October 2013

Il trasformismo attraversa le epoche

Un camaleonte (foto di Ugo Martens)Ci sono delle parole sedimentate nel lessico politico italiano, che si ergono nel corso del tempo, finendo per fotografare meglio di molto altro i vizi e le virtù del sistema politico italiano. Un sistema che, già prima ma di certo anche dopo l'avvento del suffragio universale, corrisponde al carattere di chi, con il proprio voto, sceglie i propri eletti. Non si tratta certo di una considerazione ad personam, ma della banale riflessione sul fatto che, in Italia, ci si lamenta della classe politica, dimenticando spesso che sono proprio le elezioni e dunque la volontà popolare, da cui emergono i rappresentanti. Non sono, di conseguenza, degli alieni a far arrivare malignamente al potere certi incapaci o disonesti nel Bel Paese, ma i responsabili sono in quell'opinione pubblica che poi fa muro contro i politici, come appunto se piovessero dal cielo. Un'antipolitica complice, insomma .
Fra queste caratteristiche vi è un aspetto ben noto ai politologi, che si chiama "trasformismo". Trovo una spiegazione sintetica e efficace nell'enciclopedia "Treccani" per i ragazzi: "Il trasformismo ha avuto origine in Italia negli anni Settanta dell’Ottocento, quando in settori della classe politica liberale della Sinistra e della Destra maturò la convinzione che il compito storico dei due partiti in competizione – già protagonisti della formazione e del consolidamento dello Stato unitario – si fosse per molti aspetti esaurito.
A loro avviso, di fronte ai nuovi e difficili problemi che lo Stato si trovava ad affrontare e alle rilevanti tensioni sociali, occorreva pervenire a una strategia unitaria, adatta a rafforzare l’opera di governo, la monarchia e le istituzioni.
Di questo spirito si fece apertamente interprete il leader della Sinistra e capo del governo Agostino Depretis, il quale in un discorso a Stradella nel 1876 auspicò la «feconda trasformazione» dei due partiti liberali, dicendo di essere pronto ad accogliere «le idee buone, le vere utili esperienze» provenienti dagli antichi avversari. In un altro discorso del 1882 egli definì la teoria dell’amalgama, affermando di non voler respingere chi volesse «trasformarsi e diventare progressista».
Il trasformismo suscitò immediatamente critiche pungenti di esponenti liberali sia della Sinistra - Francesco Crispi, per esempio, lo definì dapprima un «incesto parlamentare», ma in seguito aderì pienamente a esso divenendo da repubblicano un fervente monarchico - sia della Destra".
Poi il testo si proietta sino ai giorni nostri: "Il fenomeno trasformistico, che è apparso ripetutamente nella storia italiana, è stato alimentato dal fatto che i sistemi politici italiani - quello monarchico liberale, quello fascista e quello repubblicano democratico - fino a tempi recenti hanno avuto il carattere di sistemi bloccati, ossia caratterizzati dall’impossibilità per le maggiori forze di opposizione di dar vita a normali alternative di governo. Da questo è derivato che, all’interno di tali sistemi, il ricambio della classe politica dirigente è potuto avvenire in maniera sostanziale proprio attraverso il distacco di parti delle opposizioni che hanno raggiunto lo schieramento governativo sia stabilendo alleanze, sia passando direttamente nelle file del governo"
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Trovo che si potrebbero aggiungere molte cose, ma il "filo d'Arianna" è chiaro e non si è per nulla spezzato, come dimostrano certe fibrillazioni nel centrodestra (esemplare quest'ultima dei Ministri berlusconiani che svoltano), ma anche nei tiraemolla nel centro (Pierferdinando Casini è mobile, "qual piuma al vento") e pure nello schieramento a sinistra (basti pensare agli atteggiamenti verso la possibile leadership di Matteo Renzi).
Una chiosa è d'obbligo per chi, come me, ha lasciato un movimento con cui ha condiviso una quarantina d'anni di appartenenza per crearne uno nuovo. Rifiuto, però, l'etichetta di "trasformista" per la semplice ragione che io sono sempre lo stesso, mentre a cambiare sono stati altri. Specie chi pratica la clamorosa modalità dissimulatoria di dire certe cose e di farne altre.

