May 2014

1° maggio

Un antico striscione per il primo maggioOgnuno penso che abbia nel cassetto una festività da sopprimere. Poi, nella logica italiana del "do ut des", tira da una parte e tira dall'altra, c'è chi si tiene la sua e digerisce la festività altrui.
Non mi metto qui a fare la storia del 1° maggio, se non ricordando che alle radici statunitensi segue, come codificazione in Europa quale festività, l'ufficializzazione della data da parte dei delegati socialisti della Seconda Internazionale, riuniti a Parigi nel 1889, con tanto di spiegone sui perché.
In Italia, se ho ben capito, la festività nel Regno d'Italia divenne operativa dal 1891 ed è sempre rimasta tale, tranne che per la soppressione nel periodo fascista, quando venne valorizzato, invece, il Natale di Roma, il 21 di Aprile, per alimentare la ridicola prosopopea del regime.
Nel 1945 torna la festività già dell'Italia liberale, che pian piano perde di velocità e diventa sempre più un giorno da gita fuori porta e da scampagnata, svaporando impegno e militanza. Le rare manifestazioni rimaste sono nel clima della ufficialità fra addetti ai lavori e con qualche curioso che segue, specie se c'è la banda musicale che fa sempre allegria.
Dal 1990 i sindacati confederali "Cgil", "Cisl" e "Uil", in collaborazione con il Comune di Roma, organizzano un grande concerto - fattosi nel tempo grandioso - per celebrare la festività, rivolto soprattutto ai giovani ed è un fatto meritevole, pensando che ormai la gran parte degli iscritti al sindacato sono pensionati, come molti al vertice... Il "concertone" si svolge in piazza San Giovanni, dal pomeriggio a notte, con la partecipazione di molti gruppi musicali e cantanti (quest'anno anche i "nostri" "Orage") ed è seguito da un gran pubblico, oltre a essere ritrasmesso in diretta televisiva dalla "Rai".
Una bellissima festa, che però è anche una capitolazione sui contenuti. Malgrado tutti gli alibi e l'aria "alternativa", che aleggia sullo spettacolo siamo sul terreno del "panem et circenses" per rinvigorire una festività decotta, in un tempo in cui, per altro, tutte le festività "civili" arrancano.
Certo un po' spiace perché se le origini ottocentesche sono negli anni dell'affermazioni dei diritto fondamentali dei lavoratori, quelli di oggi dovrebbero - con la ferocia di un calembour - riguardare il dramma del "non lavoro", cioè non solo della disoccupazione nuda e cruda, ma anche di quelle forme di precariato cronico - che si nascondo dietro il volto bonario della flessibilità - che segnano in particolare le giovani generazioni e chi, a qualunque età, si trovi espulso da un posto di lavoro a tempo indeterminato.
Certo che di questi argomenti si parla anche il 1° maggio, ma sono discorsi ufficiali che scivolano via in fretta, mentre il tema - al posto di perdere tempo con grandi voli pindarici su riforme e affini - dovrebbe essere la priorità assoluta contro povertà e disperazione, che nessun "concertone" aiuta a risolvere.

Indietro non si torna

Sono ore decisive per la politica valdostana. Non ho mai avuto problemi a scrivere di argomenti politici e trovo che sia bene esprimersi, specie se lo si fa di persona e non nascosti dietro il paravento di uffici stampa o di scribacchini.
Questa volta ho avuto un atteggiamento partecipativo ma riservato e questo non perché ci debbano essere misteri o camarille, ma perché ci sono momenti di grande concitazione, quando avvengono cambiamenti decisivi, in cui è difficile fare una fotografia esatta e qualunque "istantanea" diventa subito vecchia.

