September 2014

La dolorosa storia dei curdi

Il polacco Donald Tusk, neo presidente del Consiglio europeoMatteo Renzi, alla fine, è riuscito a piazzare Federica Mogherini nel ruolo di "Lady Pesc", in termini ufficiali significa "Alto Rappresentante per la politica estera europea", succedendo all'inglese Catherine Ashton, che aveva già dimostrato l'assoluta inutilità del ruolo in un'Europa senza idee in comune nella materia, pagando - identica trappola per la neoeletta - anche il prezzo della sua inesperienza. Resto convinto che sarebbe stato utile rivendicare un altro ruolo, perché quello ottenuto rischierà di essere foriero di un continuo tiro al bersaglio e - per la vita itinerante di chi lo ricopre - vorrà dire il rischio di assenze in occasione delle decisioni topiche della Commissione europea.
Ma Renzi ha deciso diversamente, più per immagine che per sostanza e anche questo, come contraltare ai Paesi dell'Est che non volevano Mogherini, ha portato un polacco, Donald Tusk alla Presidenza del Consiglio europeo.
Ai valdostani credo debba piacere, essendo un "casciubo", appartenente alla minoranza etnica e linguistica di origine slava che vive nel Voivodato della Pomerania. Il suo sarà un occhio interessato ai problemi delle minoranze nell'Unione europea.
Per simpatia con questo incipit oggi parlerò - cosa che faccio raramente, proprio per la complessità dei temi - di politica estera e in particolare dei curdi, oggi corteggiati come non mai dall'Occidente per il loro ruolo di "argine" contro gli estremisti islamici in Iraq. Un uso spregiudicato e utilitaristico di un popolo, obbligato a diventare minoranza linguistica, perché sempre preso a "calci nel sedere" dal cinismo delle grandi Nazioni, che in ogni passaggio della storia contemporanea li hanno spezzettati con tratti di penna sulla carta geografica, lasciandoli in balia di regimi persecutori e di vere e proprie stragi, come fece con il gas nel 1988 il dittatore iracheno Saddam Hussein.
Sono passati molti anni da quando, nel mio impegno parlamentare, mi occupai per la prima volta della "questione curda", conoscendo ad Aosta un giovane curdo e poi ebbi, di conseguenza, contatti con la piccola comunità presente in Italia, proveniente dalla parte di Kurdistan trovatasi, per i destini della storia, occupata dai turchi, che si sono periodicamente dimostrati feroci. Un conto era stato conoscere, tramite la loro testimonianza, la situazione reale e un conto era averla studiata sui libri: un esempio clamoroso per chi si occupi di minoranze linguistiche di una Nazione - la più grande del mondo in termini numerici - senza uno Stato. Poi mi occupai della questione a Bruxelles, quando pareva che avesse avuto un'accelerazione l'ingresso nell'Unione europea della Turchia e mancava qualunque chiarezza sul destino di una tutela dei curdi che giustificasse un lasciapassare per l'Europa. Nell'acquis communautaire, regole che servono come "paletti" anche per l'allargamento, c'è anche, fra le altre, la tutela delle minoranze linguistiche e nazionali.
Eppure un territorio per il Kurdistan tanto agognato c'e: sono i 550mila chilometri quadrati in parte della Mesopotamia, oggi divisi tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. I curdi, popolo antichissimo e di montagna, sono fra i trentacinque e quaranta milioni, per la maggior parte di religione musulmana sunnita. Ma esiste un'enorme comunità curda in diversi Paesi del mondo, dov'è emigrata forzatamente, pur mantenendo una sua identità e un legame con le comunità d'origine.
Oggi i curdi - che pure hanno un territorio ricco di risorse naturali, petrolio compreso - servono per la loro compattezza e il loro coraggio contro chi, come i fautori della "Jihād" (parola araba che significa "esercitare il massimo sforzo"), vuole creare un vero e proprio Stato integralista islamico in Medio Oriente con cui regolare i conti nel mondo islamico, distruggere le minoranze linguistiche e religiose, specie gli odiati cristiani. In cambio del contrasto che i curdi stanno facendo contro questo progetto pericolosissimo per il suo carico di violenza e di odio, auguriamoci che il Kurdistan prenda forma davvero e non ci sia l'ennesima beffa rispetto ad un sacrosanto diritto a ottenere una propria vita senza gioghi.

