May 2013

Il 1° Maggio

Un antico corteo in occasione del 1° maggio
Il verbo italiano "lavorare" deriva dal termine "fatica", mentre il francese "travailler" viene dalla parola "travaglio". Insomma l'etimologia mostra la considerazione: stanchezza e sofferenza.
Oggi vien voglia di dire che a creare questa situazione è il contrario del lavoro: la disoccupazione, che è purtroppo uno dei tratti distintivi dei fondamentali dell'economia in crisi anche in Valle d'Aosta e i dati del peggioramento parlano da soli e nessuno può nasconderli nella melassa propagandistica del Governo regionale delle settimane prima del voto. Esemplare la consegna dei tablet a un certo numero di anziani, cerimonia che spero venga proposta in diretta streaming.
Scrivo di lavoro il 1° Maggio, Festa dei Lavoratori. Ricordate le origini?
Il 1° maggio nasce il 20 luglio 1889, a Parigi. A lanciare l'idea è il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese, che stabilisce: "Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i Paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi".
Io sono di una generazione che ha visto trasfigurarsi la Festa, che un tempo aveva un certo côté popolare, mentre oggi è incarnata dal concerto musicale - che c'entra poco - in piazza San Giovanni a Roma e, in Valle, resta una manifestazione a Verrès, che ricorda un episodio storico, che così venne sintetizzato in un opuscolo sulla Resistenza di qualche anno fa: "30 avril - 1er mai 1944: soixante hommes de la bande Marius et de la bande Riccardino occupent Verrès après avoir désarmé la garnison de SS italiennes à la Centrale de Isollaz (un fasciste meurt dans le combat) et après avoir reçu la capitulation des détachements de la Guardia di Finanza et de la Milizia forestale.
La population fête les partisans et organise un cortège à travers les rues du pays. Pour s’emparer à nouveau de Verrès, le 1er mai, les nazi-fascistes utilisent aussi un train blindé"
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Oggi, con banda municipale, corteo con bandiere delle confederazioni sindacali e discorsi celebrativi, ci si occuperà proprio del lavoro. Nel volantino distribuito negli scorsi giorni si legge fra l'altro: "I dati confermano lo stato di grave difficoltà per quasi sette milioni di italiani, non più in grado di far fronte ai bisogni elementari di sopravvivenza quotidiana. Siamo all'anticamera della disperazione collettiva, con la continua perdita della fiducia nel futuro. Se non siamo capaci di ridistribuire le ricchezze, non riusciremo ad uscire da questa crisi, ormai, strutturale. La difesa dello stato sociale sarà impossibile senza una crescita della nostra economia e dell'occupazione".
Un discorso generale, non legato in particolare alla situazione valdostana, che immagino, invece, verrà in dettaglio affrontata nella parte degli interventi odierni.
Credo che sia un bene che questo avvenga, perché sarebbe un contributo utile per il dibattito in vista delle imminenti elezioni regionali. Ho l'impressione che lo chiedano i cittadini, che vogliono sapere non solo quale sia l'esatto quadro della situazione senza omissioni, ma soprattutto reclamano di conoscere le soluzioni per invertire la rotta. Benissimo guardare al nuovo Governo Letta a Roma, ma anche in Valle d'Aosta bisogna fare di più e in fretta e con strumenti nuovi.
Non con la solita minestra.

Togliere la maschera

Se la politica fosse solo l'intermezzo fra un'elezione e un'altra sarebbe poca cosa.
Mario Monti, quando ancora sembrava volare alto, citò la celebre frase di Alcide De Gasperi, che diceva: «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione».
Poi Monti ci è cascato e ha svestito i panni camuffati da tecnico e si è presentato alle elezioni, ma la frase resta e credo vada inquadrata per evitare che sia uno slogan di antipolitica.
De Gasperi sapeva bene dell'importanza delle elezioni: prima di approdare nel Parlamento italiano, era già stato deputato in quello austriaco. Ma aveva una coscienza del fatto che i politici non possono essere ossessionati dal consenso elettorale, perché questa idea fissa rischia di avvelenare la politica, trasformandola in una macchina di voti con il rischio che clientela e affarismo la inquino in profondità.

