July 2014

La Presidenza italiana del Consiglio europeo

Jean-Claude JunckerInizia oggi il periodo di Presidenza italiana del Consiglio dell'Unione europea. Si tratta, fin dal "Trattato di Roma" del 1957, di un incarico di sei mesi che avviene a rotazione fra gli Stati membri. La novità, con il "Trattato di Lisbona" e dunque dal 2009, è che chi ottiene la Presidenza non ha più il presidente, ma esiste una responsabilità collegiale del "Governo incaricato", visto che è stato creato un presidente stabile (da allora sino ad oggi è stata quella figura piuttosto grigia del belga Herman Van Rompuy) e questo ha di fatto affievolito il "peso" rispetto alla situazione precedente per lo Stato chiamato ad occuparsi di un semestre.
Da almeno un anno, si agita nella politica italiana questo periodo di routine, che l'Italia ha già ricoperto per dieci volte, come qualche cosa di importantissimo e persino, in certe venature, ad esempio per scongiurare le elezioni anticipate sin dall'inizio della Legislatura, di decisivo. Spiace osservare che così non è, anche se è facile constatare come ci sia stato un uso strumentale dell'appuntamento per chi mirava sin da subito - in assenza di una maggioranza stabile che potesse governare l’Italia - alla formula che va tanto di moda (che penso passeggera) delle "larghe intese".
Ma torniamo all'Europa. Non commenterò l'esito del recente Consiglio europeo di Ypres in Belgio (scelto per ricordare il secolo trascorso dalla Prima Guerra mondiale, perché su quel fronte venne usato per la prima volta nel 1917 il terribile gas diclorodietilsolfuro, da allora noto come "iprite") sotto il profilo dell'esito ottenuto dal nostro premier Matteo Renzi. In sostanza Renzi ha votato il "veterano" europeista, il lussemburghese popolare Jean-Claude Juncker (candidato di Angela Merkel, mentre una vera svolta sarebbe stata con Michel Barnier) come presidente della Commissione europea, in cambio di un meccanismo di flessibilità nel controllo della spesa pubblica (dal "Patto di stabilità" al "Fiscal compact"), di cui potranno godere i Paesi che faranno delle riforme. Non ci entro nel senso che basta leggere i giornali per capire che c’è chi sostiene che Renzi ha vinto una battaglia importante per l'Italia e chi nega la bontà del risultato ottenuto.
Semmai vorrei dire che bisognerebbe capire che cosa in Europa si possa intendere per "riforme", quelle in sostanza che dovrebbero consentire quella flessibilità che innescherebbe anche l'agognata crescita. Renzi vuol portare a casa la riforma del Senato e la collegata revisione della riforma del 2001 del Titolo V della Costituzione sul regionalismo, rimettendo in capo allo Stato molte materie e soprattutto con meccanismi più occhiuti di controllo sull'autonomia regionale. Sul primo punto al Senato si è iniziato a votare e poi il passaggio in aula non sarà politicamente banale, perché - ovvio paradosso - toccherà proprio all'Assemblea di Palazzo Madama decidere sul proprio futuro. Nei testi che si prospettano si va da una sua fine ingloriosa a un mantenimento con un minimo di dignità. Ha ragione chi - lo ha fatto bene la giornalista Lucia Annunziata - ha scritto che in Europa di come l'Italia organizzerà il suo bicameralismo non gli e ne importa un fico secco. Non solo. Neppure la più invasiva delle azioni europeistiche violerebbe, nella logica della tutela del principio di sussidiarietà, il caposaldo di un ordinamento costituzionale autonomo di cui ciascun Paese membro resta il solo responsabile. Un intervento europeo varrebbe solo se un Paese membro impazzisse e violasse nella sua azione di governo elementari principi di democrazia. Ma non è il caso, anche se - nel suo articolo domenicale - Eugenio Scalfari su "Repubblica" si scaglia contro i rischi, anche di involuzione democratica, se si andasse di fatto ad una formula in Italia di monocameralismo, che potrebbe strizzare l'occhio a logiche di potere molto accentrato e personalistico. Scalfari, ma lo dico per inciso, segnala anche l'inutilità per l'Italia di ottenere il ruolo di Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Unione europea.
Torno, per finire, al punto riguardante le riforme: interessante, anche se se ne parla meno, è capire quanto l'Europa possa essere interessata ad un forte ridimensionamento del regionalismo in Italia. Vale la risposta di prima. Sono fatti dell'Italia e non dell'Europa. Ma questo permette due osservazioni suppletive. Un processo centralistico e di ri-nazionalizzazione dei poteri e competenze sarebbe in assoluta controtendenza con quanto sta accadendo in Europa. In secondo luogo, la crescita della spesa pubblica in Italia, ancora nell'ultimo periodo, non è - dati alla mano - ascrivibile alle Regioni, che hanno fatto molti sacrifici, ma a quello Stato che ora vorrebbe più potere, malgrado si sia dimostrato il più spendaccione.
Sono elementi di riflessione e resta anche, nei voti in Senato dei prossimi giorni, da capire bene che fine faranno le autonomie speciali. Alle promesse devono seguire, attraverso le norme costituzionali novellate, i fatti.
A meno che non ci sia una volontà celata di elezioni anticipate.

