March 2014

Il demone del gioco

Dettaglio di un giocatore al videopokerGuardateli, certo con discrezione, ma guardateli. Mi riferisco ai "drogati" del gioco. Li potete vedere nei bar, come ipnotizzati per ore, attaccati ad una slot machine. Oppure in coda dal tabaccaio, quando prendono fasci di "gratta e vinci" e si mettono a grattarli speranzosi. Li ho visti, in passato, in azione nel "Privé" del Casinò di Saint-Vincent, quando funzionava: c'erano persone che lasciavano sul tavolo cifre folli, senza battere ciglio.
Io non ho mai giocato, se non qualche partita a poker con gli amici da ragazzino con puntate ridicole, e talvolta mi è capitato di entrare in qualche Casinò all’estero, prefissandomi un budget con cui passare il tempo. Ma si vede che non ho il "fuoco sacro" dell'azzardo, per cui tutto finiva lì. Ma conosco chi con il gioco si è rovinato, impoverito, diventando un fantoccio nelle mani dei "prestasoldi", bugiardo nel raggranellare qualche soldo, come i drogati che vogliono la loro dose. Quando un vizio, che immagino possa essere in qualche modo addomesticato, diventa, invece, una malattia da curare per disintossicarsi.
Capisco l'obiezione: la Valle d’Aosta è sede di uno dei quattro casinò italiani e dunque, avendo anche avuto la responsabilità sulla Casa da gioco in gestione pubblica e avendo seguito tanti dossier sulla questione in Parlamento negli anni prima, sarebbe meglio il silenzio. Mi spiace, ma non ho problemi a parlarne. I casinò erano e sono un luogo chiuso e controllato, che ha anche formule di "espulsione" del cliente che diventa matto per il gioco, anche su segnalazione dei familiari o degli stessi addetti. Era un modo per aprire ad una attività, senza quel proibizionismo assoluto che avrebbe solo fatto ingrassare la malavita organizzata. Va ripensata, invece, l'apertura ai valdostani, proprio per evitare di trovarsi nella sua situazione che sto per descrivere.
Infatti, a sbracare sul gioco in Italia, ci ha pensato proprio lo Stato, diventando nel tempo il più grande biscazziere in rapporto a qualunque Paese del mondo, moltiplicando i giochi a dismisura per "pelare" i propri cittadini, con lati oscuri in certe concessioni che fanno venire i brividi. I "Monopoli di Stato" sono diventati bravissimi ad occuparsene e, quando il politico di turno a Roma ha oggi problemi finanziari per lo Stato senza soldi, spuntano nuove idee per il gioco d'azzardo pubblico e parapubblico per ingolosire i giocatori con quella che è diventata una sorta di "tassa occulta sulla speranza".
Per cui lo Stato, con buona dose di ipocrisia, si trova ad essere attento ai cittadini colpiti dal vizio del gioco (il termine "ludopatia" appare persino gentile, rispetto agli sfracelli che fa l'azzardo) e dall'altra alimenta il gioco, come se la mano sinistra non sapesse come fa la destra. Comuni e Regioni ora si muovono sul tema, avversati da lobbisti potenti e tentacolari, zigzagando fra norme di legge e ricorsi in sede amministrativa per bloccare l'eccesso di giochi. Come sempre, le sentenze dicono tutto e il contrario di tutto.
Altro che certezza della Legge! Sarebbe bene che, a fare il punto, fosse davvero il Parlamento, predisponendo un quadro legislativo certo e omogeneo che intanto decida un blocco immediato di nuove iniziative e metta la marcia indietro.
Ma basta scorrere le Finanziarie degli ultimi anni per vedere come, sul fronte delle Entrate, il gioco d'azzardo sia diventato una colonna portante dell'Italia e rinunciarci vuol dire trovare, come si dice tecnicamente, altre forme di "copertura".
Insomma, un bel pasticcio, per un'Italia che vuole "la botte piena e la moglie ubriaca"...

