November 2013

I "giacimenti culturali", con tutte le cautele

Ponte vecchio visto dagli UffiziCitavo ieri le città d'arte, come esempio mirabile di come, in fondo, certe costruzioni umane siano parte integrante della Natura di cui facciamo parte. Il turismo culturale è una realtà straordinaria: un giacimento d'oro - si parlava non a caso, anni fa, di giacimenti culturali - di cui si può vivere, gestendo con intelligenza l'eredità del passato. Questo vale anche per la Valle d'Aosta, che ha nel piccolo del proprio territorio una serie di ricchezze artistiche invidiabili e spesso originali, nel senso che per trovarle bisogna proprio venire nel nostro angolo di Alpi e operare in una logica di tutt'uno regionale, senza troppo badare ai singoli campanilismi.
Sarà che scrivo da Firenze, vittima - senza cadere nella "Sindrome di Stendhal" di cui parlai tempo fa e che lo colpi proprio qui - della straordinaria attrattiva di una città, che ogni volta offre qualcosa di diverso, come se fosse un pozzo senza fondo. Ieri, dopo una vasto giro agli "Uffizi", mi sono seduto su di una panca e mi sono trasformato in bonario guardone. Osservavo questo flusso di umanità cosmopolita, dalle caratteristiche le più varie, che si aggiravano come straniti in mezzo a tanta bellezza antica con la gioia e la meraviglia sui volti. In un mondo che è ancora pieno di guerre ed orrori ci sono, per fortuna, delle zone franche dove si trovano - magari di fronte ad un dipinto - nemici giurati, per un attimo accomunati dall'ammirazione.
Sono espressioni che ho visto in altre città d'arte, come Venezia - il cui irradiamento lascia sbalorditi - o la stessa Torino, rinata dalle proprie ceneri per una serie di attrattive messe in ordine. Poi c'è Roma, che ho conosciuto un po' meglio nella sua logica di miseria e nobiltà, che le consente di restare ai vertici dei desideri dei turisti. Conosco meno bene le grandi città del Sud, ma anche lì non mancano attrattive uniche e irripetibili.
Questa, in un'Italia senza materie prime, è una materia prima, che funziona a condizione che ognuno resti come si sente di essere, immaginando che le differenze e i particolarismi non siano una malattia, ma una ricchezza. Aveva ragione Milan Kundera nel dire: «La culture, c'est la mémoire du peuple, la conscience collective de la continuité historique, le mode de penser et de vivre». Ogni città d'arte ha la sua personalità, come eredità appunto di un modo di pensare che spingerebbe naturalmente l'Italia al federalismo, ma anche oggi - lo dico con dolore - si va verso un centralismo ormai intollerabile e questo spingerà a una riflessione complessiva su uno Stato ormai prossimo al collasso.
La Cultura - con maiuscola o minuscola poco conta - non è un capriccio elitario o uno snobismo di maniera e garantisce continuità nel proprio senso identitario. Si tratta di una risorsa economica e di un elemento indispensabile di crescita per le persone e per le comunità. Un vero antidoto contro la logica di chi vorrebbe un popolo bue e un utilizzo superficiale della cultura, intesa come "panem et circenses", cioè intrattenimento senza radici e nuove fioriture.

Rifiuti in Valle, aspettando la Consulta

La mia posizione sui rifiuti in Valle - e cioè bruciare i rifiuti, come soluzione tecnica accettabile - era stata il frutto di un approfondimento e della constatazione che questa tecnologia resta la più adoperata in Europa.
Se dovessi dire, a darmi la spinta decisiva, fu la possibilità, allora considerata fattibile dai tecnici, di usare l'impianto per far lentamente sparire l'orribile discarica alle porte di Aosta.
Cosa accadde poi è noto: lo scenario dopo il 2008 mutò in fretta. Ci fu un primo cambio di rotta del Governo Rollandin, che non so leggere ancora oggi, con l'idea di andare verso trattamenti a freddo, ma si tornò in fretta al termovalorizzatore e - anche in questo caso spuntato come un fungo in una notte - si giunse alla scelta di un pirogassificatore. Tra l'altro con la novità, smentendo quanto detto in precedenza, che la discarica di rifiuti non poteva essere smantellata.