Le Terme, gia un anno fa

L'ingresso delle Terme di Saint-Vincent£ title=Un anno fa, avendo a suo tempo lavorato per la legge regionale per finanziare il rilancio del termalismo, ed essendomi occupato della questione per alcuni compiti regionali, ero fra il pubblico (ed oggi sono contento di non essere stato, quel giorno, neppure citato) che a Saint-Vincent partecipò al lancio, pieno di speranze e di attese, della prima fase della modernizzazione delle Terme del paese.
Fu la grande occasione pubblica per spiegare quanto era stato realizzato e che cosa - in un quadro giudico e di obblighi di realizzazione molto chiari, basato sulla formula del project financing - dovrà (oggi temo di dover usare, per prudenza, il "dovrebbe") essere realizzato.
Un anno dopo, le cose non vanno bene e bisogna parlarne per evitare il peggio, comprese beghe giudiziarie e rischi contabili che certo sarebbero da evitare. Cominciamo dai lavori, ricordando che si prevedevano tre fasi. La prima riguardava ristrutturazione delle Terme "nuove" con parte curativa e con parte dedicata alla "zona benessere" con zona bar e ristorazione connessa. Questa realizzazione doveva essere completata, come spiegò la direttrice Elisabetta Reggio (che poi lasciò la conduzione della struttura poche settimane dopo l'inaugurazione dello stabilimento, il 16 giugno 2012) dalla "baby Spa", un "fiore all'occhiello" dell'offerta wellness, unica nel suo genere, di cui si preferiva non svelare troppo per evitare "furti d'idee". L'idea era talmente innovativa e geniale che è poi stata accantonata in sordina e solo oggi, dopo annunci di apertura periodici, si scopre che non se ne farà nulla.
Ci venne poi spiegato, anche dal Comune, il resto degli obblighi contrattuali: la valorizzazione della vecchia "Fons Salutis" e la realizzazione di sale banqueting nelle vecchie Terme e poi, ultima fase, la rimessa a nuovo del vecchio hotel termale "Source", sul quale se non s'interverrà in tempi rapidi è assai probabile che si verifichino crolli o cedimenti strutturali. Per capirci, la concessione ottenuta sino al 2043 dalla "Saint-Vincent Thermae", ovviamente decade se chi ha firmato i contratti non ottempera alle fasi successive. Ma i cantieri, ora come ora, sono fermi, anzi sono stati smantellati ed aleggia il mistero sul proseguo, ripeto obbligatorio e non opzionale, dei lavori.
La società creata per la gestione delle Terme, "Gestioni termali srl" (che dovrebbe avere un capitale versato di 50mila euro...) è composta da uno dei più grandi subcontractor italiani, la "Bonatti" di Parma (socio unico della società di scopo "Saint-Vincent Thermae", titolare della concessione) e dalla società "Le Fonti" di Forlì (fatevi un giretto sul loro sito e poi mi spiegate che cosa facciano esattamente, visto che spaziano in molteplici attività con sedi in tutto il globo terracqueo). Par di capire - lo dico in modo rozzo - che, nella ripartizione dei compiti, "Bonatti" continui ad occuparsi più dei lavori e "Le Fonti" più della gestione in una società che è in realtà divisa al cinquanta per cento e dunque, ma è una mia presunzione, qualche problemino di governance immagino potrebbe esserci.
Come vanno le Terme?
A leggere le recenti interviste del direttore, un giovane entusiasta arrivato dalle Puglie, tutto bene e in linea con le previsioni. Aspettiamo di sapere che cosa ne pensi in merito il Comune di Saint-Vincent, che non è convitato di pietra e attendiamo di vedere il primo bilancio della gestione, ma esprimiamo qualche garbato dubbio - e con noi una buona parte di cittadini di Saint-Vincent - sugli esiti reali in termini di clientela, di rientri finanziari e anche occupazionali (si prevedevano in prevalenza assunzioni locali). Per non dire dello stop, già evocato, dei cantieri.
Con noi i dubbi ce li hanno anche quelli che aspettano i pagamenti delle loro fatture. Purtroppo la "funicolare" nuova di zecca, che collega il paese con le Terme, è ferma ormai da mesi per le mancate riparazioni e questo appare come un triste presagio.

