June 2014

Gli odori della pioggia

Un ritratto di Gabriele D'Annunzio nella sua casa di PescaraA me piacciono i temporali. Ne ricordo di epocali in alta montagna. Un'estate - ero un giovane giornalista - scesi quasi di corsa, con rischi per i fulmini che ora mi paiono evidenti, dal Col du Mont, dopo la cerimonia annuale di gemellaggio fra la francese Sainte-Foy-Tarentaise e la nostra Valgrisenche. Arrivai in paese stanco e fradicio, ma carico come una molla.
Questa "sensazione elettrica" l'ho provata altre volte, per esempio al mare. Fare il bagno durante un furioso acquazzone, con l'acqua salata che pare più calda del solito, è una sensazione tonificante. L'ho provata molte volte nella mia giovinezza in mari domestici, come quello ligure, ma anche, con veri fortunali, nei mari tropicali con quella pioggia tiepida che ti penetra fino al midollo.
A me Gabriele D'Annunzio non è mai piaciuto più di tanto, ma come non apprezzare ritmo e sonorità della sua "La pioggia nel pineto". La ricordate?

Taci.
Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane;
ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane.
Ascolta.
Piove dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici salmastre ed arse,
piove sui pini scagliosi ed irti,
piove su i mirti divini,
su le ginestre fulgenti di fiori accolti,
su i ginepri folti di coccole aulenti,
piove su i nostri volti silvani,
piove su le nostre mani ignude,
su i nostri vestimenti leggeri,
su i freschi pensieri che l'anima schiude novella,
su la favola bella
che ieri t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Mi fermo qui.
Su "Il Post" trovo un elemento che ho ben presente, ma che nella poesia non c'è, ma c'è nella mia memoria olfattiva.
Citando Karl Smallwood dal sito "Gizmodo", si spiega che "il proverbiale profumo di pioggia è il risultato della combinazione di tre diverse fonti, dovute a una serie di reazioni chimiche e fisiche".
Eccole elencate: "La prima fonte, quella che ci fa dire di sentire profumo di pulito soprattutto dopo un temporale, è l'ozono. Le molecole di ozono sono formate da tre atomi di ossigeno. Ha un odore pungente che ricorda abbastanza quello che si sente in piscina a causa del cloro, disciolto in acqua come disinfettante. I fulmini che si formano durante i temporali possono causare la rottura delle molecole di azoto e di ossigeno, portando alla formazione dell’ozono, che viene poi portato a bassa quota dalle correnti che si formano tra le nuvole. Per questo motivo molte persone avvertono il profumo della pioggia ancora prima che arrivi, soprattutto d'estate, perché l'ozono può essere trasportato dai venti a grande distanza e precedere l'arrivo del temporale. Il naso umano riesce a distinguere facilmente la presenza dell'ozono nell'aria. In media basta che siano presenti dieci parti di ozono per miliardo per percepire l'odore di pioggia".
Il secondo elemento: "Il profumo di pulito che si avverte dopo la pioggia è di solito accompagnato da un altro tipo di odore, più intenso e che sa di terriccio, soprattutto se l'acquazzone si verifica dopo una lunga serie di giornate non piovose. E' causato dalla presenza nel terreno dei batteri appartenenti al genere "streptomyces" che nel loro ciclo vitale producono la "geosmina", un composto organico che diventa particolarmente odoroso quando aumenta l'umidità nell'aria. Rispetto all’ozono, il naso umano è estremamente più sensibile alla presenza di geosmina, ne distingue la presenza nell'aria anche quando il suo livello di diluizione è pari a cinque parti per trilione. Per questo motivo l'odore di terra spesso copre quello di aria pulita dovuto all'ozono, soprattutto se ci si trova in aree poco urbanizzate. Nei contesti urbani, invece, essendoci meno suolo libero a disposizione dei batteri, si percepisce di più l'ozono perché non viene coperto da grandi quantità di geosmina".
Concludiamo il giro in punta di naso: "Il profumo dolciastro che si accompagna a quello di pulito e all'odore di terra è causato dagli olii e dalle resine che sono prodotti dalle piante. L’umidità portata dalla pioggia li fa viaggiare più facilmente nell'aria". A oggi, spiega Samilwood, non sono ancora note tutte le sostanze presenti negli oli vegetali che contribuiscono a creare il profumo di pioggia.
Ma ecco, sempre sugli olii, il colpo di scena finale: "Cinquant'anni fa i chimici australiani Isabel Bear e R.G. Thomas provarono a scoprire quali fossero le cause del profumo della pioggia facendo seccare dell'argilla, ed estraendo gli oli trovati al suo interno. Identificarono una sostanza giallastra che aveva un odore che ricordava quello della pioggia. Bear e Thomas idearono anche la parola "petricore" per indicare il profumo di pioggia: deriva dal greco, dall'unione delle parole "πέτρᾱ - pietra" e "ἰχώρ - icore", cioè linfa".
Il tutto da esibire in caso di pioggia.

