June 2013

Tra spleen e Groenlandia

Un soffione che si perde nel ventoIl maltempo di queste settimane mi ha creato uno spleen, che è un vocabolo inglese - che sembra chissà cosa, ma è poi nient'altro che la nostra "milza", considerata la sede delle emozioni umane - che starebbe più o meno per "stato di malessere, di malinconia, di totale insoddisfazione".
Ne ha scritto persino, in una sua impagabile poesia, il grande poeta francese Charles Baudelaire:


Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l'esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l'horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;

Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l'Espérance, comme une chauve-souris,
S'en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris;

Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D'une vaste prison imite les barreaux,
Et qu'un peuple muet d'infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,

Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrément.

- Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l'Espoir,
Vaincu, pleure, et l'Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.

Mica male, no? Tuttavia, confesso che quel che più mi colpisce è il vento, che soffia sulla Valle d'Aosta in modo continuo e implacabile. Così ho tagliato la testa al toro e ho scritto un sms al meteorologo Luca Mercalli, con il seguente testo: "So che è come scrivere al Papa per sapere di una parrocchia. Ma perché c'è sempre il vento? Ciao! Lucien".
Lui risponde simpaticamente: "Ti risponde il vescovo di Valcamonica: da un mese alta pressione tropicale sulla Russia, 30 gradi a Mosca, e da noi varco aperto al vento di Groenlandia! Ciao, Luca".
E chiosa poco dopo: "Ovviamente è una spiegazione come quella del parroco...".
Per me - pur nella sintesi da messaggino - la questione e risolta e, pur provenendo dalla ventosa Verrès, confesso che questo soffio continuo peggiora il mio umore, già cupo perché "non c'è più la mezza stagione".

La forza del volontariato

I Vigili del fuoco volontariSo già come finirà questa storia, di cui si è parlato in questi giorni, del rischio che - per mancanza delle ore di esercitazione rese necessarie dalla legge - metà dei Vigili del fuoco volontari della Valle d'Aosta (circa 450 persone) possano essere esonerati, se non giustificassero debitamente il perché del mancato aggiornamento. Interverrà, a spegnere l'incendio, chi lo ha appiccato, perché il Corpo dei Vigili del fuoco professionisti, dal cui Comando proviene la lettera, dipende dalla Presidenza della Regione e il paradosso sarà che il Presidente della Regione - hip hip hurrà! - "salverà" tutti i pompieri, smentendo i suoi stessi uffici che hanno creato il caso!
Conosco la tecnica: si crea il problema, dici di non saperne nulla, intervieni in modo salvifico e molte persone fanno la "ola". La modalità l'ho vista applicata molte volte con astuta ripetitività. Contenti loro...
In verità si vede in controluce una vecchia storia di rivalità, alimentata da una piccola parte dei pompieri professionisti verso i volontari ed è un peccato che ciò avvenga, soprattutto perché è una guerricciola inutile. E proprio perché bisogna tenersi stretti i volontari, specie quelli veri e non quelli che, per riffa o per raffa, hanno trasformato in mestiere questo loro impegno. Che può anche andar bene che avvenga, ma è altra tipologia, perché quel cambiamento va chiamato con il suo nome, senza che vengano adoperati paraventi.
Per questo, con il contrarsi della spesa pubblica, bisogna tenersi strette le diverse forme di volontariato, specie appunto quella modalità genuina, definita dai francesi "bénévole" ("Personne qui accomplit un travail sans recevoir de salaire et de façon volontaire"). Ho, in questo senso. sempre pensato che ci sia una grande azione da perseguire, in particolare nella "Protezione civile". In un realtà piccola come la nostra, ci vuole una cittadinanza attiva e consapevole con nuove forme di organizzazione popolare. Il cambiamento climatico è una sfida perché la fragilità del territorio alpino è crescente e bisogna che tutti sappiano cosa fare e, se formati, rendersi utili nei diversi settori di competenza. Seguendo la tragedia dell'inondazione del 2000 e altri fenomeni meno gravi, mi sono convinto che i piani di "Protezione civile", di cui ogni Comune si è dotato, vanno riempiti di volti: dal Vigile volontario alla cuoca, dall'elettricista al contabile, dal giornalista all'infermiera.
L'emergenza, anche quella più grave, si affronta meglio se la comunità sa cosa fare e su chi contare.