Pensieri sulle mafie

Marco D'Amore sul set della fiction di 'Gomorra'Ci sono delle volte che le cose ti frullano per la testa e metti assieme dei pensieri come pezzi di un mosaico, che pian piano si compone. Per caso, ieri pomeriggio, sono incappato nella versione televisiva di "Gomorra", tratta dal famoso libro di Roberto Saviano. Avevo letto con torvo divertimento che pare che per girare la fiction sia stata affittata dalla produzione una villa di proprietà di una celebre famiglia camorrista...
Confesso - al di là della necessità di sottotitolazione per difficoltà di capire il dialetto - che queste storie di criminalità mi lasciano sempre basito, dimostrandosi questa rete di delinquenti di essere una sorta di Stato parallelo, laddove non c'è lo Stato. Non sono un bambino dell'asilo ma mai riesco a capacitarmi del peso che la malavita organizzata, che in queste storie finisce purtroppo per sembrare quasi glamour, continua ad avere in Italia e anzi sembra acquisire spazi, allargandosi come una malattia infettiva. Senti la litania mattutina alla radio degli arresti a raffica che sembrano non finire mai come un "pozzo di San Patrizio", ma poi è evidente come queste bestie feroci si moltiplicano. Così è stato dimostrato dagli esiti dei processi, ancora in questi giorni, sulla presenza della 'ndrangheta nel nord Italia, cui si aggiungono gli arresti di ieri nel vicino Piemonte con le 'ndrine con le mani in pasta per trafficare nei rifiuti e nella "Tav". Leggo poi, attraverso materiale organizzato già noto, ma per questo non meno inquietante, che in Valle d'Aosta vi è "tendenza all'accentuazione della presenza di interessi e metodi mafiosi", secondo il rapporto trimestrale sulle aree settentrionali curato dall'"Osservatorio sulla criminalità organizzata". Bisogna vigilare senza mai stancarsi e salire sempre più in alto verso le complicità di chi, nei territori un tempo liberi da queste sudditanze, si è venduto ai demoni del malaffare.
Un altro tassello: il recente viaggio in Calabria di Papa Francesco, che senza indugi ha detto chiaro e tondo che chi si compromette con la 'ndrangheta deve piantarla di invocare invano la religione. Non lo ha detto per caso, sapendo bene quanto - roba pazzesca - i malavitosi indugino con immagini sacre, facciano giuramenti davanti alla Madonna, abbiamo i loro Santi protettori e robe di questo genere. In una recente vacanza in Calabria, accanto al ricco patrimonio religioso tradizionale, ho notato in tutte le più recenti opere pubbliche un moltiplicarsi di immagini religiose, che mischiano il sacro con il profano di un sistema, specie in certi Comuni, in cui non muovi foglia se la cosca o come diavolo si chiama non lo consente.
Personalmente, senza mai aver indugiato nel rischio del professionismo antimafia, penso che la vigilanza civile e democratica (saranno definizioni paludate, ma non vedo di meglio) sia una bussola da tenere sempre in mano. Non ho mai giocato con il fuoco di certe frequentazioni, ma è evidente che c'è chi, in politica, ha stipulato patti luciferini, che prima o poi torneranno indietro con violenza e vergogna su chi si è prestato e certe logiche saranno sconfitte.
Ed è sperabile che sia così, perché credo, spero non peccando di ingenuità, nel lieto fine.