Animali selvatici e diritto

Un camoscio al 'Parc animalier' di IntrodSo bene che una delle cose più belle che si possa fare in Valle è quella di osservare in libertà e in natura gli animali selvatici. Tranne il caso di animali "artici" che più di altri soffrono sulle nostre Alpi la continua crescita delle temperature, i "selvatici" sono aumentati a dismisura e la loro osservazione, essendosi anche alcune specie animali abituate ad avvicinarsi ai centri abitati o meno prosaicamente alle discariche, è diventata più facile.
Ma questo - almeno io la penso così - non esclude che si possa, in un ambiente reale e con animali di razze autoctone, concentrare in un solo luogo un insieme significativo di specie animali, ma anche vegetali a beneficio di grandi e soprattutto di piccini. Specie i piccoli possono così essere contagiati dal virus buono per l'amore della montagna e dell'Ambiente.
Ed è quanto avviene - l'ho visitato ieri per la prima volta - nel "Parc animalier" del Comune di Introd, un paese della Valle che è un gioiello e non caso, anche grazie alla sua altimetria che propone diversi ambienti naturali secondo l'altimetria, piacque tanto a San Giovanni Paolo II e al Papa emerito Benedetto XVI (che venne solo due volte per i noti problemi cardiaci).
Fa piacere, per chi fa politica, aver la possibilità di vedere dal vivo una realizzazione che si è seguita sin dai primi passi, quando l'idea non era ancora un dossier. Me ne occupai non solo perché ero presidente della Regione, ma perché l'esperienza parlamentare mi ha lasciato il gusto di vedere se e quando un problema possa essere risolto con una norma di legge, semplice e ben scritta.
Quando si presentò la questione in un coacervo di norme non chiarissime, subito apprezzai la possibilità di fare una legge regionale e l'appiglio era recepire - nella cosiddetta fase discendente della normativa comunitaria - la legislazione europea direttamente nell'ordinamento valdostano e così avvenne.
Ma lo Stato, nella veste di qualche burocrate centralista, cui evidentemente stava sulle scatole che un'autonomia speciale si occupasse di certe materie, ricorse alla Corte Costituzionale.
Per un attimo entro nel tecnico: la legge regionale valdostana numero 34 del 2006, aveva, nelle mie intenzioni, dato attuazione alla direttiva del Consiglio numero 1999/22/CE, definendo la struttura denominata "parco faunistico" e/o "giardino zoologico" e dettando i criteri generali per l'apertura dei parchi medesimi.
La presidente del Consiglio dei ministri impugnò la legge, poiché oggetto della normativa comunitaria di settore e della normativa statale di recepimento sarebbe stata la protezione dell'ambiente, che si configura come "bene unitario, che può essere compromesso anche da interventi minori e che va pertanto salvaguardato nella sua interezza". Insomma: lo Stato non tollerava ingerenze regionali in questa materia!
Ma la Corte, pure accusando di sciatteria l'Avvocatura dello Stato, risolse il contenzioso a nostro vantaggio con queste motivazioni: "Le questioni di legittimità costituzionale, così come prospettate dal ricorrente, sono inammissibili. Il ricorrente omette di individuare puntualmente il regime costituzionale di ripartizione delle competenze rispetto al quale risulterebbe illegittima la disciplina di cui agli articoli 3 e 4 della legge regionale numero 34 del 2006, non chiarendo se a parametro delle questioni sollevate debbano ritenersi poste le norme dello statuto speciale di autonomia della Regione Valle d'Aosta (che, all'articolo 2, lettera d), attribuisce alla Regione la competenza legislativa primaria in materia di "fauna" e, all'articolo 4, stabilisce il principio del parallelismo per la titolarità delle funzioni amministrative), ovvero le norme contenute negli articoli 117 e 118 della Costituzione, relative alle Regioni ordinarie. Tale vizio di prospettazione non ha una valenza meramente formale, giacché - anche a prescindere dal mancato assolvimento dell'onere argomentativo imposto al ricorrente in forza dell'articolo 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, numero 3 (Modifiche al Titolo V della parte seconda della Costituzione), circa l'applicabilità ad una Regione ad autonomia speciale delle norme costituzionali contenute negli articoli 117 e 118 della Costituzione . esso impedisce di ricostruire l'esatto perimetro del thema decidendum, a causa del differente regime di riparto delle competenze normative e amministrative stabilito dalla Costituzione rispetto a quello previsto dallo statuto speciale di autonomia. In conseguenza di ciò, deve dichiararsi l'inammissibilità delle questioni proposte con il ricorso del presidente del Consiglio dei ministri".
Insomma, con risultato calcistico, Valle d'Aosta 1, Stato 0.
Per cui ieri mi sono goduto marmotte, camosci, stambecchi e volatili, vedendo la gioia negli occhi dei tanti bambini presenti, in barba a chi voleva che il solo "Etat Nation" ne consentisse - e, detto incidentalmente, non lo avrebbe mai fatto! - la nascita.

