October 2014

La politica delicata come un orologio meccanico

L'ingranaggio di un orologioL'interrogativo non è per nulla banale. Che cosa allontana sempre di più le persone normali dalla politica?
Il tema è complesso, ma che il fenomeno ci sia lo si vede da una serie di fatti non contestabili. Il primo è il tasso crescente di astensionismo dal voto e non mi si dica che questo avviene anche in vecchie democrazie - tipo Stati Uniti o Svizzera - perché la scelta di disertare le urne in Italia è invece il segno di una patologia. Il secondo è l'incapacità dei partiti di restare un'arena che attiri le persone e ne canalizzi le idee e le energie. Lo si vede dal tasso di partecipazione alla vita dei partiti, che sia la banale iscrizione o la partecipazione alle manifestazione di vario genere. Un terzo punto, verificabile in qualunque banale discussione, è la feroce e talvolta cieca logica "antipolitica" (e "antiparlamentare"), che fa di ogni erba un fascio e soprattutto indica raramente, sbollita la rabbia, soluzioni concrete. Novità poi è il rischio di una politica avvelenata con tifoseria da stadio sui social: è stato definito tribalismo digitale.
Ma certo la politica non fa del suo meglio per reagire.
"Tangentopoli" sembrava essere stato il punto e a capo ed invece sono tornati. Molti corrotti si insinuano nel sistema politico e si sono fatti furbi.
Ci sono poi i sistemi elettorali che tendono, come per le politiche, a consentire a nominati dai partiti di entrare in Parlamento senza scelta dei cittadini. Idem per la serie di accrocchi come le aree metropolitane che l'elettore vede con il binocolo. Per non dire di chi è stato deluso da esperienze politiche da consigliere comunale, visto il ruolo marginale dei Consigli rispetto al forte potere dei Sindaci con elezioni diretta. E nei partiti c'è il rischio che poche élites decidano per tutti e l'applicazione di moda del centralismo democratico (chi ha la maggioranza zittisce la minoranza) rischia di far morire il concetto della ricerca di compromessi elevati per superare ogni impasse.
Poi esistono due altri aspetti letali, che emergono nella politica italiana. Anzitutto il letale embrassons-nous, di cui la situazione a Roma è emblematica, che implica che - nel nome della crisi - ci si accordi su formule di "entente cordiale" (che magari celano "entente hostile"...), che sortiscono l'impressione che tutti diventino uguali a destra come a sinistra, sopra come sotto. Con la sgradevole sensazione di frontiere che saltano, rendendo tutto informe e talvolta repellente.
Infine fa male l'effetto annuncio che sembra essere segno dei tempi e talvolta nell'enfasi di una fretta che fa mettere in cottura così tante pietanze che il cuoco a tavola non riuscirà infine a portare nulla. Compendio a questo atteggiamento è invece la logica dell'occultamento e cioè il meccanismo con cui si nascondono i dossier più delicati in cassetti con il doppio fondo.
I miei non sono mugugni e non mi chiamo fuori da un sistema in cui ho vissuto per anni, cercando tuttavia di pensare - ammesso che io ce l'abbia - con la mia testa. Ma sono argomenti di riflessione, perché la democrazia è meccanismo delicato come quello di un orologio meccanico.