Casinò di Saint-Vincent e i libri in Tribunale

Il Casinò di Saint-VincentParlare del Casinò di Saint-Vincent non è mai facile. Io penso che si debba esaminare la questione con serenità, ma anche senza fare il "Gioco delle tre tavolette". Strade per un rilancio esistono, ma devono essere basate su di una strategia non costruita su speranze vaghe.
Intanto, per tutti, sarebbe bene che ci fosse una storia vera e ragionata dalla nascita sino ad oggi, che offra un interessante quadro delle molte volte in cui il destino della Casa da gioco si è incrociata con la politica valdostana non nell'ordinarietà dei rapporti, ma con vicende di cronaca significative. Io conosco bene i fatti dell'ultima trentina d'anni e so bene che, se dico "Casinò", mi trovo pure io in un attimo su "Twitter" con qualcuno che torna sul mio periodo di Presidenza della Regione. Incluso il momento in cui, grazie a qualche burattinaio, ci fu una settimana di sciopero dei croupier per una vicenda ininfluente, con continue assemblee dei dipendenti, degne di miglior causa.
Ma poi si è visto il perché: c'era chi, in quel frangente, versava benzina sul fuoco al solo scopo di creare un clima propizio a favore di un "Salvatore", che arrivasse ad aggiustare tutto quel che si diceva essere stato sfasciato. Peccato che tutto quel che era stato promesso non è arrivato, se non del denaro a pioggia per tacitare malumori in certi reparti, ma che sia chiaro che allora non eravamo affatto nel disastro attuale e esisteva un percorso tracciato. Mentre oggi a parlare di fallimento ("libri in Tribunale") è ormai l'azienda stessa. Sparisce l'ottimismo di cartongesso del periodo prima delle elezioni, che è stato un misto fra circonvenzione d'incapace e abuso della credulità popolare... Ma questo è solo un inciso, perché non voglio occupare troppo spazio per togliermi sassolini che ho nelle scarpe.
In fondo, lo scenario del piano sino al 2016 - almeno nel documento che ho letto, che sfiora le duecento pagine, ma ad interessare saranno sì e no una trentina - agisce principalmente sul costo del personale, come scelta per prendere un po' di respiro, aspettando che giocatori cinesi ricchissimi arrivino a mettere a posto i conti, spendendo e spandendo.
Dovendo schematizzare, sul personale le manovre mi paiono tre: pensione nel triennio per 150 persone, ma son curioso di capire se i numeri - per contributi e anzianità - siano veritieri, perché a me i conti non tornano. Ma è un mal di pancia dei sindacati, perché sono loro - per chi lo fa - che devono tutelare i diritti dei lavoratori. Secondo punto: tagli agli stipendi - immagino attraverso lo stop a voci varie - per risparmiare. Infine, terzo punto, la nascita di una società per chi entrerà in futuro con condizioni low cost: visto la fame di lavoro in tanti sono pronti a tutto. Non penso che sarà semplice conciliare con lo stato di crisi alcune cose: la presenza di pensionati che risultano stipendiati in posti importanti, i contratti interinali in gran voga in tutte le Partecipate perché creano legami di sudditanza, l'esternalizzazione di servizi che rendono apparenti certe economie derivanti dal venir meno di personale interno e infine bisognerà passare, visto lo stato della situazione, al pettine fine il bilancio.
Un quadro complesso, ma è vietato distrarsi, perché chi oggi difende il "Casinò de la Vallée" non lo fa a difesa di privilegi veri o supposti tali, ma di un'attività che, pur diversa dagli anni d'oro, può essere importante per l'economia valdostana.

«Guai ai vinti!»

