April 2014

Il 25 aprile

Un operaio mette a posto la bandiera italiana in piazza ChanouxOggi, 25 aprile, è un giorno da festeggiare. E non lo è per il solo fatto che sia una festività ufficiale per l'Italia, perché per me lo sarebbe stato a prescindere. Ricordo, per altro, che se a scegliere il giorno per ricordare la Liberazione dal nazifascismo fossero stati i valdostani, allora sarebbe stato il 28 e non il 25, visto che Aosta fu liberata tre giorni dopo quella che, invece, è diventata la data canonica.
L'antifascismo per me non è un fatto ideologico, ma - nel caso in esame - l'insieme di avvenimenti storici che non si esaurisce con i fatti di allora, ma serve come chiave interpretativa anche per il presente e riferimento per il futuro.
Una premessa prima di giungere al nodo della questione che voglio affrontare oggi. C'è stato un periodo, anche lungo, dopo il mio ingresso in politica, in cui finivo per perdere tempo nella convinzione di poter convincere della bontà delle mie idee. Mi riferisco non all'umano mondo, ma a quelli che sapevo bene che militavano convintamente altrove o peggio ancora quelli cui sapevo di essere antipatico per le ragioni più varie, comprese invidia e gelosia, brutte bestie che per altro rovinano la loro vita e non la mia. Ora penso, riferendomi a questi ultimi, che certe categorie di persone vadano semplicemente ignorate, che è poi la peggiore delle punizioni e in fondo diverte pensare che spesso finiscano per fare comunella con le loro cattiverie e sfortune.
Diverso, rispetto alla Resistenza, è il cumulo di spazzatura che nel tempo si è accumulata sulla questione e che non può lasciare indifferenti e silenti. Non ho mai compartecipato agli eccessi di retorica resistenziale, pur avendo la mia famiglia le carte in regola per farlo, ma mi indigna che pian piano si tenti di rovesciare la frittata.
Propongo qui alcuni luoghi comuni emergenti:

  • «è esistito un fascismo "buono", che ha fatto un sacco di cose giuste e interessanti, ma poi a un certo punto...». Questa vulgata si è rafforzata nel tempo, alimentata dall'oblio della realtà e dalla propaganda, ad esempio di quella parte di neofascismo "sociale" che vive di nostalgie di un "regime" inesistente, buono solo per i gonzi. Va bene che la storia la scrivono i vincitori, ma i vinti non possono cambiare la realtà;
  • «erano tutti ragazzi sia i partigiani che i repubblichini, entrambi idealisti». Non ci siamo proprio, perché con questa logica - se a vincere fossero stati i nazifascisti - avrebbe vinto il volto di una dittatura feroce, razzista e liberticida, per cui sarebbe ora di distinguere chi - con approcci diversi e pure contraddittori - combatté per la libertà e chi no. Il "volemose bene" mi repelle;
  • «ma se si condannano fascismo e nazismo va condannato anche quanto ha fatto di male il comunismo». E' un caso classico di cambio di argomento: parlo di una cosa e la forza della polemica mi porta su di un altro tavolo. Personalmente non ho difficoltà e dire e a scrivere del comunismo, ma quando parlo della Liberazione parlo di altro. Chi crede nel federalismo personalista ha sempre espresso repulsione per qualunque forma di dittatura;
  • «ma anche fra i partigiani, spesso comunisti, ci sono state violenze e ruberie». Anche questa vicenda diventa punto di forza per chi tende a sminuire la vicenda complessiva della Resistenza. Bene fa chi ricostruisce certi orrori e storture della lotta partigiana e chiede verità e chiarezza su parti oscure, ma questo non cambia l'esito finale. Il revisionismo sano non è distruttivo;
  • «è passato tanto tempo, basta con queste storie». Esemplare è questa affermazione, sempre più forte con il passare del tempo. Come se la Storia mutasse magicamente con l'invecchiamento. Mentre i fatti vanno scolpiti nella memoria proprio per non dimenticare come certe brutte bestie possono risorgere dalle proprie ceneri. Io oggi vedo in Europa fantasmi totalitari che mi fanno paura;
  • «bisogna lavorare per la pacificazione in una logica armonia fra destra e sinistra». Anche in questo caso la smemoratezza dovrebbe essere la soluzione, come se il tempo avvolgesse tutto nella nebbia. La Resistenza è stato un fenomeno che è andato dalla monarchia ai comunisti e nel caso valdostano ha assorbito un ampio mondo autonomista assente nel resto d'Italia. Ma questo non vuol dire ex post "sbianchettare" i fatti.