Per una politica senza zombi

Gli zombi di George RomeroOgni tanto ci si interroga sulla crisi dei partiti, che un tempo erano la spina dorsale della politica ed oggetto di fedeltà dei propri iscritti o simpatizzanti. Oggi è facile constatare che le certezze sono saltate e nulla è ormai più come prima: il cittadino ha un umore mutevole e considera ormai normale poter cambiare senza farsi dei problemi.
Sul fenomeno i politologi hanno versato un mare per scoprire le ragioni di questa umoralità dell'elettore che si muove sullo scacchiere della politica e che, se non convinto, usa l'arma dell'astensionisno. Anche in Valle quello del "non voto" è un grande partito e, se ci si aggiungono bianche e nulle, è il primo partito.
Trovo che una delle ragioni che portano alla mobilità e all'infedeltà dei cittadini sia sotto gli occhi di tutti e ben visibile in una Valle d'Aosta dove ribolle la campagna elettorale per le elezioni più sentite, le elezioni regionali. Chiamerei il fenomeno. con il titolo di un film horror, "La notte dei morti viventi", pellicola cult del 1968 del regista George A. Romero, che creò un filone sempre utilizzato da allora con la solita trama: dei poveri abitanti di una cittadina minacciata da orde di "zombi", termine diventato non a caso familiare nel linguaggio corrente e che si riaggancia alle credenze popolari delle Antille, dove si pensa che uno spirito soprannaturale possa dar vita vita ad un cadavere.
Proprio il voto, momento supremo della democrazia, diventa croce e delizia dei partiti e lo si constata nel piccolo mondo antico della politica valdostana. Ci sono partiti e politici che sono come i morti viventi e riappaiono solo in occasione delle elezioni, sparendo di fatto negli intervalli fra una consultazione e l'altra.
Capita cioè che molti partiti, un tempo tessuto di connessione della democrazia, siano scaduti a comitati elettorali che vivono solo per convogliare, con periodicità scandita dalle consultazioni popolari di vario genere. Come dei fuochi di paglia illuminano per un breve periodo la scena per poi chiudersi, con i propri eletti, nelle stanze dei famosi "Palazzi" di pasoliniana memoria. E per molti "zombi-politici" la politica e l'amministrazione non sono che un apostrofo fra un'elezione e l'altra e il lavoro quotidiano più che per il bene della comunità diventa la spasmodica accumulazione del consenso elettorale (come annoto, con altra prospettiva, nel "Calepin" qui a fianco).
Per cui anche questa ragione alimenta il movimentismo elettorale e l'antipolitica e, senza negare l'importanza delle elezioni, chi voglia cambiare i partiti deve sgonfiare il parossismo elettoralistico e cacciare chi pensa solo a quello, facendo una politica meschinella e senza speranza.