I morti sul Web

Lo storico cimitero di Sant'Orso ad AostaMi piacerebbe che un giorno qualcuno scrivesse, in un libro apposito e non dovendo fare dei collage di notizie, di come i nostri predecessori, qui fra le montagne della Valle d'Aosta, abbiano ricordato i defunti in una cronologia che ci consenta di attraversare le epoche. Questa questione del rispetto per i morti, con tutte le varianti del caso a seconda di usi e costumi, mi sembra una costante nella storia di tutta l'umanità, ma applicarla a luoghi conosciuti, con le specificità locali beninteso, è la garanzia per capirla.
Penso si andrebbe, se la datazione non ci porterà prima o poi più indietro, dai misteri dei culti degli scomparsi a Saint-Martin de Corléans - l'area megalitica le cui costruzioni più antiche risalgono al 3000 avanti Cristo - ad oggi.
E oggi mi pare di poter scrivere che, con questa storia della cremazione, molte cose stanno cambiando e forse per la prima volta ci si sta orientando verso una logica di dispersione delle ceneri che rende, per così dire, immateriale la nostra scomparsa, facendo venir meno quella fisicità di riferimento. Quasi un'analogia con quel mondo virtuale che Internet incarna in modo evidente e che, in un modo per ora artigianale, incomincia ad occuparsi del "dopo di noi" e non penso che mancherà molto a spostare lì, in spazi appositi, la memoria del nostro passaggio sulla Terra.
Più la vita si allunga e più, nel guardarsi indietro, ti accorgi di quante persone siano morte, strada facendo. Mi capita spesso di pensare a qualcuno che se n'è andato e di riflettere su quanto mi dispiaccia o mi addolori la sua assenza, perché il ricordo - che pure è doveroso - non basta. Ecco perché capisco e rispetto la giornata dedicata ai defunti, ma devo dire che, nel mio piccolo, non c'è giorno in cui - a seconda delle circostanze - non mi capiti di pensare a chi mi manca, pur comprendendo che bisogna farsene una ragione, sapendo adoperare tutte le ragioni che possono portare a azioni lenitive.
Un giorno il Web potrebbe fare le veci di quello sfogliare foto e documenti o consultare i nostri ricordi mentali, che ci rievocano una persona cara, che è un modo per sentirci vivi nel coltivare il ricordo altrui.
D'altronde una persona spiritosa come Marcello Marchesi osservava come: «L'importante è che la morte ci trovi vivi». E gli faceva eco il caustico Indro Montanelli: «Gli uomini sono buoni con i morti quasi quanto sono cattivi con i vivi».

