utopia ma una visione europeistica ben diversa dalla rozzezza dei confini geografici frutto dei percorsi storici talvolta balzani e delle frontiere create davvero artificialmente da quei residuati bellici che sono gli Stati nazionali.

Pensando a Cassius Clay

Ne parlo con un certo pudore a fronte di articoli di vario genere che ne hanno onorato la memoria così come io non sarei mai in grado di fare, ma visto che qui annoto i miei pensieri mi arrischio lo stesso.
Cassius Clay - mi veniva naturale chiamarlo così con buona pace del nome "non da schiavo" Muhammad Alì dalla conversione all'Islam - era per me un mito e dovessi esattamente dire il perché risponderei a caldo che non lo con esattezza.
Non era la boxe in sé, che ricordo aver visto dal vivo solo due volte nella mia vita e con combattimenti medio-bassi - una volta a Verrès è una a Saint-Vincent - e specie prima dei combattimenti cruciali avevo visto incontri abbastanza cruenti che fecero crescere la mia considerazione per tutti quei boxeur che se la danno di santa ragione in tutti i circuiti inferiori.
Anche se Cassius Clay era naturalmente attrattivo per bambini e ragazzi perché era guascone al punto giusto e aveva quel modo di boxare che metteva allegria con quel suo danzare sul ring.

Non sono un figliol prodigo

Il 'figliol prodigo' di ChagallIn certi momenti di passaggio della politica non si sa mai bene come comportarsi. Qualunque cosa tu faccia rischi di sbagliare e dunque c'è il pericolo di stare in una sorta di immobilismo che alla fine sfocia in una forma di imbelle frustrazione, perché intanto tutto si muove attorno a te e rischi di essere travolto dalla corrente, anche se stai pacificamente sul bordo del torrente a guardare le acque sempre più limacciose, che alla fine ti travolgerebbero comunque. Per cui meglio affrontare la situazione che starsene in panciolle godendo dei propri ragionamenti intellettuali, anche se qualche riferimento culturale male non fa.
Non ci avevo pensato, ma è di certo un mio torto, alle possibili implicazioni più laiche che religiose dell'Anno della Misericordia.

Con Claudio Bredy abbiamo lasciato UVP

Claudio Brédy ed il sottoscritto durante la campagna elettorale per le politiche del 2013In questi mesi abbiamo sempre evitato - per senso di responsabilità - di intervenire pubblicamente sull'evoluzione della situazione politica valdostana, anche quando pareva che, malgrado le smentite, si stesse ormai andando verso una destinazione già preordinata.
Ora risulta chiaro come la linea della novità rispetto al governo della Valle d'Aosta, che ci aveva consentito di accettare anche l'idea di compromessi a condizione che contenessero sostanziali cambiamenti attraverso un nuovo progetto politico che prendesse atto della fallimentare gestione amministrativa dell'attuale Governo, avviando di conseguenza un processo per un profondo cambiamento dei vertici e degli assetti del governo stesso, sia stata definitivamente abbandonata nel nome della "Realpolitik".

Sempre e solo il "fattore R"

Augusto Rollandin tra il presidente UV Ennio Pastoret ed il vice Marco SucquetDa ieri sono in tanti e di diversa posizione politica che mi chiedono: «cosa farai?» Si riferiscono alle vicende narrate qui sotto, che portano il mio ex Movimento Union Valdôtaine Progressiste a chiudere la partita di un disegno politico alternativo al rollandinismo, rifugiandosi invece sotto l'ala protettiva del sempreverde presidente Augusto Rollandin in cambio di due poltrone in Consiglio Valle. Triste parabola discendente per chi voleva cambiare il mondo ed innescato tante speranze, e la disillusione è un prezzo che si paga.
Sarà un anno e mezzo che sentivo odore di inciucio, ma non potevo crederci. Invece, come in un gioco preordinato, con rallentamenti e accelerazioni si è arrivati dove concordato in chissà quale summit segreto: prima o poi si scopriranno tutti gli altarini e ai tanti perché avremo risposte puntuali, che renderanno lo scenario per ora fumoso del tutto intellegibile e forse ancora più triste. Temo infatti che a delusione si sommeranno delusioni sull'animo umano.

Papaveri e papere

Nilla Pizzi con Mina"YouTube" è la nuova televisione dei nostri bambini nativi digitali, che imparano sin da piccolissimi a smanettare, facendosi un loro palinsesto televisivo e se non li fermi si perdono in un passaggio rapidissimo da un video all'altro. Tipo: si comincia con un brano vintage dello "Zecchino d'Oro" e poi si passa ad altre canzoni con cartone animato. Mi è venuto da sorridere l'altro giorno quando dal mio telefonino, di cui il piccolo si era lestamente impadronito, sentir risuonare il vecchio, direi quasi antico, "Papaveri e papere", pezzo del 1952 interpretato da Nilla Pizzi al secondo "Festival di Sanremo" della storia (la canzone arrivò seconda dietro a "Vola Colomba" cantata dalla stessa Pizzi) e scritto da Rastelli-Panzeri-Mascheroni (musica). Apparentemente la storia bucolica sa di favoletta: una paperina si innamora di un papavero e un papavero di una paperina; la distanza (più che altro di statura) fra i due viene colmata dall'amore, ma poi arriva la falce del contadino che fatalmente trancia il papavero.

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