February 2014

Investimenti alberghieri

Campanello di un albergoQuando mi capita, com'è avvenuto in questi giorni, di stare in un "Club Med", ti rendi conto, se mai ce ne fosse stato bisogno, di come la fidelizzazione della clientela attorno ad un marchio sia un caposaldo del turismo.
Il marchio garantisce uno standard di prestazione rassicurante. Si sa che i grandi gruppi, come possono essere le catene alberghiere, tipo le diverse sigle del "Gruppo Accor" o anche formule di associazione genere "Best Western" o "Relais&Chateaux", funzionano proprio con questo meccanismo. Uno sa, a seconda delle proprie esigente, che un "Sofitel" dà una certa garanzia, mentre da un "Novotel" o un "Mercure" ci si deve aspettare altro, così come chi ha ottenuto un certo marchio deve sottostare a determinati criteri standard di qualità e questo rassicura il cliente. Specie in un'Italia, ma alla fine vale anche in Europa, dove il sistema di classificazione con le stelle è ormai obsoleto e non offre alcuna garanzia di corrispondenza con la realtà. Sono finito in vita mia in cinque stelle che erano alberghi indegni o in tre stelle superiori ad ogni aspettativa.
C'è chi ha scritto e spiegato queste cose meglio di quanto io abbia fatto in questa rapida premessa, ma certo quel che conta è, in una realtà come la Valle d'Aosta, riflettere su questi temi. L'albergo, senza nulla togliere ad altre forme d'accoglienza, resta il caposaldo del turismo. Specie se - lo dico con dispiacere - sono di fatto naufragati tutti i tentativi fatti di movimentare le seconde case. Chi si illude di trovare premialità fiscali o di qualunque genere per evitare che siano "letti freddi", come si dice in gergo per lo scarso utilizzo, rispetto ai "letti caldi" alberghieri, si tolga le illusioni. So che altrove è stato fatto, ma chi possiede una seconda casa in Valle d'Aosta non sembra reagire bene alla possibilità di utilizzo periodico della sua proprietà in montagna.
Così gli alberghi restano fondamentali e la legislazione regionale vantaggiosa per costruzioni e ristrutturazioni - oggi nel vortice dei "tagli" - ha funzionato a singhiozzo fra storie di successo e fallimenti. Il blocco del pagamento dei mutui ha per ora, tra l'altro, congelato situazioni difficili, che prima o poi verranno al pettine. Taccio, per carità di patria, sulle scelte progettuali e imprenditoriali del "Resort & Casinò" e evito di fare l'uccellaccio del malaugurio. Temo non ce ne sia bisogno.
Fra le storie di successo ci sono gestioni familiari che in modo accorto si sono legate a marchi internazionali, ma mancano invece investimenti diretti di grandi gruppi alberghieri di chiara fama, che non investono in Valle d'Aosta. Perché siamo così scarsamente attrattivi? Come mai località importanti, ma anche stazioni minori, non vedono investitori che si presentino da noi?
Non so bene perché e qualche approccio, quando mi occupavo di turismo in Regione, l'avevo avuto, agendo con prudenza perché parte del mondo alberghiero valdostano vede con sospetto l'eventuale arrivo di competitor di peso. Mentre molte esperienze alpine dimostrano che certe firme agiscono da traino per tutto il sistema.
L'impressione è che, alla fine, la mancanza di interesse sia nella scarsa redditività dell'investimento e, per chi agisce sul mercato internazionale, anche il "rischio Italia", che rende lente le decisioni amministrative e pieni di incognite aspetti decisivi come fiscalità e costo del lavoro. Noi di nostro ci mettiamo del nostro con piani regolatori comunali macchinosi e incomprensibili nei tomi di accompagnamento.
Eppure per la piccola Valle d'Aosta avere qualche investimento in più sarebbe importante.