Le responsabilità politiche

Nubi all'orizzonte sulla bandiera valdostanaScrivere tutti i "santi" giorni, da molti anni, comporta vantaggi e svantaggi. Lo svantaggio principale sta nel rischio di tornare sui medesimi argomenti troppe volte o magari avere, in certi post, un calo di tensione o scarsa verve. Capita anche, nella logica dello "scripta manent", di dimostrare, nel passare del tempo, anche un cambiamento di posizione su singoli argomenti e penso che sia del tutto naturale che questo avvenga, perché le posizioni possono mutare, con il cambiamento dello scenario in cui sono inserite. Il vantaggio è, invece, nel fatto che lo scritto "congela" i propri pensieri, che possono poi essere rievocati con facilità,
Lo si può fare, ad esempio, con il motore di ricerca posto qui a fianco, attraverso il quale recuperare argomenti di tempo fa. Un caso di scuola è il maledetto "Patto di stabilità" che, in comitato disposto con la bufala del federalismo fiscale, si sta chiudendo sulla nostra autonomia speciale come un trappola per castori. Per cui abbiate pazienza se, ma di articoli ne potete trovare a iosa e seguono un loro filo logico, mi autocito con passaggio dell'ottobre di quattro anni fa: «Temo infatti che, specie nella coda della crisi, ci sia il veleno. In Italia questo vuol dire l'uso del "patto di stabilità" per garrotare le autonomie, magari con la mazzata finale per le "speciali" nel nome - colmo dei colmi - del "federalismo fiscale" (tra virgolette, essendo una bugia). Lo Stato senza il "vero" federalismo è una macchina livellatrice (il "Moloch" di Proudhon), che mira - nel nome dell'uguaglianza - a costringere situazioni diverse all'uniformità. Le "specialità", come la Valle, disturbano, pensando poi che talvolta - lo dice sempre la storia - i nostri peggiori nemici siamo noi stessi».
Parole profetiche nell'attualità. In altre circostanze, ho svelato ancor meglio il piano in corso e invitavo ad una reazione. Risalendo negli anni, si potrebbe vedere che preoccupazioni del genere le avevo già all'epoca della mia Presidenza della Regione, a partire dal 2005. Non a caso in quegli anni i danni vennero arginati.
Poi, invece, è cominciato il cammino verso l'attuale precipizio, in cui siano caduti per l'incapacità del presidente, Augusto Rollandin, tornato al comando nel 2008, di gestire i rapporti politici a Roma e a Bruxelles. La sua concezione feudale della politica, la mancanza di un background adeguato ai tempi mutati, la trasformazione dell'Union Valdôtaine in una macchina personalistica, l'amministrazione piegata a macchina da voto e clientelare, la scelta di circondarsi di assessori sempre più accondiscendenti, la volontà di seguire filoni legati a fili invisibili di potere sono il segno di un fallimento. Il tramonto è, purtroppo, di una lentezza esasperante, per l'evidente paura della caduta di un castello di carte, che sta ormai in piedi per un soffio, e questa situazione danneggia in profondità questa nostra autonomia speciale, che rischia di morire.
Ecco perché chi sacralizza l'obbedienza, spacciandola come qualcosa di legato ad un movimento politico e al suo patrimonio di idee e di valori, racconta una bugia, piegandosi in realtà a chi, adoperando i lati deboli della democrazia, ha costruito un sistema di potere personale, autocratico e dannoso.
Per cui, in certe circostanze, coltivare l'obbedienza non ha significato: «L'autorité n'existe plus dès qu'elle a rendu l'obéissance honteuse et la révolte honorable», una frase di Louis-Philippe de Ségur, che sintetizza bene le conseguenze.