Dietro a "Repubblica"

La scheda del referendum su Monarchia e RepubblicaOggi, Festa della Repubblica, mi sia consentita qualche riflessione istituzionale, pur ben sapendo che l'affezione popolare verso questa ricorrenza è pari a zero. Segno plastico di quanto il senso identitario degli italiani si esprima più nel calcio che nelle celebrazioni ufficiali. Non lo dico per polemica, ma è un dato di fatto facilmente sostenibile e documentabile.
Ricordo alla Camera dei Deputati, specie nel lungo lavoro alla Commissione Affari Costituzionali, straordinaria palestra per capire i meccanismi istituzionali, le lunghe discussioni su quella riforma della Costituzione nel suo Titolo V che portò, fra l'altro, alla riscrittura dell'articolo 114: "La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato".
Ha scritto, in un suo commento, il costituzionalista Marco Olivetti, di recente diventato membro della Commissione paritetica Stato - Valle d'Aosta: «A prima vista, la disposizione in commento sembra oscillare fra l’ovvio e il paradossale: nessun significato in termini di "dover essere", nessun sollen specifico sembra potersi trarre da una norma di questo tipo, la quale, però, va a sostituire la ben più precisa e neutra disposizione precedente, che si limitava a stabilire che "La Repubblica si riparte nelle regioni, nelle province e nei comuni", ed è sicuramente espressione di un’ambizione più ampia».
Spiega Olivetti: «L'idea che il nuovo articolo 114, 1° comma, intende veicolare è infatti quella di una statualità che nasce dal basso, dal livello di governo "più vicino" al cittadino (il comune) e si svolge progressivamente in enti territoriali di maggiori dimensioni, disposti come cerchi concentrici».
Avendo partecipato alla discussione, anche nelle parti meno resocontate, confermo come l'aria dei tempi - influenzata dai temi del federalismo e della sussidiarietà - fosse quella. In un'impostazione "federalista", oggi smantellata e dimenticata, non si "osò" troppo (difatti votai contro) e dunque la controriforma in corso nei fatti e nelle proposte di riforma non ha avuto ostacoli proprio nella Costituzione attuale per la debolezza dell'impianto.
Ha ragione dunque Olivetti nel rilevare queste debolezze: «Ma se per questo aspetto l'ambizione della disposizione sembra essere quella di spezzare l'equivalenza Repubblica - Stato , essa appare d'altro canto restrittiva rispetto a quelle ricostruzioni, adombrate già prima di questa riforma, a mente delle quali il termine "Repubblica", contenuto in talune disposizioni del testo originario della Carta costituzionale (come l'articolo 3, 2° comma), non sarebbe stata solo un sinonimo della parola Stato (e, più in generale, l'insieme degli apparati pubblici, comprensivi degli enti territoriali minori), ma avrebbe indicato anche l'insieme delle formazioni sociali in cui si articola la società civile: sicché, dicendo che la Repubblica è costituita solo dagli enti pubblici territoriali, l'articolo 114 avrebbe fatto registrare un passo indietro rispetto a tale interpretazione, dislocandosi su un assetto forse non statalista, ma comunque "pubblico-centrico". Se poi si pone mente a tutti i casi in cui la Costituzione utilizza il termine Repubblica come sinonimo di Stato (ad esempio legge della Repubblica, governo della Repubblica, Senato della Repubblica, Presidente della Repubblica...), ci si accorge come sia difficile prendere sul serio l'articolo 114 1° comma e ritenere che esso riempie di significato la parola "Repubblica" contenuta in tali disposizioni costituzionali».
Ma la contraddizione, in questo ragionamento molto interessante, emerge chiara nel rapporto con uno dei primi articoli della Costituzione. Osserva sul punto Olivetti: «Non meno contraddittorio si rivela l'articolo 114, 1° comma, se letto in parallelo con la disposizione di principio di maggior rilievo contenuta nella Costituzione in materia di autonomie, vale a dire l'articolo 5, laddove esso afferma che "La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali…". Da un lato appare evidente, infatti, che se la Repubblica riconosce a promuove le autonomie territoriali, le identifica al tempo stesso come qualcosa di "altro da sé", e che quindi è piuttosto difficile che lo stesso testo costituzionale affermi poi, alcuni articoli più avanti, che essa (la Repubblica) non "si riparte" meramente in regioni, province, ecc., ma è da esse "costituita": il che vorrebbe proprio far intendere che la Repubblica si identifica nelle autonomie allo stesso modo in cui si identifica con lo Stato e che, quindi, le autonomie stesse non sono, per la Repubblica, "altro da sé" . Ma, al tempo stesso, occorre riconoscere che il senso dell'articolo 114, 1° comma, o quantomeno il suo intento, coincide con quello che una autorevole dottrina attribuiva all'articolo 5: quello di "accentuare il significato politico-costituzionale attribuito a queste autonomie" e riassumere ed anticipare il senso delle restanti disposizioni del titolo V in materia di autonomie, offrendo "elementi notevoli per la loro interpretazione"».
Credo che quanto esposto mostri come la Costituzione non possa o forse non debba essere facilmente riformata "a pezzi", perché poi i "tacconi" non sempre coincidono con il contesto. E' quanto si vorrebbe fare anche oggi con una riforma del Senato inutile e dannosa, perché mancante di un contesto reale (genere una vera Camera delle Regioni) e legata a logiche di risparmio ben altrimenti ottenibili (perché lasciare 630 deputati!). Lo stesso vale anche e soprattutto, dopo la soppressione delle Province, giusta e legittima, ma anch'essa appesa nel vuoto, per il futuro del regionalismo, oggetto oggi di un atteggiamento aggressivo e centralista dello Stato. Appoggiato anche da un "municipalismo" complice dello Stato centralista in una logica antiregionalista stupida e autolesionista.
Ne vedremo delle belle: allacciamoci, come autonomia speciale valdostana, le cinture di sicurezza, anche perché agli attacchi esterni contribuisce l'atteggiamento da tempo passivo e catatonico di chi, nelle istituzioni locali, dovrebbe reagire non solo con discorsi ufficiali o da comizio, ma con fatti concreti, che risultano non pervenuti.