Le preoccupazioni di Scalfari

Eugenio ScalfariSettembre è l'inizio della salita verso il nuovo anno. Con l'approssimarsi della fine del l'estate - anche se quest'anno verrebbe da dire nel complesso «quale estate?» - è come se il sentiero, piuttosto piano fra luglio e agosto, anche se quest'anno - altra eccezione... - non è stato molto così per i diversi scenari difficili con cui ci confrontiamo, cominciasse a salire verso la vetta di fine anno. Da dove, beninteso, si potrà meglio scrutare quanto avverrà nel 2015.
Non nascondo la mia preoccupazione. Leggevo, domenica 31 agosto, l'editoriale domenicale su "La Repubblica" di Eugenio Scalfari, un giornalista che seguo dai tempi in cui il "suo" "L'Espresso" era un lenzuolone che mio papà comperava. Oggi, a novant'anni, scrive ancora articoli assai eleborati, che invidio per la capacità storica e politica in una visione complessiva.
L'inizio è nella linea dei miei timori: "ll mondo è sconvolto, non riesce a trovare un asse intorno al quale si possa organizzare una convivenza accettabile. L'Europa è sconvolta per le stesse ragioni; in un mondo multipolare ogni area continentale deve avere i propri punti di riferimento che contribuiscono all'equilibrio generale, ma in Europa quei punti di riferimento mancano, ogni nazione fa da sé e per sé e la multipolarità diventa a questo punto ragione di conflitto e di guerre. Può sembrare assai strano a dirsi, ma l'Europa fotografata ieri, 30 agosto 2014, sembra il Paese dove l'equilibrio c'è o almeno è maggiore che altrove. Prevale il renzismo che, allo stato dei fatti, non ha alternative. Una società senza alternative è al tempo stesso fragile e robusta; fragile nella essenza, robusta nell'apparenza. La durata di questa situazione sarà l'elemento decisivo: una durata lunga rafforza l'apparenza fino a trasformarla in sostanza. Renzi lo sa e da questa sua consapevolezza è nato il programma dei mille giorni che finiscono più o meno alla metà del 2017. Solo allora si vedrà se gli annunci sui quali il renzismo è nato circa un anno fa daranno i loro frutti".
Molto più avanti nell'editoriale affonda la lama: "Il venerdì del 29 agosto, che avrebbe dovuto essere per il governo una sorta di marcia trionfale dell'Aida, è stato invece un venerdì nero perché mentre Renzi cercava di nascondere la necessaria ritirata verso il programma dei mille giorni molto favorito dal ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, che rinvia l'attuazione degli annunci al 2017, l'Istat forniva le cifre di una stagnazione estremamente preoccupante dell'economia italiana in tutti i suoi vari "fondamentali": il Pil, la domanda, i consumi, il dissesto delle aziende, il bilancio strutturale, l'ammontare del debito. Una deflazione selvaggia che ha toccato una cifra identica a quella egualmente elevata del 1959, ma con una differenza fondamentale rispetto ad allora: nel '59 si stava preparando quello che fu chiamato "il miracolo italiano" e che cominciò nel 1960 e durò fino all'inizio degli anni Settanta".
Poi, qualche riga dopo, un cambio ulteriore di registro: "Tralascio ulteriori osservazioni sul venerdì nero dell'altro ieri, salvo una: la norma che abolisce ogni intervento della Cassazione nel caso in cui l'esito dei processi nei due precedenti gradi di giudizio sia conforme. Questo obiettivo (naturalmente annunciato ma non ancora raggiunto) è motivato dalla necessità di abbreviare la durata dei processi e di smaltire le ampie giacenze processuali ancora pendenti presso la Suprema Corte. Io penso che si tratti di un obiettivo del tutto sbagliato; somiglia terribilmente all'abolizione del Senato come effettiva Camera legislativa; la filosofia è la stessa: diminuire e indebolire lo Stato di diritto, cioè il preliminare indispensabile d'ogni democrazia che non sia una favola per bambini il cui protagonista è il Pifferaio di Hamelin"
Il finale è sferzante: "Concludo con poche considerazioni sugli appuntamenti europei del nostro Pifferaio. Ieri si sono discusse le nomine e la Mogherini è stata nominata Alta autorità europea degli Esteri e della Difesa. Ho già scritto più volte che questa nomina non ha alcun contenuto di sostanza. Lo avrebbe - e sarebbe anzi positivo - se ci fosse preliminarmente una cessione di sovranità degli Stati nazionali all'UE, della politica estera e di quella della difesa. Senza quelle cessioni Mogherini può esercitarsi nell'emettere pareri e via col vento. Mi domando perché, sapendo perfettamente tutto questo, Renzi abbia puntato su quella carica e non su altre ben più consistenti: gli affari economici, la concorrenza, l'eurozona, la gestione del bilancio comunitario, l'assistenza dell'Unione alle zone economicamente depresse e tante altre mansioni che la Commissione esercita.
La risposta è semplice: dopo aver ottenuto la carica suddetta, il nostro Pifferaio la sventolerà come una bandiera di successo mentre è soltanto un segno di debolezza.
Molti anni fa scrissi sull'Espresso un articolo su Gianni Agnelli del quale ero buon amico e tornai ad esserlo dopo un anno di gelo che seguì a quanto avevo scritto su di lui e al titolo che suonava così: "L'Avvocato di panna montata" un po' lo era, il suo narciso non conosceva limiti. Le sue ricchezze, le sue aziende, il suo charme, la sua notorietà nazionale e internazionale glielo consentivano.
Oggi ci troviamo di fronte ad un abilissimo Pifferaio e ad una deflazione dalla quale solo Draghi potrà salvarci. La frase per definire il crollo della domanda, usata nei circoli finanziari è: il cavallo non beve, ed è appunto quanto sta accadendo.
Perciò non vi stupirete se quest'articolo, accoppiando due immagini fortemente connesse con la realtà che scorre sotto i nostri occhi, è titolato: "Il cavallo è assetato, ma non beve panna montata". Spero che sia chiaro il suo significato"
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Il riferimento finale è al carretto dei gelati di "Grom" a Palazzo Chigi e al cono renziano irridente in risposta ad una vignetta stupidina dell'"Economist", in cui Renzi figurava in una foto sfottente con il gelato da asporto in mano.
Non resta, dunque, che aspettare i mesi a venire nella difficile marcia verso la vetta, da cui - almeno quello - avremo una visione un pochino più chiara e non solo verso Roma e Bruxelles, ma anche verso la più vicina e visibile Aosta, dove il cambiamento è ineluttabile.