Il Battaglione Aosta

Una stampa commemorativa del 'Battaglione Aosta'Il giorno delle Forze Armate è sempre stata una festività discussa, che sopravvive in tono minore, benché ormai soppressa da decenni.
Ne approfitto per ricordare, anche in vista delle celebrazioni del centenario della Prima Guerra Mondiale, qualche pezzo della storia del "Battaglione Aosta", che ha inquadrato - nelle guerre mondiali - una buona parte dei militari valdostani. Anche se ce ne sono stati parecchi - pensiamo ai dipendenti "Cogne", che diventavano marinai - diversamente arruolati.
Su vecio.it c'è un lungo capitolo, assai dettagliato sul "Battaglione Aosta", da cui estrapolo qualche brano, citando ovviamente la fonte e felicitandomi per il lavoro e segnalando che, già nei prossimi giorni, troverete qualche approfondimento negli spazi televisivi di "RaiVd'A" (lunedì 11 e lunedì 18 novembre si parlerà del "Battaglione Aosta" sul Monte Pasubio con la regia di Gianfranco Ialongo).
Ecco l'inizio: "Nasce il 10 luglio 1887 per cambio di denominazione del btg "Val d'Aosta" (cp 41-42-43) ricevendo inoltre la 7ª cp dal btg "Val Tanaro". Inquadrato nel 4° reggimento alpini di Ivrea, nell'ottobre del 1908 cedette la 7ª cp al btg "Pallanza" e cambiò la nappina verde con quella rossa. Nel 1890 compie la prima ascensione militare al Monte Bianco impiegando "cerchi da neve e ferri da ghiaccio" (racchette e ramponi). Nel 1896 un plotone prese parte alla campagna in Eritrea inquadrato nel I° battaglione alpini d'Africa 3ª compagnia. I pochi alpini scampati al massacro di Adua furono rimpatriati.
Il 24 maggio 1915 entra in guerra al comando del magg. Carlo Dalmasso col seguente organico: comando,cp 41ª - 42ª - 43ª - ( 87ª – 103ª di Milizia Mobile), due sezioni mitragliatrici Maxim 1911, squadre portaferiti, esploratori, zappatori, cucinieri, salmerie. Inquadrato nella IIª Armata, IV° Corpo d'Armata, Gruppo Alpini A.
Il btg Val Baltea (cp 241ª - 242ª - (280ª assegnata alla fine del 1916)) è figlio dell'Aosta.
Il Battaglione Aosta opera durante la Grande Guerra sul Monte Nero, in Valtellina, in Alta Val Camonica, in Val Lagarina, sul Pasubio, sul Vodice e nella zona del Grappa prendendo parte alla battaglia finale di Vittorio Veneto"
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Segue una dettagliata ricostruzione degli eventi bellici, di cui credo sia ben nota la drammaticità.
Riprendiamo da un certo punto: "Destinato alle operazioni sull'Isonzo, il 26 aprile 1917 per ferrovia raggiunge Cividale. In questo periodo il magg. Testa Fochi fu promosso ten.col. e destinato al comando del VI° Gruppo Alpini, il comando dell'Aosta passò al magg. Silvio Gabriolo. Il 17 maggio varcò l'Isonzo a Plava e si riunì a Zagomila. Il giorno successivo si preparò per la conquista del Vodice; conquistato l’obiettivo lo difese dai numerosi contrattacchi subendo pesanti perdite e meritando la Medaglia d'Argento al VM (commutata nel 1922 in Med. d'Oro). Il 21 maggio rientrò ai propri accantonamenti. Il 10 giugno rientrò in Val d'Agno presso Recoaro per riordino e l'otto luglio tornò sul Cosmagnon ove rimase sino alla fine dell'anno senza particolari avvenimenti.
Il 5 settembre 1917 Testa Fochi assieme ad altri 105 alpini fu travolto ed ucciso da una frana precipitata dai Roccioni della Lora al Pasubio.
Nel 1918 è nel 6° Gruppo Alpini (Levanna-Val Toce-Monte Cervino) con la 818ª cp mitragliatrici. Fino al mese d'ottobre fu un anno relativamente tranquillo per l'Aosta.
Il 23 ottobre 1918 fu riunito a Croce di Lebi sul Monte Grappa, il 24 e 25 cambiò due volte posizione sotto il fuoco continuo delle artiglierie nemiche. Il 25 difese la Selletta del Valderoa subendo gravissime perdite. Il 26 sul Monte Solarolo il S.Tenente Vincenzo Zerboglio col suo sacrificio meritò la Medaglia d'Oro al VM. Il giorno successivo i pochi superstiti del glorioso Aosta furono fatti ripiegare. In pochi giorni il battaglione perse 21 ufficiali e 649 alpini. Per questi sanguinosi sacrifici merita la Medaglia d'Oro al VM unico battaglione alpino nella Grande Guerra"
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Vi sono poi le vicende dal primo dopoguerra alla Seconda Guerra Mondiale, dal secondo dopoguerra sino alle trasformazioni di oggi.
Ma certo il passato pesa: in un bel pezzo sul sui blog nel maggio del 2009 diceva, in un passaggio, il giornalista Gaetano Lo Presti: "Pur lontana dai campi di battaglia anche la Valle d'Aosta pagò un alto prezzo di sangue ricordato nel libro "Sarre e i suoi figli nella Grande Guerra" opera di Santo De Dorigo, Amerigo Pedrotti e Adriana Meynet. I primi, due esperti di Grande Guerra, a descrivere dettagliatamente le operazioni al fronte, la Meynet, sarrolein, a sottolineare il prezzo in vite umane dei valdostani, in gran parte inquadrati nel "massacratissimo" Battaglione Aosta. Su 8500 soldati partiti in guerra, scrive, 3600 furono ospedalizzati, 850 prigionieri e 1557 morti".
Una strage terribile.

