April 2014

Incidenti in montagna

Con l’addendo del lungo periodo, ancora insidioso per la neve in quota, che va da Pasqua sino al 1° maggio, si chiude una stagione invernale, con coda primaverile, caratterizzata sulle Alpi da moltissimi incidenti in montagna.
Ce ne sono stati di vario tipo: scialpinismo con valanga, sulle piste con urti violenti, incidenti d’alpinismo in parete e anche morti con le tute alari.
Purtroppo in molti casi non sono stati dei dilettanti a lasciarci la pelle, ma dei professionisti, comprese delle guide alpine.

Quando fra il dire e il fare...

Cristo sulla croce"Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra". Così la "Bibbia" descrive il momento drammatico – il buio – dopo la morte sulla croce di Gesù.
Il "Venerdì Santo" è dunque una giornata cupa, terribile, di disperazione per i cristiani, ma si sa che quel momento viene vissuto con la speranza della Resurrezione. Questa nostra religione, il cattolicesimo, stupisce sempre per la sua carica di profonda e straziante umanità nei momenti fondamentali, che vanno dalla vita alla morte e dopo ancora.
Nella mia esperienza, ho conosciuto persone che si rifacevano anche nella loro attività politica a valori e idee del cattolicesimo e il giudizio su di loro non è mai stato univoco. C’è chi a certi valori evangelici ha davvero uniformato la propria azione, ma ce ne sono tanti che usano il filone della Fede in una logica "acchiappavoti", specie quando non esiste corrispondenza vera fra quello che si dice e i propri comportamenti reali.
I peggiori sono quelli che si dimostrano, in politica, bugiardi e inaffidabili, persino in certi casi complici di malaffare, ma che si nascondono dietro quello che dovrebbe essere il caposaldo di una religione fondata sull’Amore, il perdono. C'è chi, squallidamente, ritiene che ci possa tranquillamente comportare male, cioè peccare (etimologicamente mettere il piede in fallo), perché tanto tutto è risolvibile con una bella confessione, che ti riporterebbe ad essere puro come un giglio. Questo in politica non è accettabile: non esiste uno smacchiatore rispetto alla morale pubblica e non c'è un'amnistia rispetto all'etica.
Così Leonardo Sciascia, in un contributo su Luigi Pirandello e la sua capacità di scavare nelle contraddizioni umane, specie di una Sicilia che diventa con lui terra universale, così scrive di «quanto drammatico e traumatico possa essere l’impatto di chi autenticamente sente e intende il cristianesimo nella sua essenza evangelica (a parte la trascendenza e la dottrina che la regge), con una realtà che di fatto visceralmente lo stravolge, lo nega. E', a guardar bene, quel che accade a Pirandello, anima naturaliter cristiana che si scontra con un mondo soltanto nominalmente cristiano».
Sono le mie osservazioni laiche, specie ricordando che proprio Sciascia ha spesso scritto di questa religiosità che finisce per diventare - con evidente paradosso - una "irreligiosità", che talvolta viene intrisa da culti esterni scenografici e magniloquenti o da ostentazioni a sproposito di una fede "materiale" per nascondere, di fatto, la realtà.
Sarebbe bene, ogni tanto, rifletterci anche rispetto alla realtà valdostana. Non si tratta di mettere nessuno sul banco degli imputati, ma diventa sempre più insopportabile avere a che fare con chi vive di immagini di cartapesta.

