September 2013

L'allodola, il gufo e il colibrì

Un'allodolaOggi parlerò di "cronotipo", parola che non troverete sul dizionario, e che un lapsus calami potrebbe trasformare facilmente in "cronotopo", che non è un tipo di roditore alieno, ma il rapporto spazio-tempo.
Cronotipo, dicevo, che sarebbe "una caratteristica degli esseri umani che indica l'essere particolarmente attivi in un preciso momento della giornata".
Per capirci sono "allodole" le persone - pare il dieci per cento dell'umanità - che si addormentano presto la sera e si svegliano presto la mattina, quando dunque sono più attivi, e invece la notte sono mosci. Mentre i "gufi", per contro, che sarebbero il venti per cento delle persone, stentano a carburare sino in tarda mattinata, ma poi lavorano e vivono meglio la notte e si addormentano tardi.
Quelli che sfuggono agli opposti estremismi, che poi si declinano in forme più o meno accentuate tardi o presto o presto o tardi, sono il restante settanta per cento e vengono definiti "colibrì" - dal minuscolo volatile che sta pure in volo stazionario e vola persino all'indietro - per i suoi ritmi "normali" fra giorno e notte.
Facile capire perché si faccia riferimento all'allodola, trattandosi di un uccellino passeriforme mattutino dal bel canto (credo che si dica che "trilla"), mentre il gufo - noto per il caratteristico e pure sinistro bubolare - è un uccello esclusivamente notturno.
Io sono allodola, senza "se" e senza "ma". Chi mi segue da tempo sa che sono sveglio molto presto e faccio fatica la sera. E' sempre stato così, anche se so che la caratteristica si accentua negli anni. Ritengo per me indispensabile dormire sette, otto ore per notte, altrimenti ne risento seriamente.
Mi riconosco anche nelle quattro caratteristiche che trasformano in allodola:
1. abitudini acquisite in famiglia: mio papà di alzava presto e credo ci sia un processo imitativo, anche se lui - che ha campato a lungo - si faceva, dopo pranzo, un pisolino d'ordinanza di una ventina di minuti, che io non faccio;
2. momenti e fasi di vita: certo che ogni tanto sono stato "gufo", ad esempio in occasioni sociali cui non si può sfuggire per dovere o per piacere, mentre ovviamente da ragazzo la notte era piena di attrazione che "forzava" le abitudini;
3. tipo di lavoro: ho imparato dal politico francese Michel Barnier, che i politici troppo nottambuli e onnipresenti la pagano nel lavoro concreto, anche se magari certi elettori gongolano. Questo vale anche per chi fa il giornalista: l'immagine del giornalista bohémien e "poeta maledetto" cozza con la realtà di un lavoro in cui bisogna essere lucidi e presenti;
4. basi biologiche: certo che poi vi sono ragioni fisiologiche, che riguardano le sostanze, come la melatonina, che portano al sonno e che nel mio caso mi marchiano come "allodola".