Il Mezzalama: la corsa fra le vette

La partenza dell'edizione 2013 del 'Mezzalama'Confesso che non torno in genere sui luoghi delle cose di cui mi sono occupato in passato. Trovo che nella vita si debba sempre guardare avanti e quando si incomincia a guardare indietro si è fermi nella propria progressione e si entra nella sfera dei soli ricordi.
Così per il "Trofeo Mezzalama", che pure a dir la verità ho frequentato qualche volta anche dopo aver lasciato nel 2003 la Presidenza della Fondazione assunta nel 1997. Ho avuto il privilegio di seguire quattro edizioni della parte più contemporanea della manifestazione sportiva. Gara che è partita questa mattina, ma lo dico mentre poltrisco nel letto. Mi ha scritto Luca Bieler: «Alle 5 ha preso il via la "maratona bianca"! Per ora non c'è una nuvola, incrociamo le dita». Gli organizzatori hanno approfittato di una finestra di tempo buono su di un percorso molto innevato, ultima occasione per disputare il "Mezzalama" di quest'anno.
Il sito della Fondazione ricorda così i fondamentali: "Dal 1933 al 1938 si disputarono le prime sei edizioni consecutive che collaudarono il tracciato arditamente alpinistico per l'epoca. Allora si partiva dal Colle del Teodulo (metri 3.300) per raggiungere il traguardo all'Alpe Gabiet (metri 2.400), passando attraverso la vetta del Castore e il Passo del Naso. Dopo l'iniziale successo di guide di Valtournenche e di minatori di La Thuile, dal 1935 la gara fu regolarmente dominata dalle squadre della "Scuola Militare Alpina" di Aosta. Dotati di leggeri sci da fondo e scientificamente allenati, gli alpini vincitori del "Mezzalama" strapparono la medaglia d'oro ai favoriti scandinavi nell'analoga gara di pattuglia alle Olimpiadi di Garmisch del 1936. Dalla vigilia della seconda guerra mondiale la gara scompare.
Dopo un trentennio di interruzione il leggendario, indimenticabile "Mezzalama" rinasce per iniziativa del gressonaro Romano Cugnetto. Dal 1971 al 1978 si disputano quattro edizioni, in cui si ricalca lo stesso percorso anni Trenta. Vincono sempre le squadre militari, alpini e forestali. L'edizione del 1975 vale come primo Campionato del mondo di scialpinismo. Nel 1981 il maltempo manda a monte ogni tentativo di far partire una nuova edizione, finché gli organizzatori sono costretti ad arrendersi.
Con la diffusione sportiva dello scialpinismo, è risorto anche il "Mezzalama" grazie ad una Fondazione sostenuta dalla Regione Autonoma Valle d'Aosta che organizza la gara ogni due anni. A dispetto dei capricci meteo e dei grossi oneri organizzativi, grazie all'imponente staff di guide, maestri di sci, militari e volontari diretti dalla guida di Champoluc Adriano Favre, la gara moderna si è regolarmente disputata dal 1997 negli anni dispari per sei edizioni. Del "Mezzalama" storico rimangono le squadre di tre elementi in cordata, ma il percorso si è molto allungato in testa e in coda: la partenza è posta al fondo delle piste di Cervinia (metri 2.020) e il traguardo a Gressoney-la Trinité (metri 1.637). Dal 2001 il regolamento ha vietato gli sci da fondo, prediletti dalle squadre militari, imponendo a tutti gli sci larghi adottati nelle gare internazionali di scialpinismo"
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Io ricordo bene, perché ero già giornalista, l'edizione "saltata" del 1981 e poi quelle di cui ho avuto diretta responsabilità. Questa competizione ho avuto dunque il privilegio di viverla in prima fila e da dietro la quinte. Un'esperienza umanamente arricchente, pur in mezzo a tanti problemi e polemiche da dipanare, ma ho potuto godere a pieno di posti meravigliosi, in quello scenario unico che va dal Cervino attraverso le montagne del Rosa, che sento davvero come le mie montagne d'elezione.
In un periodo in cui molto si discute sulla promozione della nostra montagna, trovo che le immagini del "Mezzalama" siano irripetibili e facilmente riassumibili in un bel reportage mozzafiato. Molto più di tante novità, garantisce una competizione rapida e emozionante, che mischia tradizione e modernità.

La paura può non fare 90

Niente pauraE' sempre interessante verificare quante cose ci prospetti la realtà quotidiana e non c'è mai da annoiarsi, specie quando si preannuncia una stagione di cambiamento.
Ad ogni avvenimento significativo, alla lettura dei sogni e a certe combinazione con le carte o ad altri giochi possono essere attribuiti, da parte di chi creda in certe superstizioni, i numeri dall'uno al novanta, ricavati dalla "Cabala" o da "La Smorfia". Il novanta è proprio quello riferito alla paura. Da ciò è derivato il detto «la paura fa 90», che viene usato spesso non collegandolo all'esatto perché. Ne faccio un uso scherzoso non avendo mai avuto, a differenza di altri politici in Valle, un sensitivo al mio servizio e non avendo neppure mai fatto una seduta spiritica per capire l'esito delle recenti elezioni politiche.
Ci pensavo rispetto a certi tentativi di far paura come se, in democrazia, le novità fossero una preoccupazione, mentre, come è noto, è vero semmai l'inverso. È infatti nelle sole dittature che nulla può cambiare, in democrazia il dinamismo è un segno di benessere.
Oggi chi instilla paura contro il cambiamento nelle prossime elezioni regionali in Valle d'Aosta lo fa strumentalmente. Anzi, la paura non è quella che dovrebbero provare i cittadini e che viene alimentata, annunciando sfracelli se le cose cambiassero. La paura è semmai tutta di chi minaccia e riguarda la possibilità che un certo sistema di potere, ormai fragile come i castelli fatti con le carte, possa miseramente crollare.
Per cui certi predicozzi, i ricattini grandi e piccoli, la malevolenza devono scivolare via e addirittura persuadere chi mai avesse dei dubbi che il vento è cambiato e certe bandiere vanno ammainate per quello che purtroppo hanno finito per rappresentare oggi, e non per la parte prestigiosa del loro passato.
"Ogni progresso è dovuto agli scontenti. Le persone contente non desiderano alcun cambiamento". Lo ha scritto uno scrittore di fantascienza inglese, Herbert George Wells, vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento e mi pare un'ottima definizione.
A me in Valle d'Aosta gli scontenti sembrano tanti e buona parte ormai senza paura. Anzi, mi correggo con un'osservazione del Mahatma Gandhi: «La paura può servire, ma mai la codardia».