L'incidenza dei tumori in Valle d'Aosta

Basta una cartina, divisa per le venti Regioni, come quelle dell'Italia appese ai muri ai tempi delle elementari, perché il tema risulti nella sua evidenza macroscopica, anche se - come sempre - quando si ha a che fare con la statistica in un campione piccolo bisogna essere cauti.
Comunque sia, la principale causa di morte in Valle d'Aosta, unico caso, sono i tumori, mentre per tutti gli altri sono le malattie dell'apparato circolatorio, che comprendono tutti i problemi cardiaci.
In Valle, così hanno scritto diverse testate, il dato dei tumori è eclatante: ne risulta colpito un valdostano su venticinque. Se ho ben capito sono circa 5.500 le persone con questa malattia, con un incremento annuo di settecento persone, con una mortalità di queste persone di circa trecento pazienti.
I cancri più sono, come in Italia, al seno per le donne e alla prostata per gli uomini, ma ci sono poi - a causa delle cattive abitudini alimentari, specie l'alcool, e del fumo che ha ancora un forte consumo - alcuni cancri in misura superiore alle altre Regioni.

Azzurro

Il cielo, finalmente azzurro di oggiHai un bel da dire che il tempo - nella sua accezione di "insieme di elementi meteorologici che caratterizzano lo stato dell’atmosfera su un luogo o su una regione in un determinato momento" - non conta. Conta moltissimo e non solo se sei meteoropatico e cioè subisci veri e propri malesseri a seconda del clima, ma perché influenza in profondità i tuoi comportamenti, specie se - di questo parlo oggi - ti ritrovi in vacanza.
Una premessa è d’obbligo: chi mi segue sa che non considero il maltempo, nelle sue manifestazioni non disastrose, come un accidente. Anzi, ho più volte teorizzato uno stato di estasi per una bella nevicata (sempre che uno non sia chino a mettere le catene alla macchina) o vantato l'energia rivitalizzante di un bel temporale (a condizione che non ti colga impreparato nel pieno di una gita in montagna). Quando vedo le "meteorine" televisive o gli attempati colonnelli dell'Aeronautica militare assumere l'aria depressa se annunciano mogi il maltempo come se fosse colpa loro e dovessero spurgare in diretta la colpa, vorrei fare una telefonata per dire di stare su con la vita, perché c'è di peggio e magari quel tempaccio è una benedizione per la Natura.
Ma, come tutto, ci deve essere "modus in rebus", per cui confesso come almeno qui da dove scrivo, vale a dire il profondo Nord, questa primavera-estate, come si è configurata sinora, la trovo deprimente e penso che lo stesso valga per i turisti che ci sono e quelli che - anche per colpa del tempo - non ci sono. Capisco che non si possa fare nulla, ma al famoso «crepi l'astrologo!» si aggiunge ormai un proverbiale «crepi il meteorologo!». Immagino che non sia facile prevedere, ma non vorrei infine - specie di fronte a formule previsionali sempre più esoteriche, contenendo in sé tutto e il contrario di tutto, fino a pigliarci fare mia la frase del politico e personaggio televisivo belga Wiet Van Broeckhoven, che - pur con il nome che sembra un enigma - sostiene: «Il problema delle previsioni del tempo è che non sei mai sicuro che siano sempre sbagliate».
Scherzo, naturalmente. La mia amicizia personale con il meteorologo Luca Mercalli, persona serissima e competente, malgrado aborrisca il tono professorale nello spiegare la sua materia davvero complessa, mi ha fatto più volte sprofondare nelle ragioni per cui chi prevede può prendere delle topiche. Per cui, nel caso di Luca, come ho testato ad esempio nelle scelte sulla partenza o meno del "Trofeo Mezzalama" - sci-alpinismo a quote estreme - quando ne ebbi qualche responsabilità, la sua prudenza è corrispondente all'acume con cui sa legge la messe di documentazione, ormai vastissima, che uno scienziato del settore si trova ad avere a disposizione. Ma un conto è rendere comprensibili al grande pubblico gli avvenimenti meteo prossimi venturi, come lui fa in scienza e coscienza, un conto è il "Far west" italiano delle previsioni, spezzettate in particolare fra Aeronautica militare (che mantiene inspiegabilmente un ruolo motore, pur essendo il suo un mestiere militare diverso), i sistemi meteo regionali (alcuni eccellenti ed alcuni privi di quei sistemi in scala, che consentano previsioni di qualità) e poi c'è una congerie di privati - più o meno validi - che agiscono su quello che è un vero e proprio mercato. Perché - lo vediamo dalle pubblicità sui siti meteo - più utenza si collega e più si guadagna, spesso a discapito della credibilità, come fanno quelli che proiettano le previsioni su tempi così lunghi da sfiorare il ridicolo.
Ciò detto speriamo che questa estate cambi musica, come si diceva dovesse avvenire al Nord in queste ore.
Perché, come scrisse Paolo Conte e cantò per primo Adriano Celentano, segnando la mia generazione, l'estate è "Azzurro":
«Cerco l'estate tutto l'anno
e all'improvviso eccola qua.
Lei è partita per le spiagge
e sono solo quassù in città,
sento fischiare sopra i tetti
un aeroplano che se ne va.
Azzurro,
il pomeriggio è troppo azzurro
e lungo per me»
.