Povero "Mont-Blanc"...

Un momento del referendum a CoumayeurIl mondo è bello perché è vario e mai bisogna fidarsi delle apparenze. Infatti, anche quella che pare essere normalità, cela chissà quali retroscena, che ottengono risultati diversi dalle previsioni più banali.
E' definitivo: Courmayeur non avrà, nella dizione ufficiale, l'addendo "Mont-Blanc", in analogia con quanto avviene a Chamonix e in altre località francesi "au pied du Mont-Blanc". La mancanza del quorum al referendum comunale ha, infatti, "bocciato" la proposta senza possibilità di appello.
Esprimo il mio dispiacere, perché la montagna più alta d'Europa è un simbolo che bene si coniugava con la nostra località turistica. Un label amministrativo, che poteva consentire un'immediata collocazione geografica.
Molte le tesi che sono state usate in queste ore per giustificare l'astensionismo. La data prescelta, quando molti lassù sono in vacanza. Una protesta sorda verso la Giunta Derriard per ragioni locali o per i legami strettissimi con la Giunta regionale. Un disinteresse reale sul tema proposto. Persino chi - poveri noi - voleva "Monte Bianco" in italiano e avversava il toponimo francofono. O, infine, una mancata partecipazione al voto, come protesta generica, perché le priorità sarebbero ben altre. Lascio perdere chi si lamenta dell'esistenza di un quorum, visto che la questione era ben nota e lamentarsene, a conti fatti, non serve. Non serve neppure evocare il sistema referendario svizzero, che non obbliga ad oltrepassare un certo numero di votanti per avere la validità, ma ha delle particolarità istituzionali, che non sono comparabili. Ad esempio a livello federale non contano solo i voti, ma anche la maggioranza dei Cantoni.
Non so francamente dire quale sia stata davvero la causa dell'insuccesso, ma gli sfottò per avere montato una macchina referendaria rimasta in garage non sono di certo mancati. Il più divertente è quello che fa il verso al milanese "figo", che propone l'abbreviato "Curma" (ma ci starebbe anche il romanesco "Curmayè"), che fa fine e non impegna sul piano internazionale...
Due considerazioni finali. La prima questione che resta comunque irrisolta - di cui chissà che prima o poi la Regione, che sarebbe autonoma, non se occupi - riguarda il problema che affrontai in Parlamento sui confini. Ricordo che la cartografia francese si è impossessata da molti anni della vetta del Bianco e che sistemi di georeferenziazione, come "Google Maps", hanno preso per buona l'appropriazione indebita e diffondono il verbo al livello mondiale. Malgrado, come ho scritto molte volte, abbiano torto marcio e non solo sulla base di chi ha studiato le vicende cartografiche, ma perché dietro le carte ci sono Trattati internazionali, che non sono carta straccia e chi non li rispetta dovrebbe essere sanzionato.
La seconda considerazione è che ci si lamenta sempre che le nostre grandi montagne (Monte Bianco, Cervino e Monte Rosa) siano più conosciute per gli altrui versanti a Nord delle Alpi, piuttosto che per i versanti valdostani che ci riguardano. Il mancato inserimento di "Mont-Blanc" - dichiarazione al mondo dal valore non solo promozionale ma anche affettivo - rende il mugugno meno credibile che in passato.
Chissà che magari un Comune come Ayas non si lanci nella sfida, cercando di vincerla, aggiungendo al proprio nome un bel "Mont Rose"...