Papi che diventano Santi

Giovanni Paolo II durante la visita ad AyasFra un settimana diventeranno Santi due Papi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, che hanno segnato la mia generazione. Si tratta della festosa cerimonia a Roma, in Vaticano, di canonizzazione, che per la Chiesa cattolica è la sentenza definitiva con cui il Papa al momento sul soglio pontificio stabilisce che un beato venga iscritto nel catalogo dei Santi e che la sua memoria si possa celebrare nella Chiesa universale.
Il primo, Giovanni XIII, fu l'ultimo Pontefice ottocentesco - era nato nel 1881 nella bergamasca - e quando nacqui era appena diventato Papa e lo rimase sino al 1963. Non ho alcun ricordo diretto, ovviamente, se non l'immagine data da tutta quella religiosità popolare che ne fece sin sa subito il "Papa buono". Credo che la sua frase «Cari figlioli, tornando a casa, troverete i bambini: date una carezza ai vostri bambini e dite: "Questa è la carezza del Papa!"» sia stata una delle più ascoltate, a dimostrazione di cosa fosse già la televisione a partire dagli anni Sessanta. Ricordo la mia nonna materna, Ines, e la sua devozione - con tanto di santini - per questo Papa già in odore di santità, malgrado la beatificazione sia arrivata solo nel 2000. Era stato scelto, nei giochi del Conclave, come un uomo della transizione e invece segnò in modo indelebile la trasformazione della Chiesa, dimostrazione tra l'altro che chi esalta il giovanilismo come precondizione per i cambiamenti fa solo della retorica. Quel Papa non ebbe particolari rapporti con la Valle d'Aosta.
Diverso, invece, è stato il legame del secondo Santo, Giovanni Paolo II, il cui apostolato ha coperto un pezzo lunghissimo della storia contemporanea, dal 1978 al 2005. Un Papa polacco, anche lui importante per la storia della Chiesa, grande comunicatore e viaggiatore senza sosta. Scoprì nel 1986 la Valle d'Aosta durante la prima visita pastorale che un Pontefice avesse mai compiuto in Valle d'Aosta e da allora, fino a poche settimane dalla sua morte, venne in vacanza con una certa regolarità in Valle d'Aosta ed ebbi il privilegio di conoscerlo e di incontrarlo. Giunse che era un vigoroso amante della montagna, cui si devono discorsi bellissimi proprio sulla mistica della montagna, per poi lasciare l'ultima volta l'amata Valle in sedia a rotelle, nella parabola dolorosa di una vita segnata da una spietata malattia progressiva. Non volle, come ho ascoltato di persona dal suo segretario di allora Stanisław Dziwisz, oggi Cardinale della meravigliosa città Natale del Papa, Cracovia, che ci fosse su di lui accanimento terapeutico. Per lui la strada della Santità è stata molto rapida e ha seguito una spinta popolare molto forte. Personalmente potrò dire di avere incontrato un Santo e confesso che in alcune visite a Cracovia sono andato sulle tracce della sua vita, così importante non solo per la Chiesa ma per la Storia.
Parlare di queste due personalità credo che sia un buon modo per ricordare la Pasqua.

A me il cioccolato!

Il classico uovo di cioccolatoLa Tradizione è una cosa complessa e ognuno è libero, se ne ha coscienza, di scegliere le tradizioni che gli piacciono. In certi casi possono essere personalissime abitudini che assurgono a tradizioni domestiche.
Ci pensavo rispetto ad un momento divertente, quello dell'apertura delle uova di Pasqua, quando hai un bambino con l'età giusta. Non sto qui a riprendere la storia della simbologia dell'uovo, trattandosi di qualche cosa di antichissimo. Quello al cioccolato che conosciamo noi nasce, tecnicamente, all'inizio dell'Ottocento e aggiunge questa idea della sorpresa contenuta dentro il guscio concavo di sfoglia di cioccolato. La "sorpresa" è una cosa che da piccolo mette il brivido dell'inatteso e credo che ognuno abbia testato in proprio o sui bimbi come anche un oggetto insignificante, se spunta dall'uovo frantumato per cavarne il contenuto, faccia comunque piacere.
La tradizione da me è mangiarsi il cioccolato a gogò a colazione e dunque appena svegli. Visto l'abuso della sostanza, vorrei dirvi che ormai sono numerosi gli studi che dicono quanto - in dosi moderate e non è il caso di oggi... - il cioccolato faccia bene. Temo che ci possano essere altrettanti studi che dicono il contrario, ma meglio non pensarci.
In una sua rubrica, il celebre medico Umberto Veronesi ha scritto e usatelo contro chi oggi "romperà" (non le uova...): «Il cioccolato non fa male, a meno che non se ne mangi in quantità eccessiva, il che è vero per qualunque cibo. In tutta coscienza io assolvo il cioccolato dalle molte accuse che gli vengono rivolte e questo lo dico come uomo, come medico e come persona che si occupa di scienza».
Aggiunge poi: «Recenti studi hanno concluso che una giusta quantità di cioccolato è da includere nella dieta ideale per la prevenzione delle malattie cardiovascolari. Infatti è ricco di alcuni polifenoli antiossidanti, che non solo proteggono le nostre arterie, ma potenziano anche le difese immunitarie ed abbassano il rischio di tumore. (...) I grassi del cioccolato sono costituiti per un terzo da acido steatico, che non influisce sul colesterolo e aumenta la glicemia in misura molto più modesta di altri zuccheri. (...) Il cioccolato fondente è il dolce più sano che esista, perché è tutto vegetale. (...) Sul sistema nervoso svolge un'azione che possiamo definire antidepressiva ed eccitante. L'effetto eccitante è dovuto alla serotonina che è usato come farmaco ed è in grado di procurare un certo benessere psicologico in quanto rende più attiva la connessione fra cellule nervose. Non soltanto: è anche un vasodilatatore cioè aumenta il calibro dei vasi sanguigni del cervello».
Potrei deliziarvi con effetti benefici mirabolanti, compreso - tenetevi forte - il dimagrimento! Esiste, a proposito, uno studio condotto presso l’Università di Granada e finanziato dall’Unione Europea, effettuato sul più grande campione di adolescenti europei, ad oggi 1.500 in tutto, che ha dimostrato come all’aumentare dei consumi di cioccolato diminuiscano i grassi totali distribuiti sul corpo.
Meraviglioso alibi per oggi. Dateci dentro e, naturalmente, Buona Pasqua!