E' tornato

Una sala server, dove c'è InternetIn molti mi hanno scritto per dirmelo e li ringrazio di cuore. E' come quando un parente o un amico si interessa di come stai e si fanno vivi con una qual certa circospezione in attesa di capire come butti.
In sostanza la notizia era che questo mio spazio ieri per molto tempo risultava morto con un cartello in inglese che ne annunciava, come un necrologio, la dipartita. Dico subito che non si è trattato di "pirati informatici", anche se di hacker all'attacco in questi anni ce ne sono stati tanti ed alcuni miravano a zittire. Mentre ora scrivo, mi sembra che il vecchio e fidato sito sia tornato e ringrazio il mio Webmaster per aver operato su un problema di non facile soluzione. Si è trattato di un guasto al server che ha bloccato tutto, per altro non so dove il macchinario sia esattamente e, in verità, la cosa non deve interessarmi. A me, utente finale, interessa che funzioni, pure se si trovasse in Papuasia Nuova Guinea. Poi confesso di perdermi con la fantasia con l'idea di satelliti che rimbalzano questi scritti o dei cavi sottomarini mangiati dagli squali (notizia letta ad agosto) in cui saettano i miei apostrofi.
Questa logica del "chissà dov'è?" in parte, però, mi angoscia, in questo equilibrio fra materiale e immateriale, degno di un tomo di filosofia. Tipo la "Nuvola" quel "Cloud" che evita che intasi le mie memorie elettroniche e mi fa da backup remotato. O anche il Tizio - di cui saprò il nome di battesimo per creare più confidenza - che mi risponde da un call center per il mio telefonino, l'abbonamento "Sky" o qualunque altra cosa. Ormai ti avvisano che a risponderti sono Paesi più o meno lontani e immagino che questo sia colpa del solito articolo 18, cui forse si deve anche il terremoto del Friuli e il distacco del seracco delle Grandes Jorasses. Un giorno, per un problema con il mio abbonamento "Tim", mi rispose un operatore da Pont-Saint-Martin: me lo disse di nascosto - immagino - ma nella sua risposa sentivo un profumo di casa mia.
Una volta capitava: c'era un essere umano a un telefono locale, ad uno sportello vicino, spesso aveva il volto di uno che conoscevi. Esistevano assistenze a pochi passi e non ti sentivi uno smarrito nell'etere, come dentro il cunicolo in cui precipitò Alice nel Paese delle Meraviglie.
D'altra parte ce lo siamo cercato. Io ho ancora un piede saldo nella realtà fattuale, geografica e in carne ed ossa. Ma i giovanissimi sono ormai precipitati in un mondo digitale, che può essere dannoso come farsi quotidianamente di "Lsd", se non si ricorda che esiste un mondo reale. Chissà che nei computer del futuro, che avranno piantati nella capoccia, non si dovrà scrivere il celebre ammonimento dell'Inferno dantesco: "Lasciate ogni speranza voi ch'intrate".
Ci pensavo giorni fa, quando il nuovo "iOS" - siamo all'8! - mi ha creato una serie di problemi sul mio iPhone, prima chiedendomi spazio vitale (e io ho dovuto sopprimere ricordi ed altro) e poi dandomi dei malfunzionamenti che rallentano e stufano. Con punte di paradosso dadaista: l'altro giorno non riuscivo a scrivere "triste" su una delle mie applicazioni. Quando arrivavo a "tris..." tutto si bloccava. L'ho poi fregato con un astuto "copia e incolla", ma sono rimasto turbato dal fatto che il mio apparato digitale (con una capricciosità da apparato digerente...) si fosse attestato sulla necessità di stare allegro.
Allegria! Come il vecchio Mike Bongiorno, che era un presentatore... analogico.

Università e speranze

Quando tuo figlio inizia l'Università è l'ennesimo punto e a capo della propria vita.
Non manca molto alla secondogenita, mentre per il piccolino l'orizzonte è per ora la prima elementare.
Quella classe che io cominciai a frequentare esattamente cinquant'anni fa. In un filmino mi sono rivisto quel 1° ottobre del 1964, quando con il mio grembiulino nero ostento divertimento, salendo sulla macchina di famiglia, che si chiamava "Anglia" ed era una "Ford" azzurrina.
Certo il passare degli anni aumenta i propri fantasmi e questa storia dell'Università è cosa che ti fa rimuginare.