Povera Savoie

Le nuove Regioni francesiE' sempre bene guardarsi attorno a noi per vedere - specie in Europa - il destino dei piccoli popoli. Lo Stato Nazione, strutturatosi anzitutto per far la guerra e finanziarla con una fiscalità organica, oggi soffre fra la necessaria struttura sovranazionale (e nata dalla Pace) dell'Unione europea e il regionalismo che interpreta quell'identità più vera e quella politica di prossimità, che saranno vincenti nell'equilibrio fra l'enormemente grande e l'infinitamente piccolo (come la nostra Valle). Ma lo Stato sta dando dei bei colpi di cosa e lo si vede in Italia dal rigurgito centralista antistorico e pernicioso.
Ma anche Oltralpe non si scherza. E' da molti anni, infatti, che in Francia si discute dalla riduzione del numero delle Regioni, oggi ventidue, che dovrebbero diventare quattordici dal "progetto Hollande" (presidente in carica, in caduta libera di popolarità).
Questa la situazione futura - se ci si arriverà - come prospettata da un giornale qualunque: "Le président propose dans sa tribune de garder intactes sept régions: la Bretagne, les Pays de la Loire, l'Aquitaine, le Nord-Pas-de-Calais, la Corse, l’île-de-France et la Provence-Alpes-Côtes d'azur.
Pour "renforcer" les régions restantes et leur conférer une "taille européenne", François Hollande souhaite les voir fusionner. Le Poitou-Charentes, le Centre et le Limousin ne formeront ainsi plus qu'un, tout comme la Basse et la Haute Normandie, la Picardie et la Champagne-Ardennes, l'Auvergne et le Rhône-Alpes, l'Alsace et la Lorraine, la Bourgogne et la Franche-Comté, et enfin le Midi-Pyrénées et le Languedoc-Roussillon"
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Se si aggiunge che si prospetta anche la soppressione dei vecchi départements (96 nella Francia metropolitana), fossi un abitante della Savoia sarei arrabbiato nero. Già oggi la Savoia conta per un quarto del territorio di Rhône Alpes ma, con poco più di un milione e 100mila abitanti, e pesa solo per un sesto sul totale della popolazione della Regione. Se ora si aggiungerà l'Auvergne, questa situazione peggiorerà ancora.
Aggiungiamo la seconda insidia: oggi la Savoie ha due Départements, che hanno cercato di integrarsi fra loro, ma se spariranno, a beneficio della Regione, quel poco di autonomia e di difesa dell'identità rischia di scomparire. Verrebbero così in Savoia polverizzate le speranze dei rari indipendentisti, dei pochi autonomisti che sperava in una Région Savoie e di chi - anche fra politici influenti - preconizzava un solo Département dai poteri rafforzati rispetto a Lyon, capitale influente e centralizzatrice.
Per la storia della Savoia, dalla preistoria ad oggi con il suo territorio e la sua cultura, questa scelta della Francia, cui è annessa solo dal 1860 (con tristezza e rimpianto dei valdostani all'epoca, vista la lunga vita comune sotto la Maison de Savoie), è davvero umiliante.
Ma l'esempio è assai istruttivo per i valdostani. Siamo abituati, per chi ci crede naturalmente, a guardare più in alto e cioè a chi si sta avviando verso strade di maggior libertà. Oggi il caso fulgido sono la Scozia e la Catalogna. Ma è bene anche guardarsi attorno in negativo per capire come l'annacquamento identitario e politico non sia un fantasma inesistente, ma che la debolezza intrinseca della nostra autonomia speciale può in un batter d'occhio farci trovare in una situazione di difficoltà. Per anni ho osservato sul punto la tattica statuale del lento soffocamento non solo con l'assedio su poteri e competenze ma anche - e in modo sempre più evidente - con il taglio alle Finanze, oggi non escludo blitz che ci facciano boccheggiare come o persino peggio dei nostri vicini e cugini della Savoia.
Savoia che, tra l'altro, deve restare strategica per la Valle Aosta e nel nostro cuore, come uno dei soggetti politici passati e futuri, per concretizzare la profezia di Emile Chanoux di una "République du Mont-Blanc", nel quadro dell'Europa di domani.

Resettare, è meglio...