Il talento e il successo di Stromae

StromaePer chi ami la lingua francese e sappia come la francofonia sia, nella sua vasta gamma d'espressioni nel mondo, varia come l'abito di Arlecchino, è un piacere che anche l'Italia abbia in testa alle classifiche di vendita - complice la sua esibizione a "Sanremo 2014" - l'interessante cantante belga Stromae (nome d'arte che sarebbe, a sillabe invertite, l'italiano "Maestro", come si fa in verlan, che è una forma di argot, cioè di gergo). Chi abbia ascoltata la programmazione radio francofona di RaiVd'A, visto che ne ho la responsabilità, ha avuto già modo di ascoltarlo molte volte negli anni passati e questo ruolo culturale della nostra piccola programmazione non sarebbe male venisse riconosciuto, nella pur piccola Valle d'Aosta.
Una cartolina su Stromae, partendo dal suo vero nome, sul suo successo ormai planetario la traggo da "Le Figaro": "Le public est unanime: Paul Van Haver est un interprète bouleversant (le meilleur en somme). Le public français a été séduit par ses prestations quasiment théâtrales. On le compare parfois à Brel pour sa mélancolie à vif. On vante aussi la présence de ce corps maigre et pantelant".
Ma sul sito slateafrique.com ho trovato un articolo molto interessante di Stéphanie Trouillard, da cui vorrei trarre alcuni passaggi illuminanti. Ecco l'incipit: "Le mélange se lit sur le corps de Stromae. Des yeux vert de gris, un teint métis très clair, des oreilles de choux, des lèvres délicatement dessinées, une silhouette longiligne. Avec son 1,90 m et ses 70 kg, le jeune garçon est tout en grâce. Un physique hétéroclite qui est la combinaison de ses gènes belges et africains. Le chanteur s'appelle en réalité Paul Van Haver, du nom de sa mère flamande. De son père rwandais, qui ne l'a jamais reconnu, il n'a gardé que ses traits fins, propres aux habitants de ce petit pays d'Afrique centrale: «On ne s'est vu que quelques fois. J'ai seulement une attache avec ma culture rwandaise à travers ma tante, la sœur de mon père»".
Il Ruanda è il Paese in cui ci fu nel 1994 uno spaventoso genocidio, che si incrocia con la vita del cantante: "En regardant la télévision ou en glissant son oreille lors de réunions de famille, le petit Belge comprend que quelque chose de grave est en train de se dérouler: «Il y avait des coups de téléphone, où j'entendais "on a perdu un tel ou un tel". Mon seul souvenir, c'est que je me sentais très mal dans ces moments-là». Ce n'est que quelques années plus tard, vers l'âge de 12 ans, qu'on lui a finalement annoncé sans beaucoup de détails que son père avait été tué dans les massacres. «Quand j'ai appris sa mort, des mois après son décès, j'étais plus triste de voir ma tante souffrir d'avoir perdu un frère, que moi d'avoir perdu un père. Je n'en ai pas pleuré, ce n'est pas comme si cela m'atteignait énormément», raconte le chanteur d'une voix posée, sans exprimer d'émotion particulière".