L'Italia senza federalismo

Ricordiamo l'antefatto su cui si è poi costruito il resto: il 17 marzo del 1861 venne promulgata ufficialmente la prima legge dell'ottava Legislatura (il conteggio era iniziato a partire dall'8 maggio 1848, dopo lo Statuto albertino), la prima dell'Italia unificata.
Si legge nel testo: "il re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di re d'Italia".
Nel 1961 si festeggiarono "una tantum" i cento anni da questa data e lo stesso capitò nel 2011. Visto che quest'ultima celebrazione fu riempita di gran retorica, si pensò di stabilizzarla e così - pur su flebili basi storiche e nessuna reale adesione popolare - la legge numero 222 del 23 novembre 2012, in materia "Norme sull'acquisizione di conoscenze e competenze in materia di "Cittadinanza e Costituzione" e sull'insegnamento dell'inno di Mameli nelle scuole", si stabilì l'istituzione della "Giornata nazionale dell'Unità", della Costituzione, dell'inno e della bandiera" a cadenza annuale.
Pur rimanendo un giorno lavorativo, il 17 marzo viene ora considerato come "giornata promuovente i valori legati all'identità nazionale".

Dicono di noi

Una scheda elettorale delle regionale in un seggio aostanoScrive delle elezioni regionali Federico De Lucia del "Centro italiano studi elettorali - Cise", costituito presso l'Università di Firenze nel giugno 2004, ed è in via di costituzione come centro interuniversitario tra la "Luiss Guido Carli" di Roma e l'Università di Firenze: «Coerentemente con la propria eccentricità culturale, la Regione speciale della Valle d'Aosta si configura come abbastanza anomala rispetto alle altre (sia ordinarie che speciali) dal punto di vista del proprio assetto istituzionale. Infatti, assieme alla Provincia autonoma di Bolzano, è l'unico ente territoriale subnazionale italiano che non prevede l'elezione diretta del proprio vertice monocratico. Gli elettori eleggono il Consiglio regionale, che poi elegge, fra i suoi membri, il presidente della Regione, a maggioranza assoluta e con scrutinio segreto. Il presidente propone al Consiglio una Giunta di assessori, che deve essere approvata da una seconda votazione dell'Assemblea. Il presidente può essere sfiduciato, ma solo da una mozione di sfiducia costruttiva: la mozione di sfiducia coincide cioè con il voto di fiducia ad un nuovo Esecutivo, che entra immediatamente in carica al posto di quello sfiduciato. Al contrario che altrove quindi, la caduta dell'Esecutivo non comporta automaticamente il ritorno alle urne (quest'ultimo si verifica solo nel caso in cui il presidente si dimetta e il Consiglio non riesca a sostituirlo entro due mesi). Il sistema elettorale è un proporzionale con premio di maggioranza. Tale premio di maggioranza è eventuale, nel senso che esso scatta solo nel caso in cui la coalizione vincente non abbia ottenuto da sola la maggioranza assoluta dei seggi (se questo poi avviene in un contesto in cui la coalizione vincente ha preso meno della metà dei voti è previsto addirittura un ballottaggio). E' prevista una soglio di sbarramento molto alta, pari a al 5,7 per cento dei voti (i 2/35 dei voti validi, ovvero due quozienti interi). Questo assetto istituzionale è entrato in vigore a partire dalla scorsa Legislatura regionale, quella iniziata con le elezioni del 2008, ed ha preso il posto di un sistema basato ancora sui criteri puramente concertativi operanti sin dalla Prima Repubblica.