Un busto di BrennoMi colpisce come nella politica italiana la stessa identica cosa la si veda "bianca" o "nera". I fatti di ieri in Parlamento sono esemplari. Non parlo dei commenti degli editorialisti in queste ore, la cui reale incidenza, in un Paese che legge poco i giornali, agisce su una piccola parte dell'opinione pubblica, ma mi riferisco alla pancia della gran parte delle persone che limita le sue informazioni a nozioni superficiali o al passaparola. Resta, in sostanza, una divisione manichea, perché il giudizio è precostituito, dunque è pregiudizio.
C'è una nota frase in latino: «Vae victis», che - tradotta dal latino - vuol dire «Guai ai vinti!». E' una vicenda che racconta Tito Livio nelle sue "Storie". Sono le storiche parole di Brenno, condottiero gallo, pronunciate ai Romani, quando in seguito alle loro proteste per le bilance false adoperate per pesar l'oro del loro riscatto dopo la sconfitta, gettò su un piatto del peso la sua massiccia spada. Nel significato generale, l'esclamazione esprime la triste verità, che ricorda come il vinto sia alla mercé del vincitore.
Oggi lo sconfitto è Silvio Berlusconi, la cui parabola, benché sinora oscillante, perché ogni volta che stava per affondare è sinora riuscito miracolosamente a tornare saldamente a galla, stavolta sembra essere segnata. Ma ci si chiede ora quale sarà la sua prossima mossa e ieri qualcuno indicava la via dinastica attraverso la figlia Marina.
Sui vincitori spiccano due nomi: Enrico Letta e il suo mentore, Giorgio Napolitano. Hanno passato dei brutti momenti, ma sono stati aiutati dalle "colombe" del Popolo della Libertà e dal ringalluzzito Angelino Alfano, che - con una pattuglia di Ministri, di ex democristiani e della corazzata "Comunione & Liberazione" - ha scelto lo scontro finale con il Cavaliere, che, con una giravolta in Senato da attore consumato, ha alla fine votato la fiducia.
Ricordando la celebre poesia di Alessandro Manzoni vien da dire, per molti dei protagonisti delle vicende di queste ore: "Fu vera Gloria? Ai posteri l'ardua sentenza". Una massima multiuso nella politica italiana, dove la frase iniziale sui vincitori e vinti va sempre presa con la giusta cautela non sapendo mai, nei continui rovesciamenti di fronte, che cosa capiterà.
Forse l'unica verità in Italia è che più si ampia e si differenzia il fronte delle alleanze di Governo e meno si assicura la solidità e la stabilità dell'azione dell'Esecutivo, perché è arduo mettere assieme idee e esigenze poco coincidenti. Immagino che ieri, dopo la gioia del successo, incassato con il solito understatement da Letta, il presidente del Consiglio avrà riflettuto sullo scenario futuro e sulle battaglie non facili che raramente nella politica contemporanea cristallizzano per sempre la figura del vincitore.

Democristiano? Mai!

Fa sorridere che in occasione delle recenti vicende sul Governo Letta, di cui conosciamo solo quel che è emerso in superficie e di cui conosceremo solo tra qualche tempo le trame sotterranee, emerga una vecchia fierezza democristiana in chi - e non sono pochi - rimpiange e invoca la Democrazia Cristiana.
Un partito ben conosciuto, con tanto di croce nel simbolo per definire l'origine confessionale, nato nel 1942 sulle ceneri del Partito Popolare Italiano (a sua volta creato nel 1919 e sciolto dal fascismo nel 1926) e morto - perché se lo meritava - a metà degli anni Novanta, sotto il peso delle vicende di Tangentopoli.

Spiaggia di sangue

I cadaveri di alcune vittime a LampedusaMorti a due passi dalla splendida "spiaggia dei conigli", dove si schiudono le uova delle tartarughe di mare. La retorica di queste ore stordisce, perché sembra sempre un fuoco di paglia, incalzato dal prossimo orrore che verrà e che cancellerà quello precedente.
Sono stato diverse volte a Lampedusa, avamposto dell'Italia, e dunque dell'Europa nel Mediterraneo. Le prime volte è stato all'inizio degli anni Ottanta, quando il turismo di massa non c'era ancora e, rispetto alle ultime volte in cui sono stato, l'isola era - tanto per essere espliciti - meno rovinata dalla mano dell'uomo. C'è uno sfruttamento del territorio che lo ha reso brutto, sporco e sciatto. Solo il mare e qualche spiaggia si salvano.
Ma allora, soprattutto, Lampedusa non era la "terra della speranza" per i migranti stipati in navi carrette del mare, che diventano spesso delle tombe, grazie alle Mafie che gestiscono nei porti africani i flussi di una nuova forma di tratta. Attenzione: ci sono altri flussi meno visibili nelle frontiere di terra comunitaria, ma è altra storia.
Con rotta Lampedusa, arrivano i disperati del Sud del mondo da Paesi in guerra o scappano dalla mancanza di democrazia o di pane con cui sfamarsi. La crisi economica che ha investito l'Occidente ha peggiorato la vita dei Paesi più poveri e questo ha creato un flusso ininterrotto di disperati che anelano a cambiare vita. Per essere onesti non vogliono fermarsi in Italia, ma noi siamo il Paese che più si protende verso l'Africa. Ci sarebbe anche Malta, che è pure un Paese europeo, ma loro respingono senza pietà e in barba alle norme internazionali.
L'Europa sembra non rendersi del tutto conto della situazione. Mi riferisco alla politica reale, perché in convegnistica le istituzioni comunitarie - ma anche le roboanti e di fatto poco efficaci agenzie dell'ONU - non hanno rivali per supplire ad un vuoto di poteri reali in questa fase storica.
Il dibattito italiano sembra svolgersi in un mondo finto. Lo è quello di chi parla di ospitalità senza limiti e quello di chi, all'opposto, pensa di sigillare le frontiere perché non passi nessuno. Chi pensa, come me, che non si può pensare che ci sia una possibilità illimitata d'accoglienza, ma che chi vuole deve poter vivere nei Paesi d'origine in un quadro economico decoroso e sotto regimi democratici, rischia di essere considerato come gretto e inospitale, se non complice di venature di razzismo.
Invece credo che ci vuole coerenza e correttezza, perché non ci siano "Paesi dei Balocchi", ingannevoli come quello di Pinocchio.