L'indipendenza energetica

Una torcia elettrica indipendenteCi sono temi dell'agenda politica che appaiono e scompaiono a seconda delle stagioni. Magari per anni un tema va fortissimo e catalizza le attenzioni, poi d'improvviso diventa vecchio, per in seguito tornare d'attualità, quando meno te lo aspetti.
Così nella campagna elettorale in corso in Valle d'Aosta noto una certa eclissi su di un tema molto sentito in passato, quello dell'indipendenza energetica della nostra Valle, che si collega a dibattiti di rilevanza internazionale come i problemi di approvvigionamento dai derivati dal petrolio e i cambiamenti climatici in corso.
Senza essere troppo naïf su di un tema di questa rilevanza, non si può neppure non constatare che, mentre in passato era stato imbastito un disegno, oggi a livello regionale si viaggia a vista, inseguendo percorsi che risultano spesso poco comprensibili per usare la versione buonista.
Non so se esistano studi aggiornati sul nostro grado di dipendenza energetica dai combustibili fossili, ma certo in Valle - accanto ai carburanti per autotrazione - in questi anni il metano si è diffuso, così come alcuni impianti centralizzati di GPL e centrali a biomasse con legni e suoi derivati di provenienza quasi esclusivamente esterna alla Valle e non è riuscito il disegno di impiego di prodotto locale. Il metano, che potrebbe in Italia subire serie difficoltà in futuro nell'approvvigionamento, pesa ormai molto - e temo troppo - sull'alimentazione di molti impianti familiari e industriali e questa fonte energetica non rinnovabile e importata sarà al centro del discusso progetto del "Teleriscaldamento" di Aosta.
L'idroelettrico, pur in larga parte di produzione pubblica con il colosso "Cva" che ormai commercializza in Italia molta energia di varia provenienza, resta la nostra risorsa assieme ad un ancora timido esordio dell'eolico e ad un'assenza di un disegno reale sul fotovoltaico. L'elettrico sembra alimentare, in vari sensi, una logica da "grande bouffe" senza fare di questa nostra ricchezza il centro di tutto, compresa ricerca ed innovazione.
Lo stesso vale per tutta quella parte di "tagli" dalla dipendenza esterna dovuti alla partita decisiva del risparmio energetico nel pubblico e nel privato con tutte le tecnologie possibili e con le attenzioni costruttive nelle ristrutturazioni e nelle nuove costruzioni. Esiste da tempo, quando finanziata e senza tagli retroattivi, una legislazione regionale, ma manca una politica che la tenga assieme. Oltretutto, in epoca di risparmio, si sono moltiplicati i centri di decisione fra Regione, "Arpa", "Finaosta" e questo non giova affatto.
Penso che questo tema sia invece decisivo e ruoti attorno a quel concetto rubato all'ingegneria e alla psicologia, che è la resilienza, che così spiega il mio amico Luca Mercalli: «è la proprietà di un sistema di non collassare quando viene sottoposto a uno stress. La nostra società è fragilissima: se qualcuno vi chiude gas, acqua e luce, tornate al medioevo in pochi giorni. Essere resilienti vuol dire prepararsi a mantenere livelli minimi di comfort e autosufficienza senza dipendere solamente dalla carta di credito o dal volere delle multinazionali. Senza per questo diventare eremiti, anzi, la resilienza è prima di tutto cooperazione con i vostri vicini di casa».
Tema caro ai montanari e ai territori montani come la Valle d'Aosta, dove gli abitanti hanno dimostrato capacità di adattamento al particolare ambiente naturale attraverso pratiche tramandate nei secoli, che hanno avuto come filo conduttore l'uso equilibrato anzitutto delle risorse locali. Il tema energetico, guardando a tutte le nuove tecnologie, è una pista da seguire.