Mi fermo qui e chissà quanti altri punti avrei potuto aggiungere. Resta, di fondo, la consapevolezza di quanto il tempo trascorso e che trascorrerà cambierà la percezione per le nuove generazioni. Ma mi auguro che ci sarà sempre qualcuno che custodisca certi valori, perché ne va della democrazia che, tirata da tutte le parti come una coperta corta, è sempre meglio di qualunque forma di totalitarismo.
Se lo ricordi chi, in Valle d'Aosta, confonde la legittima lotta politica contro lo Stato per le molte miserie contro l'autonomia speciale - in periodo democratico - e pure le speranze federaliste annesse e connesse con la ben diversa Resistenza contro il nazifascismo. Per evitare parallelismi inopportuni sarà opportuno che, per il futuro, legga qualche libro di storia.
Aiuta.

Andare in gita

Un pinguino all'acquario di Genova, luogo di una delle mie ultime giteLa parola "gìta" risale al XIV secolo e ha un significato ben noto di "lunga passeggiata o breve viaggio, a scopo turistico o ricreativo" ed è il participio passato di "gire", cioè "andare". Mentre la definizione "gitànte" risale alla fine dell'Ottocento, quando la pratica ha iniziato lentamente ad affermarsi a strati crescenti della popolazione.
"Andare in gita" pare oggi espressione in disuso, sostituita da un terribile parto della modernità "ho fatto una vacanzina", come se la gita fosse un retaggio dopolavoristico o da scolaresca di cui ci si possa vergognare. Odio l'emancipazione fittizia del linguaggio, che usa il diserbante sulle parole ritenute non all'altezza di un lessico da birignao.
A me, invece, la gita piace. L'uso più antico che ricordi è la gita in montagna a piedi con lo zaino sulle spalle e il rito straordinario del pranzo al sacco. Ma, naturalmente, segue la gita scolastica, in un'epoca in cui la gita era parte integrante sin dalle elementari di una logica educativa, che prevedeva a tappe concentriche sempre più vaste una sorta di esercizio di autonomia infantile e poi giovanile. Non era come oggi un esercizio in via di scomparsa con la scusa della mancanza di risorse economiche, che cela invece la preoccupazione degli insegnanti per le responsabilità penali e civili crescenti con l'aumento dell'età degli allievi a fronte di genitori ormai sindacalisti dei propri figli anche di fronte ai comportamenti più maleducati e assurdi. Io ricordo con gioia le gite scolastiche: da quelle piccole escursioni in pullman ai laghi piemontesi o lombardi a viaggetti sino al museo egizio di Torino o al mare in Liguria sino ai classici Siena o Firenze e ho persino nel mio carnet una spassosa Parigi negli ultimi mesi del Liceo classico.
Ma la vera gita è quella automobilistica. Figlio, come sono, del boom motoristico degli anni Cinquanta del secolo scorso sono intriso della cultura della gita con la macchina. Mi arrivano dal passato immagini domenicali con tappa nelle vallate valdostane meno note, viaggi in Svizzera o in Francia attraverso i trafori appena aperti, le grandi città vicine come mete lungo le autostrade neonate con i grill "Pavesi" come luoghi cult di sosta. Poi naturalmente le "mie" gite, prima con il cinquantino, poi con la "Vespa 125" e poi con le auto susseguitesi nel tempo. Gite "maschili" con gli amici, gite con la "compagnia", poi con le "morose" e infine gite familiari di medio-lungo raggio.
Ancora oggi vado in gita volentieri: che sia l'escursione ad un rifugio alpino: la "scappata" a Ginevra o Annecy, che sia il ristorantino canavesano o biellese, che sia la gita "lunga" in una città d'arte e anche il "finesettimana" con l'aereo low cost, che non è ancora vacanza vera e propria. Ad assecondarmi nella pratica sorgono posti appositi per le gite: dalle vie dei saldi di città familiari come Torino alla nuova dimensione di paesi artificiali come gli "outlet", dalle escursioni culturali a mostre d'arte o a luoghi come Venaria Reale e simili ad attrazioni come "Volandia" - trionfo di mezzi aerei - a Malpensa o all'Acquario - animali marini di tutti i tipi - a Genova.
Insomma: muoversi. Grande Fernando Pessoa nell'osservare: «è in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. [...] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo».