Quella storia a Saluzzo

Massimo GramelliniPer una catena di casualità, nella placida e storica città di Saluzzo, appare una notizia che diventa ghiotta per la stampa nazionale. Uno stimato ed ammirato professore del locale liceo si sospetta sia uno stupratore seriale di minorenni, sue allieve, e si arriva ad immaginare che c'entri con il suicidio di una ragazzina, che forse fu vittima del suo adescamento.
Come spesso accade in provincia, non in senso amministrativo ma come piccola comunità con i suoi pregi e difetti, la prima ondata - per una personalità locale preclara - è stata innocentista con lettere di allieve (guarda caso, quasi sempre al femminile) adoranti verso il prof "moderno" e coinvolgente e analoghi attestati di stima c'erano stati da parte di colleghi e, solo in un primo tempo, di alcune autorità. Si temeva cioè che si fosse preso un granchio e che il tutto potesse essere il frutto di invidie e gelosie, che fanno parte delle dinamiche nei posti dove tutti conoscono tutti.
Ma poi sulla scena, oltre a cronisti di razza giunti a disossare la vicenda, "La Stampa" ha sganciato il vice direttore, nella sua rubrica quotidiana "Buongiorno" in prima pagina del quotidiano, due giorni fa.
Il titolo ("Il carisma assolutorio") e il contenuto sono risultati tombali, conoscendo la sua autorevolezza e il peso che il giornale torinese ha in tutto il Piemonte.
Scrive Massimo Gramellini: "Chi vive in una grande città fatica a comprendere perché Saluzzo sia così restia a prendere le distanze dal professore di italiano che le intercettazioni ambientali inchiodano al ruolo abietto di prevaricatore sessuale di allieve minorenni e plagiate. (...) L'attacco arriva dall'esterno e colpisce la star locale, l'insegnante carismatico che ha cucinato le prelibatezze di Dante a generazioni di studenti. La prima reazione della comunità è allora la chiusura: di sicuro sarà un complotto, una persona tanto brava e perbene, proprio qui dovevate venire a fabbricarvi il mostro, magistrati e giornalisti della malora?"
Poi il cuore del pezzo e la sua conclusione: "E' probabile che questo umore assolutorio, o comunque minimizzante, si tramuterà in rabbia giustizialista al processo, non appena i particolari dei consessi erotici diventeranno di dominio pubblico. Ma per ora il pregiudizio popolare sta con l'imputato, in base all'assunto che una persona simpatica e di successo non può essere capace di turpitudini (accade anche in politica, quando un leader molto votato viene accusato di reati infamanti). E ad alimentare questo pregiudizio interviene l'istinto auto-assolutorio della comunità, vivisezionato in centinaia di romanzi: riconoscere di avere vissuto accanto al male significherebbe infatti ammettere di non averlo saputo vedere".
Bello e istruttivo anche per i valdostani il parallelo con il leader politico, cui ci si stringe attorno in un afflato innocentista, fatto di affetto e fiducia contro ogni evidenza. L'ho fatto anch'io in passato, purtroppo.
Resta il problema su Saluzzo: parlarne o no? Sono troppi gli inviati e i loro articoli? Io penso che, tolti un voyeurismo rapace e una pruderie ipocrita, il fatto interessi per i molti "mostri" nascosti nella società, che si destreggiano nelle acque chete della quotidianità, come dei pescecani. Fermati, troppo spesso, solo dal Caso o dalla fortunata circostanza che - come diceva Bertold Brecht - "ci sarà pure un giudice a Berlino".

Aspettando Renzi

Matteo Renzi con alcuni sostenitoriMatteo Renzi è il solo esponente del centrosinistra (o, se preferite, centro-sinistra) che può vincere a man bassa eventuali elezioni politiche.
Lo scrivo, dopo l'estate, non a caso e visto che volevo scriverlo da qualche giorno non è la conseguenza "usa e getta" di un "renzismo" che sta colpendo una parte d'Italia, quella che sente l'aria come fanno i bracchi che inseguono una preda.
La verità è che, come credo capiti a tutti, l'estate è la stagione nella quale si hanno i maggiori e i più vari contatti sociali. Per cui è normale parlare di politica che, visto lo stato drammatico della situazione italiana, finisce per essere argomento assai gettonato. Sulla base di queste "chiacchiere", dalle più banali alle più approfondite, mi sono convinto che - nel caos attuale - il sindaco di Firenze ha finito per rappresentare una speranza. Non so se queste aspettative verranno mai realizzate, ammesso cioè che l'Italia sia ormai un Paese governabile, ma il fatto certo è che Renzi ha un seguito vasto e che attraversa gli schieramenti, pescando anche a destra e fra gli indecisi.
Dovessi dire non mi sembra neppure il frutto di chissà quale marketing vincente, ma piuttosto delle circostanze grame in cui diventa naturale cercare una via d'uscita e Renzi - merito suo o torti altrui, a seconda di come la si veda - appare essere una chance da sfruttare in fretta.
Si tratta di un vento favorevole che immagino Renzi e i suoi collaboratori più esperti abbiamo perfettamente colto e non solo grazie agli esperti di sondaggi, che in Italia raramente ci pigliano. Quanto semmai dall'idem sentire, che finisce per essere qualcosa di palpabile nella quotidianità.
Spero di aver l'occasione di conoscere Renzi per formarmi un'opinione personale. Un quarantenne, specie se saprà crearsi una squadra capace e affidabile e se avrà i voti necessari per governare senza la necessità di troppi compromessi, potrebbe dare una sveglia all'Italia in catalessi. Ma è difficile dire se supererà gli sbarramenti, prima in casa sua e sono i più insidiosi e poi nella dialettica con gli schieramenti politici avversi. Il suo potrebbe essere un fuoco di paglia oppure un auspicabile cambiamento di velocità, senza il quale si dovrebbe vivacchiare in questo clima senza prospettive in un paso doble sinistra - destra che a me sembra un'agonia. Tra l'altro in questa situazione agiscono patetici "pontieri" che sperano in chissà quali premi futuri.
La stessa identica agonia che in Valle d'Aosta ha colpito l'asse Union Valdôtaine - Stella Alpina in una stagnazione politica che fa persino impressione. Chi si trova immerso in questa palude Stigia non so davvero come potrà uscirne. Non sappiamo bene cosa voglia dire il celebre verso dantesco «Pape Satàn, pape Satàn aleppe», connesso alla palude, ma sappiamo bene in quale generale tristezza (politica, beninteso) ci troviamo a vivere.
Per cui sperare in un'ultima spiaggia ha un suo perché.