«Che fai?»

Il sottoscritto durante un'iniziativa dell'Union Valdôtaine ProgressisteCapita spesso - ed è avvenuto anche nelle gite estive in giro per la Valle - di trovare qualcuno che, più o meno amico e con più o meno garbo, mi domandi secco: «Ma ti occupi ancora di politica?». L'interrogativo, posto in buona o cattiva fede, a seconda del soggetto interrogante, mi stupisce sempre, anche se dovrei esserci abituato. La risposta è sempre rapida, perché dovrebbe prevedere non un semplice scambio di battute, magari mentre bevo un caffè o sgambetto lungo un sentiero, ma presupporrebbe un ragionamento un pochino più lungo e senza distrazioni. Per cui provo a rispondere bene ed in fondo finisce per essere un esercizio per me medesimo.
Chi ha fatto a lungo politica, con cariche elettive che ritengo "significative", finisce per guardare il mondo in parte con quegli stessi occhiali. Lo faccio, nel mio caso, limitando al massimo il "reducismo", cioè quel fenomeno di reinserimento nella società civile che avevano una volta i militari che tornavano dalla guerra, tentati di portare anche nell'esistenza corrente quanto appreso nella loro vita sui campi di battaglia. Non che non mi piacciano l'aneddotica e i riferimenti ormai storicizzati, ma vorrei evitare di sembrare uno che pensa di avere esaurito le sue energie e vive con le pile dei propri ricordi.
Il vantaggio di essere fuori, per così dire, dalle "stanze dei bottoni" (espressione che coniò il famoso leader socialista Pietro Nenni) è che - oltre a tornare al tuo lavoro di un tempo - guardi le cose con maggior distacco e forse le persone ti parlano con maggior libertà e, in certi casi, con maggior sincerità. Per cui ti rendi conto con crescente consapevolezza di quanto l'antipolitica sia ormai un virus diffuso e questo va da forme di totale disinteresse o astrazione verso la politica, cancellata dalle proprie vite, a forme invece di militanza furiosa verso ogni soggetto istituzionale costituito. Fra questi due estremi ci sono molte varianti, che rendono ogni caso pressoché unico. E' difficile, di fronte a schifezze e brutture, fare il difensore della classe politica per partito preso, ma neppure accetto generalizzazioni devastanti, perché - per fortuna e onestà - ognuno deve’essere esaminato per la propria posizione personale.
Eppure, ritenendo ancora e sempre la politica un impegno civile, che nel mio caso è anche uno scrivere ed interessarsi a quello che è un giovane soggetto politico come l'Union Valdôtaine Progressiste, penso sempre alla necessità di forme di militanza, sapendo che queste cambiano giustamente nel tempo e nulla è ormai cristallizzato in una fissità rassicurante. Questo vuol dire che chi ama la politica deve muoversi su un terreno sempre nuovo e non adagiarsi nella comoda poltrona del conservatorismo e delle abitudini, ma muoversi in un mondo in cui bisogna cercare sempre nuove strade, senza tagliare i ponti alle proprie spalle, perché non si va in giro senza un patrimonio di idee e di pensieri, così come si sono formati nel corso della propria vita.
La situazione della Valle d'Aosta oggi è grave ed è persino inutile sul punto, così platealmente dolente, entrare nei particolari, essendo tutto ben visibile alla luce del sole per chi la voglia vedere. Non si può, proprio per le difficoltà in corso, far finta di niente e rifugiarsi nel privato, quando invece un elenco telefonico di buone ragioni implica la necessità di darsi da fare per affrontare urgenze ed emergenze e capire che cosa fare nel futuro, uscendo dalla politica del giorno per giorno e da quella ragnatela di storie e storielle che rischia di soffocare l'autonomia speciale.
Non è una mozione degli affetti o il refrain favolistico e menagramo del «al lupo, al lupo», ma la considerazione che rassegnarsi o chiudersi nella semplice polemica suona già come una sconfitta. Perché il terreno della politica viene comunque occupato da altri e poi non ci si può lamentare se le cose non vanno o vanno troppo bene per i soliti noti e il loro simpatico entourage. Esiste in alcuni una carica di violenza mista a un senso crescente di impunità, che sposta sempre più distante il confine della legalità, a detrimento della larga maggioranza di persone che mai concepirebbero certe vicende.
Ma la parola "fine" non arriva da sola, sperando in qualche intervento salvifico o risolutore, da dovunque esso arrivi o contando comunque sul lieto fine, come se così dovesse essere obbligatoriamente.
Tocca metterci la faccia.