Forza Chiampa!

Sergio Chiamparino vicino ad uno dei suoi manifesti elettoraliNel vicino Piemonte è partita la campagna elettorale per le elezioni regionali, dopo l'intrico di sentenze che ha portato alla fine anticipata della Legislatura e della Giunta di Roberto Cota, il leghista che - mi spiace scriverlo perché ho avuto sempre buoni rapporti con lui - resterà negli annali per lo sfortunato acquisto negli Stati Uniti con fondi pubblici di un paio di mutande verdi, come da colore d'ordinanza per un leghista.
In Piemonte ci sono ben sei candidati alla Presidenza della Regione. Infatti, a sfidare il favorito Sergio Chiamparino (lista "Chiamparino Presidente", appoggiato dal centrosinistra) ci saranno Mauro Filingeri ("L'Altro Piemonte" a sinistra), Davide Bono ("Movimento 5 stelle"), Enrico Costa ("Nuovo centrodestra" e "Unione di Centro"), Gilberto Pichetto ("Centrodestra per Pichetto", appoggiato da "Forza Italia") e Guido Crosetto ("Fratelli d'Italia" e "Alleanza nazionale").
A me "Chiampa", come da soprannome, piace molto e lo conosco da una vita. E' nato a Moncalieri nel 1948 e, in barba a tutte le storie giovanilistiche, è stato schierato, senza fare le primarie, per le sue qualità e non pensando ai suoi 65 anni compiuti. Eravamo assieme alla Camera dei deputati e ricordo come oggi quando uscì il suo nome come sindaco di Torino e ne parlammo assieme da buoni amici nei banchi della prima Commissione (Affari costituzionali), di cui eravamo entrambi membri. Scelse quella strada e fu sindaco di Torino dal 2001 al 2011. E' stato presidente dell'"Anci" (dal 2009 al 2011) ed è stato anche mio collega al "Comitato delle Regioni", dov'ero Capo della delegazione. Abbiamo passato dei bei momenti assieme a Bruxelles, compreso uno spassoso rientro in Italia in auto ai tempi del blocco aereo per il vulcano islandese. "Chiampa" è un autentico piemontese vecchio stampo, ironico e scherzoso, ma anche rigoroso venendo dalla vecchia scuola comunista. Dopo la politica, prima di questa nuova candidatura, è stato presidente della "Compagnia di Sanpaolo" (dal 7 maggio 2012).
Ama le montagne della Valle d'Aosta, che ha percorso da buon alpinista. Con lui alla Presidenza avremo un amico vicino di casa.
Alcune sue frasi: «Mio nonno lo chiamavano Barba Lenin, zio Lenin, per distinguerlo dalle sue tre sorelle beghine, anche se non era bolscevico ma socialista. Del Pci erano mia madre e mio padre, operaio alla "Fnet", una fabbrica di estratti tannici. Io avevo simpatie più a sinistra».
Ragioniere, laurea in scienze politiche, si occupava di econometria e poi ha raccontato ad Aldo Cazzullo: «nel 1971 la conversione al riformismo e l’ingresso nel Pci; subito su posizioni "di destra". "Il giovane più brillante era Giuliano Ferrara. Segretario della "Fgci" era Piero Fassino. Ogni sera alla birreria "Mazzini", l'unica aperta fino a tardi. La battaglia dell’80 alla "Fiat" l'abbiamo fatta insieme, e abbiamo condiviso le stesse perplessità. Ero con lui quando Enrico Berlinguer fu indotto a promettere l'aiuto del partito in caso di occupazione, e capimmo che avevamo imboccato una strada senza ritorno. La notte Piero faceva i volantini e io li portavo ai cancelli di Mirafiori. La sera dell'accordo il titolo scelto da Fassino era "doloroso ma necessario". Portai il pacco al compagno Gino della "porta 17", quella delle presse. Mi disse, in dialetto: "questi volantini te li distribuisci tu"».
Due amici della Valle d'Aosta dicono di lui. Cominciamo con Giampaolo Pansa ne parla come di un «passo tranquillo, carattere ferrigno, osso da mordere, schivo, di poche parole, sparagnino, un tantino cinico». Ecco Chiara Beria di Argentine: «un mediano che, infine, ha trovato la fantasia e lo sprint del bomber».
Un ultimo suo tocco d'umanità: «Ogni sera, non vado a dormire se prima non mi accendo un sigaro e non vado sul balcone. Guardo le finestre del cortile illuminate, vedo le sagome delle persone e, come nel romanzo "La vita, istruzioni per l'uso" di Georges Perec, cerco di immaginare la loro vita. Che farà l'ecuadoriano di fronte, e il dottore che mi abita accanto?».
Sa cos'è il federalismo e sa che esiste una «questione settentrionale», ne abbiamo spesso discusso e questo, in periodi come l'attuale, è importante.