Così parlò Follioley

Un dettaglio della copertina del libro di Giacomo Sado su Giuliano FollioleyQualche mese fa, con l'aiuto di Giacomo Sado, già caporedattore della "Rai" di Aosta, il noto imprenditore valdostano Giuliano Follioley ha scritto - ed è andata a ruba - una sua autobiografia, in cui racconta la sua vita dal dopoguerra sino ad oggi. E' la storia di un self-made man, partito dalla gavetta e cresciuto nel settore edile e non solo per poi, con vicende in epoca di "Tangentopoli", veder crollare il suo impero nel volgere di poco tempo. Conoscevo la sua storia dagli albori per i racconti di mio zio Ulrico Masini, veterinario storico in bassa Valle.
Follioley, nel lontano 1979, fu il mio secondo datore di lavoro ai tempi della televisione privata "RTA - RadioTeleAosta", situata ad Aosta in cima al "Palazzo Fiat", e mi fa piacere che mi abbia citato - come giovane giornalista e negli sviluppi successivi - in quella parte del libro dedicata all'avventura televisiva. Avrebbe potuto diventare un "Berlusconi", ma allora non colse la potenzialità del mezzo. La mia esperienza fu intensa, ma durò in realtà pochi mesi, perché alla fine di quell'anno - e fu la mia fortuna - venni licenziato, perché ero un po' troppo "esprit libre" rispetto ad almeno due assessori del Governo regionale di allora, che ottennero la mia testa. Due mesi dopo, per una serie di fortunate combinazioni, entrai alla "Rai", segno che bisogna sempre aspettare, prima di capire se certi fatti della vita risultino, alla fine, positivi o negativi.
Lo ricordo il Follioley di quegli anni: un duro, un decisionista, che aveva fama meritata di lavoratore indefesso, che sapeva apprezzare i collaboratori capaci. Naturalmente il pelo sullo stomaco ce l'aveva e nel libro non nasconde questo suo carattere rude, che me lo ha sempre reso simpatico con quel sorriso furbo e gli occhi chiari e penetranti, di chi si era abituato a non abbassare mai lo sguardo. Una sicurezza, frutto di inizi difficili e dolorosi, che racconta bene nel libro, segno che il successo se l'era costruito, sapendo osare e dandoci sempre dentro.
Il libro è sincero e lascia traccia anche delle sue speranze per il futuro della Valle e chi ha visto il cammino di tanti decenni di rivolgimenti della società locale è certo in grado di farlo, perché Follioley ha un cervello fino e ha saputo cavalcare il boom economico come pochi altri in Valle. Se avesse voluto, con il libro, avrebbe potuto far tremare qualcuno e non solo chi ha lasciato il potere da anni, ma direi che - detto di aver scelto di distruggere i documenti accumulati nel tempo - qualche ammonimento fra le righe lo lancia "a buon intenditor...".
Trovo esemplare per la lucidità il passaggio, che non cadrebbe nel nulla se sul punto non ci fosse una sordità che cela complicità, sull'autostrada, che lui ha pure costruito. Scrive: "Oggi, da Pont-Saint-Martin sono andato ad Aosta. Ho viaggiato a singhiozzo. Andata e ritorno a rilento per via dei lavori. Infiniti. C'è da arrabbiarsi a percorrere in questo modo l'autostrada più cara d'Italia. Come tutti gli automobilisti mi chiedo: ma non si può fare diversamente? La "Sav" (così mi dicono) risponde invariabilmente dall'alto della sua supponenza: -"Sapremo ben noi come fare?". Come dire: non disturbateci! Non disturbate i nostri diritti acquisiti nella "nicchia" delle pavimentazioni e delle manutenzioni! Allora penso alle ultime cose appena scritte e devo ammettere: il cosiddetto "mercato" non risolve tutto. Non sempre premia i più capaci e non cancella i peggiori. Non è un regolatore automatico. Non basta lasciar fare ai privati perché tutto fili liscio. Se poi questi privati, senza curarsi dell'interesse generale di chi li paga, fanno ostinatamente gli affari loro come vogliono, quando e come fa comodo a loro. Anche la pavimentazione non è certo un lavoro da dare ad altri...Perché cedere parte dei guadagni sicuri? Fanno come vogliono. Un comportamento, io credo, lesivo anche degli azionisti di minoranza, tra cui la Regione Valle d'Aosta".
Parole come macigni, da parte di chi le cose le capisce. E spiega in poche righe che, dietro la privatizzazione delle autostrade, in Valle come altrove, c'è stato un "pacco". Con un fiocco particolarmente vistoso per i valdostani.