"Torino-Lione": contro la violenza

Il giornalista Massimo NumaSi leggeva, nella tarda serata di ieri, sul quotidiano torinese "La Stampa": "Una bomba mascherata da hard disk. E' arrivata ieri in redazione, indirizzata al collega Massimo Numa, che da tempo si occupa delle tematiche della Val di Susa e dei "No Tav". La bomba era confezionata con 120 grammi di polvere esplosiva compressa all'interno di un hard disk con un microchip che doveva funzionare da detonatore non appena fosse stata collegata al computer tramite cavetto usb".
Intendiamoci subito: l'ordigno era stato confezionato per uccidere e questa scelta terribile e violenta non ha sfumature nel giudizio ed è forse la grande occasione per fare chiarezza su certi rischi che aleggiano attorno alle proteste sulla "Torino-Lione".
In questi anni, ho seguito con grande interesse la vicenda: un po' perché mi sono sempre occupato dei problemi delle Alpi nei suoi diversi aspetti, compreso quello dei trasporti e dei grandi assi di collegamento di portata europea. Trovo che, nel caso della Val di Susa, valle gemella della Valle d'Aosta per molti aspetti, lo Stato abbia sbagliato tutto sin dall'inizio verso i montanari, che già subiscono un traffico stradale e si trovano ora con enormi cantieri che dureranno per molti anni e con una ferrovia che è stata all'inizio davvero imposta e la militarizzazione della zona è stata una risposta pericolosa. Ma altrettanto lo è l'ambiguità fra chi protesta con civiltà e preoccupazione e chi sguazza in questo tema per fini violenti e, come si dice con un brutto termine, "eversivi". Un abbraccio mortale per gli onesti e i pacifici.
Il giornalista minacciato non lo conosco, ma su Internet si capisce che da anni è diventato, in un crescendo, un capro espiatorio sino a essere bersaglio di un tentato omicidio.
Si leggono cose del genere: "A finire nel mirino del gruppo è stato il giornalista de "La Stampa", Massimo Numa, noto per la sua passione nello scrivere articoli facendo copia-incolla dalle veline della Questura e per i suoi continui attacchi contro il movimento "No Tav", contro il quale ha scatenato una sua personale battaglia fatta di pezzi infamanti quando non al limite del ridicolo".
Oppure: "Un uomo, degno di tale nome inteso come genere umano, quando scrive certe cazzate dovrebbe avere anche il coraggio di sostenerle nei confronti diretti. Lui no è un pavido codardo, appena gli dici quel che pensi (senza assolutamente essere minacciosi in alcun modo sia chiaro) inizia a tremargli la mano e ti intima di andartene, ti minaccia di denuncia e chiama la Polizia (che peraltro assisteva divertita li a pochi metri da noi)".
O ancora, un gruppo "Facebook" apposito: "Non comprerò più LA STAMPA finche' ci scrive MASSIMO NUMA è su Facebook". Il tono e i contenuti sono evidenti.
Brutta storia questa della bomba. Occasione di riflessione e di distinguo senza se e senza ma. Non so se ormai, come stanno andando le cose per i trasporti in Europa e attraverso le Alpi e con i trafori ferroviari in costruzione, la costosissima "Torino-Lione" abbia in questa fase un senso. Osservo solo che, come hanno capito gli svizzeri, l'unica possibilità per ridurre il trasporto su gomma è usare il treno, poi nel merito del nuovo traforo si deve discutere. Ma la discussione deve restare politica. A questo punto, superato un limite con un attentato terroristico, tutti devono fare un passo indietro rispetto a questa escalation: lo Stato che non può usare la logica cieca della manu militari e chi protesta in buona fede che non può accettare che scorra il sangue.

