April 2013

"Cva": una storia opaca

Una turbina realizzata dai cinesi per le centrali valdostaneChi fa politica da tanti anni impara anche che mai bisogna, anche di fronte alle polemiche più incandescenti, buttare via il bambino con l'acqua sporca. Espressione popolaresca di rara efficacia.
Per questo mi stupisce tutta una polemica sotterranea, alimentata dai "soliti noti", su certe affermazioni dell'Union Valdôtaine Progressiste e del sottoscritto sulla azienda elettrica valdostana, in acronimo "Cva". Chi racconta di estremisti distruttivi che agitano chissà quali tematiche per "colpire" questa azienda partecipata e i suoi dipendenti lo fa, purtroppo, in palese malafede.
Nessuno vuole colpire o danneggiare niente o nessuno, ma non si può neanche guardare le cose con gli occhi ricoperti di "pelle di salame", per usare un'altra espressione popolaresca. Le partecipate sono società sui generis, perché non hanno azionisti privati, ma i proprietari - lo dico senza demagogia - siamo tutto noi e dunque la trasparenza non è un optional.
Per questo pubblico qui la registrazione del mio intervento, perché le cose dette possono piacere o non piacere, ma non esiste nel mio interventi nessuna logica distruttiva, anzi!

Buon lavoro ad Enrico Letta

Il sottoscritto tra Enrico Letta e Francesco Profumo, a Verrès, nel 2007, durante una visita all'ex 'Cotonificio'Enrico Letta "sale" a palazzo Chigi, con un evidente cambio generazionale in vista del "Governissimo", la cui geometria pare essere ancora piuttosto variabile. Conoscendolo da tanti anni e apprezzandolo per le sue doti politiche e umane, come la capacità d'ascolto e la flemma nel trovare soluzioni ragionevoli, plaudo alla scelta, anche se mantengo una qualche riserva sulla logica della "Grosse Koalition" per usare un termine in tedesco e non suoni consolatorio pensare che peggio del Governo dei tecnici di Mario Monti sarà difficile fare.
Posso dire che, senza essere smentito, Enrico è un amico, con cui ho condiviso - lui era già Ministro - l'esperienza governativa come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel D'Alema Bis (lui continuò l'esperienza con il Governo Amato, quando io divenni parlamentare europeo e dovetti declinare, per incompatibilità, l'invito dello stesso Giuliano Amato di restare al Governo, forse con una promozione).
Lo ritrovai da Presidente - e lui era Sottosegretario alla Presidenza di Romano Prodi - a trattare con lui dossier importanti per la Valle, e mi accoglieva sempre con grande gentilezza nel suo ufficio a Palazzo Chigi. In questi anni, come spesso capita, erano gli amici comuni a portarci i reciproci saluti.
Ricordo in particolare con grande piacere quando, il 1° ottobre del 2007, - c'era anche l'allora Rettore del Politecnico di Torino, Francesco Profumo - visitò l'ex "Cotonificio" di Verrès, rimanendo stupito della straordinarietà della ristrutturazione e della collaborazione fra Valle d'Aosta e Politecnico, poi ridimensionata dalla Giunta Rollandin con sgarbo e scarsa lungimiranza politica.
Letta aveva parlato di «speranza per il futuro» e mi aveva fatto piacere.
Oggi si appresta ad un compito improbo, ma con la "protezione" del vecchio saggio, Giorgio Napolitano, che davanti ai suoi elettori, all'atto del giuramento a Montecitorio, ha brandito la spada, dicendo senza mezzi termini che, senza accordi sul Governo, si torna subito al voto.
Seguiremo gli sviluppi.