Meglio il voto

Il 'teletrasporto' di 'Star trek'Chissà se sono il solo che sogna l'esistenza del "teletrasporto", direttamente in una "terra promessa", per sparire "in quattro e quattro otto", fuggendo via dalla situazione italiana.
Forse, vista da distante, da un luogo paradisiaco, raggiunto con la rapidità di spedizione e di arrivo di una mail, sull'Italia di oggi si potrebbe pure fare una risata beffarda. Però - visto che i sogni restano tali - meglio fare buon viso a cattivo gioco e lasciarsi andare a babbo morto in questa situazione, reagendo come è possibile fare.
Il teologo antinazista Dietrich Bonhoeffer ha scritto: "L'essenza dell'ottimismo non è soltanto guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, il futuro lo rivendica a sé". Belle frasi, che sono consolatorie e anche piene di quella speranza, che appunto troppo spesso si fa flebile. Per cui, con coraggio, parliamo di politica.
Tutto porta a dire che il Governo Letta non vedrà il cambio dall'ora legale all'ora solare: non è più questione, insomma, di mangiare o no il panettone natalizio. Silvio Berlusconi sembra aver deciso di "staccare la spina", ma certo resta d'obbligo una qual certa cautela, perché il Cavaliere ci ha abituato ad un movimentismo senza eguali. Tuttavia, in questa circostanza lo scenario sembra adamantino: se non esiste alternativa alla sua decadenza da Senatore, allora - essendo la miglior difesa l'attacco - potrebbe nelle prossime ore ritirare la delegazione governativa di Forza Italia (già Popolo della Libertà) e aprire ufficialmente una crisi.
Difficile dire dove si andrebbe a parare. Le elezioni anticipate, già in autunno o forse a inizio anno, sono un primo scenario. Oppure, tenendo conto dei quattro nuovi senatori a vita schierati a sinistra e qualche transfuga che lasci Beppe Grillo, potrebbe configurarsi un Letta bis senza berlusconiani. Potrebbe pesare poi, sull'intera vicenda una scelta clamorosa del Presidente Giorgio Napolitano, della serie "arrivederci e grazie" per avere un successore che rimescoli le carte e dia una prospettiva alla Legislatura, magari con un Governo tecnico.
Ma sono questi pensieri in libertà, essendo evidente che nulla in questa fase appare davvero prevedibile. Si viaggia nel buio e i fari sono pure spenti. Altro che astrologare su grandi riforme, come si è fatto per mesi, prendendo un evidente abbaglio con la nascita di un Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali, che è meglio lasciar stare! Quando le cose sono incerte e le divisioni palesi, allora meglio evitare di porsi traguardi troppo ambiziosi e di fatto impossibili da raggiungere, oltreché pericolosi come toccare la Costituzione, senza clima costituente.
Allo stato attuale, alla fine, "porcellum" o no, meglio andare al voto.