Frasi double face

Lettere di 'Scrabble'Io ho sempre detto che bisogna stare attenti alle parole e essere anche molto rigorosi nell'organizzazione delle frasi. Ci potrebbe sempre essere qualche sorpresa e dunque bisogna fare tutto con accuratezza e soprattutto diffidare delle apparenze.
"Vorrei morire nel sonno come mio nonno". Una frase del genere potrebbe suonare come commovente, perché una persona mette in gioco un futuro momento drammatico, aggiungendo un elemento emozionante misto al ricordo di un caro congiunto. Se uno aggiungesse: "Non urlando come le persone che viaggiavano con lui sulla sua auto", allora - ho rubato la battuta su "Twitter" - la vicenda si tingerebbe di grottesco e verrebbe da ridere.
Per dire come il confine fra il riso e il pianto sia labile. Sembra in fondo un metodo applicato alle mezze verità della amministrazione della Regione autonoma Valle d'Aosta. Genere: "Il Casinò di Saint-Vincent è il migliore fra le case da gioco italiane". Ma il secondo pezzo svela: "Ma rischiano di portare i libri in Tribunale".
Nel settore agricolo: "Tocca a voi rendere le vostre aziende più produttive e meno assistite". Aggiunta: "Anche perché non abbiamo più un euro nel settore".
Altro esempio: "CVA è una grande e florida azienda nel settore elettrico". Poi: "Ma se la fanno sotto per la gara per le concessioni che arriverà fra qualche anno".
La Chambre Valdôtaine: "Anche la Valle d'Aosta si è dotata di una Camera di Commercio". Postilla: "Per scoprirne la sua inutilità".
Dati sul turismo: "Risultati ottimi per il turismo estivo" Aggiunta: "Gli albergatori sulle tracce dello statistico che li ha elaborati".
Notizia per il sociale: "La Regione avrà un asilo nido per i suoi dipendenti". Tuttavia: "Essendoci solo quindici posti l'unica scelta è tirare a sorte".
Aosta spara: "Vogliamo diventare la città europea della Cultura". Si dice poi: "Come fare le nozze coi fichi secchi: non c'è un euro".
Anche in politica vale questa metodologia: "Augusto Rollandin è un grande leader per l'UV". Seconda frase: "Oltretutto con il vantaggio di decidere tutto da solo nel silenzio".
Alcuni nell'Union Valdôtaine: "Faremo una rude battaglia interna". Ma, si aggiunge: "Non abbiamo ancora deciso in quale anno".
O anche: "Gli Assessori regionali senza esperienza stanno facendo apprendistato". E si aggiunge: "Finché sono in garanzia ce li riprendono indietro".
Volitivi: "La Stella Alpina non è la ruota di scorta di nessuno". Precisazione: "Perché ormai si usa il ruotino". Infine:
"E' ancora vuota la sedia di presidente dell'UV". Facile: "Perché Ennio Pastoret ci si è già seduto sopra".
Spero che nessuno si offenda, perché non è nulla rispetto a certi anonimi, forse politici, che "sparano" su "Twitter" sotto la rigorosa e coraggiosa forma del «tanto non sai chi sono!». E non è nulla, rispetto a chi, neppure anonimo, è pagato per fare il suo quotidiano lavoro di discredito.