Alle elezioni del 2008, le prime in cui in Valle si è sperimentata la competizione fra coalizioni pre-elettorali, si erano presentati tre blocchi politici. Sulla destra, la lista unica formata da Popolo della Libertà e Lega Nord, debolissima a livello di elezioni regionali. Al centro, la coalizione autonomista, imperniata attorno al partito di raccolta valdostano, l'Union Valdôtaine, e composta anche dai moderati cattolici e autonomisti di Stella Alpina e dai laici di Fédération Autonomiste. A sinistra, il centrosinistra locale, composto da Partito Democratico e Sinistra Arcobaleno, che si alleò con un gruppo di autonomisti fuoriusciti dall'UV, gli ecologisti di "Autonomie libertè partecipation ecologie - Alpe". Nonostante questa scissione, il centro autonomista vinse con un risultato molto lusinghiero, vicino al 62 per cento dei consensi, mentre i progressisti si fermarono ad un 27 per cento scarso. Nonostante questo gap apparentemente incolmabile, un confronto con i dati precedenti rendeva già allora era chiaro che i nuovi incentivi introdotti dal nuovo assetto istituzionale avrebbero condotto ad una progressiva strutturazione del bipolarismo. E i risultati delle regionali 2013 lo dimostrano in modo inequivocabile: durante la Legislatura sono sorte nuove e ancor più drammatiche rotture nel grande corpo politico dell'UV e, poco prima del voto, si è consumata una nuova scissione, che ha dato vita (replicando un'operazione già avvenuta nei primi anni 70) all'Union Valdôtaine Progressiste, nuovo soggetto politico che non ha tardato ad accordarsi con la coalizione di centrosinistra in occasione delle regionali.
L'erosione elettorale che ha subìto l'UV a favore dell'UVP è molto sensibile. Il partito di raccolta ha perso undici punti percentuali di consenso, e la coalizione centrista/autonomista quattordici punti. Lo schieramento al Governo è riuscito ad ottenere la riconferma, nonostante sia sceso addirittura sotto il cinquanta per cento dei voti. Il ballottaggio è stato evitato solo di un soffio, solo perché nella distribuzione dei seggi UV e Stella Alpina sono riuscite ad ottenere già a livello proporzionale la quota minima di diciotto seggi. Il "gap" che separava centristi e progressisti è calato di 28 punti percentuali: dai quasi 35 punti del 2008 ai poco più di sette del 2013. Ad oggi, per la prima volta anche a livello di elezioni regionali, possiamo finalmente parlare di bipolarismo valdostano. L'UVP è divenuta di colpo il secondo partito della Valle e si candida a rappresentare il nuovo polo aggregatore di un centrosinistra locale in grado di puntare alla vittoria. Per il resto, i cambiamenti nelle prestazioni delle singole liste sono relativi: confermano le proprie prestazioni la Stella Alpina, Alpe e il PD, che riescono a confermare i propri seggi. Scendono sotto soglia invece, i laici della Fédération (evidentemente penalizzati dalla nascita dell'UVP) e il PdL, che subisce un brutto colpo, e rimane, clamorosamente, addirittura fuori dal Consiglio.
Per finire, il "Movimento 5 Stelle", al suo debutto in Valle, ottiene il 6,6 per cento dei consensi, supera di poco la soglia ed elegge due consiglieri. Si tratta di un risultato al di sotto delle attese, specie se si pensa al dato che i grillini avevano registrato alle politiche di febbraio: 13.400 voti assoluti, pari al 18,5 per cento del totale dei validi. Tuttavia, vale per le regionali valdostane lo stesso discorso fatto per le comunali: scendendo a livello locale i candidati grillini, spesso sconosciuti e ancora molto poco radicati, perdono molto dell'appeal elettorale che la lista grillina aveva invece in occasione delle politiche, quando, spinta da Beppe Grillo, serviva a lanciare un messaggio molto preciso ai partiti al Governo nazionale. Questa distinzione fra i due agoni vale a maggior ragione in un contesto come questo, in cui le dinamiche politiche locali si configurano come quasi del tutto slegate da quelle generali»
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L'analisi è interessante e domani vi dirò che cosa ne penso, dopo questa settimana di decantazione dal voto, che è stata utile per orientarsi nei relativi dati.