Trasmettere gli orrori

La forza delle immagini nella trasmissione di una notizia è un dato certo e il suo uso si è fatto via via più sofisticato.
Seduti davanti alla nostra televisione o davanti a un computer o un tablet, assistiamo in tempo reale alle immagini che arrivano dal mondo e scorrono davanti. In un passato non troppo distante, le immagini remote arrivavano, ma ben più rare, meno efficaci e questo avveniva, in più, a giorni di distanza e dunque opportunamente attutite.
Oggi, con immediatezza rispetto all'accadimento, debordano e riempiono i nostri occhi e i nostri cervelli e questo ci sta cambiando profondamente.

Il Calcio scopre l'acqua calda

Una recente immagine di Jean-Marc BosmanGuardando distrattamente qualche partita degli ultimi Mondiali di calcio, osservavo, nella discussione con gli amici "che se ne intendono" su di una materia in cui sono piuttosto cauto, come la grande differenza fra le squadre dei "grandi" Paesi e le squadre del Terzo mondo stesse in una logica evidente di neocolonialismo calcistico. Le squadre delle Nazioni più povere hanno un duplice vantaggio: da loro di "stranieri" non ne giocano per ovvie ragioni economiche e dunque proliferano bacini di giocatori locali, da cui poi la Nazionale pesca; inoltre i giocatori bravi emigrano verso i campionati dei Paesi più ricchi, migliorando la loro caratura tecnica nel confronto con partite più impegnative e con campioni che li fanno crescere.
Ecco perché mi fa ridere che ora, bastonati ai Mondiali in un ambiente calcistico che ha di fatto scelto la continuità e non il rinnovamento, fa sorridere che ci siano dichiarazioni indignate verso quello status quo che chi amministra il calcio di oggi ha contribuito a creare.
Domenica, mentre vedevo in televisione tre partite, facevo una riflessione: su sessantasei calciatori in campo, c'erano solo quattordici italiani.
«Non è più possibile andare avanti così». In questo modo si è espresso Carlo Tavecchio, nuovo presidente della "Federcalcio", ospite della trasmissione "Radio Anch'io" di "RadioRai". Tavecchio era quello che aveva detto, usando un nome di fantasia, che ricorda un calciatore juventino pure nato in Francia, questa stupidaggine: «Opti Poba è venuto qua che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così».
Aggiunge ora, chiuso quel capitolo, il criticato presidente: «Bisognerà sollevare il problema dal punto di vista tecnico-giuridico: nei ventotto Paesi dell'Unione europea, per effetto del principio della libera circolazione della manodopera, non si può intervenire. Undici giocatori comunitari su undici possono giocare. Diverso è con gli extracomunitari. Noi riceviamo una quantità industriale di questi giovani che vengono poi collocati: molti hanno fortuna, altri meno. Non credo che sia possibile porre limiti all'Europa, sebbene nei "Trattati di Nizza" si fosse parlato di modifiche. Bisognerà intervenire dal basso. La "Lega dilettanti" sta creando diciannove centri federali per poter offrire il bacino d'utenza di settecentomila giovani in maniera razionale e facendo sì che le società professionistiche, pur mantenendo i propri settori giovanili, possano attingere campioni dai centri federali».
Strana storia questa proposta di commistione, di cui mi sfugge la ratio, in un mondo calcistico che non ha mai digerito la madre di tutte le sentenze, la cosiddetta "sentenza Bosman" (dal nome di un calciatore belga Jean-Marc Bosman) della Corte europea di Giustizia.
La sentenza del 1995 mutò il sistema di "regole" che fino ad allora aveva governato la compravendita degli sportivi. In sostanza: un giocatore senza contratto può trovare una nuova squadra, senza che alla vecchia sia dovuto nulla, ma la Corte si spinse più in là con l'equiparazione del mercato calcistico (e degli altri sport) a qualunque altro mercato lavorativo comunitario. Perciò saltarono i "tetti" dei giocatori stranieri appartenenti all'Unione europea. Ma di fatto questo ha fatto saltare ogni restrizione anche sugli altri Paesi del mondo.
Ora che Antonio Conte allena la Nazionale, che da allenatore della Juventus ha ben profittato dell'apertura, si preoccupa del futuro degli Azzurri e così commenta: «Questo non facilita il mio compito. E' giusto che si facciano delle riflessioni, c'è bisogno che qualcuno metta me e le Nazionali giovanili nella condizione di avere più calciatori italiani a disposizione. Ho fatto presente a gran voce questo tipo di situazione che è sotto gli occhi di tutti. Mi aspetto una grossa mano, perché se andiamo avanti così c'è il rischio di diventare una brutta cosa». E così conclude: «Vedere le partite delle prime sette con pochissimi italiani è veramente allarmante. Bisogna dare più spazio ai nostri calciatori, farli maturare e tornare ad allevare dei campioni».
Non so come si aggiusterà il giocattolo, che a me sembra già rotto e pur segnalando che il problema esiste. Ma c'è il rischio - se affrontato con goffaggine - di creare una discriminazione pericolosa fra comunitari e stranieri di varia origine. Prudente in questo senso sarebbe, quantomeno, avere una posizione solida sul tema della stessa Unione europea per evitare che sia di nuovo la giurisprudenza comunitaria a fare chiarezza.