Veterinario d'antan

Il 'mio' MaxErano molti anni che non andavo da un veterinario. Rassicuro coloro a cui non sono simpatico: non parlo di una visita a me, ma al mio cane, Max, un pacioccone golden retriever. Da qualche settimana non sta tanto bene e aveva bisogno di una visitina e avendo sette anni incomincia, per un cane della sua razza, ad avere qualche acciacco. E' istruttivo vivere coi cani, perché il loro ciclo di vita più breve del nostro consente, nel corso della nostra vita umana, specie per i bambini, di capire meglio la ruota naturale e inarrestabile che regola la nostra e altrui esistenza.
E' incredibile come basti poco per sprofondare nel passato. Entrato nello studio veterinario, mi sono ritrovato d'incanto bambino accanto a mio padre. Tante volte, infatti, capitava che per visite per cani o gatti stessi con lui nello studiolo a piano terra della casa di Verrès. A Sandro, mio papà, non facevano impazzire i piccoli animali. Preferiva come pazienti (oltre ai suoi due figli, come capitava scherzasse) gli animali di grandi taglia, in particolare i bovini, ma non per una preferenza riguardante le bestie, ma semmai i proprietari. Aveva maturato una teoria, interessante e spassosa, sul fatto che in troppe occasioni da visitare non erano i piccoli animali da compagnia, ma i loro proprietari afflitti da manie o nevrosi. Circostanza che - per un concetto del tempo, fatto per scattare e mai per dilatarlo - altri veterinari sfruttavano infittendo le visite, ma lui non lucrava mai e curava in modo essenziale e non seguendo un filone redditizio di animali che, a suo dire, erano vittime dell'ipocondria dei proprietari.
Naturalmente questo non ha nulla a che fare con le emergenze per le quali in generale venivo chiamato come "aiutante", scoprendo la sua perizia nell'affrontare casi difficili, come cani finiti sotto una macchina o gatti caduti dal quinto piano. Mio papà era spiccio e andava al punto e era un mondo ben diverso dalle incredibili attrezzature di un veterinario di oggi. In certi casi, ho visto la sua sincera affezione per animali, quasi sempre cani, giunti al capolinea, quando - con grande partecipazione - praticava loro quell'iniezione letale, che consentiva loro di smettere di soffrire. Una lezione di vita. Coi gatti, invece, era sempre una comica: arrivavano più morti che vivi e si ripigliavamo, nella logica popolare delle "sette vite" e papà gigioneggiava sulle doti dei felini, stesi sul tavolo in marmo e che, a differenza dei cani riconoscenti, guardavano questo loro dottore con aria distaccata, se non di disprezzo.
Se devo pensare a una differenza fra allora e oggi, sta in un mondo in cui anche l'amore più grande possibile per gli animali da compagnia non raggiungeva mai certe vette di paradosso attuale. Esistono filoni di animalismo in cui il giusto sentimento per i nostri compagni di vita - parlo degli animali domestici, ma vale anche per i selvatici - raggiunge livelli di sublimazione in un gioco parossistico, che finisce nei suoi acuti per trasformare gli animali in esseri viventi buoni "a prescindere" e gli esseri umani in creature terribili "senza se e senza ma".
Ogni tanto ci vorrebbe una regolatina.