Una Statale sempre più intasata

Un tratto della strada statale 26La scheda della "nostra" Statale 26, erede per alcuni tratti dell'antica strada romana, è presto detta: "La strada statale 26 della Valle d'Aosta nasce a Chivasso e termina al confine con la Francia, in località La Thuile, attraversando Piemonte e Valle d'Aosta. La tratta ricadente in territorio valdostano ha origine in corrispondenza del comune di Pont-Saint-Martin e si sviluppa per circa 110 chilometri (dal chilometro 48,205 al chilometro 156,554). Il tracciato sale verso Saint-Vincent e Châtillon arrivando alle porte di Aosta. Superato il capoluogo valdostano, tramite una circonvallazione, la SS 26 prosegue verso ovest e attraversa alcune località quali Sarre, Arvier, Leverogne (frazione di Arvier), Morgex, fino ad arrivare a Pré-Saint-Didier, dove ci si può immettere sulla Strada Statale 26 dir della Valle d'Aosta. Su un tracciato tipicamente montano si prosegue oltre e, attraversando La Thuile, si arriva dopo pochi chilometri al Confine di Stato con la Francia (al Colle del Piccolo San Bernardo)".
Come tutti i valdostani, conosco questa strada come le mie tasche, anche se appartengo alla generazione che ha preso la patente quando era già ampiamente operativa l'autostrada Quincinetto-Aosta. Casa mia a Verrès è fra circonvallazione e autostrada e oggi a Saint-Vincent abito egualmente sulla Statale. Sono testimone della crescita incredibile del traffico su gomma e mi sono abituato nel tempo al rumore del traffico, come un sottofondo che diventa familiare.
Ora sto godendo del silenzio dovuto alla chiusura della Mongiovetta per i delicati problemi di "tenuta" della strapiombante parete rocciosa. In questi ultimi anni, il "via vai" sulla Statale è cresciuto a dismisura per gli aumenti da capogiro dei pedaggi autostradali. I limitati sconti per i pendolari sono serviti solo in parte ad attenuare i costi per chi viaggia e in tempi di grande mobilità questa storia dell'autostrada è diventato un tema importante e "pesante" per famiglie ed imprese. Durante la recente campagna elettorale la domanda sull'autostrada da salasso usciva sempre e toccava raccontare della follia italiana della privatizzazione delle autostrade a favore di un duopolio che si e arricchito fra pedaggi e lavori infiniti di manutenzione con proprie società.
Sono sicuro che i transiti obbligatori sull'autostrada, unica alternativa alla Statale, di queste settimane , pur se gratuiti sull'asse fra Verrès e Châtillon, dovrebbero dare alla "Sav" il senso di un'opportunità proprio a vantaggio del socio privato, maggioritario nella società. Il traffico ormai spostatosi sulla Statale, intasandola e aumentando rumori e inquinamento, potrebbe tornare più logicamente sull'autostrada, profittando di sconti veri attraverso abbonamenti, magari con un intervento di reinvestimento dei dividendi che la Regione introita come socio "Sav" e "Rav". Il punto di riferimento, per le evidenti analogie, possono essere le tariffe agevolate di cui godono da anni i valsusini sulla loro autostrada, che ritrovate qui nei loro contenuti.

A costo di essere un bastian contrario

Un'immagine dal film 'Il dittatore'Mi spiace molto ma questa questione del presidenzialismo o del semipresidenzialismo non mi appassiona affatto. Chiedo scusa, forse sarò rozzo, ma con tutti mal di pancia che ci sono in Italia è davvero possibile pensare che un'elezione diretta di un Presidente della Repubblica - più o meno forte - sia la panacea?
Già stento a capire come diavolo si possa pensare di toccare la Costituzione in questa situazione "alla canna del gas" e di instabilità politica che obbliga ad un "Governissimo", che è un vero mostriciattolo, ma mi risulta indigeribile che si cominci dalla "forma di Governo". Tema delicatissimo che prevede - in un immaginario "bugiardino", se fosse una medicina - una sfilza di controindicazioni in una democrazia flebile, dove un "capopolo" ci mette cinque minuti a farci piombare nel baratro di un sistema autoritario.
Per questo i padri costituenti hanno scritto una Costituzione, che pure sarà vecchia come il cucco e non discuto la sua necessità di modernizzazione, ma che era fatta con una serie di accortezze per non ritrovarsi un dittatore più o meno forte, da un flebile peronismo a un volto feroce con manganello e olio di ricino incorporati.
La mia tesi è nota: con questo Stato centralista, in cui certe tentazioni centralistiche esacerbate si sono viste prima con il volto di Silvio Berlusconi e poi con quello di Mario Monti, o si tocca la "forma di Stato" e si fa un federalismo, che sia pure a geometria variabile a seconda dei meriti, oppure la valorizzazione del Capo dello Stato "fuso" con l'Esecutivo porterà ad amare sorprese.
Capisco chi, in buona fede e con limpido spirito democratico, osserva che da qualche parte bisogna cominciare e che l'ingovernabilità obbliga a passi decisivi. Ma si tratta, senza se e senza ma, di evitare che l'Italia si avvicini al baratro rappresentato da certi Staterelli sudamericani o africani e lo dico senza nessuna connotazione xenofoba, ma come osservazione politologica.
Per cui capisco il realismo politico e il fatto che questo tema può fare da collante alla strana maggioranza tra Popolo della Libertà e parte del Partito Democratico, ma temo che ci sia in fondo al corridoio qualche tentazione eversiva da disinnescare con un patto chiaro (e amicizia lunga): se si tocca la "forma di Governo", allora si discuta sulla "forma di Stato", altrimenti - nel mio piccolo, si intende - salirò sulle barricate «contro, contro, contro».
Così come mi permetto - a costo di sembrare un "bastian contrario" - di non capire bene il legame fra il folto gruppo di "saggi" costituzionalisti della "Commissione Riforme", che devono dare il "la" alla Bicamerale di quaranta parlamentari (evidentemente somari, che hanno bisogno dei professori), che lasceranno a loro volta alle aule di Camera e Senato un testo che seguirà l'iter complesso delle leggi costituzionali. Il tutto è per "durare" o si pensa davvero che siamo in una fulgida stagione costituente?
La risposta è facile.