Stamattina così pare essere!

Genitori e Scuola:la strana evoluzione

Una nota disciplinare di questi tempiDelle volte mi sento "antico" più che "vecchio" di fronte ad un'evoluzione così rapida di costumi e comportamenti che colpisce duro. Ma vivere guardando nello specchietto retrovisore mi sembra inconcludente e bisogna respirare l'aria dei propri tempi, senza rimpianti per il passato che come l'oggi è stato fatto con cose buone e cose cattive. La memoria, per fortuna, tende ad indorare la pillola.
Per chi ha cominciato le scuole elementari all'inizio degli anni Sessanta, concludendo il proprio ciclo scolastico - l'Università è altra cosa - nella seconda metà degli anni Settanta è difficile capire come l'approccio nei confronti della scuola e dei propri figli allievi sia cambiato in una parte di genitori.
Pregiudizialmente forse, ma era così, i genitori della mia generazione erano dalla parte dei maestri e dei professori. Solo casi macroscopici e di una palese gravità potevano accendere un contenzioso con la Scuola, istituzione con la "s" maiuscola. E' vero che di mezzo c'era stato il "Sessantotto", che ha compreso il salutare venir meno di barriere e steccati, rendendo la scuola più aperta e, come si diceva un tempo, più democratica. Ma l'Istituzione aveva mantenuto una sua evidente sacralità, magari eccessiva, che portava comunque a stare a priori sul terreno degli insegnanti e del loro lavoro. A "cazziatone a scuola" seguiva a ruota "rimbrotto familiare". Era una somma e non una sottrazione.
Oggi la mia impressione, ma ne hanno scritto in tanti e meglio di me, è che una parte dei genitori, sin dalle elementari, si inventino "sindacalisti" dei loro figli, assumendo - con un partito preso che somiglia agli eccessi di partigianeria precedenti di segno contrario - un atteggiamento della serie «mio figlio è il migliore dei figli possibili, sei tu prof a non capirlo o a non avere metodi d'insegnamento consoni rispetto alla mia creatura».
Questo atteggiamento mentale non è solo fonte di un contenzioso fra genitore e insegnante, ma investe ovviamente la psicologia del bambino o del ragazzo, che finisce per rivolgersi a papà o a "mammà" in un crescendo che in certi casi assume coloriture di disputa perenne e persino, come ho visto, trascendere in carte bollate e Giustizia messa di mezzo. Che sia chiaro che qualche casus belli avrà delle giustificazioni, ma è l'idem sentire in una parte importante dei genitori che sembra suonare come un cambiamento di atteggiamento su cui riflettere.
Ma naturalmente c’è anche altro: anche nella piccola Valle d'Aosta, dove la civile convivenza dovrebbe essere un tratto distintivo, si segnalano scuole dove non solo poter osservare la didattica normale diventa difficile, ma dove la vita quotidiana in aula viene ammorbata da veri e propri problemi neppure di disciplina ma di vero e proprio ordine pubblico. Allievi e famiglie, in certi casi, diventano tutt'uno nel ridicolizzare ogni sanzione disciplinare, forse perché alcuni ritengono che l'obbligo scolastico a sedici anni sia un impiccio e "posteggiare" i figli a scuola una scocciatura, che rende ininfluente ogni obbligo di attenersi ai doveri.
Non penso che la "militarizzazione" delle scuole o atteggiamenti muscolari potrebbero risolvere la situazione, ma forse è giunto il momento di fare il punto, specie rispetto a quel complesso di norme di rappresentanza nella scuola delle istanze di studenti e genitori che sono vecchie come il "cucco" e del tutto inutili. Uno snodo, fra scuola, famiglie e società che ha dimostrato di essere un castello di carte imbevuto di retorica proprio sessantottina e che non impedisce quei fenomeni cui ho fatto cenno.
Ma queste questioni paiono non essere al centro del dibattito politico, che si balocca con troppi temi teorici e astrusi.