Attenzione alle parole

I parlamentari del 'Movimento 5 stelle' con i bavagli alla CameraAncora per pochi giorni guarderò l'Italia dall'estero, solo con l'uso dI Internet. Ormai puoi trovarti in qualunque angolo del mondo, senza più avere quelle forme di parziale isolamento dalle notizie del passato. E' un bene ed un male, perché finisci per seguire tutte quelle preoccupazioni che aleggiano su di un futuro assai difficile da prevedere. Si naviga "a vista", senza una mappa che ci conforti. Sono da ammirare (o, in alternativa, da prendere a calci nel sedere) quelli che, invece, appaiono granitici nelle loro certezze: le ideologie assolutiste sono una corazza che, alla fine, ti imprigiona.
Stupisce sempre - e sarà forse il fatto di aver più tempo libero per pensarci - il grado estremo di contraddizioni della politica italiana, in cui oggi convivono, in una dimensione stridente, tentativi di dialogo politico, di cui la legge elettorale è esempio eminente e, dall'altra, il fenomeno di presenza in Parlamento di chi, pur vivendo nel sistema, inneggia alla logica antisistema. Insomma, tutto e il suo contrario. Non è un fatto inconsueto, semmai è nuova la carica virulenta e l'effetto moltiplicatore dei social media, che pure non sono la vita reale e chi pensa ad una "democrazia digitale" dipinge forse una tendenza, ma non la situazione attuale.
Certo i comportamenti istituzionali nelle Camere definiscono - come uno dei marcatori possibili - la qualità di una democrazia, ma anche delle forze politiche e dei singoli eletti. Gli scontri verbali van bene, ma esistono, anche nelle battaglie oratorie più feroci, dei limiti da non travalicare, come avviene con l'uso di espressioni volgari o offensive. Così come mai può altrettanto essere accettato, in un'Assemblea parlamentare, l'uso della violenza fisica, perché il parlamentarismo nasce come luogo di confronto politico nella speranza di sostituire forme di scontri violenti con la mediazione che simula le battaglie in un emiciclo. Nella storia parlamentare - e in parte ne sono stato spettatore - ci sono stati momenti caldi fatti di eccessi, ma sono pagine da dimenticare e nessuna persona sensata può oggi giocare con il fuoco.
Per carità, in una democrazia gli spazi di confronto devono essere davvero aperti, ma l'uso fuori dal contesto storico di parole chiave della storia italiana finisce per essere un esercizio sbagliato e persino fuorviante. Prego tutti di lasciare stare le parole, specie quando un loro uso strumentale rischia di creare solo di sollevare dei gran polveroni in un'Italia senza memoria collettiva e coscienza storica. Sarebbe bene, in certe circostanze, non rifarsi esclusivamente al passato, ma avere la forza di trovare chiavi di lettura attuali, perché la Storia insegna ma non si ripete mai in modo uguale.
La riflessione è d'obbligo, guardando a Roma e a certi spettacoli miserandi. Sconcerta l'uso di termini come «fascisti» contro gli eccessi del "Movimento 5 stelle" e, di rimando, l'autodefinizione, datasi dai grillini stessi, di «partigiani», persino con l'uso fuori tema della celebre canzone della Resistenza, "Bella ciao". Le parole vanno adoperate in modo responsabile, perché sono monete preziose che rischiano, descrivendo fenomeni ben situati nel tempo, di essere facilmente svalutate sul mercato della chiacchiera. Certo non si può pensare che in Italia si possa vivere solo sull'insulto o della battuta fulminea o sull'"okkupazione" come strumento multiuso.
Speriamo che il "buio oltre la siepe", cioè - ricordando il titolo di un romanzo diventato un celebre film dal finale speranzoso - si dimostri migliore di quanto invece temiamo, come avviene nel buio attuale, con le tante paure che proprio l'ignoto alimenta.