Quando tocca fare gli scatoloni

Il 'Corriere della Sera' del 1958Non mi piacciono i traslochi, neanche quelli innescati dalla vita politica. Quando lasciai Montecitorio, pur nel vagare durante le differenti Legislature da ufficio a ufficio, lasciai un pezzo di cuore e ora ho con me una serie di quadretti indicatori di alcuni incarichi avuti. Sono oggetti evocatori, così come i tanti fogli e plichi conservati e che periodicamente mi impegno a mettere in ordine. Lo stesso avvenne al Parlamento europeo, altro luogo simbolico del mio impegno politico, con due uffici: uno a Bruxelles e uno - meno usato, a Strasburgo. Mentre il "Comitato delle Regioni" - che non prevedeva un ufficio - è fatto da luoghi collettivi, dove si è sviluppata quest'altra attività europeistica. Il "Consiglio d'Europa", invece, è stata sempre fatta di "mordi e fuggi" più fugaci.
Anche in Regione ho avuto i miei traslochi: dalla sede storica dell'Assessorato al turismo in piazza Narbonne alla Presidenza al secondo piano di piazza Deffeyes. Con il divertimento che ho sempre avuto che, nel tempo, la sede del presidente della Regione è sempre stato un ufficio piccolo piccolo, specie se comparato agli uffici sibaritici di alcune partecipate regionali (questo vale anche per gli stipendi…).
Poi, come ultimo di questa tranche di vita, un ufficio dei gruppi consiliari su via Festaz ed in via Piave, dove ho raccolto una serie di cimeli delle precedenti esperienze, tipo foto con qualche personalità o i diplomi della "Légion d'honneur" e della "Commenda slovena". Complessivamente molto dell'attività parlamentare e amministrativa è affidata ai resoconti delle sedute e alla messe di documenti archiviati.
Ora ho fatto gli scatoloni - alcuni, come i tanti libri, li prenderò in questi giorni - e certo, come avviene sempre per ogni cambiamento, esiste un velo di rimpianto, ma per carattere ho sempre pensato che la vita va vissuta con fiducia nel futuro e in quello che ti riserva.
Mi diverte in particolare un oggetto, che ho sulla scrivania mentre scrivo. Si tratta della copia del "Corriere della Sera" di giovedì 25 dicembre 1958, un giovedì. E' il giorno della mia nascita e mi è stata regalata questa "copia storica" che fotografa gli avvenimenti di allora. Si va da un dotto editoriale su "Il messaggio cristiano dell'Europa", che si schiera - nel rievocare le vittorie della Grecia antica contro l'"Asia aggressiva" a Maratona e a Salamina – "contro l'anarchismo dissolvitore" alla Messa di Natale di Giovanni XIII, con la funzione nella Cappella Paolina, trasmessa dalla nascente televisione. Vi è poi l'articolo principale sulla nascita imminente del "franco nuovo" e le sue conseguenze sul "Mec - Mercato Comune Europeo", oggi Unione europea, mentre - pensa che strano - un articolo parla delle dimissioni ritirate dal Ministro delle Finanze Luigi Preti e delle turbolenze sulla stabilità politica. E poi, da Cape Canaveral, la spiegazione del nuovo missile "Atlas" che "percorre 6.900 chilometri".
Io, in quel momento, nato la sera alle 20.10, con la fretta di uno che nasce di otto mesi, ero ovviamente inconsapevole del mondo. Oggi faccio i traslochi sapendo che cosa avviene.