Prosegue la giornalista, scavando nella sua vena d'autore: "Dans son tube planétaire "Alors on danse" il constate tristement: «Qui dit proches te dis deuils car les problèmes ne viennent pas seuls. Qui dit crise te dis monde dit famine dit tiers-monde». Et, dans son second succès "Te Quiero", il hurle: «Le moral bas, en haut d'un pont, d'une falaise ou d'un building, j'aurai l'air d'un con quand je sauterai dans le vide. Je l'aime à mort, je l'aime à mort».
Le chanteur refuse toutefois d'y voir un lien avec la sanglante histoire du Rwanda: «Si j'ai souffert de quelque chose, c'est plus de l'absence d'un père que de l'avoir perdu dans le génocide. Le seul côté dur que je pourrais avoir dans mes chansons, c'est uniquement le fait que ma mère nous a élevé seule et que nous étions cinq enfants. Ce n'était pas facile, mais ma mère s'est toujours démenée pour qu’on soit bien»
.
Chi abbia avuto, come me, la fortuna di vivere a Bruxelles, città europea, ma anche africana, per le conseguenze dell'immigrazione dovuta all'eredità coloniale del Paese, coglie bene la logica di questa ulteriore spiegazione: "À Bruxelles, il a côtoyé durant son enfance les autres communautés: «En général, on se réunit entre congolais, rwandais et camerounais. On écoute toujours le même style de musique, de la rumba congolaise, du Papa Wemba ou du Koffi (Olomidé, ndlr)», deux chanteurs-compositeurs congolais. Au final, l'artiste belge avoue se sentir plus africain que rwandais: «Je suis 30 pour cent rwandais, 30 pour cent congolais et 40 pour cent africain». Cette attache avec le continent de ses ancêtres est aujourd'hui renforcée par son succès".
Insomma: un fenomeno interessante, come lo sono i quartieri africani di Bruxelles, frutto di un mélange culturale in cui si ritrovano contaminazioni assai diverse e che fanno del giovane belga espressione di tanti modi di essere. E' il volto fecondo del pur discusso fenomeno della multiculturalità e spariglia le carte in un Belgio che si avvia alla divisione non sapendo, però, cosa fare di Bruxelles.
Sul palco di Sanremo, Stromae ha dimostrato la sua classe e la sua passione: non era tremebondo e pauroso come tanti artisti inventati. Lui è un Artista con la "a" maiuscola e dunque la musica è dentro di lui e la vuole esprimere e questo il pubblico, supremo giudice, lo ha capito.
Valga per Stromae quel che ha scritto il grande Jacques Brel, cui viene impropriamente accostato, se non per la "belgitude", quel senso che li accomuna di autoderisione per un'identità sfuggente: «Le talent, ça n'existe pas. Le talent, c'est d'avoir envie de faire quelque chose».
Sottoscrivo.