Politica valdostana: ingarbugliata o chiarissima

Una matassa difficile da sbrogliareIn Valle d'Aosta si è creata una situazione di paralisi politica, definita fra il serio e il faceto su "Twitter" #stalloalpino, che purtroppo più passa il tempo e più preoccupa. Preoccupa non tanto perché, durante i passaggi istituzionali a fronte di cambiamenti politici, non ci sia normalmente un periodo di "ordinaria amministrazione", che può pure essere visto dall'opinione pubblica come un "vuoto", ma non lo è, quanto perché in queste ultime ore continui colpi di scena rendono tutto di difficile comprensione e i tempi paiono dilatarsi.
Sembrava ormai assodato che martedì prossimo ci sarebbe stato un nuovo Governo, costituito - a seconda dell'esito delle trattative - dalle opposizioni (con l'unica eccezione dei "5 stelle" in posizione di eventuale "appoggio esterno") e da loro nuovi alleati o provenienti da unionisti fondanti un nuovo gruppo o dalla Stella Alpina o - tesi più praticata - da entrambi. Quel che importava - Statuto alla mano, perché la legge statutaria del 2007 non è altro, in questa parte e per chi ne capisca, che la trasposizione delle norme di rango costituzionale, mentre altra cosa è la legge elettorale - è che gli uffici del Consiglio, ma la materia è politicamente nelle mani della presidente del Consiglio, avevano chiarito che si era come all'inizio della Legislatura e non ci volesse più la mozione di sfiducia costruttiva per avere in aula un nuovo Governo.
Perché? In Valle d'Aosta il presidente della Regione non è eletto dal popolo, ma dal Consiglio e fa parte di una Giunta, che è un organo collegiale. Dimessi tutti gli assessori, cade anche il presidente, malgrado il presidente in carica le dimissioni formali non le abbia mai date, "tenendo duro", per quanto la logica e il "bon ton" istituzionale richiedesse il contrario.
Ora, invece, gli uffici del Consiglio "consigliano" - scusate il bisticcio - alla presidente del Consiglio, che evidentemente si affida a loro senza "se" e senza "ma", di richiedere la mozione di sfiducia costruttiva, dopo aver detto una cosa diversa in linea con quanto spiegato poco fa. Perché questo è avvenuto? Scrupolo costituzionale che ha fulminato alcuni d'improvviso o, come dicono le opposizioni, scelta utile per non avere in fretta un nuovo Governo regionale e consentire alla maggioranza attuale di trovare una via d'uscita per sopravvivere?
Vedremo che cosa avverrà con grande serenità, anche nel caso di elezioni anticipate che sarebbero un dolore, in termini di consenso, per chi ora "rallenta". Quel che è sicuro è che certi personaggi emersi nelle attuali vicende, con più morali (una negli incontri riservati, un'altra nelle sedi di partito e in pubblico) sono degni della penna di un Balzac. Speriamo solo che chi vive questa situazione alla fine fermi la roteante pallina della roulette e si capisca quale numero alla fine uscirà. A vincere o a perdere sarà la Valle d'Aosta, ormai in ginocchio e priva di credibilità istituzionale. Io milito per il cambiamento, che resta per ora sull'uscio e rischia di morire in culla perché chi dice «me ne vado» con occhio umido per il suo estremo sacrificio, con tanto di saluto ai giornalisti, agisce in realtà sott'acqua per restare in sella lui stesso o per delega attraverso qualche fantoccio.
La Storia farà ordine e darà i suoi giudizi.