Ottimismo, menzogne e calcoli politici

L'ottimismo scritto sui muriMamma mia, com'è difficile fare i conti con i propri sentimenti: l'esperienza accumulata, che dovrebbe dare - forse! - una dose di saggezza, certo non basta per far fronte alla vita e alle sue circostanze. Questo vale, a maggior ragione, quando guardare al futuro non offre grandi certezze.
L’ottimista, in questa fase storica che non verrà rimpianta, è messo di conseguenza a dura prova. Lo dico a mio discapito, visto che faccio parte della categoria, per stato d'animo e per convinzione, e perciò lotto per restarci. Ma la partita non è sempre facile e molto spesso resto sulle mie posizioni, vincendo solo ai rigori o persino con il lancio della monetina. Consapevole che molte ragioni porterebbero a militare nella squadra dei pessimisti. Poi vale, ad ammonimento, Mark Twain, quando scriveva: «Nulla è più triste a vedersi di un giovane pessimista, eccetto un vecchio ottimista». Ma penso che, nel secolo trascorso dalla morte dello scrittore americano, molte cose siano cambiate nella percezione dell'età.
Certi appelli alla pazienza - che dispensa l'ottimista - rischiano non solo di cadere nel vuoto, ma anche di fare un vuoto attorno allo speranzoso, se raggiunge livelli di fiducia eccessivi. Il confine fra ottimismo e stolidezza so essere, in certe circostanze, estremamente fragile.
D'altra parte se ci fermiamo un attimo ad osservare con il necessario straniamento, dico in Italia ma potrei restringere il campo alla Valle d’Aosta per non pensare troppo in grande, gli scenari sono cupi e sembrano vincere i "cattivi", malgrado le cose vadano male anche per loro evidenti responsabilità, abilmente celate.
Sembra di dar ragione all'umore nero di Cesare Pavese, quando nel "Mestiere di vivere", uscito, peraltro, postumo, scriveva: «L'arte di vivere è l'arte di saper credere alle menzogne». Direi che ha ragione da vendere, perché è comodo prendersela con chi le bugie la racconta, ma è bene ogni tanto accendere il faro anche su chi - magari per quieto vivere - se le beve.
Ne conosco molti: sono dei costruttori di alibi e pretesti, della serie "vorrei ma non posso". In realtà non hanno coraggio e fingono di non vedere e se sveli certi altarini fanno ancora i fessi stupiti, come se ciascuno fosse una "Bella addormentata nel bosco".
Vi è ancora chi accarezza illusori calcoli politici della serie: raggiunto il fondo risaliremo. Aspettano la loro chance, quieti ed accucciati, pensando che poi basterà una mano di biacca a ridare la necessaria freschezza per mettersi dalla parte del vincitore.