E' morto Giulio Andreotti

Giulio Andreotti
Di Giulio Andreotti ho molti ricordi: la prima volta che lo conobbi fu poco dopo essere diventato deputato nel 1987 ed era uno dei rari momenti in cui non era al Governo. Mi presentai nell'emiciclo di Montecitorio: mi colpì la sua altezza, perché chissà perché me l'ero figurato piccolo, a causa di quelle versioni satiriche - la nota gobba - con cui veniva rappresentato.
Poco dopo ritornò a fare il Presidente del Consiglio. Per anni ho conservato un bigliettino di felicitazioni che mi inviò, vergato di suo pugno, dopo un mio intervento nella discussione sulla fiducia. Poi ricordo venne a Cervinia, se mi sovvengo bene per Pasqua e salii a salutarlo e bevemmo qualcosa all'aperto di fronte alla Gran Becca all'hotel "Cristallo" del Breuil. Sempre in quel periodo, all'epoca della Giunta Bondaz, quando l'Union Valdôtaine andò all'opposizione, andai da lui - nel mitico studio in Piazza in Lucina, dove l'anticamera era zeppa di oggetti vari regalatigli durante centinaia di viaggi ufficiali - per dirgli della situazione in Valle. Lui, che era Presidente del Consiglio, mi tenne nello studio un sacco di tempo, senza mai ricevere telefonate. Mi sono sempre chiesto perché: forse il piacere di conversare con un giovane.
Ricordo che mi parlò di mio zio Severino Caveri e delle battaglie con Alcide De Gasperi a difesa dell'autonomia valdostana e della preoccupazione con cui lo vedeva brandire, di fronte allo statista trentino, un tagliacarte preso da portapenne, come se fosse stata una spada. O quando gli raccontavo della comunità walser e della necessità di tutelarla e lui, scherzando con la sua voce un po' chioccia, incassato nelle spalle, ridacchiava sul rischio che, essendo germanici, prima o poi invadessero il resto della Valle d'Aosta.
L'avevo poi incontrato molte altre volte e non mancava mai la parola giusta, un gesto di gentilezza, anche nei periodi più bui in cui si trovava inquisito nelle celebri vicende di mafia. Alcuni andreottiani che conoscevo mi portavano i suoi saluti anche quando le occasioni pubbliche si erano rarefatte per l'età ormai avanzata. Chissà - mi chiedevo stamattina con un pizzico di vanità - se avrà appuntato qualcosa su di me nei suoi celebri e temuti diari.
Con lui se ne va, ad un'età veneranda, uno dei grandi protagonisti della storia italiana: in queste ore leggeremo tutto e il contrario di tutto. La "livella" di Trilussa (e anche di Totò), che lui romano conosceva di certo, ha colpito anche il "Divino Giulio", uomo amato e odiato, che ha attraversato dal dopoguerra ad oggi il mare sempre tempestoso dell'Italia repubblicana.
Posso dire di aver conosciuto un pezzo di Storia con la maiuscola e sarà sempre la ricostruzione storica a dirci, alla fine, dei pregi e dei difetti di questo grande navigatore della politica italiana.
Il 30 luglio del 1989, a Montecitorio, motivavo così la mia astensione al suo sesto Governo:

"Le patriotisme, c'est aimer son pays"

Una bandiera valdostana in piazza Chanoux ad AostaCi sono attività che possono sommarsi positivamente lungo il cammino imperscrutabile della propria vita. Mi piace quella espressione di Arthur Schopenhauer, che dice: «La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare».
Penso, nel mio caso, al lavoro di giornalista e agli incarichi in politica. Nell'incrocio e nella sovrapposizione dei ruoli ho avuto un evidente privilegio: percorrere in lunga e in largo la Valle d'Aosta e non esagero e ne scrivo perché ne vado particolarmente fiero.
Ciò deriva dalla casualità della cronaca quotidiana che concatena nella vita di un giornalista fatti e avvenimenti e ti obbliga alla mobilità e alla conoscenza dei luoghi e, di conseguenza, delle persone. Lo stesso vale nel percorso a tappe dei comizi e delle manifestazioni, che costellano l'attività politica e finisci per avere una mappa mentale dei luoghi di riunioni i più vari e di collegare quei posti alle persone conosciute. Così nell'attività amministrativa che, delibera dopo delibera, consente di "percorrere" il territorio regionale, spesso stando seduti attorno ad un tavolo.
Banale dirà chi è valdostano e dà per scontato di conoscere la sua terra, facile potrebbe aggiungere chi non è valdostano e ragiona sulla piccolezza della Valle d'Aosta, ancora più piccola se pensiamo alle vaste aree non abitabili e non abitate.
Vero, per carità, ma osserverei che la mia esperienza porta a dire che la Valle d'Aosta è come un tappeto orientale e dunque con la straordinaria caratteristica di mutare a seconda dei punti di vista e consente un'osservazione cangiante della ricchezza del suo ordito, a dispetto della taglia ridotta.
Per questo esiste un atteggiamento pre-politico che influenza la posizione politica. Conoscere la Valle ti fa capire quanto l'idea federalista sia coerente il rispetto di questo nostro territorio e del suo popolamento e cioè la tutela della specificità del livello comunale e della peculiarità delle diverse comunità che compongono, come in un puzzle, il popolo valdostano.
Per cui trovo indispensabile essere europeo e cittadino del mondo, ma - senza ideologismo ma solo per buon senso - sforziamoci di conoscere e di capire la ricchezza naturale e umana della nostra Valle. Si tratta di un piacere e di un dovere.
Charles De Gaulle scrisse: "Le patriotisme, c'est aimer son pays. Le nationalisme, c'est détester celui des autres".
E' un pensiero in cui mi riconosco.