Il "redde rationem"

Significativo avviso d'epoca in una casa di tolleranzaSono sempre stato incuriosito da chi esibisca una rocciosa sicurezza, attraverso apposite lezioncine morali, nel mostrare come si deve vivere agli altri. Anche se, come preferenza personale, mi sono sempre piaciuti di più quelli che ci pensano un attimo prima di sentenziare e questo non vuol dire essere in automatico "cacadubbi" o "sor tentenna", ma avere la cautela necessaria.
Naturalmente mi riferisco a chi sentenzia in buona fede e stupisce per la sicumera, perché c'è anche chi non lo è, e dice le cose per interesse personale, spesso senza avere né lo spessore culturale e neppure il comportamento integerrimo per farlo. Ma quella è una categoria, neppure troppo da evocare, per l'evidente ribrezzo che crea. In quel caso, va opportunamente adoperata l'espressione "marchetta", di cui spesso si è persa l'origine esatta. Si trattava del contrassegno che, nelle "case di tolleranza" (popolarmente "casini" o "bordelli"), le prostitute ricevevano per ogni prestazione erotica ai fini del conteggio della retribuzione. Penso sia chiara l'evocazione storica e di costume, sopravvissuta alla legge Merlin che nel 1958 chiuse i postriboli, perché le "marchette" - intese come prestazioni a pagamento - sono rimaste, anche applicate a professioni intellettuali che possono essere foraggiate in vario modo.
Chiunque abbia fatto politica, ha assistito, di tanto in tanto, all'uso spregiudicato della vecchia espressione in latino medioevale "mors tua, vita mea". Nel senso che c'è sempre qualcuno che si fa largo senza scrupoli nella propria attività in politica, profittando delle difficoltà altrui. Poi naturalmente l'uso del termine "morte" è un'estremizzazione macabra ma scherzosa, perché nessuno - a meno che non si tratti di un delinquente - può spingersi sino al desiderio di un trapasso vero e proprio. Penso che, almeno in Valle d'Aosta, malgrado inquietanti infiltrazioni mafiose, ci si riferisca alla legittima speranza di una "morte politica".
Chi si stupisce di un certo cinismo lo fa in malafede. Ma soprattutto chi trasforma in vittimismo le circostanze avverse fa finta di vivere nell'incantato mondo delle fiabe e gira la frittata. "Fare la vittima" è un modo straordinario per sfuggire alle proprie responsabilità. C'è chi usa il meccanismo con astuzia e chi con candore: fatto sta che ho conosciuto persone che, poste di fronte a propri comportamenti sbagliati e forieri di guai, ha sempre negato ogni responsabilità, giocando a quello sport molto italiano che è lo "scaricabarile". Ci sono sempre o un altro o altri da indicare come colpevoli.
Prendersi carico di fatti e circostanze, compresi errori e fallimenti, è la strada per essere credibili, specie nella vita pubblica. Nascondere a sé stessi e agli altri allontana solo il giorno del "redde rationem", che è poi traducibile nel più comprensibile "rendi conto".
L'espressione viene da un brano del "Vangelo" di Luca, dove si racconta di un ricco possidente che aveva affidato l'amministrazione e la gestione dei suoi beni a un terzo, dimostratosi inaffidabile e fallimentare. Perciò il proprietario dei beni lo aveva chiamato dicendogli: «redde rationem villicationis tuae: iam enim non poteris villicare», ovvero «rendimi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare».
La parabola vale come ammonimento per il Regno dei Cieli, ma più prosaicamente anche per la vita terrena.