Tra il dire e il fare

Un dettaglio del manifesto del congrés UVDai testi che girano in vista del Congrès national dell'Union Valdôtaine, che si svolgerà sabato prossimo, ad Ennio Pastoret - predestinato da tempo alla Presidenza del Movimento, perché scopertosi rollandiniano al momento giusto della sua vita - toccherà anche il compito di far fischiare le orecchie all'Union Valdôtaine Progressiste.
E' comprensibile che sia così: si chiama concorrenza e, nel mercato della politica, è giusto che ognuno propagandi il proprio prodotto, utilizzando anche le sgradevolezze della pubblicità comparativa.
Trovo, però, che si debba avere - e non solo per i miei lunghi trascorsi nel Mouvement - un grande rispetto (che mi augurerei reciproco), al di là della legittima e talvolta rude competizione politica. L'Union Valdôtaine è un'espressione importante della società valdostana e la mia famiglia e chi scrive credo abbia dato un suo contributo all'UV. Per altro, comportarsi con disprezzo non gioverebbe per nulla alla qualità del dibattito politico, in una Valle d'Aosta che ha bisogno, come il pane, del rafforzamento del confronto reciproco e di nuove forme di progettualità per reggere l'urto con i cambiamenti incombenti.
Ecco perché mi auguro che il Congrès non sia una "messa cantata", con un solo officiante che si sovrapponga addirittura all'Altissimo. Di recente sono stato garbatamente citato - ad un dibattito voluto dall'UVP - dal presidente uscente, Ego Perron, che ricordava come io citassi spesso, a mia volta, l'esempio della coesione della SüdTiroler Volkspartei, il partito di raccolta della minoranza germanica nella Provincia di Bolzano-Bozen. Verissimo, ma andava aggiunto un addendo che ho sempre ricordato: il loro sistema prevede meccanismi di pluralismo interno, che consentono rapporti equilibrati. Così anche presidenti forti, come Luis Durnwalder, che per venticinque anni ha governato con forza la Provincia, non sono mai diventati una sorta di dittatore, nella logica di tutto occupare e tutti zittire.
Mi piacerebbe che questo pluralismo si evidenziasse nel Congrès che non fosse - lo dico con la simpatia che si deve a dei connazionali - una semplice timbratura di documenti già scritti e di una leadership di partito, scelta per la sua docilità "pensionistica". Il potere, quando diventa autocratico, trasforma l'autorevolezza in autoritarismo e anche il buon pastore accetta di buon grado di diventare oggetto delle bizze del feudatario.
Capisco e porto a casa l'obiezione possibile: pensate ai fatti di casa vostra e alle possibili ragioni di critica verso l'UVP. Verissimo, ognuno deve pensare al proprio orticello e non sbirciare in quello altrui. Noi "progressisti" non abbiamo ancora spento la candelina del primo compleanno e dunque siamo ancora degli infanti e lo sappiamo bene che dobbiamo sforzarci, giorno dopo giorno, per crescere bene e questa strada la percorreremo con impegno. Evitando, se ci riusciremo, passi falsi ed errori.
E soprattutto avendo un principio cui mai derogare: il federalismo. Émile Chanoux diceva: «...questo diritto a veder rispettata la propria personalità, non è solamente dell'uomo individuo, ma anche dell'uomo organizzato nei diversi corpi sociali». Per cui la democrazia per un federalista - e viceversa il federalismo per la democrazia - non sono, come si dice in patois, "bollion pe le mort", cioè una cosa inutile e pura propaganda, che crea una situazione - sbilenca per chi ne diviene prigioniero - fra il dire e il fare.