Perché la politica non sia un castello di carte

Un castello di carte in costruzioneLa propria vita, anche in politica, è fatta come una costruzione assai complessa. Piano piano, nel corso degli anni, alle fondamenta, che derivano in parte dalle acquisizioni culturali e da quel penchant che ci portiamo appresso dall'impronta genetica, si somma l'edificazione di una casa, fatta di idee e convinzioni. Per fortuna questa struttura immaginaria non è mai immutabile. Assomiglia ad alcune chiese della nostra Valle d'Aosta, dove - con il passare dei secoli e l'avvicendarsi dei gusti architettonici - trasformazioni varie hanno cambiato l'edificio iniziale. Così, a mio avviso, deve essere la politica, che deve adeguarsi ai tempi e alle necessità. Naturalmente, come gli edifici in muratura, questo non significa mettere in discussione gli elementi portanti, che garantiscono la staticità. Anche idee e convinzioni hanno punti di riferimento, che devono evitare che con il passare del tempo non ci sia il rischio che il proprio mondo interiore e la sua applicazione fattuale crollino come un instabile castello di carte.
Guardando alla recente vicenda della ferrovia valdostana (conclusa a lieto fine, come prevedibile), ma si potrebbe parlare dell'ordinamento finanziario o persino delle norme fondamentali dello Statuto d'autonomia, un pilastro che considero intoccabile è la considerazione che, ad ogni utile elemento culturale, storico, teorico e via con tutto quel che volete, i piedi devono essere solidamente piantati sugli aspetti giuridici. Fra le armi fondamentali, nella difesa dell'autonomia speciale, le norme di legge sono irrinunciabili, perché altrimenti i molti discorsi rischiano di essere vuoti ed infruttuosi. Mi piace, nell'oratoria da comizio, l'utilizzo di figure retoriche, l'impiego del riso e della commozione, ma se non si vuole vendere un prodotto inesistente, bisogna aver coscienza che autonomia significa "governarsi con le proprie leggi". E se la base su cui si costruisce un ordinamento, nel caso l'ordinamento valdostano, devono poggiare su ragioni identitarie, che hanno pure un elemento astratto come tutti i popoli hanno, fra il materiale e l'immateriale, poi - come architravi che evitino crolli - ci vuole un rapporto chiaro con lo Stato fondato su norme costituzionali, di norme che diano attuazione e su una logica di continua vigilanza e di utilizzo per continue migliorie della legislazione dello Stato e naturalmente della capacità normativa di un Consiglio Valle, cui spetterebbe il ruolo di legislativo, spesso surrogato dal Governo regionale.
Capisco che in questi ragionamenti, ben presenti dei padri fondatori dell'autonomia valdostana e anche nei loro predecessori sin da epoca medioevale, c'è poco appeal. Piace di più la mozione degli affetti, l'invettiva urlata, lo zuccherino distribuito per palati facili e la retorica del "politico compagnon", cioè che lega il suo carisma a un populismo spiccio e di pronta beva. Così rischia di non piacere, perché barboso o persino supponente, chi cerca di far capire che fra dire e il fare c'è di mezzo un mare di problemi giuridici - vedi la questione dell'autodeterminazione, tanto per citare un termine che torna in prima pagina - che vanno risolti usando la testa e non solo la pancia e il cuore. Proprio sul tema dell'indipendenza, che come dicevo torna timidamente nel dibattito politico valdostano, si vada a vedere che lavoro di approfondimento, ponderoso e di cesello, hanno fatto gli scozzesi e stanno facendo i catalani.
Senza scomodare gli intellettuali o la profondità culturale, perché capisco che puzza di muffa, non si può neanche pensare che sia credibile, all'opposto, la presunzione che la politica sia una specie di attività che si può prendere "alla carlona", facendosi forte di qualche slogan e di qualche frase fatta. La propaganda è utile, ma non può mascherare la realtà. E la realtà è molto difficile: a Roma non c'è mai stata comprensione per le autonomie speciali, vissute ormai come un cascame del passato (altro che rivoluzione federalista!) e Bruxelles prevede una capacità di negoziazione che fa tremare i polsi e non è roba da dilettanti.
Continuerò a scriverne fino allo sfinimento. Con la delusione quotidiana di vedere quanti guardino alla politica - anche per buone ragioni che ormai recito come un rosario - con lo stesso coinvolgimento che si può avere per discipline scientifiche o umanistiche le più lontane dai nostri interessi correnti. Scelta rinunciataria, che consente ad altri di tagliarti l'erba sotto i piedi.