Voglio vivere così...

Una maglietta con uno slogan importante«Voglio vivere così
col sole in fronte
e felice canto
beatamente...
Voglio vivere e goder
l'aria del monte
perché questo incanto
non costa niente»
.

Questa canzoncina degli anni Quaranta, di cui riporto le prime strofe, cantata dal tenore Ferruccio Tagliavini (che cantò anche con l'indimenticabile baritono, valdostano d'adozione, Giuseppe Valdengo), ricordo di averla ascoltata alle elementari dal mio compagno di classe Bruno. In una stanza di casa sua c'era un grammofono vecchio come il cucco e pile di dischi a 78 giri degli anni Trenta e Quaranta.
Passavamo il tempo ad ascoltare le canzonette e ci sembrava che raccontassero di un'epoca d'oro, fatta di balli e divertimenti.
Solo più tardi ho capito come questa musica leggera non corrispondesse affatto ad una situazione di "allegria" dell'Italia di allora, avvolta semmai dal cupo Regime fascista e dagli orrori della Seconda Guerra mondiale. Ma questo ottimismo di facciata era utile per infondere speranze anche nei momenti più difficili, faceva cioè parte di un sistema di "Propaganda". E la propaganda è un'arte.
Mi sono molto divertito, in un esame all'Università, a capire la funzione delle "veline" sotto il Fascismo (non le belle ragazze della televisione di oggi, ma le note inviate ai giornali sulla sottile "carta velina"), specie quando nel 1937 si passò dal Ministero per la stampa e propaganda al famigerato Ministero della cultura popolare (in acronimo "Minculpop").
Ci pensavo, senza alcuna malizia, mettendomi nei panni dei vertici del "Casino de la Vallée". Dai loro uffici, attraverso i vetri della facciata, si vede un panorama delle montagne valdostane e dunque è comprensibile che, come dice la canzoncina, la gratuità delle bellezze alpine infonda quell'ottimismo che sprizza nei comunicati stampa emessi in questi anni. Sono dei capolavori di cesello, la cui logica è sempre: «tranquilli sembra che le cose vadano male, invece vanno benissimo» e si usano a supporto una serie di dati che dovrebbero convincere anche chi non vede, come loro, il mondo a colori, ma stoltamente si ispira alle aride ed implacabili cifre.
Si capisce che poi, durante gli incontri sindacali di qualche settimana fa, quando si evocavano i libri in Tribunale e morti e feriti sul campo se non ci fossero stati risparmi, il clima era diverso, piuttosto plumbeo, genere ultima spiaggia. Ma questo è comprensibile: probabilmente queste riunioni lunghe e snervanti si svolgono in sale riunioni prive di finestre e dunque senza la vista dei monti l’umore cambia e emerge quella cupezza che fa brutti scherzi. Ma poi basta un'occhiatina fuori e, con l’arcobaleno, torna la serenità e il buonumore. Tutto va bene e anche, per ora, l'attesa del bilancio in rosso 2013 finisce per assumere il valore di una bagatella.
I soldi, come si sa, non fanno la felicità.