Ormai necessario premere 'reset'Sarà che sono distante per qualche giorno dalla Valle d'Aosta, per cui è legittimo che non capisca bene, ma confesso che certe dichiarazioni che leggo incominciano a stufarmi, anche se - come atteggiamento mentale di questi tempi - avevo deciso di essere zen. Ma esiste una linea gialla, oltre la quale penso che sia bene esprimersi, perché ci sono circostanze in cui non è vero che «il silenzio è d'oro».
Il masochismo, tratto da una sintesi qualunque, può essere così definito: "condizioni psichica per la quale il piacere ed il soddisfacimento personale sono legati a condizioni di sofferenza fisica e umiliazione esercitati sulla propria persona da sé stessi o da altri".
Esiste anche una versione politica di questa malattia. La vedo esercitare da qualche esponente - spero minoritario - di quella che fino ad oggi è l'opposizione politica al Governo Rollandin, nel quadro di un progetto politico definito, non a caso viste le condizioni difficili in cui ci troviamo in Valle d'Aosta, "Renaissance". Tutto bene sino alle elezioni europee, che hanno permesso una campagna elettorale in comune.
Poi, subito dopo, Partito Democratico ed Alpe hanno iniziato degli incontri con l'Union Valdôtaine, che sono suonati per l'opinione pubblica come una "conventio ad excludendum" verso l'Union Valdôtaine Progressiste.
Cos'è la "conventio ad excludendum"? Anche qui prendiamo una definizione qualunque: "è una locuzione latina con la quale si intende definire un accordo esplicito o una tacita intesa tra alcune parti sociali, economiche o politiche, che abbia come fine l'esclusione di una determinata parte terza da certe forme di alleanza, partecipazione o collaborazione".
Insomma: d'improvviso qualcuno - chi in buona fede e chi no - scopre che bisogna avere anche in Valle una "grande alleanza" e che, in sostanza, si può trattare senza la forza politica più importante dell'opposizione, l'UVP, con cui si era stipulato un patto che pareva solido.
Perché? Lo spiega per prima una consigliera di Alpe: se si lavora per togliere di mezzo Augusto Rollandin è bene, specularmente, disfarsi di Laurent Viérin, perché ripropone un antagonismo Rollandin-Viérin, di cui bisogna liberarsi. Per cui gli altri fondatori di UVP, me compreso, sono dei pupazzi decerebrati. Ringrazio chi lo pensa, compreso qualche "maître à penser", che non si espone come abitudine, ma detta en cachette la linea.
E il Partito Democratico? Sembra con qualcuno perseguire una "nouvelle vague", che parrebbe già essere stata decisa a tavolino da tempo, con tappe di avvicinamento a Piazza Deffeyes, grossomodo con gli stessi inquilini di oggi. Posizione che Fulvio Centoz aveva già espresso addirittura al congresso UVP, senza alcun timore da neofita (sulla lettera a Rollandin di ieri non dico nulla, perché immagino sia apocrifa...).
Insomma, un affresco con colpi di pennello di masochismo allo stato puro e di trasformismo che non gioverebbe a nessuno. Non si può certo buttare a mare un progetto politico serio in cambio di un "prêt-à-porter", un vestitino confezionato apposta per essere eleganti in vista di una poltroncina in politica o nella propria carriera, all'ombra dello stesso Potere che si è combattuto sino a pochi giorni fa.
Sarebbe masochista farlo e lo sarebbe anche non denunciare il possibile scenario, perché va bene essere pazienti, ma proprio passare per fessi non è entusiasmante e gli schiaffoni non mi fanno godere per niente.
Va chiarito, infine, come non possa stare in piedi - perché questo sì è un comportamento da seppellire - una "politica dei due forni" di antica memoria. Espressione inventata da Giulio Andreotti per descrivere come si dovesse comportare la Democrazia Cristiana negli anni Sessanta per acquistare il pane (cioè fare la politica più congeniale ai propri interessi alleandosi con altre forze), servendosi appunto di uno dei due forni che aveva a disposizione, a seconda delle opportunità: il forno di sinistra (socialisti), il forno di destra (liberali, eventualmente anche i missini).
Comportamento che risulterebbe facile trasporre nella Valle d'Aosta d'oggi e che consentirebbe di giocare un po' qua e un po' là, a seconda delle circostanze e delle convenienze. Usarlo oggi sarebbe un inganno verso i valdostani, che seguono con stupore il gran bailamme, e si tratterebbe di un errore politico nel solco del sempre valido "divide et impera" (dividi e comanda).
Per cui, per favore, si riparta dal confronto, sale della democrazia, per il bene della Valle d'Aosta, resettando il sistema, se quel che si vuole è il Rinascimento.

Tangentopoli sempre viva

Un 'rendering' del 'Mose' di VeneziaOrmai alcuni anni fa​, il mio amico Massimo Cacciari, già sindaco di Venezia e una delle persone più intelligenti che conosca, mi aveva spiegato le ragioni tecniche per le quali considerava sbagliato e inutile il "Mose", la complessa e costosissima (sette miliardi di euro!) opera di regimazione delle acque, che dovrebbe salvare la città lagunare dalla sciagura mondiale dell'affondamento. Cacciari - onestà fatta persona - era preoccupato non solo dai manufatti macchinosi ma inefficaci e dai tempi biblici di realizzazione dei lavori, ma anche dagli appetiti che una simile opera avrebbe provocato nel tempo. Era stato buon profeta, come dimostrato dallo scandalo di queste ore, che ha portato e porterà in galera una bella fetta di politica veneta. Se si pensa che a creare preoccupazione era ancora caldo il fronte degli arresti per l'"Expo 2015" di Milano, vien da dire che l'epoca di "Tangentopoli" non ha insegnato niente e certi personaggi di allora hanno dimostrato di occupare ancora la scena con la stessa protervia. A volte, troppo spesso, tornano.
Ieri ha detto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, tenendo conto che nei fatti ci sono anche politici del Partito Democratico: «Smettiamo di dire che ci sono i ladri perché non ci sono le regole: la gente che ruba va mandata a casa. Il problema delle tangenti non sta nelle regole ma nei ladri», aggiungendo che «tutte le volte che vediamo vicende di corruzione c'è una amarezza enorme, profonda perché ti trovi di fronte a chi tradisce la fiducia dei cittadini nel buon operato e nella correttezza personale». Ha concluso: «sicuramente interverremo nelle prossime ore e giorni sugli appalti pubblici, l'anticorruzione e altri temi specifici».
Questo dei politici ladri, attirati dalla marmellata degli appalti pubblici, è un bel problema e la storia della Repubblica, ma in verità si potrebbe iniziare dall'Unità d'Italia, è costellata di casi di vario genere. Una malattia, quella della disonestà, che fissa ormai di fatto un nuovo orizzonte della politica. Prima ancora degli schieramenti e delle ideologie, bisognerebbe avere un certezza: che non ci sia spazio per chi sceglie, a destra o o sinistra o dovunque, la politica per il proprio arricchimento personale.
Par di capire che in questo, almeno per ora, ogni misura di contenimento non funzioni molto e spetti quasi sempre alla Magistratura intervenire, quando si sono ormai rotte le uova nel paniere. Ma ovviamente questo dipende - il "disvelamento" del malaffare - da Procura a Procura, da Tribunale a Tribunale e, si sa, come i tempi lunghi della Giustizia penalizzino gli onesti e consentano ai malfattori di goderne. Speriamo che alcuni comportamenti omogenei fissati dalla neonata "Autorità nazionale AntiCorruzione" - di per sé già una sconfitta per il fatto stesso di averla dovuta creare - eviteranno l'esistenza palese di diverse velocità "locali" (dalle Alpi a Capo Passero) lungo il cammino, dall'inizio delle inchieste con il ruolo prezioso delle forze di polizia sino ai processi, dell'azione penale. E che, soprattutto, si lavori di più sul punto più importante: la prevenzione. Sapendo che oggi molte norme vigenti in materia di appalti sono troppo facilmente aggirabili e dunque diventano una manna per i furbastri e i loro sodali in politica, diventando un colabrodo per la spesa pubblica.
Altrimenti, sarà sempre più breve l'attesa fra uno scandalo e l'altro. E che nessuno si lamenti poi del dilagare dell'antipolitica, quando una parte della politica risulta ancora marcia e puzza così forte che solo chi si tappi il naso o abbia il naso in legno, come quello di Pinocchio, non ne sente l'olezzo.