Supereroi, malgrado loro

Hulk e Bruce Banner in versione 'Lego'Passano gli anni ma, con rassicurante costanza, i supereroi fanno sempre parte del nostro immaginario. E' stato così sin dalla mitologia greca e romana, ma anche tutte le altre civiltà di un passato remoto non scherzano e anche le altre epoche non si sono fatte mancare nulla. E' bello per noi, uomini in transito su questa Terra, poter immaginare questo mondo di onnipotenti, che si fanno un baffo delle difficoltà.
Ci pensavo rispetto all'immutabile appeal che certi personaggi fumettistici continuano ad avere sui bambini. Al mio piccolino piaceva un personaggio che è forse il più contraddittorio dei supereroi, Hulk, nato nel 1962 e diventato famoso anche per alcuni film in cui compare. La storia è quella trita e ritrita di uno scienziato che, durante le sue ricerche, viene investito da "raggi gamma" che poi gli creano questo scompenso per cui, in certi situazioni, diventa un bestione verde incazzosissimo e violento. Mentre per gli altri personaggi del genere il bene e il male è netto, il confine in Hulk non è così chiaro e il giovanissimo Alexis comincia, però, ad avere un certo sconcerto per questo tizio che quando si arrabbia mena tutti, compresi - in certe circostanze - i suoi amici supereroi, quando cercano di calmarlo. Aveva già vissuto un'analoga crisi rispetto alla famosa Pippi Calzelunghe, osservando acutamente come la bambina pazzerella facesse la gran parte delle cose che noi genitori gli vietiamo.
Per cui, messo da parte l'omaccione verde (ma tenendosi stretta una maschera con cui pensa di terrorizzare il mondo), restano dei classici del genere. Piace molto il primo dei supereroi, quel Superman che mi sorbisco su "YouTube" nelle sue diverse versioni accumulatesi negli ottant'anni di vita del personaggio. Quel che risulta alla fine è la solita storia - analoga a Zorro, altro personaggio dell'infanzia - e cioè che anche uno "sfigato" come come Clark Kent può avere una vita segreta che lo sfanga dalla mediocrità, facendolo diventare uno con i superpoteri, ma con il limite umanissimo di quel materiale - la "Kryptonite" che lo mette "ko". Che è poi la storia di un altro must dell'infanzia, quell'Uomo Ragno che spinge ogni pargolo ad arrampicarsi ovunque lungo immaginari fili che gli consentono - come per gli altri colleghi - di salvare il mondo e battere i cattivi. Il "lieto fine" c'è qui come altrove e spero che, alla fine, non ci dia un'immagine falsata di un mondo dove purtroppo il Male troppo spesso vince. Ma questa versione più realistica la si impara nella vita di tutti i giorni.
Resta poi, per ora oggetto di minor interesse, quel Batman, leggermente più giovane di Superman, figlio anche lui di quella crisi del 1929, che sortì la necessità salvifica di qualcuno che "mettesse a posto le cose". E qui la saldatura con la politica - e con il lato oscuro di chi predicava il "Superuomo", che può diventare il contraltare malvagio del Supereroe - si fa forte: perché è troppo spesso appare sulla scena chi veste gli abiti candidi del Salvatore o del "faso tuto mi" e si sa che finisce male...
Ma dicevo di Batman, non a caso - ancora in film recenti - il più sfruttato, lo si deve alla sua dose maggiore di eccentricità e anche a quel velo di ambiguità, che ormai - nei rapporti con Robin - appare rivelato. Per un pubblico adulto si presta, insomma, a livelli di lettura più complessi, specie a chi in pellicola ha dovuto trasferire le originali strisce dei fumetti.
D'altra parte non bisogna fare troppo gli snob e far vivere, come qualcuno cerca di fare, i propri figli avulsi dalla logica dei prodotti televisivi, ormai a rinvenibili a pioggia su Internet. Certo ci vuole un modus in rebus, per evitare che i bambini finiscano per essere come dei robottini ipnotizzati davanti alla televisione, ma non si può neppure pensare che si possano tenere avulsi da certi passaggi, che sono stati pure quelli di noi genitori di epoca "catodica".
E sugli eroi nella vita quotidiana teniamoci stretto Luigi Pirandello e la sua osservazione sempre buona: «è molto più facile essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere una volta tanto, galantuomini, si dev'esser sempre».

Francesco Serra racconta...