Tagli continui sino al soffocamento

Forbici...Ah la vita! Ero un giovane giornalista televisivo quando, più di trent'anni fa, diedi nel telegiornale la notizia dell'approvazione della legge 690 del novembre del 1981 sul riparto fiscale della Valle d'Aosta. Ricordo anche i retroscena sulla firma data o non data dall'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che alla fine firmò.
Poi mi ritrovai successivamente a difendere il quadro di questo ordinamento finanziario quando divenni deputato nel 1987 e penso che la storia parlamentare dimostri come si sia sempre evitato il peggio sono a quando lasciai Roma nel 2001. Navigando - lo assicuro - molto spesso in acque pericolose e penso dando il meglio di me stesso, come avvenne con il fondo sostitutivo con il venir meno dell'Iva d'importazione con la caduta delle barriere doganali e con la sua "blindatura" con norma d'attuazione. Nel mio mandato di parlamentare europeo avevo ammonito come certe norme del "Patto di stabilità", varate da Bruxelles, sarebbero diventate un pericoloso "piede di porco" per destabilizzare la finanza del sistema autonomistico, compresa la nostra. Oggi l'evoluzione del "fiscal compact" è peggio ancora.
Penso che da presidente della Regione, fra 2005 e 2008, di avere proseguito l'azione difensiva contro ogni minaccia e di avere ammonito che avremmo avuto cattive sorprese, anche con il federalismo fiscale.
Tanto tuonò che piovve. Oggi siamo non solo a piangere sul latte versato, con regole negative nell'interpretazione del riparto (tipo i tagli continui in sua violazione e le "trattenute" in favore dell'erario dello Stato) ma personalmente non vedo la fine del gorgo che ci sta imprigionando.
Mi spiego meglio: la questione finanziaria è stata, come ho detto più volte, una terribile "garrotta" in azione. Ricordo come la "garrotta" sia il terribile strumento per eseguire una condanna a morte consistente in un anello di ferro, fermato a un palo o un asse verticale, che, progressivamente ristretto mediante viti, determina la morte per strangolamento. Strumento utilizzato in Spagna per le esecuzioni capitali, dalla fine dell'undicesimo secolo alla caduta della dittatura franchista.
Per capirci, accanto ad un attacco alla parte ordinamentale e cioè poteri e competenze, esiste la volontà - che ha avuto un'accelerazione con l'ultimo Governo Berlusconi, poi con Monti, ma anche con Letta e purtroppo con il recente "decreto Irpef" di Renzi - di impoverirci.
Questo non vuol dire solo un attacco diretto al riparto fiscale, "rapinato" un pezzo dopo l'altro, ma il fatto che la "spending review" colpirà la Valle in altri settori. Esistono rischi per gli uffici statali, per le "Poste", per l'"Aci", per la "Rai", per l'"Anas", per le Forze dell'ordine e si potrebbero aggiungere molti altri che possono essere sottoposti in Valle a tagli piccoli o letali. Si aggiungono logiche di direttive statali che possono toccare sanità, scuola, servizi sociali, settore energetico e potrei purtroppo continuare. E non parlo delle riforme costituzionali in progress che porteranno chissà dove.
Il clima preoccupa e dimostra come, a partire da un certo punto e con la stampella di certo pubblicismo, si sia percorsa una strategia studiata a tavolino di distruzione lenta ma inesorabile. Scenario difficile che stimola chi crede nell'autonomia speciale e non si rassegna e soprattutto non è disponibile a piegare la schiena.