L'ora di Renzi

Matteo Renzi durante la 'Leopolda' 2013Fatta salva la particolarità politica valdostana, nata e sviluppatasi nel secondo dopoguerra e dimostratasi tale da allora sino ad oggi, in Italia il tentativo è stato - specie con la leva della legge elettorale - di dar vita ad un sistema bipolare, che limitasse lo spezzatino proporzionalistico.
Fra alti e bassi, a sinistra come a destra, il bipolarismo all'italiana non ha mai funzionato davvero e ancora oggi si spera in una nuova legge elettorale, come se fosse un toccasana per avere stabilità di Governo. Io resto convinto, ma non ci torno perché ne ho parlato troppe volte, che ci sia da rimettere in gioco la forma di Stato, ma vi risparmio il plaidoyer federalista.
Tornerei, semmai, alle due grandi aggregazioni: se il centrodestra piange, il centrosinistra non ride. Da una parte - e ne ho scritto molto - il "dopo Berlusconi" continua a essere un travaglio senza parto e la situazione ristagna mentre le faglie interne si evidenziano, dall'altra il centrosinistra è scosso dalle febbri del Partito Democratico che cerca il suo nuovo segretario con la prescelta via crucis delle primarie e annesse divisioni.
Di questi tempi è questo il capitolo che più mi interessa: dimostratasi fallimentare la leadership di Pierluigi Bersani (mai avrei detto che sarebbe stata così rovinosa), ora suona davvero l'ora di Matteo Renzi. Segno che, come mi ammoniva il senatore Cesare Dujany, in politica bisogna avere la pazienza di Giobbe e sapere che si può assistere ad improvvisi rovesciamenti di fronte. Così Renzi è rinato dalle proprie ceneri e questo è avvenuto più in fretta di quanto ci si potesse pensare.
Constato come, in questo periodo di crisi economica che incide come non mai su fiducia e speranze e anche su qualità della vita e benessere dei singoli e delle famiglie, cui si somma un generale disamore verso la politica, Renzi sia diventato - bon gré, mal gré - oggetto di consensi trasversali di "renziani" con diverse motivazioni.
Ci sono, anche se divisibili in diverse tipologie, i "renziani della prima ora", quelli che alle primarie scorse - che erano per il premierato - avevano puntato sul sindaco di Firenze, uscendone sconfitti.
Ci sono poi i "renziani del PD della seconda ondata": quelli che da allora hanno cambiato cavallo e a fronte del degrado hanno deciso per Renzi con motivazioni differenziate, ma uniti dalla convinzione che il PD sia all'ultima spiaggia. C'è, dunque, chi lo fa sorridendo e chi turandosi il naso.
C'è poi la categoria dei "nuovi", magari astensionisti o elettori della destra, che sono attirati dal carisma renziano e dall'impressione che possa proporre una svolta alla politica italiana. Questi sono pronti ad andare a votarlo l'8 dicembre.
Poi ci sono quelli che non andranno a votare, anche in questo caso per varie ragioni, ma guardano a Renzi con interesse di diversa gradazione, anch'essi uniti sul fatto del: perché non dargli la fiducia, tanto che cosa c'è da perdere?
Insomma: Renzi vincerà le primarie, questa volta per la guida del partito e poi si vedrà. Potrebbe essere che, nel frattempo, il Governo Letta vada in déconfiture oppure potrebbe, invece, reggere sino a fine 2014, quando si concluderà il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell'Unione europea, dopo la Grecia che farà i primi sei mesi dell'anno prossimo.
Par di capire che, anche in caso di successo di Renzi, che potrà essere grande o piccolo (e non sarà la stessa cosa), gli scenari potranno risultare vari. Si va - e cito i due estremi - da una lunga attesa da segretario PD, aspettando che si apra un varco per Palazzo Chigi con elezioni anticipate, ad un possibile azzeramento rapido, sin dalle prossime settimane, con elezioni a marzo 2014 per giocarsi la partita.
Insomma, anche in questo caso, bisogna rifarsi alla necessità di aspettare.

Papa Francesco

«Scherza con i fanti, ma lascia stare i santi». La "Treccani" così spiega il celebre detto popolare: "avvertimento a non parlare con leggerezza e in modo irriverente di Dio, dei santi, e per estensione di qualsiasi cosa venerabile o seria".
Che il nuovo Papa Francesco, in azione malgrado abbia contraddetto l'altro detto «Morto un Papa se ne fa un altro», sia persona seria è evidente, che si sia cattolici o no.
Pontefice da quasi otto mesi, Francesco, argentino di origine piemontese (lingua che parla in casa con i suoi), ha "sfondato" e non solo in Italia - che è un Paese papalino - ma nel mondo intero. Aiutato da una bonomia sudamericana, resa seria dal tratto sabaudo, che evita effetti macchiettistici.