Turismo, concorrenza e mercato

Ogni giorno la lettura delle notizie, sempre più difficili da selezionare per l'assalto mediatico cui siamo sottoposti, riporta una realtà inoppugnabile: anche la piccola Valle d'Aosta fa parte di un sistema che ci obbliga a confrontarci con mercato e concorrenza. Considerazione banale - capisco bene - ma ho l'impressione che non sempre questa percezione esista per una visione sbagliata in molti dell'autonomia speciale, che non è una "coperta di Linus", cui attaccarsi come protezione, ma una battaglia quotidiana per non perdere terreno.
Il "Club Méditerranée" è al centro di complesse operazioni finanziarie, che potrebbero alla fine tornare a vantaggio di un controllo ancora più forte di un finanziere italiano, Andrea Bonomi. E' evidente che, se esiste questa battaglia fra azionisti, vuol dire che il turismo internazionale, nella fascia elevata che ormai il "Med" copre in prevalenza, è considerato appetibile.

Speriamo nel girone di ritorno

Pallone in campoTrovo che la vacanza, che come tutte le cose belle termina troppo in fretta, consenta quel distacco che permette di vedere le cose con la giusta distanza. Così, sul far della sera, l'arrivo - con uno scarno sms - filtrato dall'ondivaga ricezione del segnale telefonico, mi annuncia ieri, poco prima dell'aperitivo, la fine della crisi politica in Valle d'Aosta. Ma non c'è da brindare.
La settimana prossima, dopo circa tre mesi, Augusto Rollandin - ormai il più longevo dei governanti del mondo, visto che iniziò nel 1978, pur con qualche pausa non voluta - succederà a sé stesso.
Nel volgere di poche settimane, abbiamo assistito a diverse fasi nello svolgimento dei fatti. In sintesi: Rollandin cade per scelta di un consigliere, Leonardo La Torre, che annuncia la fine di un'epoca e spiega urbi et orbi - in interviste che resteranno almeno negli annali - che mai più voterà un Governo Rollandin. Amen. Pure gli assessori si dimettono, ma Augusto no. La motivazione è «spirito di servizio»...
Pare che sulla stessa posizione critica ci siano - e c'è pure chi li ha incontrati in gruppo - un drappello di unionisti pronti, finalmente, a dimostrare che «quelli della battaglia interna...» non erano un'invenzione fantasy, ma esistevano veramente. Stella Alpina, democristianianissima congerie di "ex", osserva e gioca con gli uni e con gli altri, pensando di fatto - ma non è un giudizio morale - ai fatti propri. L'opposizione, che si è fatta un mazzo in Consiglio per contrastare il Potere, mai come in questi anni solitario, si aggrega e offre un'alternativa, chiamandola speranzosa "Renaissance". Ma c'era già chi pensava e lavorava - usando anche il "divide et impera" con grande perizia - alla propria Resurrezione, altro che «passo indietro»! Sapendo anche che fra i leoni del suo movimento non ci sono, come coraggio, dei "cuor di leone": più che ruggire, quando è il momento, fanno le fusa a chi li accarezza benevolo, usando il perdono prima della zampata letale che prima o poi li colpirà.
Nel tempo, l'entente UVP - Alpe e PD scricchiola, perché - mentre si lavora al secondo piano di piazza Deffeyes sulla Giunta nuova, restyling della vecchia con qualche "old entry" - queste ultime due forze politiche ricevono qualche promessa di cambiamento, che li fa finire sotto il riflettori, ma lo spettacolo è altrove e la luce si spegne presto. Anzi, si spegne quasi in contemporanea con il ritorno di chi non era mai uscito.
Il silenziosissimo Rollandin, cui vengono inviate lettere cartacee e persino inattese attestazioni di simpatia sul Web che hanno almeno messo allegria, ha preparato, invece, con gli ingredienti a disposizione, il rimpasto.
La Rete - a parte i fedelissimi del Nostro (con la "n", non mi scappi un refuso!) che sembrano i devoti alla Madonna - se la ride in attesa di vedere, come tutti, l'"effetto che fa", come direbbe il grande Enzo Jannacci.
Il Consiglio Valle della settimana prossima promette di essere interessante: segnalo di fare attenzione alle orecchie per lo sgradevole rumore di chi si arrampicherà sui vetri. O forse in molti sceglieranno il sicuro porto del silenzio pudico. Penso che da parte degli elettori ci sarà buona memoria di tanti comportamenti, restando sempre valido il detto "ride bene chi ride ultimo".
Sul terreno restano morti e feriti (finti, perché la politica è una guerra simulata), contenti e delusi, scorrono champagne e valeriana. Tutto torna grossomodo come prima e chi vivrà vedrà, perché la Legislatura è lunga e forse la telenovela non è finita.
Per me - fatemi fare il serio almeno in una frase - la sconfitta è la Valle d'Aosta, ridotta come ben sappiamo. Sportivamente, speriamo nel girone di ritorno.