Palestra, istruzioni per l'uso

Un pesante attrezzo da palestraSe mio nonno paterno, appassionato della ginnastica e dei bagni freddi in epoca ottocentesca, potesse vedere la diffusione attuale delle palestre ne sarebbe di certo stupito.
L'esplosione del fenomeno delle palestre è dovuto agli eccessi alimentari, alla sedentarietà e alle macchine che hanno reso più facili certi esercizi per restare o tornare in forma. Se torno indietro di molto - penso a quando andavo da ragazzino alla "Palestra Coni" di Aosta (primo uso antico del termine "palestra" era l'insieme di un immobile o la palestra scolastica), poi rasa al suolo - la palestra in seconda vera e propria era quella sorta di luogo misterioso dove vedevamo allenarsi i pesisti, esercizi che facevano pure una certa impressione. Poi c'è stato il periodo dei "palestrati", genere amici segaligni che si mettevano a far pesi e poi - con qualche pillolina di aiutino - si gonfiavano come dei tacchini.
Oggi la palestra è la normalità, ma resta il problema, che la legislazione non ha ancora risolto, di definire regole certe per non finire nelle mani di qualche macellaio.
Leggevo, giorni fa, che il Tribunale di Ivrea ha condannato a un anno e tre mesi, per omicidio colposo ed esercizio abusivo della professione, Evasio Gallo, un "personal trainer" che aveva affittato una sauna all’interno del centro "La Serra". E' stato ritenuto responsabile della morte di Monica Muresan, 32 anni, infermiera professionale di origine romena, sposata e madre di due figli. La donna, a fine gennaio del 2010, è deceduta dopo una pesante seduta di jogging e oltre tre ore di sauna, durante un "allenamento" per un dimagrimento radicale.
La "cura" consisteva in prodotti naturali, integratori, jogging e sedute di sauna. Secondo il perito del Tribunale, infatti, a causa del suo stato di obesità, l'infermiera - morta per un problema cardiocircolatorio - non avrebbe dovuto subire una dieta così severa e un ciclo di sforzi così duri.
Trovo interessante quando scritto da Massimo Nobili, vero e scrupoloso personal trainer, sul suo sito, "Anthopika":
"1 - in sauna non si dimagrisce. L’ho già ribadito più volte. In sauna si perdono liquidi, non grassi. Se usciti dalla sauna si pesa di meno è perché abbiamo perso liquidi, che bevendo, reintegriamo immediatamente, riacquisendo il peso di prima;
2 - la sauna ma ancora meglio il bagno turco, vanno fatti per un tempo limitatissimo dopo un allenamento, soprattutto se intenso e di tipo aerobico, in funzione del fatto che abbiamo già depauperato gli zuccheri a disposizione;
3 - quando i chili sono tanti (o troppi), meglio fare un programma a lunga scadenza per ottenere risultati concreti, soddisfacenti e duraturi, altrimenti il risultato sarà quello di riacquistare i chili persi con gli interessi o, nella peggiore delle ipotesi, di "cappottare";
4 - prima di affidarsi a qualcuno, personal trainer, istruttore di palestra e simili, verificate sempre le competenze acquisite! La vera esperienza, quella che dà reali garanzie alla persona di non incappare in un millantatore, non viene dallo sventolare un "attestato" preso in uno stage di due giorni, né viene dalla massa muscolare esibita dall'istruttore (che spesso è più un "D-istruttore" che altro), ma viene da una formazione concreta e costante che emerge non solo da diplomi o attestati appesi al muro, ma da una competenza che si palesa attraverso pubblicazioni, domande e risposte, spiegazioni e accrediti di altri utenti.
In un settore che ha poche regole e pochi controlli, "il gatto e la volpe" sono sempre nascosti...".

Bravo, Massimo. La tua spiegazione è un invito al legislatore certo non a intrappolare un'attività in una rete burocratica, ma ad evitare che ciarlatani, delinquenti o incompetenti si occupino con nocumento di chi va a sgobbare in una palestra per star meglio.