Non sono solo vegetali

La copertina del libero di Michael PollanHo maturato la convinzione che, di tanto in tanto, i libri ti scelgano. Specie quando ti aggiri per una libreria senza meta esatta, scartabellando di qua e di là, quando d'improvviso un libro ti punta. Non sempre il colpo di fulmine funziona, ma ogni tanto trovi dei testi che mai e poi mai avresti scoperto, se di mezzo non ci fosse stata la casualità.
Racconto qui di un libro - "La botanica del desiderio" per "Il Saggiatore" - che mi ha incuriosito, trattando in modo colloquiale di una materia - la botanica - che non ho mai studiato. Lo ha scritto un giornalista ambientale, Michael Pollan, e parte da un assunto che, di primo acchito, ti fa vedere il mondo alla rovescia: «Abbiamo scelto noi le specie vegetali che coltiviamo e lasciamo proliferare nel mondo o in realtà è accaduto il contrario?».
L'introduzione è già illuminante, essendo intitolata "L'ape umana", e si sviluppa attorno alla spiegazione di questo assunto: «Noi pensiamo in modo automatico all'addomesticamento come a un atto che abbiamo compiuto su altre specie, eppure è altrettanto sensato pensarci come a un'azione che determinate piante hanno attuato su di noi, un'ingegnosa strategia evolutiva per promuovere i propri interessi. Le specie che hanno trascorso gli ultimi diecimila anni a escogitare il modo migliore per nutrirci, guarirci, vestirci, inebriarci o deliziarci in qualche altro modo rappresentano alcuni fra i maggiori successi nella storia della natura».
Seguono quattro casi di scuola. Si comincia con la dolcezza della mela e del suo sviluppo negli Stati Uniti, di cui è diventato uno dei simboli. E' consolante pensare che ci sia, così come viene descritto, sulle rive del Lake Geneva a New York, la sede dell'organizzazione governativa "Plant genetic resources unit", che detiene - come un'arca botanica - circa 2.500 varietà di mele provenienti da tutto il mondo.
Si passa poi al capitolo dedicato alla bellezza e alla storia incredibile del tulipano, partendo dalle vicende stupefacenti dell'Olanda del Seicento, quando un'incredibile speculazione (oggi la chiameremmo "bolla") creò un fenomeno noto come "tulipomania". Interessante in questa parte del libro la citazione del neuro scienziato Steven Pinker e della sua teoria: «…la selezione naturale era destinata a favorire chi, tra i nostri antenati, notava i fiori ed era portato a riconoscere le piante, a classificarle ed a ricordare dove crescevano».
Il terzo capitolo, sotto il segno dell'ebbrezza, è dedicata ad una pianta proibita (tra l'altro, in altra parte del libro, l'autore chiarisce che da nessuna parte è scritto che nell'Eden Eva mangiò proprio la mela, offerta dal satanasso), la cannabis e la sua marijuana, trattandosi di una delle prime piante addomesticate dall'uomo. Occasione per parlare di altre piante "da sballo", adoperate dai millenni dalle diverse culture umane e del sistema protettivo creato dall’esistenza dei tabù.
L'ultimo capitolo è per me il più appassionate e riguarda la storia del successo, tra alti e bassi, della patata, ormai uno degli elementi della cucina valdostana. Interessante quando Pollan si trova, davvero attonito, di fronte alla patata "ogm" (il seme resta sempre di proprietà della multinazionale che l'ha scoperta!), che avrà pure sconfitto i parassiti - specie la terribile dorifora - ma appare come una creatura innaturale. Impressionante è anche la storia dell’arrivo della patata nel Cinquecento nella poverissima Irlanda e poi l'orrore, tre secoli dopo l’arrivo del tubero sull'isola, quando nell'estate del 1845 arrivò la peronospora della patata e fece un disastro, come dice l'autore «condannando le patate e coloro che se ne nutrivano».
Dopo aver letto il libro, senza giungere a parlare con loro come fa qualcuno che conosco, guardo le piante con aria diversa, come ho sempre fatto con un animale domestico.
Quasi.

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