La strage sulle strade

Un incidente stradale avvenuto a La SalleLa gerarchia delle notizie scelte dalle redazioni dipende da molte cose. E' facile osservare, ad esempio, come finisca facilmente in apertura tutto ciò che alimenta il fascino perverso della "cattiva notizia", usata anche - ed è questo che talvolta stupisce - quando non risulti strettamente necessario.
Sulla "cattiva notizia" ed il suo effetto consolatorio e catartico non torno più, perché l’ho fatto tante volte. Cito solo quella frase nel libro provocatorio "Malomondo" di Giovanni Soriano: «I notiziari sono sempre abbastanza deludenti: corruzione, stupri, omicidi, terrorismo, guerre, epidemie, carestia, disoccupazione, inquinamento, alluvioni, terremoti e via dicendo; ma niente che lasci mai presagire un'imminente fine del mondo che ci liberi per sempre da quest'immane orrore e, soprattutto, dai notiziari».
Non si tratta di questo, naturalmente, perché il "museo degli orrori" delle notizie se esiste non va censurato, ma non si può di certo non notare come questo elenco avvenga talvolta nella convinzione che solo quanto è a tinte fosche attiri, in fondo, l'attenzione del cittadino, che viene di certo considerato dagli addetti ai lavori più incapace di distinguere le cose di quanto sia in realtà.
Il caso degli incidenti di montagna è di scuola, in questo senso. Ricordo quando ero un giovane cronista e partecipavo al mattino al rito del "giro delle redazioni" che Roma faceva in conferenza circolare per decidere che cosa "prendere" dalle sedi regionali: la sciagura sulle Alpi assicurava ad un cronista locale la gloria di un minutino in un telegiornale nazionale. Lo stesso capitava quando, per brevi periodi, ho fatto il vice del corrispondente locale per il "Corriere della Sera".
Quest'estate, purtroppo, è stata ricca di incidenti sulle montagne. Che si sia trattato di persone colte dal maltempo e svanite, di cordate cadute durante la salita, di nuovi sport - come la "tuta alare" - che hanno fatto parecchi morti e via di questo passo. Leggeremo le statistiche a fine stagione per farci un'idea più precisa di quanto abbia dovuto sgobbare il "Soccorso alpino".
Ma un’elementare comparazione di dati dimostrerà, come già avvenuto in passato, che l'estate è stata sanguinosa non solo sulle cime, ma anche e purtroppo sulle nostre strade per tanti incidenti. Ed è proprio la gerarchia delle notizie a fare in modo che questa strage sia stata meno evidente, come se la ridotta spettacolarizzazione e una quotidiana assuefazione finiscano per trasformare un fenomeno grave in un'accettabile prezzo da pagare nella quotidianità.
Eppure resto convinto che su questo si debba fare di più e chi viaggia molto in macchina, come chi come me è pendolare, ha la percezione che su questo punto si debba lavorare con continuità anche nella piccola Valle d'Aosta. Vi sono elementi strutturali della rete stradale che vanno risolti e non sempre chi capisce con quale logica si affrontino le scelte di miglioria, che entrano in canali che accelerano e rallentano certe opere senza che appaia una reale logica che le ricolleghi alla sicurezza stradale. Vi è poi - capitolo essenziale - il comportamento soggettivo di ciascun guidatore. Non mi riferisco solo a casi patologici, come i guidatori che si mettono in macchina ubriachi, ma anche a chi guida male o si dimostri spericolato. Ancora ieri sulla strada statale 26, che è ormai una strada trafficatissima in Valle d'Aosta per i proibitivi costi dell'autostrada (la diminuzione a prezzi ragionevoli dei pedaggi sarebbe una scelta in nome della sicurezza!), ho visto un delinquente reiterare sorpassi azzardati e pericolosi, che avrebbero potuto causare autentiche stragi.
Non è solo una questione di multe e sanzioni, di riforme ulteriori al "Codice della strada", ma semplicemente di civismo e di buon senso, oltreché di comprensione di meccanismi elementari che rendono i rischi in caso di incidenti anche banali terribilmente veri, che possono da soli salvare le nostre vite.