I venti di guerra in Ucraina

I carri armati russi trasmessi in televisioneSi può partire da molto distante, come può essere la storia apparentemente polverosa, e trovarsi di fronte ad un tornante attuale, ancora in cammino, che diventerà Storia. Augurandoci che non sia una pagina lugubre.
Il motto del "Battaglione Aosta" - e dunque degli alpini - deriva dalla guerra di Crimea del 1855, quando gli alpini non c'erano ancora e c'era una "Brigata Aosta", che con la "Brigata Torino" cantava:


"Couragi, andouma, andouma couragi piemonteis
unì nouj aitre souma cun turc, franseis, ingleis Coi russi d'la crimea
s'battruma neujt e dì
e ferm an nostra idea
J'crasrouma tutti lì.
Cristo Santo! boum... boum... boum... Souma d'Aousta,
Avanti, countacc...
E cousta l'on ca cousta
Viva j vei, viva l'Aousta"
.

Quindi, pensando che la storia contemporanea inizia, convenzionalmente, nel 1815, possiamo dire che quella guerra fu la prima del periodo storico che stiamo ancora vivendo con la presenza di soldati valdostani. Leggete anche qui.
La stessa "Brigata Aosta" combatterà, ma ben più vicino, per le guerre d'Indipendenza e nel Sud contro il brigantaggio.
Poi, con la nascita degli alpini, la partecipazione alle guerre è più nota, sino alle recenti presenze nelle "missioni di pace". Certo che, quel che vale, è proprio di come, in un mondo sempre più interconnesso, la guerra sia - rispetto agli esordi - piombata sempre di più nelle nostre case con quella rete di comunicazioni che esalta ogni fatto.
Così la Crimea - la stessa di quei soldati d'antan della canzone - torna, nella diatriba fra un'Ucraina fresca di ribellione con alcune ombre, come i neonazisti in campo, e la Russia che vuole "riprendersi" il Paese, che stava per finire sotto l'ala dell'Unione Europea. Vladimir Putin, tsar di oggi, lo fa con il cinismo del dittatore plebiscitato dal popolo e la goffaggine, come un elefante in una cristalleria, del parvenu.
Il diritto internazionale appare così, nella sua incapacità di regolare le cose e vedremo ora che cosa capiterà. Mi domando cosa sarebbe capitato in Europa se Romano Prodi, all'epoca in cui, presidente della Commissione europea, quando anch'io ero a Bruxelles, non avesse fatto la scelta coraggiosa di allargare l'Unione a tanti Paesi del defunto "Patto di Varsavia". Putin, se non fosse avvenuto, potrebbe ora scegliere di ricostruire, confidando su una sorta di impunità, quella Rete ormai, per quella scelta giusta, improponibile.
Ci pensino gli antieuropeisti vecchi e nuovi.

Sarà pure nostalgia

Il caro vecchio walkman a cassettaMi piace l'evoluzione tecnologica e ne usufruisco, cercando di stare al passo con i tempi. E' interessante notare come ci sia una sorta di accelerazione in atto, che sembra una rincorsa contro il tempo, per via di quel mondo digitale che sta invadendo la nostra quotidianità, con un rincorrersi di novità e scoperte.
Non mi sono mai sentito, neppure per un pizzico, un "luddista", che si ribelli alla modernità, come fece - povero illuso - quel Ned Ludd, l'operaio che nel 1779 distrusse per protesta un telaio meccanico. Ma il mondo, com'è facile constatare, avanzò lo stesso.
Più che rompere le macchine, l'incalzare odierno può offrirti la tentazione di far finta di niente, di lasciar perdere e di vivere "staccando la spina", come avviene per chi scelga - e ce ne sono molti - l'analfabetismo, che significa, nel fermarsi, di fatto sprofondare in un analfabetismo di ritorno. Il legame è sottile, perché la Rete presuppone anche, per un suo buon utilizzo, che ci sia una cultura pregressa e anche parallela (cioè legata a modalità tradizionali di apprendimento), altrimenti l'enormità di materiale a disposizione rischia di soffocarti, di diventare come un dedalo in cui perdersi o di darti semplicemente delle cose un'effimera infarinatura. Informazioni e nozioni scritte con l'inchiostro simpatico e destinate, dunque, a svanire in fretta.
Certo che qualche ulteriore dubbio ti viene, quando ti accorgi di come cresca, con questo uso di apparati che "sfruttano" Internet e le sue mille possibilità, una crescente riduzione di socialità. Non mi riferisco - per la mia generazione - ai rischi di un isolamento, fatto di "amicizie" più nei "social" che nella realtà, perché per quella logica ho ancora l'antidoto dell'età. Questo non esclude affatto non notare chi, invece, finisce per farsi, pian piano, assorbire dalla sola amicizia digitale, che è insinuante ma può essere vacua.
Penso ancora, come problema, alla musica e ai libri. Ci sono, purtroppo, delle perdite sul campo di "mediatori". Il lento scomparire della figura del libraio, il proprietario di libreria che conosceva i tuoi gusti e i tuoi interessi, è una mancanza terribile. E il gestore del negozio dei dischi (o di cassettine) aveva la stessa identica funzione. Oggi supplisce, ad ogni acquisto sulla Rete, un meccanismo automatico, che rileva i tuoi gusti e ti spedisce titoli e suggerimenti, ma senza quel coinvolgimento umano che fa la differenza. Sarà una nostalgia, ma anche di questo si vive, per fortuna.
Così Antoine de Saint-Exupéry: «La nostalgie c'est le désir d'on ne sait quoi...».