Le tecnologie che avanzano

Un drone in voloRicordo, nelle mie sere romane, gli incontri con un valdostano ormai "romanizzato" nell'accento, pur provenendo da un'antica famiglia aostana. Parlo di Fulvio Marcoz (rassegnato a Roma a pronunciare il suo cognome «Márcoz» con la "zeta" in evidenza per evitare ogni volta di fare lo "spelling"), che è stato il primo laureato come Ingegnere elettronico proveniente dalla Valle d'Aosta al "Politecnico" di Torino. Fulvio è un uomo "savant" d'altri tempi, che mischia una profonda cultura scientifica ad una consapevolezza umanistica molto solida.
Un filone che trovavo appassionate sul suo lavoro nel "Gruppo Finmeccanica" era la conversione al settore civile delle scoperte dapprima applicate al settore militare. Ricordo come, più di una ventina di anni fa, propose - mio tramite - alla sua Regione d'origine un centro per l'utilizzo dei dati di provenienza dai satelliti, nati appunto per uso militare e poi adoperati in mille altri campi. Il presidente di allora, che è lo stesso dimissionario di oggi, non colse la straordinaria opportunità, come avvenne poi per altre occasioni, malgrado il mito da "superuomo" - addirittura di nietzschiàna memoria - che ancora qualcuno coltiva. Idem capitò per l'accordo quadro con "Finmeccanica" - auspice lo stesso Marcoz - finito nella pattumiera per evidente disinteresse o forse incomprensione delle opportunità in campo.
Ma dicevo delle tecnologie che, nate per guerre e battaglie, diventano utili per usi non violenti. Senza tornare alla notte dei tempi e al cammino dell'umanità, fatta di invenzioni perniciose volte poi in uso diverso, penso alla modernità: dal computer ad Internet, dall'aeronautica alle biotecnologie, dal radar ai tessuti sintetici e l'elenco potrebbe essere lungo e dettagliato.
Io trovo - come uno degli ultimi trasferimenti - molto interessante quell'oggetto volante, che è il drone. Nell'ottimo sito terminologiaetc.it di Licia Corbolante così si argomenta: "Il significato più antico di drone in inglese è fuco, il maschio dell’ape, da cui deriva il verbo che descrive un ronzio (e anche un parlottio monotono). Il lessicografo Ben Zimmer in "The flight of "Drone" from bees to planes" smentisce però l'etimologia popolare che il velivolo debba il nome al ronzio che produce.
L'origine è militare: negli anni '30 del secolo scorso la marina britannica aveva sviluppato un bersaglio telecomandato per esercitazioni di tiro derivato dal biplano "DH 82 Tiger Moth" ("falena tigrata") e denominato "DH 82B Queen Bee" ("ape regina"). La marina americana si era basata sul "Queen Bee" per costruire un proprio modello che in omaggio all'originale aveva chiamato "Drone" ("fuco"), continuando così il tema entomologico.
Durante la seconda guerra mondiale alla produzione di bersagli telecomandati ("target drone") si era aggiunta quella di velivoli per operazioni militari ("assault drone") che nei decenni seguenti si sono evoluti in diversi tipi di velivoli senza pilota, di dimensioni anche molto ridotte e impiegati non solo per scopi militari ma anche civili, ad esempio per monitoraggi e riprese aeree di vario tipo (e non va dimenticata la fantascienza!). E' con questa accezione generica che la parola "drone" è entrata anche nel lessico comune italiano"
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Mi scuso per la lunga citazione e ringrazio l'autrice. Osservo che questi droni possono essere preziosi per diverse formule di controllo del territorio, come avvenuto per la frana di La Saxe, e anche per l'ordine pubblico come si sta facendo a Trento, ma ancora - ma non vi tedio con il mio lavoro - possono risultare molto innovativi per le riprese televisive.
Osservavo ieri con dei coetanei come la nostra generazione, con le tecnologie innovative alle calcagna, ne ha viste e ne vedrà delle belle!

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