Internet e demagogia

Improbabili 'soldati' del WebTocca vivere stando sempre con le antenne dritte in questo mondo, in cui la bussola delle proprie certezze rischia in ogni momento di andare in tilt. Per fortuna restano idee, convinzioni e valori, che servono sempre per orientarsi nella giungla, dove vivono anche animali velenosi.
Internet è una nuova dimensione della democrazia sia perché è diventato più facile informarsi su qualunque aspetto dello scibile umano sia perché esistono delle "agorà" digitali di vario genere. Va chiarito, per non avere una visione ottimistica ottusa, che - come qualunque cosa umana - se ne può fare un uso negativo. Oltre a informazione e cultura di grande spessore, ci sono errori marchiani, baggianate colossali, palese disinformazione. E sui "social" ci sono, come nella vita, i cattivi e i cretini, che riescono a ingigantire la loro attività, per altro non rendendosi conto che la più recente giurisprudenza della Cassazione inviterebbe a qualche cautela, almeno in Italia.
Internet per la politica è una grande prospettiva. Lo è perché l'informazione gira con rapidità (con le accortezze già dette) e perché per chi faccia politica esistono la possibilità di sfruttare "contatti remoti" quali "chat" e "forum", riservati o aperti, che consentono una nuova dimensione di confronto, specie con la crisi della politica fatta di riunioni, convegni e congressi, che sentono il peso degli anni nelle versioni più tradizionali. Sia chiaro: la prossimità resta fondamentale per politici e partiti. Fa sorridere, ma fa anche pensare, chi in certi bar ha scritto cose del genere: «qui non c'è il wifi perché si parla».
Tuttavia esiste in questo uso un rischio di demagogia. Parolina settecentesca, che si riallaccia a un termine molto più antico, vale a dire "demagogo", cioè "chi acquista potere fomentando e lusingando le passioni del popolo". L'origine è dal greco "dēmagōgós", cioè "capopopolo", che è parola composta da "dêmos - popolo" e "agōgós - guida", espressione che già nell'antica Grecia - come ricordo dalle versioni del Ginnasio! - di "politicante".
Demagogia, oggi, da "Zanichelli", ha un singolare utilizzo a tre facce. Per chi governa: "degenerazione della democrazia, in cui i governanti, anche attraverso concessioni alle esigenze immediate delle masse popolari, tendono in realtà alla conservazione del proprio potere".
Per chi aspira a governare: "pratica politica consistente nell'accattivarsi il favore popolare con promesse di miglioramenti economici e sociali difficilmente realizzabili".
Poi esiste la demagogia proprio da social: "in una discussione, atteggiamento di chi cerca di accreditare le proprie tesi con affermazioni di facile presa, propagandistiche".
Ma in realtà tutti e tre i tipi di demagogia sono amplificati da Internet con le sue enormi casse di risonanza. Per cui bisogna davvero sforzarsi di stare vigili, ricordando che si tratta di uno strumento e chi finisce per pensare che la Rete sia una dimensione sostitutiva della società umana va guardato con sospetto. Certi pensieri utopisti del passato, straordinari per i semi che hanno diffuso, ogni tanto sono purtroppo serviti per far crescere la malapianta dei totalitarismi.

Guardando Renzi

Seguo, come tutti e con vivo interesse, il tentativo di modernizzazione dell'Italia avviato da Matteo Renzi.
Lo faccio in modo laico e senza preclusioni, immaginando che si tratti di un tentativo dopo il quale non so bene che cosa potrebbe esserci. Non mi soffermo sui mali di quello strano Stato che è l'Italia: sono venuti al pettine problemi datati e storicizzati, che sembrano essere arrivati addosso agli italiani come la rosa di una lupara.
Renzi ci prova con un giovanilismo pieno di entusiasmo e aprendo un sacco di fronti nella logica – immagino – dei "tanti nemici, tanto onore", specie se mettere molti nel proprio mirino possa fruttare un bottino elettorale cospicuo.