In partenza il Tor des Géants

La postazione di partenza del 'Tor' a CourmayeurDomani partono per il loro cimento e faccio, alla vigilia, i miei migliori auguri a tutti i partecipanti del "Tor des Géants". La massacrante corsa in montagna valdostana, così viene brevemente raccontata dal sito dell'organizzazione privata - con vasto sostegno pubblico - che la organizza e ne detiene il marchio: "ll percorso si snoda lungo le due "Alte vie" della Valle d'Aosta con partenza ed arrivo a Courmayeur per un totale di circa 330 chilometri (200 miglia) e 24.000 metri di dislivello positivo, seguendo per prima l'Alta via n° 2 verso la bassa Valle e ritornando per l'Alta via n° 1. Il passaggio ai piedi dei 4.000 valdostani rende il percorso di una bellezza unica".
Sottoscrivo e sottolineo questa definizione "bellezza unica", che probabilmente diventa per chi corre di giorno e di notte un elemento piuttosto secondario rispetto alla sfida con sé stesso e con gli altri, che è il sale della competizione. Si parte da Courmayeur e si torna a Courmayeur con un galoppata molto impegnativa per la gran parte dei corridori e con un coinvolgimento dei volontari che assistono e che controllano senza il quale la macchina organizzativa non starebbe in piedi. Sono relativamente pochi gli atleti "professionisti" che possono fare il "Tor" in scioltezza, mentre aleggia sui tanti dilettanti volenterosi il rischio di prendersi qualche acciacco serio per la fatica bestiale, anche a seconda della loro preparazione. Ognuno di noi ha una vasta aneddotica di persone che scambiano il giorno per la notte, che si infilano nel bosco al posto del sentiero perché confusi, che hanno le visioni come i Santi, che partono dal rifugio in braghette quando la temperatura è sottozero, che danno via di testa e li portano via...
Visto che è una competizione sportiva che si sceglie, a differenza di un soggiorno gratuito degli americani a Guantanamo, consentitemi di scherzarci sopra, parafrasando quanto da tempo gira su Internet: un tempo tutti noi avevamo un amico tossicodipendente, oggi ne abbiamo più facilmente uno che corre il "Tor". Anche io ne conosco e certamente - come per tutti questi cimenti sportivi - finiscono davvero per avere un'attitudine quasi maniacale. La loro vita, per un'evidente e nota forma di dipendenza che deriva dalla disciplina a seguito dalle tabelline di allenamento, finisce in parte più o meno grande per ruotare attorno a questa sfida sportiva, che diventa del tutto assorbente.
Ho già scritto che va benissimo, perché ognuno fa quel che vuole della sua vita e spetta a lui regolare scelte e ritmi della propria esistenza e il rapporto con i propri famigliari, ma sia chiaro che l'evidente riferimento alle "Alte vie" porta a ribadire, ma non credo che ce ne fosse bisogno, di come la carica palesemente agonistica del "Tor" ci pone di fronte al problema valido per mille altre attività.
La montagna, nell'ordinario, come va affrontata? Per quel che mi riguarda, penso che ci si debba rifare a quell'educazione sentimentale alla montagna, che nel passato faceva parte della formazione di ciascuno di noi. Oggi lo chiamiamo "slow walk" nella logica dell’anglofilia, ma il "camminar lento" ha un suo perché. Non solo perché camminare in montagna ha sempre avuto, che fosse la famiglia o gli amici, una componente sociale forte, ma perché da sempre la montagna è scoprire la bellezza dei luoghi e questo lo si deve fare con il tempo necessario per fruire di questa contemplazione, che è poi il valore aggiunto del territorio che si percorre. Su questo credo che ci debba intendere: non esiste una logica contro chi vuole correre e correre, ma bisogna evitare che possa ingenerarsi qualche equivoco su quale debba essere il "core business" (beccatevi l'anglicismo) del prodotto turistico.
Leggo dépliant di località turistiche, che sembrano ormai votate a sport estremi con annessa esaltazione dell'adrenalina e che paiono ormai rivolgersi a dei turisti degni di John Rambo. Per carità, va bene, ma rispetto all'utenza potenziale - la sacrosanta famiglia del turismo trentino e tirolese - restano una minoranza da coccolare, ma da non ritenere il modello unico cui uniformarsi. Ma, si sa, che il marketing turistico ci ricorda che siamo delle scimmie e come tali abituate all'imitazione e alla ripetizione degli stessi modelli, quando ognuno dovrebbe farsi forte di una propria vocazione. Questo vorrebbe dire cercare il proprio spazio, evitando di cedere alle mode, che come tali sono destinate ad arrivare sulla scena e poi a tramontare. Soprattutto perché - è il caso proprio del "trail running" nelle sue diverse declinazioni - esiste un oggettivo rischio di eccessiva moltiplicazione delle competizioni, come si vede nella fioritura di corse di questo genere anche in Valle.
Ma intanto, via Web e via "radio Tir", seguirò con curiosità i campionissimi e anche gli amici e conoscenti che arrancheranno lungo il percorso. Che li protegga San Bernardo, Patrono degli alpinisti e degli scalatori, indicato in questo ruolo nel 1923 da Pio XI, il Papa alpinista, che conosceva bene le montagne valdostane.