L'attesa per l'Ucraina

Sulle vicende dell'Ucraina si alterna l'emotività del momento, con la paura di ripiombare nella "guerra fredda" o dell'innesco di una guerra nucleare, al distacco tranquillo di chi inquadra i fatti di oggi nella rozzezza dei confini dei Paesi dell'Est e del Centro Europa, che lasciano pezzi di minoranze nazionali in altri Paesi e nel tradizionale e periodico imperialismo russo pre e post comunista.
In poche righe spero di aver fotografo la complessità e la difficoltà di usare delle scorciatoie nei fatti in corso.

L'anno della Scozia

Un tipico panorama scozzeseNelle diverse esperienze che ho fatto in politica, mi ha sempre interessato quella rete - di cui la Valle d'Aosta fa parte, nella misura in cui qualcuno se ne interessi - dei popoli europei senza Stato, per lo più caratterizzati da storia, cultura e lingua particolari.
Fra questi, ho sempre frequentato con piacere, pur non essendo mai stato in visita nella loro terra e me ne dolgo, gli scozzesi. In particolare quelli del Partito Nazionalista Scozzese, ora al governo e promotori di quel referendum che farà parlare molto della "questione scozzese".
Imparate quest'espressione, che è lo slogan degli indipendentisti scozzesi: «Alba gu bràth» (da leggere così: «àlapa ku pràah»), che è in lingua gaelica, che pure è una lingua ridotta al lumicino nella sua variante scozzese, ma è un simbolo egualmente. Il significato, tradotto, suona come «Scozia per sempre», anche se la traduzione vera sarebbe «Scozia fino al (giorno del) Giudizio».
Il referendum per l'indipendenza della Scozia dal Regno Unito si svolgerà il 18 settembre di quest'anno e, comunque vada a finire (per ora nei sondaggi prevalgono i contrari), sarà un punto a capo per il diritto all'autoderminazione dei popoli in Europa, nel quadro rassicurante, dal punto di vista democratico, dell'Unione europea.
Concordo, insomma, con chi ha detto: «E' un'opportunità da non perdere». Mi riferisco al famoso attore scozzese Sean Connery che, in una intervista al "Sun on Sunday" che non stupisce, essendo da sempre un indipendentista, appoggia la possibilità di avere una Scozia indipendente da Londra.
Il celebre interprete di James Bond, che ho incrociato una volta al Parlamento europeo, ha aggiunto: «Con la vittoria del "sì" ci sarà una rinnovata attenzione sulla nostra cultura e politica, offrendoci una opportunità senza precedenti per promuovere il nostro patrimonio culturale e la nostra eccellenza creativa».
Belle parole ed una risposta a distanza al presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, che poche settimane fa ha travalicato il suo ruolo, giudicando «estremamente difficile, se non impossibile» l'adesione di una Scozia indipendente all'Unione europea, mettendo le mani avanti anche per il futuro e analogo referendum della Catalogna verso la Spagna. Il suo ragionamento è: basta che un Paese membro dica di "no" e l'adesione si ferma, dando per scontato che qualcuno lo farebbe. Della serie: metto le mani avanti, ma così facendo danneggia gli indipendentisti.
Poi, bontà sua, ha aggiunto - ci mancherebbe altro - che comunque «spetta al popolo scozzese decidere il proprio avvenire». Appunto.