Bere bene

Bevitori non proprio elegantiCi sono argomenti che non è sempre facile trattare, per tabù o per atteggiamenti da benpensanti. Ma si tratta, in fondo, di un modo ipocrita per evitare di affrontare la realtà. Trovo che sia un bene dire le cose come sono, perché è l'unica possibilità per intervenire in modo corretto. Non mi è mai piaciuto il moralismo da quattro soldi, che è quello che non consente di ragionare con la propria testa, perché solo la comprensione, che è un processo reciproco, permette di giungere ad una condivisione.
A me - come penso a molti dei lettori - è capitato di fare, da giovani, delle "ragazzate" e di correre qualche rischio in moto e in macchina. Qualche bicchiere di troppo era magari il complice di turno, frutto di giochini con canzonette in cui il «faire cul blanc», cioè il bere tutto d'un colpo, come si dice in Valle d'Aosta, era una specie di rito d'iniziazione, che ho ritrovato con coetanei - a quei tempi - un po' dovunque.
Questa estate, in diverse sagre, o per mia testimonianza diretta o per racconto di miei amici affidabili (e pure qualche ammissione dei due figli adolescenti), mi è stato confermato come questi bagordi non siano spariti, anzi che nuove "misture" si affaccino nel giochi di compagnia, di un genere ai miei tempi sconosciuto, tipo "tirarsi neri" a freddo con gli amari o i cocktail fra bevande e energetiche e vodke alla frutta. Da notare che, da pochi mesi, ai minorenni non si potrebbe né vendere né mescere delle bevande alcoliche.
Ma la verità è che i proibizionismi, specie se già organizzati per essere come dei colabrodo, non cambiano i comportamenti sociali e culturali. Non si possono mettere gabbie, ostacoli, sbarramenti, armature, ma semmai spiegare le buone ragioni che portino a scelte sensate in direzione del "bere bene".
L'educazione è più faticosa della norma che impedisce e punisce. Ma, laddove ci si trovi di fronte a argomenti che toccano la salute, si ha davvero la chance di poter operare con successo, spiegando i rischi dei comportamenti scorretti e regole elementari per evitare di farsi del male.
L'alcolismo, nelle sue forme più gravi, deriva da un percorso che passa attraverso varie tappe e ognuna di queste comporta rischi, sin dall'inizio, fino alle terribili conseguenze finali. Non esiste rassegnazione rispetto ad un fenomeno che può essere bloccato, nel suo delinearsi, da molti semafori rossi. Se non scattano e se chi li vede non si ferma, allora si arriva alla fine di un percorso senza più speranza.
Io ne ho visti tanti.

Ricordare l'8 settembre 1943

«Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta».
Settant'anni fa, l'8 settembre 1943, alle 19.42 dai microfoni dell'"Eiar", l'allora Capo del Governo italiano, quel maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, annunciava l'entrata in vigore dell'armistizio firmato con gli anglo-americani cinque giorni prima.
Così Badoglio, già legato alla sconfitta di Caporetto della Prima Guerra mondiale, legherà il suo destino e la sua pessima fama anche a questo atto esemplare dell'8 settembre, passaggio topico per la storia italiana, dopo che il 25 luglio Benito Mussolini era uscito di scena per un voto avverso dei "suoi" del Gran Consiglio.
Tornerà con la Repubblica di Salò, "fantoccio" dei nazisti sino alla sua morte il 28 aprile del 1945.