Senza "intesa" niente nuovo Statuto

Ugo Rossi e Matteo Renzi all'incontro di Castel PresulePrima regola: guardarsi attorno. Chi concepisce l'autonomia speciale come passare il tempo a rimirare il proprio ombelico con compiacimento rischia parecchio. E rischia - atteggiamenti egualmente infruttuosi - chi fa la difesa dell'autonomia con un vittimismo inerme o con un bellicismo parolaio.
Il sistema autonomistico, in assenza di federalismo, è e resta saldamente ancorato ai capricci di un centro, che in questi anni si è fatto bipolare, Roma, cui spetta ancora la materia costituzionale e Bruxelles, che ha fette sempre più ampie di legislazione nelle materie le più disparate. Ovvio quindi che le "Speciali" debbano scambiarsi fra loro idee e concordare comportamenti, guardando a quanto di meglio si esprime a livello europeo. In passato, per lunghi periodi, lo si è fatto con efficacia e non "copiando i compiti", ma in una logica di confronto e dibattito, che fa crescere tutti. Oggi i tempi sono piuttosto grami e fare rete sarebbe un dovere, oltreché un modo per rafforzarsi reciprocamente.
Il presidente della Provincia di Trento, che oggi è anche presidente di quel poco che resta come poteri e competenze della Regione Trentino-Alto Adige - SüdTirol, Ugo Rossi del Partito Trentino Tirolese, così si è espresso: «auspichiamo che la riforma del Titolo V della Parte Seconda della Costituzione sappia aprire la strada alla revisione del nostro Statuto speciale nella prospettiva sopra indicata. La prospettiva di una revisione statutaria da realizzarsi secondo il principio dell'intesa e che sappia coniugare salvaguardia e ampliamento dei livelli di autogoverno anche dentro il nuovo quadro costituzionale».
Lo ha detto ieri alla "Giornata europea" di Castel Presule, in provincia di Bolzano, dedicata a "Regioni in Europa - Europa delle Regioni" con la presenza del presidente Matteo Renzi.
Il tema è centrale anche per il futuro della Valle d'Aosta ed è bene pensarci, anche e forse soprattutto in questo periodo di crisi delle istituzioni valdostane, che sono come chiuse nel buio freezer del passato. Ogni elemento innovativo è stato gelato dal ritorno del presidente Augusto Rollandin, interprete di un apparatčik, che non c'è più in nessun posto per la sua visione statica se non passatista, e mi riferisco ad un dato politico non anagrafico.
E invece l'esigenza di un secondo Statuto d'autonomia per la Valle non è rinviabile. Certo nel tempo - e me ne vanto - alcuni restyling sono stati fatti, ma non basta. Bisogna avere norme nuove e moderne, che tengano conto dell'evoluzione dei tempi. Ma, come dice Rossi, la "conditio sine qua non" è che ci sia il principio dell'intesa. Oggi un nuovo Statuto proposto dal Consiglio Valle finirebbe nel tritacarne del Parlamento con le attuali procedure costituzionali e un testo positivo in partenza potrebbe uscire dall'iter nelle Camere ridotto come uno straccio. L'intesa darebbe a noi e anche, specularmente, a Roma la serenità di un confronto che obblighi a trovare equilibri e mediazioni.

L'estate dopo la Maturità

Gilbert BecaudSo che non mi crede, perché è giusto che sia così. Quando, dopo la sua promozione alla Maturità Classica, ho detto a mio figlio Laurent - di cui sono fiero e pieno di tenerezza da buon papà - quella frasetta che tutti si saranno sentiti dire, in una logica da "Notte prima degli esami": «Goditi questa lunga estate, perché di altre così non ce ne saranno», ho visto uno sguardo scettico.
Capisco che dirlo è da "vecchio bacucco", ma penso sia vero e lo era ancor di più una volta quando - se ci si iscriveva all'Università - gli appelli erano solo nel maggio, giugno dell'anno successivo. Dunque, fra la fine delle Superiori e il primo esame universitario, c'era potenzialmente una sconfinata prateria.
Mi viene in mente, anche se si riferisce ad una storia d'amore, quella strofa di una vecchia canzone di Sergio Endrigo:
"Era d’estate poco tempo fa
Ora per ora noi vivevamo
Giorni e notti felici senza domani»
.
Bella questa atemporalità di un momento della propria vita, che è come una rampa di lancio. So bene quanto sia illusorio e conformista dare troppi significati alla Maturità, ma in fondo resta uno di quei cimenti - chiamatela prova di coraggio o di iniziazione - che è come una pietra miliare nella strada della nostra vita. Chiunque l'abbia vissuta ne ha ricordo.
Mi viene in mente un'altra canzone d'amore di Gilbert Becaud:
«Et maintenant que vais-je faire
De tout ce temps que sera ma vie»
.
Io quando uscii dal Liceo ad Ivrea, fatto l'orale, andai a buttarmi per una nuotata nel Lago Sirio, come tuffo liberatorio. Lì iniziò la mia lunga estate, che finì, direi tre mesi dopo, quando a Torino iniziai a lavorare, grazie ad un provino organizzato da mio fratello Alberto, a "Radio Reporter 93".
Nostro dovere di genitori è pensare certo al benessere ma, se ci dovessimo riuscire, anche alla loro capacità di essere autonomi e poi, quando verrà e nel quadro della solidarietà familiare, indipendenti. Sapendo appunto che siamo con loro, se necessario, ma sapendo anche che - specie questa generazione assorbita dai "social", di cui sono state cavie inconsapevoli - hanno problemi di socialità da tenere presenti. Sono imbattibili sul Web, meno nei rapporti interpersonali vis à vis. Spesso ho pensato, rileggendo la mia giovinezza, che mio papà in fondo si interessasse poco a me, per quel distacco che quella generazione, specie se cresciuti in famiglie molto numerose e con padri molto anziani, sembrava avere come tratto distintivo. Oggi, ripensandoci, annoto come la fiducia che aveva in me, sin da ragazzino, era anche una scelta per darmi respiro. Ma, quando era necessario, c'era e sapeva darmi consigli e dritte.
Essere troppo apprensivi finisce per renderli insicuri e, in fondo, meno liberi.