I venti di guerra

Le manifestazioni in UcrainaA me questi venti di guerra che soffiano sul mondo e anche in Europa, dunque così vicino, preoccupano. Per altro, il "caso ucraino", con i russofoni cavalcati da Vladimir Putin - zar con il suffragio universale... - è una sorta di vendetta verso un'Unione europea, che dopo la fine dell'Unione sovietica aveva cominciato il cammino di liberazione di Paesi prigionieri del comunismo da "cortina di ferro".
Ma il leader russo non solo ha fermato l'avanzata politica in Ucraina, ma spaventa ora Paesi neocomunitari, come Polonia e Stati Baltici, che diventano "ultima frontiera" e territorio per ulteriori basi "Nato" per mostrare i muscoli dell'Occidente, pesando intanto con un embargo con rischi di ritorsione (leggi metano per le nostre forniture e persino soggiorni turistici russi sulle Alpi).
Chi ha vissuto il clima della "guerra fredda", come ha fatto chi è cresciuto in quegli anni, ha consapevolezza - non solo sui libri di storia, ma con l'immediatezza della cronaca vissuta - degli andirivieni di minacce e riavvicinamenti. Si confidava sempre sul buonsenso e anche sulla consapevolezza che la guerra nucleare non offre soluzioni, che non siano la distruzione di parte dell'umanità. Questo è stato un vaccino contro molte paure, come un congelamento obbligato degli ardori, ma molti segnali oggi preoccupano lo stesso. Basta guardare a quante guerre si diffondono e notare come il ben noto "caso balcanico" suoni come un ammonimento, perché la guerra nei Balcani esplose e si sviluppò come un incendio, al di là di ogni ragionevole previsione e nel cuore del Vecchio Continente, che pareva immunizzato.
Questo fatto di non indulgere a facili ottimismi viene, per altro, dalla molta casistica della storia in tutto il suo svolgimento e pure i meccanismi delle guerre mondiali - che ormai abbiamo montato e rimontato e che conosciamo perciò bene - sono da prendere molto sul serio. Ci sono elementi che una volta finiti sullo scivolo degli avvenimenti portano tutto sino in fondo con una forza di gravità che si crea per un concatenamento di fatti, che finisce per travolgere ogni preconizzata ragionevolezza.
Non bisogna tornare troppo indietro per capire quanto sulla carne di ciascuno di noi, quale frutto delle precedenti generazioni, risulti ancora - stampato chissà dove nei complessi meccanismi del nostro "dna" - il segno della guerra. Non si tratta di andare a chissà quale epoca: nel mio caso sono ancora i genitori, per i più giovani sono i nonni o i bisnonni. La guerra, nell'insieme di ricordi e memorie che ancora aleggiano su di noi, non è una bestia feroce costretta per sempre altrove, in altre parti del pianeta. Già la rapidità delle notizie e persino il flusso dolente di gran parte dei migranti ci danno conto di quelle guerre distanti e talvolta persino vicine, ma quegli scenari di battaglie e di stragi - pensiamo all'estremismo islamico e alla sua follia - sono come un virus che si diffonde anche in mezzo a noi, creando scenari di paura, evocabili con una sola data: 11 settembre.
Minacce nuove di un terrorismo ideologico e religioso che cambia pelle come un camaleonte e a cui si aggiunge la preoccupante incapacità degli Stati di cancellare le "guerre tradizionali", come le vicende ucraine dimostrano appunto a due passi da noi e dalla nostra tranquillità, sempre più apparente.

Signore e signori, il Circo!

La coda al circo 'Pinder'La scena - per dire di un Federico Fellini che al Circo dedicò con "I Clown" uno dei suoi capolavori - era davvero felliniana. Nella gigantesca piazza di Bordeaux, l'Esplanade des Quinconces (cosiddetta dalla disposizione geometrica), una coda lunghissima di persone aspettava di entrare allo spettacolo del circo "Pinder". Ciò avveniva, oltretutto, sotto lo sguardo - che a me pareva perplesso - del celebre bordelais, Montesquieu, essendo stata messa lì una sua statua celebrativa, a pochi metri dalla limacciosa Garonne. Naturalmente in attesa c'era la solita clientela: famiglie con bambini, eccitatissimi prima dell'inizio. L'odore acre ben riconoscibile del circo - per via degli animali - entrava nelle narici, dando quel tocco di tradizione, cui faceva da contraltare tecnologico un megaschermo che ripeteva scene delle imminenti esibizioni.
Io di spettacoli circensi dal vivo - in televisione ce ne sono uno sproposito e la ritrasmissione in replica è un classico nel periodo estivo - ne avevo un ricordo vaghissimo. Di circhi di grandi dimensioni ne avrò visti due da piccolo, per cui ho una memoria tipo sogno. E poi da grandicello ricordo di quei circhi di serie "zeta" che venivano a Verrès, che erano in realtà famiglie con artisti multiuso e con quattro animali spelacchiati peggio di vecchi peluche. Ma quel che contava era l'aria artistico-libertaria che si respirava in questa specie di apparente zona libera da troppe regole con roulotte per gli artisti, camion con le gabbie per gli animali e ragazze belle con abiti succinti. «Scappare con il circo» è sempre stata un'innocua fantasia dell'infanzia, che faceva da contraltare alle minacce dei genitori «ti portano via quelli dei baracconi». Solo da adulti si scopre che il circo esiste in qualunque professione si scelga e potrei, specie per quel che riguarda politica, proporre opportuni, ma forse irriverenti, spunti di riflessione, pensando non solo ad affinità ma anche alle varie forme di "panem et circenses".
Roba antica - come da detto romano - il circo, ma mutevole nel tempo. La definizione viene dal latino "cĭrcus", che arriva a sua volta dal greco "kírkos - anello, cerchio", perché deriva dal luogo delle gare coi carri, cui i romani, in certi periodi, aggiunsero anche i gladiatori in combattimento fra di loro e con bestie feroci (certo questo avveniva anche ad Augusta Prætoria). Mentre nella versione settecentesca, di cui siamo eredi, si mettono assieme cavalli ammaestrati, pagliacci e articoli da fiera medioevale come animali esotici, saltimbanchi e stranezze varie, comprese - scelte per noi impensabili - le persone con malattie e traumi, definiti purtroppo "fenomeni da baraccone".
Com'era il circo che ho visto? Un lungo e vario insieme di spettacoli con cimenti da trapezio e ginnasti da brivido, pagliacci simpatici e poi - tema che divide - gli animali. C'erano due elefanti vecchissimi che penso non abbiano alternative in Natura, un certo numero di dromedari in uno spettacolo con lama, asini e cavalli, che già sono tutti animali domestici e poi una dozzina di leoni bianchi - mai visti di questo colore - con un domatore dalle movenze non così virili come ti aspetteresti dal genere macho a tinte forti del dominatore di bestie feroci, visto che la chiave dello spettacolo non è tanto negli esercizi delle fiere, quanto nella possibilità truculenta e emozionante che uno dei felini si ribelli, mangiandosi l'addestratore che fa lo sbruffone. Penso davvero che i leoni starebbero meglio nella savana piuttosto che dietro le sbarre come ergastolani e nel cerchio di segatura di un tendone.
Ma il circo, resta comunque il circo.