Buon viaggio, Max

Max, che se ne è andato ieriQuando sette anni fa i miei figli - all'epoca Laurent aveva undici anni ed Eugénie due di meno - mi chiesero un cane, non ebbi dubbi: lo spazio c'era e avere in casa un animale li avrebbe aiutati nella crescita. Ognuno ragiona avendo come parametro nelle scelte la proprie esperienza ed io ragionavo pensando ai "miei" cani. Del primo avevo un ricordo nebuloso: si chiamava Brik, era un cane lupo ed era stato ucciso dai ladri, all'epoca della costruzione dell'autostrada, quando io iniziavo le elementari. La seconda lupetta si chiamava, invece, Laika, come il cane lanciato nello spazio dai russi. Quel cane lupo fu mia amica e complice negli anni chiave dell'infanzia e dell'adolescenza. Le mancava solo la parola, anche se con il modulare dei suoi abbai e l'espressività degli occhi si faceva capire benissimo o almeno a me sembrava che fossi così. Morì piuttosto avanti con l'età e fu mio padre veterinario, appurato che stava morendo, a farle l'iniezione letale, mentre io le tenevo la zampa con l'impressione terribile e assieme tenera che capisse che cosa le stesse capitando con una serenità rassicurante per il suo amato padrone. Poi arrivò, anni dopo, un terzo lupo, regalatomi dal "Soccorso alpino". La chiamai Jas, cercando un nome corto e rapido, come va fatto con i cani.
Poi, appunto, arrivò il cane dei miei figli, Max, scelto in una cucciolata di golden retriever in un allevamento vicino a Cuneo. Era un minuscolo batuffolo bianco, che ci venne incontro goffo e pacioccone, facendosi scegliere. Max mi voleva bene e soffrì pure lui della mia separazione, quando lasciai la casa di Feilley. Ogni volta che tornavo a casa, mi accoglieva con grandi feste, capendo subito se lo avrei portato o no a fare una passeggiata, specie lungo il "Ru", dove nella stagione calda si infilava nel canale con aria goduta da cane acquatico quale era. Come dimostrava buttandosi in qualunque corso d'acqua, compresi i gelidi laghi alpini, dove nuotava tutto impettito con il muso fuori dall'acqua.
Se n'è andato ieri sera, fra lo strazio di tutti, senza sofferenze, dopo un periodo in cui appariva mogio. Solo l'ecografia e un'operazione chirurgica immediata hanno dato il responso: un tumore diffuso. Resta il mistero di perché non avesse perso peso e non avesse mostrato sintomi evidenti. Forse ci voleva troppo bene per mostrarsi sofferente. Una mano pietosa lo ha traghettato dall'anestesia alla morte, risparmiatogli l'agonia ormai imminente, viste le condizioni del suo fegato.
Ringrazio chi, amando i cani, mi ha scritto già ieri la sua partecipazione. E' davvero come la scomparsa di una persona cara, che ci lascia tanti ricordi. Lo avevo visto ancora ieri mattina e gli avevo allungato di straforo un pezzettino di colomba e lui mi aveva sorriso.