Lo iettatore

Totò iettatoreCapita spesso, nella vita quotidiana e nel mondo parallelo dei social media (ieri leggevo un dialogo di follower sul tema), di indicare qualcuno come "menagramo". Nomea tristissima e ingiusta, che marchia come un'infamia e crea quel famoso effetto «Calomniez, calomniez, il en restera toujours quelque chose».
Faceva ridere, in un suo film, il grande Totò, che credeva molto a certe cose, come molti attori, quando diceva: «Il pericolo ci sovrasta, in questo ufficio c'è uno iettatore : non uno iettatore da poco, ma uno iettatore ereditario. Il nonno era imbarcato sul "Titanic" e fu l'unico superstite; lo sbarcarono a Messina e la notte stessa venne il terremoto. Saranno coincidenze che coincidono, ma una coincidenza oggi, una coincidenza domani….».
Io ne ho in mente tre di persone e loro coincidenze. Uno era un famoso presidente di Commissione alla Camera, socialista e napoletano, grande costituzionalista. Sapeva della nomea e ci scherzava. Ricordo una volta, che viaggiammo in treno con una delegazione parlamentare verso Bonn (allora Capitale tedesca). Già il treno era stato prescelto, dopo un consulto con i funzionari preoccupati, pensando che un incidente aereo sarebbe stato peggio di uno ferroviario, ma nella notte del viaggio da Roma si sviluppò una serie di epiche partite a poker. Per l'unica volta in vita mia il tavolo, me compreso, giocava per perdere per non contraddire Lui, cambiando le carte buone per non incorrere nella "sfiga". Vinse un deputato di Brescia, che fu fulminato da un: «Chissà se mai verrai rieletto». Mai fu rieletto. Oppure quella volta in cui, per un bisticcio in Commissione, disse a un collega: «Attento alle scale!». La povera vittima tornò, la volta dopo, ingessato.
Mi convinsi allora che, ovviamente non esistendo nulla di reale, lo iettatore fa impressione e la casualità diventa la mano invisibile del destino, legato alla capacità del "gufo" di pilotare la sfortuna.
Nel mondo del giornalismo, ricordo tre colleghi, due seguivano lo sci, uno della "Rai" e uno de "La Stampa". Gli atleti e tutto l'entourage delle gare li temeva, annunciandone l'arrivo con gesti e oggetti scaramantici. Ricordo che uno, una sera, fece un annuncio ad alta voce su una cattiva percezione nell'aria, che causò un blackout in una nota stazione alpina, mentre l'altro sadicamente centellinava frasette ambigue sullo stato di salute degli altri con incubi per i superstiziosi.
Il terzo era un collega di origini valdostane che lavorava altrove. Di lui si è sempre detto il peggio, roba da pompe funebri e da vicende da tregenda. Lui si godeva le situazioni, considerando la iella come uno stupendo passepartout.
Io non ci credo, naturalmente, e mi sono sempre divertito dei politici che consultavano maghi e fattucchiere e, nella vita di tutti i giorni, dimostravano di credere a cose tipo la sfortuna derivante da gatti neri, dal sale caduto, da uno specchio rotto o dalle date genere venerdì 17.
Superstizioni...

Attenti al gioco dell'oca

Le pedine del 'Gioco dell'oca'Strana storia la politica, perché - più è lungo il tempo da cui te ne occupi - e più di accorgi che non finisce mai di stupirti. Il suo dispiegarsi sembra, talvolta, come quelle caselle che appaiono nel "Gioco dell'oca", con il suo originale movimento a spirale. Chi gioca sa di dover zigzagare, come in un labirinto, con diverse possibilità dovute al caso. Rientrano in questo anche delle brutte sorprese, genere qualche "alleato" che ti spara nel sedere (dicesi "fuoco amico") o qualche "nemico" che si fa seduttivo (definita "campagna acquisti"). Ma, per fortuna, la posta in gioco è così seria da dover tenere la barca piana per senso di responsabilità e, in fondo, delle critiche e delle lusinghe bisogna far tesoro, perché tutto nella vita può servire.
Certo ci sono cose molto concrete da risolvere e, in premessa, va ribadito che l'insieme dei problemi che si stanno abbattendo sulla Valle d'Aosta non sono di poco conto e prevedono idee per costruire, sapendo che il biasimo, se manca l'alternativa a quanto contestato, non serve a nulla. Per quel che mi riguarda penso, ma forse è presunzione, di aver maturato abbastanza esperienza politica da avere catalogato. dossier per dossier, diverse questioni, che oggi sono incandescenti.
Non convince, in questo frangente, un generico appello al fronte comune, genere "larghe intese", per risolvere le questioni. Spiace ribadire che vi sono due elementi su cui riflettere, come questioni preliminari. Comincerei con la montagna di bugie accumulate, prima delle elezioni regionali, per evitare il "patatrac". Intendiamoci: nessuno ha mai preteso che l'Union Valdôtaine, divenuto strumento del solo Augusto Rollandin, facesse autocritica. Non appartiene al carattere dell'uomo (e di chi lo segue per fede o per paura) ed è normale che, prima delle elezioni, si esibissero le cose buone e si tacessero le cose cattive. Ma esiste un limite oltre al quale si costruisce, a beneficio degli elettori, un mondo fittizio, di cui si potrebbero fare molti esempi. La logica è: seppelliamo la verità e, facendo finta di niente, qualche mese dopo le elezioni, si rappresenta finalmente la realtà non più artefatta, contando sulla smemoratezza dei valdostani e sui cinque anni che ci sono prima delle successive elezioni regionali. Cinico ma comprensibile, specie se gli elettori si fanno abbindolare e si limitano, se "cornuti e mazziati", allo sterile esercizio del mugugno.
Di fronte alle difficoltà si incomincia ad evocare l'idea - astuta nella sua esplicitazione - di un "tutti assieme" a difesa dell'autonomia in liquidazione. Chi non ci stesse, verrebbe catalogato nella mefitica categoria dei traditori. Insomma chi comanda sceglierebbe la musica da suonare e a quella bisognerebbe adeguarsi, senza alcuna condivisione, per evitare appunto di essere additati al ludibrio della comunità.
In sintesi: bisogna pazientare, mantenere i nervi saldi e non farsi distrarre e neppure - per dirla papale papale - fregare.