La copertina del libro di Francesco SerraCominciamo dall'autore: Francesco Serra (di Cassano, ma questa parte del cognome la omette), classe 1964, romano ormai a tutti gli effetti. Lo conosco dagli inizi degli anni Novanta, quando lavorò al "Gruppo misto", di cui ero presidente alla Camera.
Giornalista, esperto in comunicazione ed animatore culturale, dirige oggi la componente amministrativa del Gruppo parlamentare di "Scelta Civica" a Montecitorio e da alcuni mesi ha mostrato una vena di romanziere. Passammo negli stessi uffici una decina di anni, attraverso tutti gli anni Novanta, sino al 2001, quando lasciai il mandato di deputato a Roma. Anni complessi, a cavallo fra Prima e Seconda Repubblica, con la cesura di "Tangentopoli" ed un forte cambiamento nella politica italiana, che ora ha portato, dopo mille vicissitudini, ad una situazione di attesa. Anche se non si sa bene di che cosa.
Risultano anni incomprensibili, se non si studiano i precedenti anni Settanta e Ottanta, che la generazione mia e di Francesco ha attraversato con la leggerezza della gioventù. Ed è interessante e persino emozionante che quel periodo - diciamo dal golpe cileno del 1973 alla caduta del muro di Berlino del 1989 - sia al centro del romanzo "Tutta colpa di Berlinguer", in cui Serra distilla molte delle esperienze di quegli anni. Come con la "madeleine" di Marcel Proust, leggere il libro è una sferzata di ricordi e stendersi con essi sul lettino dello psicoanalista e vedere, di conseguenza, la registrazione di quei tempi con i pensieri, le idee, le speranze e le mode di quella che viene giustamente definita l'ultima generazione assorbita in gran parte dalla militanza politica. Rispetto - questo è quel che conta - all'attuale catatonia.
Berlinguer, morto per un ictus nel 1984, ultimo grande leader del Partito Comunista Italiano, diventa un fil rouge del racconto di un gruppo di persone, che evoca più in generale storie e fantasmi degli "anni di piombo", in un mondo che cambiava e in un'Italia che faceva i conti con trasformazioni economiche e sociali profonde. E sulla barca, con il nostro entusiasmo e le nostre paure, c'erano ragazzi come me e Francesco, che racconta di allora con nostalgia, ma senza farsi degli sconti e evoca anche il comune disincanto di oggi in questa "terra di mezzo" per la politica.
Quelle generazioni avevano maturato uno spessore di conoscenze incredibile nel confronto con i "vecchi" e con i propri coetanei. Io ho avuto la fortuna di vedere in azione i buoni e i cattivi della vecchia politica e poi di frequentare i "nuovi", sia vincenti che perdenti. Nel libro si trovano tappe importanti del percorso ed è la prima volta che in molte parti mi rivedo, come allo specchio o come in un filmato d'epoca di "come eravamo". Interessante è ricordare la stagione del "compromesso storico" per riflettere anche oggi di come certi accordi ad ampio spettro - in parte ciò avviene oggi nel rampante "renzismo" o pure, come ipotesi di cui si vocifera, nella discussione politica in Valle d'Aosta - vadano ben meditati, perché possono diventare espressione del peggio del peggio,
Consigliando la lettura del libro, vorrei aggiungere due cose. Anzitutto il testo si presta ad una fiction televisiva, che sviluppi quegli anni come vissuti con il cuore dei ragazzi di allora. E poi va ricordata la strana storia del libro, che per varie vicissitudini non nasce come libro stampato, ma come "ebook" su "Amazon" ad un prezzo politico. Un fenomeno per tutta l'estate, che svetta nelle classifiche di vendita dei libri digitali e solo in seguito diventa opera cartacea. Onore, dunque, a Francesco, sorridente cinquantenne che affronta la vita con la solita verve e una dose di ironia come vaccino per la vita. Ha saputo cavalcare quegli anni con la freschezza di una storia, in parte anche autobiografica, che fa venire il magone e fa anche sorridere chi allora c'era e ritrova nelle pagine dei pezzi indelebili della propria vita.