Dicono di noi

Io con Elena Meynet nello studio radiofonico di 'Rai Vd'A'Fa molto bene tenersi in esercizio, come faccio qui nel mio tempo libero, con la scrittura, senza essere pretenzioso, ma anche con l'uso, senza voler essere invasivo, del microfono della radio. Strumento meraviglioso per esprimersi e che non ho mai smesso di praticare negli anni. E' vero che fare la radio è come andare in bicicletta e dunque una volta imparato non si dimentica, ma tenersi "sul pezzo" fa bene e dal punto di vista tecnico non si deve stare indietro, vista l'incredibile evoluzione del mezzo ancora scosso dalla rivoluzione digitale in atto. Novità che hanno dato alla vecchia radio un nuovo smalto (pensiamo al Web e alla diffusione in digitale) e prospettive brillanti.
Oggi su "Radio1", alle 12,30 negli spazi radiofonici di "RaiVd'A", ci sarà un'intervista di Elena Meynet con il celebre big del commercio, Oscar Farinetti, patron di "Eataly", partito da Torino alla conquista del mondo e ci sarà in studio con me, rigorosamente in diretta, un fotografo-giornalista di antica famiglia aostana, Stefano Torrione. Si tratta della seconda puntata di "Dicono di Noi", divertissement su un tema serissimo: come la Valle d'Aosta venga vista dall'esterno o da "non valdostani" o da valdostani che stiano spesso fuori ed abbiano capacità di astrazione.
I temi scelti, da me appunto commentati in studio con un giornalista, sono esemplari di questo filone. La scorsa volta era stato il tema degli incidenti in montagna e della "montagna assassina" (approccio sbagliato, naturalmente) con Chicco Marcoz dell'Ansa, ma anche la bellezza e l'attrattività delle nostre montagne, con la cantante - dj Kay Rush, che di alpinismo se ne intende. Quest'oggi si parlerà di prodotti tipici, cucina et similia e degli sguardi (e delle foto) che si possono dare (e fare) a questo settore così intrinsecamente legato a turismo e agricoltura.
Sarà un ciclo breve di trasmissioni, che durerà sino alla programmazione estiva a metà giugno, ma che potrebbe essere foriera in realtà di qualche approfondimento. Che cosa si dica della Valle d'Aosta in Valle d'Aosta è banale da capire, mentre quanto venga detto di noi da fuori è interessante, ricco di spunti e certo di qualche pregiudizio. Un'immagine costruita, di cui noi - indigeni e autoctoni - dobbiamo avere consapevolezza, sia che se ne parli bene sia che se ne parli male e non è affatto vero che sia giusto quanto di andreottiana memoria e cioè «basta che se ne parli». Ogni tanto - penso alla celebre vulgata dei «ricchi e privilegiati» è bene mettere i punti sulle i per evitare un giorno di essersi pentiti di stare in silenzio ad incassare le botte.
Un tempo seguire quanto si diceva esternamente era complesso e costoso. Ci si doveva rifare, ma con tempi al rallentatore, ai ritagli dell'"Eco della Stampa", oggi basta saper pescare nel mare gigantesco del Web per trovare quasi tutto quel che si dice. E' una differenza non da poco, che obbliga a tenersi vigili, anche perché se non si ha uno sguardo attento basta un nonnulla per essere vittime inconsapevoli di fenomeni più o meno virali.
Genere il ben noto "attacco": l'inutilità o l'anacronismo della nostra autonomia speciale.

Tra stallo e attesa

La serata sulla 'Renaissance Valdôtaine' in piazza Deffeyes, sotto Palazzo regionaleChe nessuno si annoi in questi frangenti. L'appello è d'obbligo e ne scrivo volentieri, deludendo chi in vario modo (di persona, per telefono, via mail, sms o whatsapp) mi ha chiesto previsioni come se fossi un aruspice. In realtà gli avvenimenti si susseguono e bisogna farsi trascinare con curiosità dalla corrente e chi vivrà vedrà.
Nella politica valdostana - e nell'ampia pubblicistica sulla crisi, che ormai ai vecchi editoriali, che girano in tondo come le trottole, preferisce la battuta pungente da "social" - è andato in onda lo "stàllo", nella sua accezione di "situazione di immobilità, senza possibilità di soluzione". Su questo si è giocato in lungo e in largo fra allusioni di vario genere. Direi che ci siamo tutti divertiti dalle battute fulminanti, tranne chi, in grigioverde d'ordinanza, picchia duro senza alcun umorismo, perché in guerra permanente e effettiva e poco conta - lo dico con un sorriso mesto (ossimoro) - che sia sincera adesione guerriera o truppa mercenaria. I mercenari sono i più affaticati, perché nello stallo loro stanno fermi e in contemporanea - contro ogni legge della fisica - si muovono verso eventuali nuovi lidi, con lo stesso impegno dinamico dell'ape che vola di fiore in fiore, ma con il finto immobilismo di una mummia egizia.
Vedremo più avanti, con logica retrospettiva, se di stallo vero o fasullo si sia trattato e se alla fine ci sarà - mi pare possibile - una soluzione differente dalle elezioni anticipate, anzi anticipatissime.
Ma la parola "stallo" la si sarebbe potuta adoperare - pensando ai meravigliosi e istoriati stalli della Chiesa di Sant'Orso, pieni di allegorie suggestive - nella accezione parallela, quella di "ampio sedile destinato a una persona importante".
Interessante questa assonanza con la sedia, quella che si vuole tenere e quella che dovrà essere occupata. Nella volgarizzazione del potere questa storia della "poltrona" sembra diventare un'ossessione.
Ora si passa alla attesa, dal verbo "attèndere", dal latino "attendĕre - rivolgere l’attenzione". Della serie, insomma, all'erta sto!
Per gli autori dei giochi di parole segnalo una serie di derivati: di fonte militare "attendènte", da uso generale c'è "attendìbile" e il contrario "inattendìbile", ma anche l'utile "attendìṣmo".
Certo gli avvenimenti di queste ultime settimane hanno avuto il pregio di risvegliare la discussione e di dimostrare che la costanza paga. anche di fronte a situazioni che sembrano bloccate e immutabili. La goccia scava la roccia.
E, almeno per quel che mi riguarda, dal punto di vista ideale il futuro è chiaro per chi crede nell'autonomismo federalista, valendo quanto scritto da Edgard Morin, come considerazione generale: «La vraie nouveauté naît toujours dans le retour aux sources».