Turismo e trasporti

Per la scelta delle proprie vacanze, un elemento importante per la definizione della destinazione finale, sono i trasporti. Più il raggiungimento della località risulta facile e non faticoso e più crescono le sue quotazioni, che poi naturalmente si basano su altri elementi importanti, su cui sorvolo per restare in tema.
Oggi, in Valle d'Aosta, un turista può arrivare in tre modi: in auto (o in pullman se in gruppo o in gita), in ferrovia o in aereo. L'auto o un altro automezzo è utilizzabile su corta o media distanza e su questo mezzo pesano i costi crescenti del carburante e i prezzi proibitivi - e comunque più alti di tratte in zona alpina simili - delle nostre autostrade.
Aggiungiamo che se uno decidesse di usare pullman di linea farebbe i conti con l'assenza ormai di corse con le grandi città come Torino (compreso iil soppresso collegamento con l'aeroporto di Caselle) o Milano.

La poesia e gli "Ossi di seppia"

Eugenio MontaleLa poesia l'ho scoperta a scuola. Oggi, tra l'altro, capisco anche quell'imposizione di imparare a memoria i versi, che mi pareva odiosa, ed invece serve molto come esercizio e torna utile per la propria cultura. A scuola poi, ai tempi del Liceo, mi piacevano molti i classici latini e greci e, non avendo ancora coscienza di come certi sentimenti umani attraversino le epoche, ero stupito della loro modernità e della vicinanza con certi miei pensieri. Poi - specie quando avevo cominciato a pensare di fare il giornalista radiotelevisico - quando c'era da leggere in classe qualcosa (tipo Dante Alighieri o, che so, Giacomo Leopardi) lo facevo volentieri, dandomi un tono profondo all'Arnoldo Foà. Ricordo, sempre nella memoria giovanile, ma dovevo essere ben più piccolo, quando venne trasmessa l'Odissea in riduzione televisiva, un vecchissimo Giuseppe Ungaretti (poeta che poi ho amato) leggeva pezzi dell'opera di Omero. Non era una lettura da attore, ma sofferta e direi "semantica", per quello scandire così espressivo e antico.
Ma il mio preferito resta Eugenio Montale, che doveva avere, accanto ad una genialità indiscutibile, un carattere terribile. Uomo senza compromessi, come dimostrato dal prezzo, povertà compresa, pagato per il suo antifascismo.
Quando facevo Terza media, per merito di una professoressa di Lettere di origine genovese, scoprii alcune poesie di "Ossi di seppia", la prima raccolta del poeta, risalente al 1925. Per chi, come me, aveva passato tutte le estati, da giugno a settembre, in Liguria - nella materna Imperia, già cara a Casa Savoia, quando erano ancora divisi Oneglia e Porto Maurizio - questo suo scrivere del mare e della terra ligure erano utile per capire quei luoghi che, nella poesia, assumono naturalmente un valore universale.
Il caso vuole che, in questi giorni, abbia trovato e letta interamente, quella raccolta e, con maggior coscienza, abbia ritrovato quanto mi era piaciuto, senza capire fino in fondo. Sapendo - e questo al "Classico" si capisce subito - che nella poesia resta sempre uno spazio di interpretazione soggettiva, perché i versi cadono su ciascuno di noi per quel che siamo e per il bagaglio che ci portiamo dietro.
La spiegazione di perché "Ossi di seppia" è in quel passaggio:
"Oh allora sballottati
come l'osso di seppia dalle ondate
svanire a poco a poco"
.
Ma sono proprio le invenzione linguistiche ad avermi sempre stupito, come quell'effetto di luccichio del mare, che così diventa in alcuni versi: "Lameggia nella chiaria
la vasta distesa, s'increspa, indi si spiana
beata
e specchia nel suo cuore vasto codesta
povera mia
vita turbata"
.
E quella conclusione in Scirocco, cui ho pensato tante volte, vedendo le acrobazie dell'agave:
"ora sono io
l'agave che s'abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d'alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce
e nel fermento
d'ogni essenza,coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento"
.