Il confine fra politici e dirigenti

Un dettaglio di Palazzo regionaleCerti "casi" recenti della cronaca politica, in cui si denunciano atteggiamenti minacciosi o punitivi per chi non si allinei a certi diktat da partito unico, offrono il "destro" per una riflessione contro chi, al posto del buonsenso necessario per chi si occupi di uffici pubblici, mostri faziosità nel suo agire.
Dalle nebbie della commistione eccessiva fra politica e amministrazione è emersa in Italia, come un sole che squarci il velo che offusca la vista, la logica europea di una crescente indipendenza fra i politici e i dirigenti. Una ripartizione che non significa affatto "separatezza", ma - nella continuità dell'azione amministrativa e in un rispetto reciproco e delle regole - va ben definito come esistano una responsabilità della burocrazia ed una del livello politico.
Tutto tiene, in questa logica di raggiungere gli stessi scopi, nella distinzione dei ruoli ma per rafforzare l'azione concreta, a condizione che gli uni - i politici - non vogliano "tout faire" e usare i funzionari come marionette e naturalmente vale anche l'inverso con un apparato pubblico che non prescinda dal potere d'indirizzo della politica.
Troppo spesso in questi anni in Valle d'Aosta è saltato questo equilibrio delicato e le linee di demarcazione sono state annullate. L'Esecutivo regionale, nelle mani del potere assoluto del presidente, ha fatto saltare internamente e ancora di più nel rapporto con le "Partecipate" (dove la genuflessione verso la politica è completa) ogni logica di assunzione delle proprie responsabilità a vantaggio di indicazioni minute, di ordini imperiosi, di suggerimenti sospetti che fanno troppo spesso dei dirigenti delle "belle statuine" o degli esecutori di ordini eterodiretti.
Il momento è venuto per denunciare senza timori omissioni e commistioni. Non è altro che il ripristino della normalità, che è fatto del rispetto delle normative, mettendo in fila con esattezza chi deve fare che cosa in un'elementare logica di legalità.
Non lo dico solo per gli obblighi e doveri da seguire da parte della politica, ma perché spetta anche ai dirigenti mostrare dignità e deontologia professionale per evitare che alla neutralità di chi è "civil servant" (impiegato pubblico) si sostituisca l'adesione ad un comportamento "di parte" che violi le regole "ad usum Delphini", cioè per compiacere il potente di turno. Circostanza che tra l'altro non può essere chiamata a propria discolpa nel caso di responsabilità di cui si interessino le diverse magistrature.
Tristi considerazioni, pensando a quanto sia necessario rimettere a posto i pezzi sulla scacchiera.

Grillo e i tanti volti

Beppe Grillo nel suo ultimo comizio ad AostaNell'Enciclopedia italiana, sotto la parola "grillo", c'è una prima parte, che è già una pista, dedicata al noto insetto: "Grillo (latino gryllus; francese grillon; spagnolo grillo; tedesco Grille; inglese cricket). - Genere d'Insetti (...) I Grillidi vivono nei campi, alcuni sulle piante o anche nelle abitazioni; sono quasi tutti fitofagi, di abitudini notturne; per lo più corrono, ma possono spiccare salti. I maschi di molte specie posseggono un organo stridulante, che produce il ben noto e caratteristico cri-cri. Tale suono, che è un richiamo amoroso, è prodotto dallo sfregamento dell'elitra destra, o superiore, sull'inferiore: le nervature salienti, provviste di denticoli, e la membrana dell'elitra tesa fra queste costituiscono l'organo stridulante".
Verrebbe da dire che questo rumore - nomen omen e pure verso - è diventato in questi mesi una delle caratteristiche della politica italiana, in cui Grillo è diventato un vero "Grillo parlante" su tutto, specie dopo aver avuto un successo elettorale nelle politiche, poi ridimensionato anche in Valle e che ora a Roma subisce le prime perdite nel Gruppo.
Ricordo questa frase piuttosto ammonitrice che Carlo Collodi, nel libro su Pinocchio, mette in bocca al suo grillo parlante che dice al celebre burattino: "Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o imbroglioni!".
Ma quel che colpisce nella "Treccani" è la parte dedicata al folklore: "Il grillo riceve nelle tradizioni popolari nomi allegorici (cavallo delle fate, Cheval du bon Dieu, eccetera) e attributi ora benefici, ora malefici. Talvolta rappresenta uno spirito demoniaco, che si mostra nei campi di frumento e può assumere la forma di spettro. Le massaie e i fanciulli ne scongiurano i danni, recitando il ritornello: "Grillo, bel grillo - se vuoi marito, dillo - se non ne vuoi - bada ai fatti tuoi". Talaltra è uno spirito del focolare e preannunzia con la sua presenza lieti avvenimenti. Spesso il pregiudizio è legato al suo verso, ritenuto pronostico di fortuna, di ricchezza, di prossime nozze, di bel tempo. Se la voce del grillo si ode dentro il camino, la casa è immune da sortilegi e fatture. Da siffatte credenze, forse, trae origine la fiera del giorno dell'Ascensione in Firenze. Come amuleto il grillo è assai diffuso: l'effigie è incisa in gemme e medaglie; e la polvere, che si ottiene dopo averlo disseccato, è largamente usata nella medicina popolare".
Chissà, dunque, nel mistero dei cognomi, perché Grillo si chiama Grillo per via dei suoi avi. Io penso che, mondato dalla violenza e dall'aggressività, il fenomeno dei "grillini" - complesso e contraddittorio - vada esaminato con attenzione e rispetto. Personalmente credo, però, che Grillo farebbe bene a tornare alla sua straordinaria verve di comico: la vis comica è un'arma straordinaria anche in politica.