Quando speravo in un Senato delle Regioni

La mia proposta di legge del 1991Si avvicina la morte, così pare, del bicameralismo all'italiana, detto "perfetto", perché fondato sulla coesistenza di due Camere con gli stessi poteri. Sistema adottato nell’ordinamento italiano repubblicano con il Parlamento, che è la sommatoria della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica (articolo 55 della Costituzione), che esercitano assieme la funzione legislativa (articolo 70 Costituzione). Le origini del bicameralismo sono in Inghilterra nel XIV secolo per conciliare gli interessi dei nobili, che formavano la Camera dei Lords, con chi rappresentava i Comuni nella Camera dei Comuni, che ottenne poi nell'ordinamento inglese una supremazia.
Al modello inglese si contrappose quello monocamerale, affermatosi nella Francia giacobina, anch'esso provvisorio, pensando alle successive evoluzioni.
Comunque sia, fu il sistema bicamerale a prevalere negli Stati ottocenteschi, in genere con una Camera eletta dal popolo e con un'altra, il Senato, di nomina regia. Intanto il bicameralismo assumeva un diverso fondamento negli Stati federali, come negli Stati Uniti con un Senato in rappresentanza di ciascuno Stato membro negli Usa o in Germania, dove i membri del Bundesrat sono espressi dagli esecutivi dei Länder. Persino nella Quinta Repubblica francese - restando una logica giacobina e non federalista - vi è uno Senato eletto dai rappresentanti degli enti locali (elezione di secondo grado). In questi ordinamenti si realizza il bicameralismo "imperfetto" e cioè con Camere con ruoli differenziato e spesso con una certa maggior importanza di una delle due Assemblee.
In Italia, invece, come dicevo all'inizio, le due Camere svolgono identiche funzioni sia per l'evoluzione storica di parte della storia precedente, ma anche perché il doppio passaggio era una garanzia in un democrazia fragile, dopo una dittatura. Appare poi ovvio come l'attuale Senato non sia per nulla regionalistico, anche se l'articolo 57 della Costituzione parla, con ambiguità, di elezione "a base regionale".
Ora sapete del dibattito, che mira a "risparmiare" sul Senato, trasformandolo in un'Assemblea con Presidenti di Regioni e Sindaci (maggioritari come numero) e di fatto scegliendo di avere un sistema monocamerale, avendo solo la Camera dei deputati con delle funzioni parlamentari reali.
Quando nel 1991 presentai la rivoluzionaria proposta di legge costituzionale per un'Italia federale "Norme per la costituzione di uno Stato federale", che prevedeva una disaggregazione e riaggregazione dello Stato su basi federali, l'idea era quella di avere un Parlamento federale (trovare su Internet la proposta numerata 6042). Restava una Camera dei deputati di trecento membri (almeno due per Regione) contro gli attuali seicento, mentre il Senato delle Regioni era composto da dieci senatori per Regione, cinque eletti dal popolo e cinque da ciascun Consiglio regionale per un totale di duecento senatori contro gli attuali 315 (più i Senatori a vita).
Restava, per le poche ma importanti materie in capo allo Stato, una logica bicamerale nel voto delle due Camere. Oggi, dovesse essere riscritta quella proposta, dimagrirei ancora il numero di parlamentari e andrebbe scelta una formula intelligente di bicameralismo imperfetto, con materie che potrebbero essere assegnate ad una solo Camera.
Invece pare prevalga nella riforma attuale l'idea di disfarsi del Senato, annacquandolo fino a farne un medicinale omeopatico. In più creando un dualismo fra Regioni e Comuni, aggiungendo un indeterminato numero di personalità "nominate", si accoltellerebbe a morte il regionalismo e ciò mi sembra pericoloso, perché vuol dire ovviamente e di conseguenza cancellare ogni speranza federalista.
Basta esserne consapevoli.