Il villaggio alpino in vendita su Ebay

L'annuncio su 'Ebay' del villaggio alpinoPer chi non conoscesse il mondo alpino, c'è occasione di stupirsi per l'informazione così com'è stata data: "Un intero borgo in vendita su Ebay". Io ho letto la notizia, per la prima volta, da una mail dell'"Unione nazionale Comuni e Comunità Montane - Uncem" piemontese, che mantiene viva la fiammella di un'associazione nata oltre mezzo secolo fa e che dal 2011 ha avviato a Roma una sorta di fusione con l'"Anci - Associazione nazionale dei Comuni".
Si legge nella nota: "Succede in Canavese, ai piedi del "Parco nazionale Gran Paradiso", tra le montagne della Valle Orco che da Pont si estende fino a Ceresole Reale. La borgata è Calsazio, frazione di Sparone. Questo il link del sito di acquisti on line con l'offerta. Gli immobili in vendita sono quattordici, per un totale di cinquanta vani".
Perché non mi stupisco? Per la semplice ragione che - anche nel caso valdostano e cioè di una montagna più viva, anche grazie ai benefici dellìautonomia speciale - l'abbandono di alcuni di quelli che gli amici piemontesi hanno battezzato "Borghi alpini", con un'interessante campagna di valorizzazione, è un dato inoppugnabile.
Qualche giorno fa, per fare l'esempio più recente, sono stato in un albergo ristorante a Lillianes, l'"Etoile du Berger", situato in una frazione montana, La Sassaz Dessous. La salita consente - e lo stesso capita in tutti i Comuni della Valle di mezza montagna, che avevano un'enorme dispersione in piccole frazioni sino agli alpeggi - di vedere un numero impressionante di villaggi, alcuni dei quali con molte case in stato di abbandono. Lo spopolamento è stata una realtà feroce e lo mostra bene quanto oggi conti, in termini demografici, il Fondovalle e in particolare la zona definita "Plaine" attorno ad Aosta.
Negli anni scorsi con fondi comunitari si è intervenuto in parecchi di questi villaggi (ricordo il Crest di Pontboset, per fare un esempio), ma in realtà già in passato c'era chi aveva fatto interventi organici. Ricordo il rimpianto ingegner Franco Binel ed i suoi interessanti lavori di risanamento e ristrutturazione a Nex di Valsavarenche e a Perriail di Gressan. Penso a lavori che sono stati fatti a Mascognaz o Cuneaz di Ayas o a nella zona di La Salle, dove l'ingegner Paolo Jaccod ha segnato con il suo stile inconfondibile molte costruzioni. Ci sono "villaggi fantasma" ancora giacenti che lasciano stupefatti per la loro bellezza, come Bringuez di Brusson o Rodoz di Montjovet e penso agli hameaux, che erano finiti sommersi dalle acque, e ora sono tornati in superficie per l'uso a scorrimento della diga di Valgrisenche. Ho letto dell'idea di un giovane architetto di far rivivere quel paesino, Barmaz di Saint-Denis, minacciato da una frana e vuoto ormai da molto tempo, ben visibile anche dall'autostrada.
Par di capire che anche per Calsazio si immaginino soluzioni di tipo turistico (albergo diffuso) o anche, visto che non è distante da centri come Ivrea, Rivarolo e persino Torino, di tipo abitativo. Oggi, purtroppo, manca sulle Alpi una banca dati che possa permettere di avere delle "buone pratiche" sul riutilizzo di villaggi abbandonati, che consenta anche di capire - con l'unica eccezione dell'unicum del "maso chiuso" sudtirolese - come fare per risolvere la questione annosa dello spezzettamento della proprietà, che talvolta è una delle cause del degrado di parte del patrimonio architettonico tradizionale. Specie laddove gli immobili si trovino in luoghi distanti dalle grandi stazioni sciistiche, che restano le più gettonate.
Intanto, in bocca al lupo per la rinascita di Calsazio.