"Ukase" impossibili per San Grato

Il sarcofago con le relique di San Grato«Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma», così il chimico francese Antoine Lavoisier. Non sapeva che il suo aforisma potesse essere applicato a pieno anche alla politica.
A suo tempo, l'abolizione, decisa dal Governo Monti, della festività connessa giorno del Santo patrono di ciascun Comune, mi aveva convinto della necessità di riposizionare la "Festa della Valle d'Aosta" - nata con legge regionale del 2005 - , spostandola dal 7 settembre e accorpandola al giorno del 27 febbraio, data di emanazione dello Statuto d'Autonomia, che diventa la domenica più vicina alla data, quando non è un festivo.
Peccato che poi la festività dei Patroni sia rimasta e non ci stata nessuna "abolizione civile", mentre in Valle non si è affatto irrobustita, come previsto, la celebrazione dell'autonomia, rendendola più popolare per evitare il paradosso che l'unica grande festa aostana sia quella - lo dico con rispetto - dei calabresi. E' rimasta, invece, una cerimonia ufficiale triste e grigia senza nessuna novità vera. Insomma: soppresso il nuovo, è rimasto il vecchio, tel quel.
Non vale neppure il discorso del risparmio: la "Festa della Valle d'Aosta" si poteva fare low cost e per pagarla bastava un pezzo di quel che "Cva" spende in fuochi d'artificio e altre amenità "panem et circenses", per non dire dell'ormai vastissima attività del Forte di Bard, che si occupa pure di corse in montagna.
La verità è che la "Festa" l'avevo proposta io al voto favorevole del Consiglio regionale e, come molto altro, è finita nel tritacarne di chi, dopo di me, ha goduto di fare tabula rasa del passato. Se questo è stato fonte di piacere me ne compiaccio: ho fatto del bene.
A me spiace perché il 7 settembre era una combinazione di vicende storiche: giornata del Patrono, quel vescovo Grato, che emerge dalle nebbie della storia più antica agli albori della cristianesimo, giornata delle udienze generali dei Savoia nel Duché d'Aoste e, per caso, data di emanazione di quel decreto luogotenenziale del 1945 su cui si fonda una parte basilare dell'attuale ordinamento valdostano.
Per fortuna la parte religiosa non era soggetta alla capricciosità del potere politico e San Grato può sfilare in processione senza far la fine della Festa e trovarsi vittima di qualche "ukase".

Comunicazione e dintorni

Cinguettii moderniIl verbo "comunicare" viene dal latino "mettere in relazione". Chissà perché, sin da ragazzino, ho pensato che il mio lavoro potesse essere quello di giornalista, in tempi in cui quel mestiere pareva essere piuttosto assestato e che poco sfuggisse al perimetro di quella attività professionale. Nel frattempo i buoi sono scappati dalla stalla e, chi ha vissuto gli ultimi trentacinque anni, sa quanto la trasformazione del giornalismo (pur amando la politica e considerandomi un politico, sulla carta d'identità ho sempre messo "giornalista"), sia avvenuta con nuovi media e con le associate figure professionali. Fra gli strumenti a disposizione va detto che Internet - multiforme e in espansione - troneggia sempre di più.
Mi ha sempre affascinato pensare al passato più remoto e al fatto che, in fondo, le grandi novità sono sempre una modernizzazione tecnologica di qualcosa che c'era già. L'idea che il sistema di castelli e di torri, che punteggiano la Valle come una ragnatela, avessero sistemi diurni e notturni per far girare le notizie mi ha sempre affascinato. Oppure l'uso, di cui i regnanti erano gelosi, dei piccioni viaggiatori (anche nelle norme del "Coutumier" valdostano) era segno di come comunicazione fosse potere. Sino a ragionare, nell'Ottocento, secolo di grandi scoperte scientifiche su quel tapino di Innocenzo Manzetti, cui si deve la misconosciuta e purtroppo scippata scoperta del telefono sulla cui versione attuale gira gran parte delle novità che ci fanno vivere in rete.
Personalmente sono affascinato da come oggi, accanto ai media tradizionali che salgono e scendono come in una vorticosa giostra a seconda dei momenti (pensiamo alla Radio, che ha subito improvvisi invecchiamenti e impreviste rinascite piene di smalto), ci siano questi benedetti-maledetti social media. Io seguo - e qui a fianco ho aperto una finestra - "Twitter", ma immagino che nuove e diverse scoperte subentreranno. Si tratta, per chi ha la mia età, di mettersi di buzzo buono e di lanciarsi all'inseguimento delle novità per evitare di essere lasciato indietro.
Eppure l'homo tecnologicus (o "technologicus") vive un rischio crescente. Questa centralità, nel mezzo di una rete fatta di ricezione e di invio di un numero straordinario di informazioni, obbliga a dotarsi di "filtri", che evitino di finire vittima di una bulimia comunicativa e lo stesso vale per strumenti e interlocutori quasi infiniti per la limitatezza delle nostre singole forze.
Vale la pena, di fronte a rischi di dipendenze e nevrosi, di segnalare il rischio maggiore, quello che si dimentichi la necessità e la forza della comunicazione interpersonale "vis à vis", che è una dimensione insostituibile malgrado le chat, i forum, le videoconferenze e tutti i sostitutivi della presenza fisica reale.
Questa, per realtà piccole come la Valle d'Aosta, come collante di una comunità reale e non virtuale, è indispensabile. Non ci sarebbe discussione sul nostro futuro, confronto su argomenti di prospettiva e persino qualche scambio rude su scelte strategiche se questo avvenisse solo in modo digitale.
Il giornalista e scrittore francese Luc Fayard ha scritto con sintesi brillante, di questi tempi: "Avenir: sombre, incertain, complexe mais aussi ouvert, flexible, changeant... Comme l'économie et comme les technologies".