La Televisione e il "caso francese"

Un'istantanea da BiarritzUna volta l'anno "assaggio", nel mio piccolo campo d'azione, le grandi produzioni televisive - nella vasta gamma di prodotti possibili - a Biarritz, straordinario luogo di mare oceanico, in occasione di "Le Rendez Vous" di "TV France International". Sono presenti qui i grandi produttori e distributori francesi e i compratori vengono da tutti i Paesi del mondo, in una Babele che dimostra come le frontiere, almeno in questo settore, non ci siano più.
La passerella, che è in realtà un vero e proprio mercato in cui si vedono i prodotti e si firmano contratti, dimostra come la Francia ci tenga a supportare tutto ciò che - come in questo caso - abbia a che fare con la competitività delle proprie intelligenze. Non è un fatto solo linguistico, come potrebbe essere intesa la battaglia francese per la "diversité culturelle" specie di fronte alla potenza di fuoco dell'inglese, quanto l'idea, applicabile anche alla televisione e ai molti supporti visivi legati ormai ad Internet, che ognuno nel produrre per questi media metta la propria anima, il proprio "savoir faire", la chiave di lettura derivante dalla propria cultura, il sedimento di un mondo artistico particolare. Questo vuol dire documentari, film, format di vario genere e anche cartoni animati. La televisione e affini significa la continua ricerca, in parte con la schiavitù degli ascolti e nel vecchio confronto fra le televisioni del servizio pubblico e le logiche commerciali, di novità nel perenne inseguimento di un pubblico che cambia. E oggi non è solo più una questione di gusti, ma anche di tecnologie che fanno e disfano i successi nel settore. Lo sa bene chi non ha ancora formule di "streaming" o "podcast" che allarghino le possibilità di visione e di ascolto di un pubblico che magari nell'ora di trasmissione fa altro.
Ma torniamo al "caso francese": il prodotto, a seconda di dove sarà venduto, verrà doppiato in altra lingua o sottotitolato, ma quel che conta è mantenere vivo il settore audiovisivo transalpino e non chiuderlo al solo mercato interno. Così facendo, il ruolo del supporto pubblico non agisce in una logica di violazione della concorrenza, ma lenisce semmai quegli elementi che rischiano di pesare come una diseguaglianza per gli imprenditori nel settore televisivo.
Ovvio che da qui si osservi con curiosità il destino delle televisioni regionali, la cui taglia è assai diversificata: ci sono Regioni più grandi di Stati e ci sono Regioni, come la Valle d'Aosta, molto piccole, ma che certo non possono fare a meno di avere un proprio sistema radiotelevisivo. Tema difficile con un mercato pubblicitario piccolino e dunque, a maggior ragione, il servizio pubblico radiotelevisivo ha un ruolo, non a caso, prevalente. Ma, mentre il perimetro dell'informazione è abbastanza chiaro, non lo è per quanto riguarda il settore dei programmi, su cui ovviamente pesano budget a basso costo.
Mercati come quello di Biarritz consentono di trovare - a prezzi non stratosferici nel rapporto con il numero di telespettatori valdostani - dei filmati su Alpi e montagna, che possono consentire di aprire finestre che escano dai confini di appartenenza.
Chissà cosa avverrà nel futuro, nella logica dei nuovi canali di trasmissione, quelli ostili alla televisione regionale (come il satellite che "oscura" il locale a beneficio del nazionale), quelli che sono invece utili (come Internet che azzera i costi dei ripetitori) e quelli problematici (il digitale terrestre in zona montana è capriccioso in caso di maltempo).
Ma conta anche l'idea fondamentale che attorno alla televisione - che resta il mezzo "grand public" - orbiti un mondo ideativo e produttivo che deve trovare il modo di esprimersi, perché anche questa è, senza dubbio alcuno, Cultura.

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