Quelli degli anni Venti

Il biglietto commemorativo di Giuseppe BielerMi è spiaciuto di non poter ricordare qui, per tempo, la morte di Giuseppe Bieler, walser di origine ormai di Brusson per larga parte, dopo tanti anni in quel Comune, di cui era stato storico Segretario comunale. Io lo avevo conosciuto bene non solo per l’amicizia che aveva con mio papà veterinario della vallata, ma anche perché era altrettanto storico segretario della locale società sciistica degli impianti di risalita della "Sitib", acronimo che era già tutto un programma: "Società incremento turistico invernale Brusson". Società nata in paese, nei soliti anni Sessanta, in cui lo sci era strumento di sviluppo e di speranza, con un piccolo skilift in un prato, vittima poi del mancato innevamento a bassa quota. Di conseguenza l'attività venne spostata più in alto, nel grazioso comprensorio "montano" del Comune ad Estoul - Palasinaz, da cui si gode di un panorama del tutto originale sulla Valle. Sono stato amministratore di quella società - oggi confluita nella "Monterosaski" - per parecchi anni ed è stata un'esperienza interessante di attività "imprenditoriale" ed anche di conoscenza delle dinamiche di una comunità piccola ma peculiare. Ero affiancato nel lavoro proprio da Bieler, funzionario d'altri tempi, direi dalla tempra asburgica, con i suoi appunti scritti a mano con la sua grafia precisa e quella saggezza antica di chi intende l'Amministrazione con la "A" maiuscola, ma anche con capacità di giudizio sferzanti, frutto direi di quella sua parte germanica. Sapeva far valere le sue idee, alzando la voce, se necessario, o con un semplice sorriso o con un'espressione del volto, persino un colpo di tosse, al momento giusto. Vecchia scuola, da cui apprendere molte cose. Ci davamo del "lei" e per me era da sempre "il Segretario", anche dopo che aveva lasciato l'incarico.
Mi manca questa generazione di persone degli anni Venti del secolo scorso, che si sta riducendo al lumicino per l’inesorabile passare del tempo. Erano uomini forgiati da famiglie ottocentesche e che, per l'incastro nelle vicende storiche, erano cresciuti con il Fascismo e poi avevano vissuto il dramma della Seconda Guerra mondiale per, infine, "surfare" negli anni difficili ma entusiasmanti del dopoguerra per giungere fino ad oggi. Da questa logica del "freddo - caldo", della paura e della gioia, della povertà e del benessere erano usciti temprati, osservando, in limine della propria vita, un mondo di cui non comprendevano più bene le coordinate, come se fossero venuti meno, in un "impazzimento" generale, una serie di punti fermi. L'ho visto con mio padre, talvolta sbalordito.
Uomini che avevano conosciuto e vissuto una Valle d'Aosta molto rurale, travolta poi in parte, nella propria civilisation più profonda, da cambiamenti epocali e sempre incalzanti, senza lasciar loro quel tempo di digestione che credo finisca per essere una caratteristica dell'anzianità rispetto ai cambiamenti. Li salvava l'esperienza, che è poi un bagaglio prezioso, che troppo spesso, con la loro scomparsa, viene come disperso, non fosse che, per fortuna, ne hanno potuto trasferire una parte nella loro educazione familiare.
In un paese, a Brusson come altrove, queste figure di "civil servant", cioè di funzionario a servizio della comunità, hanno avuto un ruolo significativo nella trasformazione, ancora in corso, dello spirito campanilistico in un municipalismo maturo.
Anche questo è uno dei lieviti del federalismo.