Pont d'Aël: gioiello dell'architettura romana

Una panoramica di 'Pont d'Aël'L'autunno si presta a dei tour della Valle d'Aosta, profittando dell'atmosfera più ovattata e godendo degli straordinari paesaggi della Natura dai molti colori. Molti alberi escono, con il loro fogliame, dall'anonimato... Ecco, perciò, la breve cronaca di una mia escursione.
L'ultima volta che c'ero stato si scriveva ancora, come la omonima frazione di Aymavilles, "Pondel". Ora il ponte-acquedotto di epoca romana (datato con certezza anno terzo a.C. per via di un'iscrizione) si chiama, con maggior esattezza, "Pont d'Aël". Da più di duemila anni sovrasta la Grand Eyvia, ad una cinquantina di metri dal pelo dell'acqua, dove il fiume si assottiglia in una sorta di canyon ed il salto da una sponda all'altra supera sempre i cinquanta metri.
In realtà quella che appare come un'opera pubblica fu, invece, operazione di imprenditori privati romani, che supportavano, anche nella Gallia Cisalpina, l'espansione romana e si arricchivano con le nuove colonie, avendo una situazione dominante sul mercato. Avevano evidentemente delle entrature politiche a dimostrazione che, allora come oggi e in certe circostanze, non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
Nel caso in esame, il ponte era soprattutto acquedotto, che captava più a monte le acque dello stesso torrente che attraversa e le incanalava verso le cave di marmo bardiglio (grigio-azzurro) di Aymavilles, dove venivano usate per le lavorazioni necessarie. Marmo che veniva usato per impreziosire i monumenti pubblici di Augusta Prætoria, la piccola Roma che Augusto volle costruire come simbolo della sua dominazione sui Salassi, in una zona di controllo dei passi alpini. Questo segno di imperialismo romano intristisce pensando al tragico destino dei Salassi, ma mostra come i valdostani di oggi siano una miscellanea di stratificazioni storiche e sarebbe ridicolo minimizzare il ruolo dell'epoca romana, pur senza scordare le precedenti popolazioni.
Oggi il monumento, messo a posto e reso visitabile (quando è aperto al pubblico...) grazie a fondi comunitari, svela bene i suoi arcani. L'acqua scorreva nella parte sommitale, mentre un camminamento interno consentiva un passaggio pedonale o al massimo con un mulo da soma. Interessante che parte dell'interno fosse cavo per rendere più leggera la struttura, così come il fatto che la facciata sud del ponte - quella verso Cogne - risulti più fragile, perché esposta al sole.
Comunque sia, un gioiello prezioso fra i beni culturali della Valle, la cui rarità assicura un'attrattività da parte di quei turisti della cultura che sono ormai una sicurezza.
Ci sono Paesi europei - penso alla Scandinavia - che fanno di pochi siti autentiche faville, mentre chi ha beni culturali a bizzeffe ha un atteggiamento che è ben definito nella tragedia degli scavi di Pompei.
Per questo nella ristrettezza crescente del Bilancio regionale, che ha avuto tagli senza eguali nei trasferimenti statali, di cui bisogna denunciare origini e responsabilità, i soldi devono essere usati per la tutela e valorizzazione dei beni culturali, che sono una certezza, anche se fruttano poco clientelismo e pochi business da traffici e dunque certa sinecura si capisce.
Per questo, al momento, ci sono capitoli di Bilancio regionale nel settore cultura interamente azzerati. Ennesimo caso che mostra perché non si può accettare la logica del gregge.