Il dito e la luna

Un classico esempio di dito che indica la lunaCapisco quanto sia legittimo vedere la stessa cosa in modo diverso, a seconda delle proprie prospettive. Ma non bisogna tirare troppo la corda, perché c'è un confine fra malafede e buonafede. E io, purtroppo, in malafede ne vedo parecchi. Anzi, come scriveva il poeta Arturo Graf: «Se tu discuti con uomo di mala fede, quanto più avrai ragione, tanto più ti sentirai dar torto». Andrebbe spiegato questo comportamento a chi sui "social" si sforza di convincere chi è saldamente ancorato ai suoi pregiudizi ed è, di conseguenza, sleale nella discussione.
Allora partiamo da qui: "Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito".
E' questo un proverbio cinese ben conosciuto, che mostra come si debba mirare al contenuto vero delle cose. Troppo spesso in politica si tende a non farlo, specie se si deve fare in modo di distrarre l'opinione pubblica dalla serietà dei problemi indicati da questo famoso dito.
Questa storia ha in Valle d'Aosta una chiarezza esemplare. La Legislatura regionale in corso nasce sotto il segno di una difficoltà per la maggioranza di governare per un esito delle urne che assegna diciotto seggi alla maggioranza e diciassette alla minoranza. Situazione che si incrina a marzo, quando vengono a mancare i diciotto, che si ricompattano poche settimane fa attraverso un rimpasto "pacificatore".
Come diceva la canzonetta napoletana:
"chi ha avuto, ha avuto, ha avuto:
chi ha dato, ha dato, ha dato,
scurdammoce 'o passato".

Il paradosso sta nel fatto che questi avvenimenti - cagionati da franchi tiratori e dai cosiddetti "responsabili", che a un certo punto preparavano una "rottura" con il Governo regionale per poi tornare, soddisfatti o obbedienti, nei ranghi - vengono alla fine letti come se fosse l'opposizione "ad aver fatto perdere tempo". Ovviamente una tesi speciosa e propagandistica, che fa leva su aspetti fantasiosi e scarsa conoscenza dei fatti, che viene "venduta" alla parte meno avveduta dell'opinione pubblica e qui tocca evocare il famoso dito del proverbio cinese. Oggi, infatti, c'è da chiedersi se questa lettura politica del "crucifige" verso la minoranza perdigiorno non sia una scelta ad effetto che mira a nascondere il vero oggetto di interesse: la luna.
Quale sia la luna è presto detto, perché mi riferisco alla miriade di problemi che si affollano, irrisolti o male affrontati. Su questo è bene discutere e non sul giochino fra guelfi e ghibellini, fra pro-Rollandin e anti-Rollandin: questo buttare tutto in battaglie di potere e sottogoverno o in rivalità personali o di clan finisce in sostanza - con responsabilità per chi ci gioca - per svilire la politica, trasformando tutto in rissa.
Il gioco, però, non è rozzo come sembra, perché prevede in realtà sottigliezza. Tende a dimostrare che lo status quo è l'unico a dare sicurezza, della serie che "si sa che cosa lasci ma non si sa che cosa si trovi". Questa logica del presunto "horror vacui" fa sorridere, perché del tutto infondata. In democrazia il cambiamento e l'alternanza non sono una patologia, ma segno di buona salute.
E lo è anche indicare problemi e priorità, specie quando cresce la consapevolezza di una macchina amministrativa paralizzata e di una politica che non segue più gli avvenimenti. Il de Profundis - il salmo penitenziale che si recita per i defunti - in politica non è consolatorio.

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