Il jukebox era social

I dischi in vinile dentro il jukeboxTrovo, come tutti quelli che si sono assoggettati in corsa alla rivoluzione digitale, assolutamente straordinario che oggi, non appena ascolti un brano musicale, te lo puoi comperare subito dopo (personalmente non "pirato" per principio), a condizione di avere una discreta connettività. Sono le comodità, ma che hanno anche un retrogusto di schiavitù, di questo mondo sempre on line, in cui ti può capitare di cercare il telefonino anche quando lo stai usando per telefonare...
Addirittura, come ormai quasi tutti sanno, se non conosci il nome del brano e chi lo canti, ci sono delle "app" (applicazioni) che, analizzandone un pezzettino, ti scodellano subito i dati necessari per la ricerca. Pian piano, tra l'altro, la tipizzazione di ciascuno di noi, come cliente per qualsivoglia tipo di mercanzia, fa sì che qualche algoritmo ti proponga di tanto in tanto l'acquisto di qualcosa che - a loro insindacabile giudizio... - dovrebbe interessarti. Ormai su questo punto la tutela dei propri dati personali è andata a farsi friggere e questa dei tuoi gusti commerciali è forse, rispetto al rischio di controllo delle mail, ormai principale strumento di comunicazione, è solo la punta dell'iceberg.
Ai tempi del Ginnasio ad Aosta, a scuola ce la ridevamo allegramente - e lui, compitissimo, direi che fingesse di non accorgersene - quando un piuttosto giovane don Luigi Maquignaz ci ammoniva con aria ieratica: «voi giovani sempre ad ascoltare la musica, perché avete paura del silenzio!».
La sua - ma non ricordo se il don all'epoca fosse progressista o conservatore - era, se ben ci penso ora, una specie di profezia, visto che rispetto all'ascolto musicale di allora è seguito, nella sua logica, un progressivo peggioramento. Nel senso che negli anni Settanta c'erano radio di tendenza, in Valle trovavo - penso su onde lunghe (anzi, no, su Onde Medie, mi corregge Christian Diemoz!) - "Radio Luxembourg", una sciccheria giovanilistica, mentre al mare in Liguria captavo in modulazione di frequenza "Radio Montecarlo", perché la "Rai" - tranne la "Hit Parade" di un Lelio Luttazzi senza tempo e con una verve triestina mitteleuropea - trasmetteva della musica orrenda, ma poi arriveranno Renzo Arbore e Gianni Boncompagni a fare la rivoluzione musicale con "Alto gradimento" ed i suoi personaggi. Questo sortirà l'epoca della radio con mangianastri, perché era molto "cult" registrare brani delle trasmissioni radio di moda oppure si usava lo strumento per mixare compilation, spesso adoperate per "fare colpo" sulle coetanee. Alla bisogna interveniva un amico che lavorasse in discoteca o nelle nascenti radio libere per avere la "cassettina" personalizzata da ascoltare in macchina. Agli esordi della mia passione al microfono della radio era un impagabile privilegio.
L'unico strumento social anzitempo, che rimpiango vivamente, era il "jukebòx", la cui versione nei bar da spiaggia o nei locali in montagna era oggetto da "compagnia", per fare amicizia e - alla bisogna - per ballare. Qualunque evoluzione ci sia stata non ha nulla della nobiltà di quello strumento ingombrante, ormai pezzo d'antiquariato come le pianole d'un tempo, che furono le antesignane meccaniche del jukebox.
Ma don Maquignaz aveva previsto il futuro, perché in successione, prima con il "walkman" e poi con "iPod" et similia, la musica nelle orecchie ha finito per essere una compagna fedele e diffusa a tutte le età, ognuno con le sue preferenze nell'ascolto. Non credo, anche se forse proprio per l'età inizio a dubitarlo, che sia, dietro l'ascolto ormai stabilizzato come fenomeno sociale, una paura del silenzio, ma certo oggi gli "spazi vuoti" e cioè anche soggettivamente silenziosi sono un'assoluta rarità. Questo comporta anche una restrizione della socialità per chi ti è intorno, se hai le cuffie piantate in testa.
La prima volta che lo dirò ai miei figli, facendo il verso al prof di religione di tanti anni fa, mi estrarrò da solo un cartellino giallo per ammonirmi...