L'"arma" del dito medio

Il celebre 'dito medio' di Maurizio CattelanConosco bene Piero Fassino, classe 1949, sindaco di Torino dal 2011, per la semplice ragione che ci siamo varie volte incrociati nella rispettive attività politiche. Tra l’altro i "boatos" più recenti lo danno anche come un possibile candidato al Quirinale nel dopo Giorgio Napolitano.
Con me, nei diversi incontri formali e informali, è sempre stato gentile, ma certo una fama di persona un pochino spigolosa ce l'ha. Per cui che l’altro giorno, juventino di fronte a tifosi granata aggressivi, abbia fatto il segno del "suca" (che non ci vuole molto a capire cosa voglia dire, rispetto alla sfera sessuale e penso che il termine dialettale venga dal siciliano), con il suo ossuto e lungo dito medio alzato, per reagire ad aggressioni verbali e lanci di oggetti, non mi stupisce più di tanto. Forse l'unica incrinatura non è tanto la volgarità del gesto, segno di irritazione, quanto il fatto che in un primo tempo abbia smentito di averlo fatto. Ma ormai, nel tempo dei telefonini che fanno foto e riprese, meglio stare sul "chi vive".
Prima di scavare nel gesto in questione, vi farò sorridere. Per una ragione misteriosa, legata chissà a quali fattori da psicoanalisi, a un certo punto mi è capitato in pubblico, usando talvolta la tecnica di contare punti nell'illustrazione di un discorso, ho cominciato a contare l'uno, al posto del solito uso del dito pollice, inalberando il medio. Come spesso capita nella gestualità, una volta segnalatami l'inopportunità e il rischio di ilarità nell'uditorio, ho cominciato a correggermi, sapendo quanto diventi difficile farlo, quando un gesto diventa una sorta di ticchio. Ora non sbaglio più e per altro non è un gesto offensivo che rientri nelle mie corde, trovando semmai più "plastico" - e non per questo più "nobile" - il famoso "gesto dell’ombrello".
Certo che se cominci a scavare sul gesto, che in modo inequivocabile indica un invito a mettere il dito stesso in un posto evidente dove non batte il sole, specie se accompagnato da un movimento che mimi una penetrazione, non esiste dubbio alcuno sull’antichissimo significato offensivo e violento. La definizione "suca" - come dicevo - sposta l'oggetto, per i misteri delle parole che spesso sono come i trapezisti, in ambito sempre erotico, che è poi una sfera umana usata in miriadi di espressioni e di parolacce.
Scopro, ma l’ho trovato solo da "Wikipedia" e sospetto che provenga da altra lingua, che "i primi riferimenti letterari al gesto sono riscontrabili nella letteratura greca. Giulio Polluce afferma che «gli Attici danno al dito medio della mano il nome καταπῡ́γων, -ονος (katapȳ́gōn)» che designa anche una persona perversa. Anche Aristofane probabilmente allude al dito medio in varie sue opere: "Le nuvole", in cui gioca sulla parola "dattilo", la quale ha sia significato metrico, che anatomico e "La pace", in cui adopera un termine spiegato dal Suda. Diogene Laerzio afferma che Diogene, famoso filosofo cinico, dopo che uno straniero chiese di poter mirare Demostene fece il dito medio e disse «Ecco per voi questo, il demagogo d'Atene». Si prosegue: «Nel mondo latino il gesto veniva identificato come digitus impudicus ("dito impudente"). Isidoro di Siviglia, nelle sue "Etimologie" XI, 1, 71, dice che il terzo dito della mano è chiamato "impudicus" perché «sovente tramite esso si esprime ammonimento nei confronti di un'azione vergognosa (impudica)», anche se Persio fa riferimento ad un "digitus infamis". Giovenale tramite metonimia fa riferimento all'"unghia media" nei confronti della minacciosa Fortuna. L'uso di questo gesto in parecchie e differenti culture è probabilmente dovuto alla vasta influenza geografica dell'Impero Romano e della civiltà Greco-Romana". Insomma gli antichi fanno scuola anche per cose piuttosto riprovevoli.
Poi "Wikipedia" aggiunge un addendo che c'entra e non c'entra e che qui riporto: "Secondo un'altra interpretazione, il gesto del dito medio alzato risalirebbe alla Guerra dei cento anni tra inglesi e francesi: l'esercito dell'isola britannica stava vincendo la guerra con incursioni sul territorio francese. La grande arma in più dell'esercito inglese erano gli arcieri. Questi usavano il dito indice e il medio ogni volta che dovevano scoccare una freccia. Fu per questo che ad ogni arciere catturato dai francesi venivano amputate le due dita. Da questo episodio deriva il gesto denigratorio, non a caso tipico dei paesi anglosassoni, del dito medio e indice alzati con il dorso della mano rivolto all'offeso. Era questo infatti il gesto (con due dita e non con una) che gli arcieri inglesi non catturati dai francesi, mostravano agli avversari prima di ogni battaglia, la classica "V"usata ancora oggi dagli inglesi per mandare a quel paese il prossimo, da non confondersi con la "V" di "Vittoria", resa celebre da Winston Churchill, in cui ad essere rivolto verso l'esterno è il palmo della mano e non il dorso”.
Certo è che siamo dei curiosi animali, che fanno della manovrabilità e duttilità dei complessi meccanismi della mano un uso più vario, compresa gestualità che sfocia in simbolistica.
"Suca" compreso.