La dea della Giustizia

La 'Colonna della Giustizia' a FirenzeCapita di porsi degli interrogativi e di chiedersi, guardandosi allo specchio o trovandosi di fronte al giudizio indagatore dei propri figli, quando iniziano a giudicarti com'è umano che avvenga, quanto nel percorso della propria vita sia stato bene o male sulla bilancia.
Mi ha sempre colpito, quando mi è capitato di entrare in un'aula di Tribunale, di vedere quell'immagine iconografia della bilancia, come simbolo della giustizia. La donna ritratta è la dea Diche, figlia di Zeus, che - nella complessa mitologia ellenica - sarebbe scesa sulla terra per diffondere il concetto di Giustizia tra i popoli.
La dea è rappresentata appunto con una spada in una mano e una bilancia nell'altra, che stanno a simboleggiare, rispettivamente, l'inflessibilità della legge e la sua imparzialità. Facile capire il perché della bilancia, che pesa ogni oggetto - in questo caso, come osservavo, il bene e il male - e lo dovrebbe fare con lo stesso parametro e con un equilibrato metro di valutazione.
E' questo quanto, in teoria, dovrebbe avvenire nell'applicazione delle leggi.
Così ti frulla un pensiero che parte da un assunto: è un misto fra ammirazione e paura vedere quelli che programmano la loro vita al millimetro. Ne ho visti anche in politica, che fanno e disfano, nella certezza di arrivare dove vogliono, spesso come degli schiacciassi. Questo è il volto crudele di chi, come una sorta di droga e per l'ebbrezza del potere, usa persone e circostanze, come fanno le scimmie con rami e appigli per arrampicarsi sugli alberi.
Al di là del dubbio che ciò possa avvenire sempre e davvero per l'alea che la sorte ci assegna ogni giorno, mi sono sempre attenuto al principio che una piccola parte degli eventi li puoi pilotare ragionevolmente, mentre il resto preminente è un puzzle complesso, i cui tasselli si incastrano non solo per la tua buona volontà. Questo vale per tutte le attività della nostra vita.
Varrebbe la pena di seguire l'ammonimento di un frammento del filosofo greco Epitteto, che visse duemila anni fa: «Non devi adoperarti perché gli avvenimenti seguano il tuo desiderio, ma desiderarli così come avvengono, e la tua vita scorrerà serena».
Questo forse è un estremismo - una sorta di "lasciarsi vivere", che puzza di indolenza - per cui preferisco l'immagine di una pista di sci, dove ti trovi a scendere, con tutte le influenze del caso dell'ambiente, ma una buona parte la giochi anche tu per poter scendere fino in fondo. Immagino che una scalata in parete potrebbe essere ancora più efficace, come immagine, per la maggior componente di rischio.
In questo contesto, vale la pena - in quello spazio soggettivo - di "comportarsi bene", che si seguano religioni che prevedono comandamenti e precetti o che si abbia una visione laica dell'onestà di azioni e di comportamenti attraverso le regole del diritto? Questo è un quesito che ognuno, prima o poi, nella propria esistenza, si pone proprio di fronte a chi calpesta obblighi morali e norme giuridiche per "farsi strada" in quella logica del calcolo geometrico della propria affermazione.
Quel che stupisce è che capita pure che certi comportamenti, impensabili in altri Paesi e in passato oggetto del severo giudizio della famosa "opinione pubblica", oggi suscitino qui da noi - in Italia e purtroppo anche in Valle d'Aosta - reazioni tiepide e pure, talvolta, una malcelata ammirazione.
Un bel titolo sarebbe: "Rob' da matt'...".

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