Animali nei modi di dire

Le classiche acciugheLa cosa straordinaria dei modi di dire - e oggi ne parlo perché scopro con orrore di aver trattato solo temi "ponderosi" nell’ultimo periodo - è che li usiamo ormai in modo automatico. Tranne che càpiti, come a me, di avere un bambino di tre anni, che cerca di apprendere il linguaggio e, quando usi un’espressione curiosa, incomincia a chiedertene conto.
Specie se - di questo dirò - hanno a che fare con quella straordinaria vastità di espressioni che usiamo correntemente, avendo a che fare con il mondo animale. Faccio qualche esempio, in ordine alfabetico, di quanto ha suscitato curiosità e una serie di domande a raffica con il «perché?» come assoluto protagonista.
"Stare stretti come acciughe" o "Specchietto per le allodole" sono due espressioni che adopero spesso e che vanno spiegate con lunghi racconti di pesca e di caccia, che in genere accendono ulteriori domande nel piccolo.
Piu facile risolverla con “Essere un'aquila”, che pure può avere un significato ironico esattamente contrario all’essere intelligente, mentre spiegoni mica da ridere comportano due modi di dire per me usuali come “Credere che l'asino voli" o “Lavare la testa all'asino”, per una cosa che è inutile.
“Essere come un cane bastonato” è facilmente spendibile, così come “Salvare capra e cavoli”. Idem si può dire per “Febbre da cavallo”, mentre “Lacrime di coccodrillo” è già complesso e altrettanto si può dire per “Avere una memoria da elefante”, “Far ridere i polli” ed “Insegnare ai gatti ad arrampicare”.
“Non c'è trippa per gatti” è difficilissima e ricorda il celebre sindaco di Roma, Ernesto Nathan, che notò nel bilancio comunale la voce "frattaglie per gatti" e ne chiese spiegazione. Serviva per sfamare la colonia felina che serviva a difendere dai topi i documenti custoditi negli uffici e negli archivi capitolini. Voce cancellata, da cui nacque l’espressione in romanesco.
“Mangiare come un lupo” l’ha capita subito, perché è quel che fa, come il beneaugurale “In bocca al lupo!” Facile anche il mio “Gettare le perle ai porci” e, al risveglio, “Dormire come una marmotta” e il severo “Zitto e mosca!”.
“Vendere la pelle dell'orso prima di averlo preso” gli entrerà prima o poi in testa assieme al classico “Fare il pesce in barile” e “Prendere due piccioni con una fava”.
“Cavalcare la tigre” mi sembra prematuro, così come “La montagna ha partorito un topolino” e “Chiudere la stalla quando sono fuggiti i buoi” e anche “Fare come la volpe con l'uva”.
“Pane e volpe”, pur difficile, l’ho già spiegata...

Lo sci primaverile

Uno scatto dalla pistaMi sono goduto alcune ore in montagna, profittando della rara alta pressione in questi mesi, per cui è normale che - ricaricate le batterie, come solo l'alta montagna può fare - ne tragga ispirazione.
Confesso subito che non sarò originale, ma uso lo spazio quotidiano per dire quanto mi faccia soffrire che ormai lo sci "primaverile" (uso le virgolette, perché c'è compresa la coda dell'inverno) non sia più il must di un tempo. E pensare che, in suo favore, ci sono molti argomenti per un plaidoyer in piena regola, specie in un anno nevoso come quello che ha baciato quest'anno la Valle d'Aosta. Ma su questo conta la fortuna e personalmente mi sono divertito anche in anni avari di precipitazioni, quando si sciava alla caccia di qualunque angolo innevato, mentre si profilava la bella stagione con le giornate finalmente allungate. Un binomio che non è una contraddizione.
E invece, si sa ormai che lo sci, quando il sole inizia a scaldare con quel bronzage che non ha eguali ed è un vanto da sfoggiare, i turisti scelgono altre mete. Per questo le stazioni sciistiche chiudono presto, in molte già a fine marzo, tarando questa fine stagione coi contratti per lavoratori stagionali e di approvvigionamento dell'energia elettrica, anche quando ci potrebbero essere delle "code" di apertura per le condizioni della neve.
E' questo uno dei campanelli d'allarme da far suonare al capezzale del turismo della montagna. Già quest'inverno mi pare confermato da una constatazione di fondo: il crescente calo della clientela italiana sulle Alpi. Con un'aggiunta che chi di dovere dovrebbe approfondire, vale a dire la crisi delle "settimane bianche" sul mercato italiano e forse non è solo la crisi economica, che pure pesa, ma anche un cambio dei gusti e delle scelte. Più vacanze "mordi e fuggi", con mete diverse anche grazie agli aerei low cost, che svuotano sempre più tradizioni e costumi su cui parte degli operatori turistici si erano tarati. Questo colpisce moltissimo chi, anche nel turismo valdostano, ha un approccio conservatore e si spaventa di novità che cambiano con una velocità impressionante.
Ed invece bisogna essere rapidi a cambiare, come dei camaleonti, seguendo una clientela che segue mode e flussi un tempo impensabili. Proprio la velocità di reazione fa la differenza e si deve tenere conto del diminuire dell'intervento pubblico, che distribuendo soldi si arrogava il diritto - e ciò non sorprende - di dettare la linea. Ora che la regia scricchiola, pure per una totale assenza di "vision", è ora che gli imprenditori assumano la regia, certo non attraverso cadaveri burocratici come la locale "Chambre de Commerce", ma con forme di discussione e condivisione che permettano di agire presto e bene.
Lo sci primaverile - una delle nicchie dolenti - potrebbe essere un'opportunità.