Il vecchio Walt

Il monumento a Walt Disney al 'Walt Disney World Resort'Il caso vuole che mi trovi negli Stati Uniti ad Orlando, in Florida, nel cuore del regno creato dalla Disney, più o meno negli stessi giorni in cui in Italia esce un documentario che racconta del legame di Walt Disney (1901-1966) con l'Italia e a breve uscirà anche il film che riassume la sua vita, impersonata sullo schermo da Tom Hanks.
Il fondatore del Gruppo è stato un artista geniale e innovativo, partito dai cartoni animati per creare un Impero multimediale (che è sopravvissuto alla sua scomparsa e si è adeguato al digitale), ma non ha avuto nel suo lavoro una logica isolazionista, guardando all'Europa con un vivo interesse. L'aneddoto più divertente sull'Italia riguarda la sua visita, in occasione delle celebrazioni nel 1961 del centenario delll'Unità d'Italia, agli stabilimenti "Fiat" a Torino e come avrebbe potuto non farlo, visto che la macchinetta più importante in Italia era stata la... "Topolino"?
Sono già stato alcune volte a "Disneyland Paris", ma qui a confronto siamo al gigantismo esasperato, visto che il "Walt Disney World Resort" è un complesso, risalente come origini al 1971, di ben quattro grandi parchi tematici, Si tratta - ma ne visiterò solo una parte nel breve soggiorno - del "Magic Kingdom Park", dell'"Epcot Center", dei "Disney's Hollywood Studios", ed del "Disney's Animal Kingdom". Ma il "World Resort" è anche molto altro - un resort nel vero senso del termine e non una definizione appiccicata - fra alberghi, ristoranti, esercizi commerciali e parchi acquatici e copre un'area di 122 chilometri quadrati, dunque, per capirci, grande il doppio di Manhattan.
La mia impressione personale è che si tratti di un'affettuosa macchina da emozioni e certo da soldi, perché il business è sofisticato, cominciando da braccialetti elettronici che fungono anche da carta di credito, che lasci per il prelievo. Noto che al "Disney", come al controllo degli aeroporti (là le dita delle due mani), ti prendono le impronte digitali (qui solo un dito).
Pianto e riso (caposaldo dell filosofia di Disney), adrenalina e paura (tipici delle attrazioni meccaniche), bimbi e vecchi (i frequentatori più importanti). Precisazione: non solo nonni, ma coppie di anziani che si spera inseguano la nostalgia del loro passato e che spesso girano con minuscole macchinette elettriche (ma anche bambini e pure ragazzini vengono scarrozzati su passeggini, quando potrebbero benissimo camminare!).
C'è, che aleggia nelle folle, una koinè disneyana, che mostra una convergenza d'impronta culturale, che attraversa tutto il mondo che qui si incontra e non si scontra.
Personaggi e storie, che accomunano bambini ed ex bambini, me compreso.