Le "speciali" del Nord

Arno KompatscherEntro l'autunno si ricomporrà il quadro delle Regioni a Statuto speciale del Nord, impegnate nelle elezioni per il passaggio di Legislatura. Ha cominciato il Friuli-Venezia Giulia, la più giovane delle autonomie differenziate, con la vittoria del centro-sinistra con la nuova presidente Debora Serracchiani, uno dei volti nuovi della politica italiana. La sua è una curiosa "success story", visto che è una romana diventata friulana di adozione, che spuntò in politica il 21 marzo di quattro anni fa, quando - da sconosciuta divenne famosa - per un intervento all'Assemblea dei Circoli del Partito Democratico contro la dirigenza del partito. Ha detto cose importanti sulla "specialità" e il fatto che abbia vinto le elezioni in un momento di crisi del suo partito la accredita come un'esponente importante.
Poi ci sono state le elezioni da noi, in Valle d'Aosta, dove la coalizione autonomista conservatrice ha vinto per un pelo e si è confermata la leadership del presidente Augusto Rollandin che, pur indebolito, mirerà - ma sarà difficile che possa farlo senza ostacoli - a fare e disfare come da suo carattere immodificabile, anzi peggiorato dall'età. La sua gestione della "specialità" si vede da sola con le "campagne esterne" contro la Valle d'Aosta, che sono conseguenza dalla sua concezione spregiudicata del potere. Una triste vicenda che ci fa essere, come credibilità, il fanalino di coda fra le speciali del Nord.
In autunno tocca al Trentino-Alto Adige/SüdTirol o meglio - visto che la Regione non conta niente - alle due Province autonome di Trento e di Bolzano/Bozen. Nel primo caso, i trentini si troveranno - e la situazione è assai confusa - nel "dopo Dellai", visto che il presidente Lorenzo Dellai, diventato deputato nelle liste di Mario Monti (scelta, per me, inspiegabile), ha lasciato il suo ruolo di capo dell'Esecutivo. Idem in terra sudtirolese, dove si chiude la lunghissima (24 anni) "monarchia costituzionale" - la chiamo così scherzosamente - del presidentissimo Luis Durnwalder. In casa Südtiroler Volkspartei, i popolari del Tirolo del Sud, ci sono state battaglie sanguinose, da cui è emerso, con l'uso di primarie vere, il nome del successore. Si tratta del "rottamatore" Arno Kompatscher, che ha vinto con l'82,4 per cento le primarie. Una sorpresa questo successo del presidente del "Consorzio dei Comuni", che a soli 42 anni ha battuto in modo secco Elmar Pichler Rolle, già segretario del partito ed attuale assessore provinciale. Vedremo tra qualche mese l'esito delle urne.
Certo è che, senza un fronte comune per le speciali del Nord, le cose non andranno bene, sapendo che sono loro ad essere nel mirino. La Sicilia, malgrado una storia pessima di gestione dell'autonomia, resta "intoccabile" e la recente norma d'attuazione con correzione in crescita del riparto fiscale lascia esterrefatti e qualche dubbio vale anche per la Sardegna con una norma recentissima di allentamento del "Patto di stabilità".
Chi ha i conti a posto viene punito, chi non li ha viene premiato. Viva l'Italia!

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