La cittadinanza

La bandiera valdostana in piazza Chanoux ad AostaIl diritto di voto non esaurisce il dovere di cittadinanza. Questo è il punto di partenza per il futuro di una piccola democrazia, come quella valdostana, posta di fronte a sfide in cui, ogni cittadino della nostra Regione e la comunità nel suo insieme, si troveranno ad affrontare passaggi delicati, per nulla da sottostimare. Si tratta, infatti, di definire cosa sarà - e non solo per nostra volontà naturalmente - la nostra autonomia speciale.
Le Istituzioni non sono "pezzi da museo" e dunque è chiaro che - fatti salvi alcuni restyling dello Statuto e certe norme d'attuazione - il nostro sistema politico sente il peso degli anni. Ma, per una riscrittura dello Statuto, siamo fermi ad una situazione di paralisi: metterci mano, senza il "Principio dell'intesa", può significare trovarsi con un insieme di poteri e competenze ridotti rispetto alla situazione attuale. Ma star fermi comporta il rischio altrettanto grave di retrocedere anche perché altri potrebbero nel frattempo scegliere per noi.
Strana storia ed è chiaro, che se grandi responsabilità ricadono in capo agli eletti, visto che siamo in una democrazia rappresentativa, ci vuole, tuttavia, consapevolezza affinché attorno a loro, per evitare che siano dei generali senza truppe, ci sia una società civile che si spende e che interagisce. Questo lo dico subito pone le forze politiche valdostane di fronte alla necessità, per chi ce la farà, di profondi cambiamenti con partiti meno rigidi e più reattivi.
Ma fatemi tornare alla cittadinanza, tema sul quale si sono spesi moltissimi autori di diverse discipline e sarebbe velleitario riprendere il "fil rouge" da epoca antica sino ad oggi. Per cui vale la pena di concentrarci sul presente.
Quante ne abbiamo di cittadinanze? Giuridicamente direi che - scrivo da valdostano - ne abbiamo tre: esiste una cittadinanza valdostana, perché abbiamo un ordinamento valdostano; siamo poi cittadini italiani, con i conseguenti diritti e doveri; infine siamo da un ventennio anche cittadini europei a pieno titolo.
Queste diverse personalità che coabitano devono essere espressione di una vasta volontà politica, che sia supporto - ragionato e consapevole - dell'avvenire. Un "popolo bue" o cittadini buoni solo per votare sarebbero la fine di forma e di sostanza per la piccola Valle d'Aosta che, se fosse oggetto passivo, finirebbe per essere travolta dalle circostanze - spesso eccezionali o presunte tali - di questi anni travagliati.
Per cui se suona la sveglia non è un esercizio di stile - tipo adunata in una caserma - ma è la consapevolezza che i peggiori nemici, come dimostra la Storia, sono il disinteresse e la rassegnazione.

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