Noi e gli animali

Gli ippopotami di 'Animal Kingdom'Gli animali - esseri viventi come noi - ci accompagnano sin dall'antichità e non a caso, già nelle pitture rupestri del Paleolitico, si trovano dei disegni che li rappresentano. Pensiamo alle straordinarie "Grotte di Lascaux", nel dipartimento della Dordogne in Francia. Sulle pareti di quelle caverne, di cui purtroppo è visitabile solo una copia ma si sta lavorando su una versione multimediale, tra il 13.000 ed il 15.000 a.C., gli esseri umani di allora disegnarono - assieme a riferimenti astronomici stupefacenti - grandi animali dell'epoca, soprattutto l'auroch, un grosso bovino, ma anche altri animali, come il cervo e il cavallo, fonte di alimentazione per le comunità che vivevano in quella zona. Quando poi è cominciata la scrittura, gli animali - spesso deificati - sono diventati oggetto della nostra attenzione e, in fondo, da allora sino ad oggi, attraverso favole con animali antropomorfi, formiamo i nostri bambini.
Ci pensavo, girando in questi giorni per i parchi della "Disney" ad Orlando, dove - versione contemporanea dell'incrocio fra il disegno e la favola - è ben visibile il fatto che i grandi personaggi disneyani, da Topolino a Pippo, da Paperino a Pluto, sono tutti animali che ci accompagnano nella nostra vita comune. Direi che quelli più tradizionali erano quasi sempre animali domestici, mentre piano piano la grande saga americana si era allargata sempre di più agli animali selvatici, tipo Re Leone. Oggi ci si lancia nell'animazione di oggetti, genere auto o aerei, ma è altra storia.
Così non posso non segnalare come in uno dei parchi tematici ad Orlando, "Animal Kingdom", si ritrovi questa passione disneyana anche per gli animali in carne ed ossa. Naturalmente nei vasti spazi c'é di tutto, dal kitsch al tecnologico, dal commerciale al cibo più vario, ma c'è anche una specie di zoo safari, che - con visitatori portati lungo un percorso con dei camion con fattezze di jeep - consentono, in un ambiente finto africano, di essere a due passi da un sacco di animali. Penso che lì si sintetizzi, con una modalità molto suggestiva, quel gusto di collegare mondo umano e animale.
Conosco le critiche a formule di questo genere, a seconda del gradiente di coscienza animalista. Trovo, però, che van bene tutte le battaglie di principio, ma forme di spettacolarizzazione di massa - se unite a ragionevoli intenti pedagogici e dalla presenza di campagne di sensibilizzazione alla Natura - non debbano far troppo storcere il naso.
Ricordo - perché con una legge regionale valdostana coprimmo un buco legislativo - quando nacque il "Parc animalier" di Introd, campionario di fauna e flora alpina, l'esistenza di qualche perplessità, come se si trattasse di chissà cosa. Il tempo ha dimostrato che, con misura e garbo, spazi di questo genere, per conoscere gli animali, possono avere un ruolo significativo.
Chiudo qui, con questo spunto, legato con il mondo Disney americano, anche se alla fine il mio, in Florida, è stato un "mordi e fuggi", perché ci vorrebbero giorni e giorni per esplorare ogni dedalo di questo enorme insieme di attrazioni.

Napolitano a Strasburgo

Giorgio Napolitano e Martin Schulz, presidente del Parlamento EuropeoHo rivisto la registrazione del discorso del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, pronunciato a Strasburgo, nella sede delle riunioni plenarie del Parlamento europeo. Stendiamo subito un velo pietoso sulla gazzarra in aula dei leghisti, che ormai sono in carenza di ossigeno e quindi obbligati ad azioni di questo genere per resistere, situati in uno spazio politico sempre più a destra, che li ha definitivamente allontanati da ogni credibile riferimento al federalismo.
il discorso del Presidente è stato, come sempre in queste occasioni, di grande profilo. Ho trovato due passaggi importanti. Il primo riguarda i rischi che l'Europa soffochi per un eccesso di austerità: «E' naturale che nel dibattito la priorità sia una svolta capace di condurre a un effettivo rilancio della crescita e dell'occupazione. Si ritiene che non regga più una politica di austerità a ogni costo che è stata finora la risposta prevalente alla crisi dei debiti». Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che conosce bene la politica europea, sa perfettamente che l'applicazione della politica finanziaria europea potrebbe far scattare per l'Italia la tagliola del "fiscal compact", il meccanismo in vigore da poco più di un anno e che prevede misure draconiane per i Paesi che non rientrino dal deficit di bilancio. E noi non siamo solo "sorvegliati speciali", ma siamo sulla porta di una specie di commissariamento, umiliante e gravoso. Penso che Napolitano veda arrivare un'Europa a due velocità, che farà giocare l'Italia in "serie B".
Poi il tema del "no all'euro", che dai sondaggi, in vista delle elezioni europee, raccoglie in Italia il consenso di tre italiani su dieci. Un atteggiamento di «un disarmante semplicismo», secondo il Capo dello Stato, che ha aggiunto senza mezzi termini: «C'è vacua propaganda e scarsa credibilità nel discorso di quanti hanno assunto atteggiamenti liquidatori verso quel che abbiamo edificato nei decenni scorsi». L'antieuropeismo è una malattia, di cui la campagna contro l'euro è la punta di diamante, soprattutto perché non si capisce davvero a che cosa porterebbe di diverso e di migliore il ritorno alla povera lira. Ma conta solo la spinta suggestiva, pagate alla pancia vuota e non la sostanza e la debolezza politica del disegno europeo, in una fase difficile dell'economia, che rende più poveri e taglia lo Stato Sociale, creando questo clima di sfiducia e populismo nazionalistico. Lo dice chi ha sempre scritto sul fatto che il deficit democratico e l'Europa degli Stati non stanno portando sulla strada giusta nei rapporti con i cittadini.
L'Assemblea ha capito che Napolitano parlava con il cuore e gli ha tributato il giusto riconoscimento, ma va precisato che si è trattato di un apprezzamento ad personam al vecchio europeista, più che all'Italia che lui rappresentava in quel momento. Per risalire la china nella credibilità da parte dei nostri partner europei la strada è lunga e impervia ed Enrico Letta - nella bufera della politica italiana e tenuto in piedi proprio per la Presidenza italiana dell'Unione europea nel secondo semestre di quest'anno - rischia di essere, anche in questo, utile capro espiatorio. Un peccato proprio per la sua onesta e limpida formazione europeista.
Ma è lo spietato tritacarne della politica.