Déjà vu

Un tipico carruggio di GenovaIl termine "déjà vu" (espressione in francese, usata correntemente anche in italiano, che significa - come noto - "già visto") è stato inventato e utilizzato per la prima volta da Emile Boirac (1851-1917), che si interessò molto a questo fenomeno psichico, che riguarda la sensazione di aver vissuto precedentemente un avvenimento o una situazione che si sta verificando. Compreso un legame con una persona con cui, all'atto della conoscenza, si registra una misteriosa affinità, come se in un altro tempo la si fosse conosciuta.
Ne ho già scritto in passato perché mi capita ogni tanto e in luoghi diversi. Anche ieri girando per i carruggi, le strette stradine fra le case, di Genova.
Pare che il fenomeno tocchi il 50-60 per cento dell'umanità e dunque è interessante che gli scienziati se ne occupino con le teorie le più varie, evitando quel filone del paranormale che impera su Internet, che è una praterie per le stupidaggini più estreme.
Quindi lasciando perdere le storie genere reincarnazione e dunque vite vissute che giustificherebbero il fenomeno (ricordo a una cena una tizia che mi spiegò come mai ero stato un Faraone nell'Antico Egitto!) c'è chi parla di persone che generano memorie dove non ne esistono, attraverso un vero e proprio sforzo, altri parlano di un errore della memoria, chiamato "paramnesia" e cioè si ricorda un evento che non c'è mai stato oppure altri segnalano che si tratta solo di confusione con "elementi simili" a qualche cosa che abbiamo già visto.
Naturalmente di teorie ce ne sono molte di più e l'elenco sarebbe lungo. Io penso che mi capiti per due ragioni razionali: l'affinità dei luoghi per cui - pensando al mondo alpino - può capitare di trovare un angolo nuovo che ne evochi uno vecchio per ovvie ragioni di somiglianza; esiste poi il fatto che siamo, in questi nostri tempi, letteralmente bombardati da immagini, specie televisive, che possono tornarti alla memoria ed ingannarti rispetto appunto alla certezza di "avere già visto", di "esserci già stato" e anche di quella parte più inquietante "di avere già vissuto quella medesima situazione che ora si sta verificando". La tesi irrazionale, cui già accennai una volta: è impensabile che nel nostro DNA ci venga trasferita qualcosina dei nostri avi? Nel caso di Genova ci starebbe del tutto, visto che in questa città vissero per secoli, facendo la spola con la natia Moneglia, tanti Caveri. Capisco, mi fermo qui, non chiamate il "118"!
E allora fatemi finire in poesia con Giuseppe Ungaretti: «Ogni mio momento io l'ho vissuto un'altra volta in un'epoca fonda fuori di me».
Tanti autori letterari - ma ormai anche tanti film - hanno esplorato questa parte del nostro cervello e, per chi ci crede, della nostra anima.

Pensieri sulle Alpi

Uno può raccontare quello che vuole sul futuro delle Alpi, ma ci sono alcune questioni capitali che vanno affrontate e risolte.
Questo può avvenire con due movimenti contemporanei: uno, interno all'Italia, e che riguarda la vasta porzione dello spazio alpino affacciato a Sud; l'altro concerne l'intero arco alpino in una dimensione di macroregione alpina, strategia che riguarda gran parte di Paesi aderenti all'Unione europea, ma non solo, come dimostra in particolare la Svizzera.

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