Contrastare il controllo del voto

Un'urna elettoraleI sistemi elettorali sono da sempre uno dei grandi problemi della democrazia. L'inventiva nel tempo non è mancata, applicata ormai a quel principio generale - dimostratosi delicatissimo da maneggiare - che è l'imprescindibile "suffragio universale". Nel caso della Valle d’Aosta per le elezioni del Consiglio Valle, ci sono stati tre periodi. Un maggioritario nel dopoguerra imposto da legge statale, un proporzionale per gran parte della storia dell'autonomia sempre con legge nazionale, corretto poi - da quando con mia modifica allo Statuto nel 1989 con ottenimento finalmente della competenza in materia - con uno sbarramento e, infine, a seguito di un'ulteriore riforma costituzionale del 2001, con meccanismi diversi a partire dall'ultima legge del 2007. Legge regionale - lo ricordo - frutto di un lavoro corale del Consiglio Valle e non parto della Giunta che presiedevo all'epoca, anche se oggi questa paternità diffusa sembra essere sparita, a fronte di quell'esito delle ultime elezioni regionali, prima applicazione delle norme, dei diciotto consiglieri alla maggioranza e dei diciassette all'opposizione, che la "lotteria elettorale" ha creato.
Oggi, fra le eventuali ragioni di evitare elezioni anticipate in Valle, spauracchio per molti, c'è anche la necessità di mettere mano alla legge per evitare che possa scattare un meccanismo di governabilità ridotta così al lumicino.
Ma in realtà a preoccupare è l'uso distorto del voto di preferenza. A me, per capirci, il voto di preferenza plurimo - tre nel caso valdostano - è sempre piaciuto di più del sistema del "Porcellum" e dell'"Italicum" in discussione ora in Parlamento, dove gli eletti sono scelti dai partiti, perché scatta l'elezione a seconda della posizione in lista e non attraverso una scelta del corpo elettorale. Sistema che, al di là delle ipocrisie, piace più o meno a tutti i partititi, che di fatto scelgono sin da subito le opportunità che ciascuno può avere nella competizione elettorale. Le preferenze consentono, invece, al cittadino di scegliere fra tutti quelli messi in lista, evitando, come avviene per le elezioni politiche, candidati di "serie A", di "serie B" e persino di "serie C".
Così è nel caso valdostano, dove non ci sono "liste bloccate", ma ci sono eguali opportunità per tutti. Ma le tre preferenze sono sotto osservazione per un uso distorto di chi voglia controllare il voto. Confesso una mia vecchia perplessità su di un controllo molto capillare del voto, scheda per scheda, da parte di rappresentanti di lista compiacenti, che poi confrontino i risultati con le promesse di voto raccolte. Promesse che possono essere cristalline o frutto, purtroppo, di scambi clientelari o di denaro. Nel senso che ritengo, dopo aver guardato i dati, che più che un controllo occhiuto sulle terne (che pure esisterà da qualche parte) vale il principio che qualcuno applica del "candidato astruso" infilato in certa zona. Se un candidato dell'alta Valle prende un certo numero di voti in un paese di una vallata della bassa Valle e viceversa, dove è un perfetto sconosciuto, diventa come una sorta di segnalatore - come un "post-it" giallo - della corrispondenza con le promesse di "squadrette" organizzate.
Come reagire? Oggi l'opposizione converge sulla preferenza unica, eventualmente affiancata ad uno spoglio comprensoriale delle schede per evitare di riconoscerne l'origine comunale e dunque impedire una "mappatura" del voto. Ricordo, però, che esiste anche una possibilità, ormai praticata in molti Paesi democratici, che è quella del "voto elettronico" (con risultati immediati alla chiusura delle urne!), da noi sperimentato in Valle - con esito assai positivo per la facilità di votare - in occasione di consultazioni comunali. Penso che questo metodo sia molto interessante per sconfiggere ogni combine anche con più preferenze. Ci sono ormai tutte le cautele possibili per evitare che i dati in qualche modo possano comportare rischi d'intromissione nella segretezza o di hackeraggio nel loro trattamento.

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