Sulle montagne

Il libro di Marco ArmieroPer chi si occupa da tempo dei problemi delle montagne in Italia, il libro di Marco Armiero, "Le montagne della patria", pubblicato da "Einaudi", è molto interessante, perché conferma piste già battute nel tempo, ma con un approccio originale, e apre anche spazi di riflessione nuovi. Armiero - come risulta dai rapidi riferimenti sul libro - è uno storico dell'ambiente,direttore dell'"Environmental humanities lab" del "Royal institute of technology" a Stoccolma. Ha svolto attività di ricerca presso la "Yale university", la "University of California at Berkeley" e la "Stanford university". E' stato "Marie Curie fellow" presso la "Universitá autonoma" di Barcellona e "visiting researcher" al "Centro di studi sociali" dell'Università di Coimbra. In Italia è primo ricercatore presso l'Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del "Cnr". Verrebbe da dire: un cervello in fuga, alla ricerca di quegli spazi di studio e di insegnamento che le Università italiane non consentono, ma e solo una mia impressione.
Comunque sia, i capitoli del libro tracciano con realismo diverse storie attorno alla montagna italiana, ammettendo sin dall'inizio un fatto ben noto a chi delle montagne si è occupato in politica: l'Italia dimentica spesso - nella visione stereotipata del belpaese o nel solo uso strumentale - quantità e qualità dei territori e delle popolazioni montane. In parte questo è avvenuto anche per la pigrizia e il disinteresse del mondo accademico, ma anche per la difficoltà delle montagne italiane - e le Alpi non sono l'Appennini e viceversa - di fare davvero sistema.
Il primo capitolo, dedicato alle "montagne selvagge", è un godibile excursus di come le montagne - sempre rimaste le stesse - mutino nella percezioni culturale che attraversa le epoche e anche nell'approccio politico con quel gruppo "Parlamentari Amici della montagna" nato alla Camera a fine Ottocento e che io stesso ho presieduto un secolo dopo. E' interessante come, nel dibattito, si incrocino mito e realtà, luoghi comuni e dati economici, tradizione e modernità. Il caso dello sfruttamento dell'energia idroelettrica è segno tangibile di come certi gruppi di pressione - tipo "Touring club italiano" - plaudissero, all'epoca dell'assalto, alle bellezze montane e al ruolo dei montanari e intanto venissero finanziati dalle rapaci società elettriche. Si direbbe: conflitto di interesse...
Così come è altrettanto esemplare lo sviluppo dell'alpinismo di massa da parte del "Club alpino italiano" (interessante la parte sul Cervino e Cervinia, su cui - lo ricordo - scrisse anche Emile Chanoux), gravemente compromesso, a livello nazionale, con il fascismo (in Valle d'Aosta meno). Quel fascismo che vuole nazionalizzare - e i valdostani lo sanno bene e lo ricorda in un passaggio l'autore - le montagne, che diventano terreno del centralismo, come avviene con la lotta alle proprietà collettive e gli usi civici o con la nascita della "Milizia forestale", che usa metodi colonialisti nel rapporto con i montanari sotto la direzione di Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, cui si deve la spassosa battaglia fascista contro le capre. Ma spunta anche la figura, sul ruolo del bosco, del botanico Lino Vaccari, importante anche per la nostra "Société de la flore valdôtaine". Così come il fascismo, con Benito Mussolini ritratto a torso nudo che scia al Terminillo nel disegno da "MinCulPop" sulla "Domenica del Corriere", sfrutta gli spazi propagandistici dello sci, come avvenne - fatemi aggiungere - con il "Trofeo Mezzalama" di scialpinismo negli anni Trenta.
Ma ci sono altri passaggi decisivi: come la montagna come luogo di ribellione delle eresie religiose (viene ricordato l'esperienza di Dolcino nella vicina Valsesia), ma anche come luoghi dell'irruzione della montagna nella Storia con la Prima Guerra mondiale e quella storia nella Storia degli Alpini come esempio di un'italica (sic!) razza montanara (sarebbe bello spazzar via la retorica, come fa Armiero e andare al sodo, nel centenario della Grande Guerra ormai imminente). Poi naturalmente, come naturale contraltare, lo studioso ricorda la Resistenza e i partigiani che salgono in montagna: atto fondativo della nuova Repubblica con le tante disillusioni che ben conosciamo.
Molte pagine, con evidente partecipazione emotiva, sono infine dedicate alla diga del Vajont, segno evidente del rapporto pianura-montagna, sino alle estreme conseguenze di una tragedia annunciata, vera strage di Stato.
In poche righe, ho riassunto quanto più mi ha colpito.
Resta il fatto che, come sempre, segnalo i libri perché vengano letti!