Precari o disoccupati

Matteo Renzi con la moglie AgneseMatteo Renzi è un giovane leader politico, specie se rapportato alla gerontocrazia italiana. Con i suoi quarant'anni, che compirà l'11 gennaio prossimo, finisce per rappresentare una generazione, quella nata negli anni Settanta. Sposatosi nel 1999 (stesso anno della sua laurea in Giurisprudenza), ha avuto tre figli con la moglie Agnese Landini, di poco più giovane di lui.
Questo per dire che questa sua posizione generazionale credo che sia la collocazione migliore per capire e riflettere sulla situazione lavorativa italiana e non mi riferisco ai meccanismi della legge delega nota come "Jobs act" (con un anglicismo improprio rispetto alla ben differente situazione americana). Quello è un capitolo talmente ampio, che certo qui non può essere liofilizzato. Penso alle questioni dell'articolo 18 e al tema del "Tfr", che sono diventati argomenti incandescenti e gli scontri fra opposte fazioni somigliano alla guerra di trincea, perché sembra quasi che trovare soluzioni di compromesso sarebbe una scelta sconcia con cui si rischia di perdere la faccia. E' quasi più facile trattare con i "nemici" politici che all'interno del proprio stesso partito e devo dire che l'ennesima scelta di porre la fiducia proprio sul "Jobs act" è un errore e mortifica il Parlamento. La fretta è - come si dice - cattiva consigliera.
Ma torniamo a Renzi, che ha visto stabilizzarsi il lavoro - nel quadro delle aziende familiari, oggi assai discusse per un'inchiesta della Procura di Genova - solo nel 2004 con un contratto a tempo indeterminato, quando si avvicinava per lui il ruolo di presidente della Provincia di Firenze. Questione che ha originato qualche polemica sul fatto che la stabilizzazione - avvenuta dunque per l'attuale presidente del Consiglio alla vigilia dei trent'anni - avesse sortito il pagamento dei contributi per l'azienda che lo aveva assunto da parte dell'Amministrazione provinciale a copertura del suo mandato politico. Ma anche questo è secondario: quel che vale, infatti, è il fatto che Renzi, come la moglie insegnante precaria della scuola, appartiene a generazioni, che slittano ormai verso chi è nato negli anni Ottanta, per le quali la ricerca di un lavoro "fisso", cioè a tempo indeterminato, già era una chimera. In più ci si è aggiunta la crisi, che ha precarizzato un numero di giovani che erano riusciti a "piazzarsi" e che sono stati espulsi per primi dal mondo del lavoro.
Questa sterminata categoria di più o meno giovani, che campa spesso grazie ad altri familiari che hanno accumulato quanto serve per essere loro di supporto, è ormai una vera e propria emergenza nazionale. Capisco ogni sforzo giuridico di semplificazione, di detassazione, di stimolo, ma la verità è che le imprese non si inventano dall'oggi al domani. Guardate al caso valdostano, come microcosmo con delle sue significatività. Il settore pubblico e quello parapubblico (la "Repubblica delle partecipate"…) sono ormai in regressione ed il "Patto di stabilità" indica la via di riduzioni drastiche. Il settore agricolo soffre e decresce, l'industria e l'artigianato idem, il terziario ha una gran varietà. Ma se la crisi del settore bancario e assicurativo è evidente, così come il mondo delle libere professioni e del commercio, la spina dorsale del turismo - vale a dire l'alberghiero - vede più strutture che chiudono di quelle che si aprono.
Insomma: una sorta di cimitero con lapidi di vario genere di fronte allo scalpitare delle giovani generazioni e non è più questione o meno, come si diceva in passato, del limitato spirito imprenditoriale valdostano. Anche chi ha i denti non ha il pane.
Non pare che ci sia per ora, né a Roma e neppure ad Aosta, una modalità per affrontare l'emergenza occupazione per tutti e in particolare per quella citata fascia di coetanei di Renzi su cui dovrebbe reggere in futuro la fiscalità che alimenta lo Stato sociale, compreso lo smantellando welfare valdostano.
Viviamo strani tempi e farsi trascinare dalla corrente degli eventi non è una rotta rassicurante.