Brutta storia essere un ignavo

L'ingresso dell'inferno secondo Dante nella 'Separazione delle anime' di Luca SignorelliScegliere è un obbligo, nella vita e anche in politica. Non si può, come capita ad alcuni anche nella Valle d'Aosta di oggi, evitare di schierarsi o star fermi in posizioni pregresse non più condivise, ma che si mantengono senza convinzione, in una logica di attendismo che puzza di opportunismo o di un "lasciarsi vivere".
Intristisce, infatti, che per alcuni sia preferibile questa scelta di far finta di niente, in attesa di vedere che cosa avverrà. Schierarsi, insomma, sarebbe - per certi "cuor di leone" - da farsi rigorosamente a bocce ferme per evitare di sbagliare cavallo. Certo che chi parteggia, quando i giochi sono ancora aperti, qualche rischio se lo assume, ma - con Alessandro Manzoni - "uno il coraggio non se lo può dare".
Il ricorso ai Classici, per rappresentare il mondo in cui viviamo, è uno straordinario soccorso, che ci viene dal mondo della cultura, senza il quale saremmo dei poveracci nel buio della cronaca. Questa risorsa, bagaglio prezioso, mostra anzitutto come esistano nell'umanità dei tratti distintivi che, attraversando le epoche, restano validi nella loro universalità. D'altra parte, sarebbe ridicolo sforzarsi a trovare delle spiegazioni odierne, quando c'è chi ha già saputo farlo in modo esaustivo e esemplare e dunque non c'è bisogno di ripetersi.
Che la "Divina Commedia" di Dante sia, anzitutto, un testo politico è visibile dal fatto che, nell'Inferno, le prime anime dannate evocate da Dante siano gli ignavi, gli indifferenti alla politica, "color che sono sospesi" e non parteggiano. In campo religioso, il peccato sarebbe stato veniale, da finire in Purgatorio, ma in Dante vibra una personale indignazione.
Perciò non è niente affatto un caso se il grande poeta fiorentino, ancora prima di passare l'Acheronte, posiziona gli ignavi, cioè i pusillanimi, che hanno vissuto tutta la vita senza scegliere fra bene e male. Per questo stanno fuori dall'Inferno vero e proprio, in una sorta di vestibolo detto antinferno, terribile terra di nessuno. Il "contrappasso", cioè il rapporto che Dante pone fra peccato e pena da scontare, è l'obbligo di inseguire incessantemente un'insegna bianca (quindi priva di significato, proprio perché in vita non seppero seguire degli ideali), essendo tormentati da insetti che pungono, con il sangue delle punture mischiato alle lacrime, che viene poi raccolto ai loro piedi da vermi schifosi. Questo gruppo di dannati è un'invenzione dantesca, che forse suscita qualche perplessità dottrinale per questa condizione di "sospensione", ma è una scelta di Dante per ricordare come, nella società comunale imbevuta di politica, spesso con decisioni secche e senza sfumature, decidere dove stare, anche al di là di certe convenienze, era un obbligo. Chi non lo fa, oggi come allora, diserta, anzitutto, dalla propria coscienza. Specie se - in un immobilismo/astensionismo ambiguo e svilente - aspetta solo di vedere chi vinca o chi perda per, infine, manifestarsi.

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