Il grande Redford

Un'immagine dal filmCapita raramente che qui io parli di cinema, pur scrivendo - bene o male - di tante cose, le più varie. Non so perché sia stato così, in effetti. Ma non è mai stato un disegno calcolato.
Eppure guardo molti film, ormai più a casa in televisione o in dvd, avendo ben coscienza di come questa forma d'arte sia ormai e sempre di più un punto di riferimento per tutti i gusti da affrontante senza alcun snobismo intellettuale.
Certo considero, quando posso, che il grande schermo resti impagabile. Il cinema al cinema, se ci penso, è per me davvero uno svago, qualunque sia la pellicola prescelta. Se richiamo alla memoria la mia infanzia, ricordo i primi cartoni animati nel vecchio cinema di Verrès e le sale, alcune scomparse, di Aosta, di Ivrea e di Imperia, dove mi sono "formato" a pane e cinema (compresi, a scuola, i famosi "cineforum"). Ma ci sono aspetti - il cinema in gruppo, i primi baci al buio, persino le caramelle - che hanno fatto parte di una sorta di "educazione sentimentale".
Oggi il cinema è diventato ancora più facile, perché passa anche attraverso la Rete con enormi archivi di film e lo stesso capita nella "televisione on demand" nelle sue diverse formule. Si può trovare tutto quel che serve: film vecchissimi e quelli appena usciti.
Lo notavo l'altro giorno sul volo intercontinentale al rientro dagli Stati Uniti, sul quale la compagnia, per l'intrattenimento su di un aereo vecchiotto, ha dato ai passeggeri un tablet che conteneva, tra le varie attrazioni per passare il tempo, anche un numero impressionante di film. Nulla a che fare con la scelta, piuttosto limitata, di pochi anni fa: la rivoluzione digitale non si ferma.
Complice il volo, riesco a segnalare un film - anche se ne ho visto più di uno - appena uscito nelle sale italiane. E' "All is lost", una pellicola della "Universal". Un cimento attoriale mica da ridere per Robert Redford, classe 1937, che trasforma il film in una prova di bravura, visto che il film è sostanzialmente muto e con un unico attore. E' la storia di un navigatore solitario - di qui il silenzio - sulla sua barca a vela, che per una serie di vicissitudini diventa naufrago e sfida l'Oceano. Il regista "J. C." Chandor affronta la difficoltà di non far cadere la tensione, contando sulla prova fisica e sulla capacità espressiva di un grande attore come Redford, cui si deve questa rara forma di assolo. Il mare è il suo unico interlocutore, senza retorica e appesantimenti. Chi lo vedrà, potrà aver conferma della grande similitudine, in ambienti diversi, del navigatore solitario e dell'alpinista in solitaria. E' sempre il rapporto con la Natura estrema.
Naturalmente, perché i gusti non sono tutti uguali, deve piacere il genere introspettivo.