Salvare le api

Un'ape al lavoroLa Natura registra spesso dei fenomeni di difficile lettura, che mettono a dura prova le nostre conoscenze scientifiche e spesso aprono la strada alle teorie più varie e pure strane. Leggevo da qualche parte di un'inquietante profezia di quella bizzarra personalità che fu Albert Einstein: «Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra all'uomo non resterebbero che quattro anni di vita».
Questa previsione inquieta proprio perché le api rischiano davvero di scomparire. Non è affatto allarmismo, ma si tratta di una triste realtà per chiunque siano affascinati - e penso che siano molti - dalla straordinaria vita delle api o che siano semplici consumatori dei loro prodotti, che accompagnano l'umanità sin dalla notte dei tempi.
Sapete che da anni la moria negli alveari è un fenomeno crescente in tutto il mondo e l'ultima notizia in ordine di tempo è che tenuto conto di diversi pareri sulla pericolosità dei pesticidi neonicotinoidi e le varie petizioni nate in tutta Europa per chiedere la messa al bando di tali prodotti, la Commissione Europea ha presentato la proposta di sospendere per due anni l'uso dei pesticidi incriminati negli Stati membri.
Ma la dimostrazione che le cause del fenomeno sono tante e concomitanti viene dalla piccola realtà valdostana, dove questi pesticidi non ci sono, ma quattrocento apicoltori locali con le le loro 6.500 arnie registrano un quindici per cento di moria (la percentuale era salita, in passato, sino al cinquanta per cento) che - pur a fronte di un miglioramento - compartecipano al senso di viva apprensione per il futuro di questo insetto.
Un amico mi segnala un sito che si occupa di questo fenomeno così riassunto: "Da qualche anno ogni inverno e ogni primavera si assiste a spopolamenti degli alveari, improvvise sparizioni, anomalie biologiche ed eccezionali mortalità di api".
Ecco spiegata l'esistenza di un "Gruppo protezione dell'ape - Gpa" che vuole in Italia, con il capillare uso di questionari, conoscere la reale portata di questi fenomeni e per stabilire l’effettiva causa che li ha provocati.
«Se le api dovessero davvero estinguersi l'umanita' rischierebbe una carestia a livello mondiale»: così aveva scritto l'etologo e mio collega al Parlamento europeo Giorgio Celli, scomparso qualche tempo fa. E così descriveva lo scenario: «La scomparsa delle api avrebbe come effetto immediato una grave crisi nell'agricoltura, che portata alle estreme conseguenze potrebbe causare una carestia mondiale». Insomma: Einstein incombe.
Ricordo - traendolo dalla stampa specializzata - che un terzo delle coltivazioni da cui dipende la nostra alimentazione sono impollinate delle api: mele, pere, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia e girasole, come pure la grande maggioranza delle colture orticole da seme, come l'aglio, la carota, i cavoli e la cipolla. Ma le api - aggiungo ancora - sono utili anche per la produzione di carne, vista l'azione impollinatrice per colture foraggere come l'erba medica e il trifoglio, fondamentali per i prati destinati agli animali da allevamento.
Insomma: teniamoci strette le api!

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