Club Med

Uno scorcio del giardino del 'Club Med' di Napitia, in CalabriaVado, con una certa regolarità, al "Club Mediterranée" dall'inizio degli anni Ottanta, prima da single, poi in coppia e infine da papà. Ho scelto il "Med" all'inizio, avvantaggiato certo dalla conoscenza del francese, che resta la lingua ufficiale del "Tridente" (logo storico del Club), per quel clima festaiolo ed anche un pizzico trasgressivo di cui tanto si parlava. E non sono di certo rimasto deluso: ricordo momenti indimenticabili a Kemer in Turchia, quando il Paese era ancora una meta con spiagge incontaminate o la straordinaria natura di Otranto in Puglia o Djerba, quando la Tunisia non era una destinazione qualunque. All'inizio - come un marchio di fabbrica - c'era questa formula di pagamento bizzarra con palline di plastica colorate e c'erano gli spettacoli caciaroni e coinvolgenti, pieni di gioco e di scherzi, di cui la stessa televisione, non a caso, si è in parte impadronita. Trovavo assolutamente unico quel clima di cosmopolitismo, che ti consentiva, quando non era così usuale, di frequentare persone di diversa nazionalità. Era bella anche l'amicizia che nasceva fra "Go" ("Gentil Organisateur", cioè animatore) e "Gm" ("Gentil Membres", cioè il cliente), che si poteva protrarre nel tempo per il clima davvero molto familiare che si creava. Piano piano l'allargarsi del business, partendo dalla prima e artigianale struttura del 1950, ha fatto del "Med" una multinazionale che si è aperta a nuovi mercati, ampliando la formula con offerte anche meno spartane nelle strutture e differenziando i villaggi per coppie e single da quelli per famiglie. Tutto questo con alti e bassi nel successo della società. I "Go" smettono, con il passare degli anni, di essere solo dei ragazzi, in gran parte "prestati" a quel lavoro, ma si professionalizzano e "coprono" diverse fasce di età. Punti di forza restano l'animazione, gli sport, il cibo e le bevande, le escursioni e anche, laddove previsto, l'accoglienza per i bambini dai primi anni di vita. Nel caso di Napitia, in Calabria, che lascio oggi, ho visto dei mostri di pazienza e di simpatia con frotte di bimbi scatenati.
Certo molto di quell'esprit di un tempo, che creava miscele esplosive di divertimento con ricopiature di tutti i villaggi simili nati successivamente, si è spento con la logica prevalente e comprensibile del business e anche perché, come diceva Gigliola Cinquetti, «non ho l'età...».
Ma spiccano ancora oggi personaggi caratteristici. Il vecchio frequentatore, in genere parigino, ha tutti i tipi di maglia con la scritta "45" (quando nel 1995 venne festeggiato questo anniversario, da allora assurto a simbolo) e giura di aver girato tutti i Club sulla Terra. E' assolutamente da evitare perché molesto con la sua aneddotica esclusivamente centrata sulle sue gesta passate fra autocelebrazione e eventi di stampo goliardico. Vi risparmio la versione vecchio dragueur, fu playboy, che ricorda di conquiste giovanili con maratone erotiche con partner presumibilmente già morte per l'età avanzata.
Altrettanto da evitare è lo sportivo pazzo, che passa dalla ginnastica in piscina alla vela, dalla pétanque al tiro con l'arco, vestito con completini degni di un campione olimpico. Il suo sguardo è torvo, quando ti osserva spiaggiato sulla sedia sdraio d'ordinanza.
Il bulimico è un caso umano: si presenta senza freni agli impressionanti banchetti a disposizione degli ospiti per i pasti. Lui mangia tutto, creando con equilibrismi unici dei piatti che conduce con perizia sino al tavolo, dopo aver saccheggiato il buffet. Nel caffè, ovviamente, usa solo il dolcificante.
I bambini allo stato brado restano i peggiori e corrispondono a genitori, spesso inglesi, che in vacanza lasciano fare ai figli qualunque cosa, generalmente a rischio di morte. Sono il disastro del genitore che c'è in me e che vorrebbe nelle prole instillare regole di comportamento civili, ma loro - i pupi senza freni - mi rovinano la piazza.
Viva il "Med"!

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