Il bagnomaria in politica

Cucina a 'bagnomaria'Le espressioni, così come adoperate ancora oggi, hanno spesso una storia lunga e complicata: pensate a "cuocere a bagnomaria", che è quel procedimento - da "Treccani" - "per riscaldare o cuocere cibi o altre sostanze che al calore diretto possono subire alterazioni, tenendoli in un recipiente messo dentro un altro recipiente più grande contenente acqua mantenuta a temperatura determinata, inferiore di solito a quella di ebollizione".
Questa Maria del termine è una delle rare figure femminili dell'alchimia: Maria l'Ebrea, la sorella di Mosè. La trasformazione della mitica Maria in una delle fondatrici dell'alchimia - compreso il "bagnomaria" - risale a una tradizione piuttosto antica. Questa tecnica di cottura, fra alambicchi e fumi misteriosi, doveva servire per ottenere sia l'"acqua divina" che la polvere finissima per ricavare - vecchio sogno dell'umanità - l'oro da altri metalli non pregiati e, in questa trasformazione, c'era anche una chiave per l'immortalità!
Anche in politica esiste il "bagnomaria" e il caso esemplare dell'attuale politica italiana è l'esito del prevedibile, benché mascherato, duello nel Partito Democratico fra Matteo Renzi ed Enrico Letta. Quest'ultimo, malgrado le buone intenzioni del nuovo leader del suo stesso partito con un accordo, ormai svanito, di "non belligeranza", ora penso che nella sua pentola incominci ad avere caldo e stia cercando, in limine dell'inizio cottura, di uscirne in qualche modo.
Immagino che, alla fine, l'unico modo vero per uscire da questa situazione sarà un duello, nel filone degli "spaghetti western" alla Sergio Leone (musica di Ennio Morricone), con i due "fratelli coltelli" armati, faccia a faccia, con un'immaginaria pistola in mano, la celebre "Colt", per la sfida finale. Ma in realtà non c'è storia: a parte l'Alto Patronato del Quirinale, Letta oggi non ha un peso reale nel PD e dunque se Renzi staccasse la spina non ci sarebbe per lui nulla da fare. Con due scenari possibili per il sindaco di Firenze: diventare presidente del Consiglio con un orizzonte non troppo lungo per qualche riforma e la Presidenza italiana dell'Europa, oppure mandare tutto "a carte quarantotto" (espressione più recente di "bagnomaria", che ricorda i moti rivoluzionari che portarono, ad esempio per il Regno di Sardegna, allo Statuto Albertino) e andare dritto filato alle elezioni politiche con buone possibilità di successo, evitando il logoramento dell'altra soluzione.
Io penso che, alla fine, le elezioni potrebbero essere il male minore, rispetto a questa sorte di palude di incertezza in cui ci troviamo. Ma resta il "catenaccio" del Presidente Giorgio Napolitano e la logica di sopravvivenza dei parlamentari in carica.
Il tempo ci dirà.

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