C'è commozione e commozione

Laura Pausini commossa nel video di 'Celeste' che abbiamo trasmesso in radioProseguo la lunga marcia che mi porta a zigzagare fra stati d'animo, sentimenti e pensieri, ogni martedì sulle frequenze radio dei programmi di "RaiVd'A". Ascoltabile in diretta in FM e sul bouquet radio del digitale terrestre: non ci sono "streaming" e "podcast" rinvenibili sul web, ma non bisogna mai disperare.
Ho scritto qui dell'esordio, assai insidioso sul tema "Ottimismo", mentre ho glissato sulla seconda puntata sulla libertà, che ho cercato di tenere distante dai rischi che grondasse retorica. Valga, con uso meno drammatico dell'originale, mentre le ghigliottine viaggiavano come affettatrici, quel che disse nel 1793 Madame Rolland: «Ô Liberté, que de crimes on commet en ton nom!».
Questa volta l'argomento era piuttosto complesso, per mia scelta e dunque non posso lamentarmene. Si è trattato, con Elena Meynet al microfono con me a caccia di personaggi eminenti, di sondare la Commozione. Come sempre questo è avvenuto in italiano e francese, per cui bisognava fare attenzione perché "Commotion" è un "faux ami", perché il termine giusto per designare il sentimento e non una lesione cerebrale in francese è "Émotion".
Ma il dato di partenza, per vicinanza della data di celebrazione, erano anche i novant'anni di un mezzo che sa essere commovente, come la radio e il cui primo segnale emesso in Italia risale appunto al 1924. Come non ricordare la definizione spassosa del funzionamento del mezzo radiofonico di quel geniaccio di Albert Einstein: «Vedete, il telegrafo a filo è un tipo molto, molto lungo di gatto. Voi tirate la sua coda a New York e la sua testa miagola a Los Angeles. Lo capite questo? E la radio opera esattamente allo stesso modo: voi mandate i segnali qui, e loro li ricevono là. L'unica differenza è che non c'è alcun gatto».
E la commozione? Quel che colpisce è l'uso ubiquo nella nostra testa, perché può essere originato dalla gioia e dal dolore, dalla vita e dalla morte, dalla speranza o dalla delusione. Può essere qualcosa di molto semplice, come nella frase del grande scrittore Mario Rigoni Stern, che propone la commozione della visione di un'alba in montagna, che freme con il primo sole. Oppure il racconto di un medico di Aosta, Marco Sarboraria, impegnato da anni nei Paesi più poveri del mondo e oggi fautore di un progetto nella Guinea Bissau. Pensando, però, ai flagelli di "ebola" e agli scenari di guerra, che ci preoccupano e ci commuovono, ma ci aprono anche gli occhi su come certi orrori siano ancora così presenti nella nostra umanità. E' suggestivo essere accompagnati nel viaggio attorno alla Commozione dalla voce nota di Daria Bignardi, giornalista e scrittrice, che dalla pianura più bassa che c'e, quella ferrarese, si sente oggi in sintonia con la nostra comunità walser, di cui è affezionata villeggiante.
Ma c'è anche la poesia, come può essere il Jacques Prévert, della poesia sull'abbandono "Déjeuner du matin", che esiste anche in versione cantata con la voce roca e sensuale di Marlene Dietricht. Vi è poi l'arte, come amplificazione di questo nostro sentimento, nelle parole di un'archeologa e donna sensibile come Cristina Ronc, che racconta di luoghi e persone, partendo dalla pietas sempre esistita per le tombe degli scomparsi. Si sono poi aggiunti i pensieri intelligenti di Paolo Maria Noseda, che ha ricordato l'emozione di fare l'interpretariato in simultanea del discorso di Barack Obama, quando divenne presidente degli Stati Uniti. Il primo uomo di colore alla Casa Bianca.
Certo anche io, come tutti, mi commuovo. Mi è capitato, più in positivo che in negativo, in politica. Avviene nella vita familiare per le molte storie che si intrecciano. Sono debolissimo se guardo un film o leggo un libro che mi colpisce al cuore.
Imbattibile - per sorriderci sopra - come sdrammatizza il tema il grande battutista Marcello Marchesi: "Un caso pietoso commuove, due, anche tre deprimono, dieci amareggiano, cento scocciano, mille rallegrano gli scampati".

Bilancia e spada

La politica valdostana si trova, in queste settimane, come potrebbe avvenire per un gruppo di persone fuori da una sala operatoria, aspettando l'esito finale di un'operazione complicata su di un proprio congiunto o amico (o nemico), rispetto alla quale vedere esattamente cosa capiterà nel prosieguo della vita.
Magari in pubblico non lo si fa trapelare, perché considerato non del tutto politicamente corretto, ma - a porte chiuse o a bar aperto - la situazione processuale del presidente della Regione Augusto Rollandin è in primissimo piano, perché la condanna (con sospensione dal ruolo di eletto) o l'assoluzione metterebbero comunque in movimento tante cose. Lo stesso vale per quel che avverrà nella questione, ancora a livello di richiesta di rinvio a giudizio e non di prima sentenza, nel dossier concernente i costi della politica e cioè delle spese di alcuni Gruppi del Consiglio Valle nella scorsa Legislatura.

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