Ora è sempre Resistenza

Un'immagine delle celebrazioni ad AostaOgni anno, in modo crescente, c'è chi eccepisce sul 25 Aprile, giorno della Liberazione. Una data che per l'Italia è stata in modo simbolico la complessa e contraddittoria fine della Seconda guerra mondiale e dell'ormai rantolante dittatura fascista, nelle mani dei tedeschi.
Per la Valle d'Aosta c'è di più: si va dall'antifascismo larvato a quello clandestino, sfociato nella lotta armata con elementi locali e con persone che, provenienti da fuori Valle, «salirono in montagna» per dar vita alla Resistenza partigiana. Un fenomeno importante e coraggioso, che come tutte le cose umane ha avuto anche da noi aspetti oscuri, ma quelli luminosi - nel mio giudizio - sono enormemente più grandi.
E' vero che senza gli Alleati la Liberazione non ci sarebbe stata nei termini che conosciamo e che in Italia ci sono intere zone dove la Resistenza fu minoritaria, ma noi valdostani - e la Valle inalbera sul suo gonfalone la medaglia d'oro della Resistenza - abbiamo le carte in regola per dire: «noi c'eravamo».
Di questo bisogna essere grati e riconoscenti e da quei fatti nacque l'autonomia speciale, un regime di autogoverno lontano parente del federalismo sognato da una parte della Resistenza valdostana nel solco di Emile Chanoux. E tuttavia quell'autonomia c'è ed è frutto di quella temperie storica che portò alla liberazione di Aosta il 28 aprile del 1945, qualche giorno dopo la data canonica.
Per me "ora e sempre Resistenza" nel ricordo dei tanti membri della mia famiglia che furono, in diversi modi, antifascisti e resistenti.

Salire in piedi sul banco

Qualcuno ricorderà il film del 1989, "L'attimo fuggente", ripetutamente proposto in televisione.
In pillole la storia ha questo "plot": nel 1959 all'Accademia "Welton", una scuola elitaria e conformista ubicata sulle colline del Vermont, i metodi assolutamente insoliti di un nuovo insegnante di materie umanistiche, John Keating, interpretato da un bravissimo Robin Williams, sono considerati con timore e sgomento dal preside e dalle famiglie.
Dopo molte vicissitudini, il professore viene allontanato dall'istituto e la cattedra di lettere viene affidata temporaneamente al preside, ma Keating, poco prima di andarsene, entra nella classe per raccogliere le sue cose e, prima di uscire, uno dei ragazzi protagonisti - Todd - sale sul banco, richiamando l'attenzione del professore pronunciando la frase «O capitano! Mio capitano!» (celebre poesia scritta dal poeta e scrittore statunitense Walt Whitman nel 1865 in ricordo del presidente assassinato degli Stati Uniti, Abraham Lincoln).

Sempre più vecchi

Anziani in panchinaPer quanto ai tempi dell'Università il mio esame di Statistica fosse stato tutt'altro che brillante, ho sempre avuto come politico una viva ammirazione per questa scienza, che è in grado di fornire dati e studi che sono assolutamente preziosi, specie per capire oggi come prepararsi al futuro.
Mi ha colpito un mesetto fa, all'atto della presentazione dell'ultimo Censimento della popolazione, la parte dedicata alla caratteristica considerata piu marcante dei dati riguardanti la Valle d'Aosta: "Tra questi si evince che gli ultracentenari residenti in Valle d'Aosta aumentano e che dunque si allunga il processo d'invecchiamento della popolazione valdostana. Dal 2001 al 2011 in particolare la percentuale di popolazione di ultra 65enni è passata dal 19,6 per cento (22.959 persone) al 21,3 per cento (27.058 persone). Gli ultra 80enni aumentano del 47,4 per cento e la loro incidenza sul totale dei residenti passa dal 4,6 per cento del 2001, al 6,3 per cento del 2011".
Aggiungo alcuni altri dati statistici, che si riferiscono alla Valle, elaborati in questi ultimi tempi con relativa spiegazione: "Indice di vecchiaia: è il grado di invecchiamento di una popolazione, vale a dire il rapporto percentuale tra il numero degli ultrassessantacinquenni ed il numero dei giovani fino ai 14 anni. Ad esempio, nel 2012 l'indice di vecchiaia per la Valle d'Aosta dice che ci sono 152 anziani ogni cento giovani.
Indice di dipendenza strutturale: è il carico sociale ed economico della popolazione non attiva (0-14 anni e 65 anni ed oltre) su quella attiva (15-64 anni). Ad esempio, teoricamente, in Valle d'Aosta nel 2012 ci sono 54,7 individui a carico, ogni 100 che lavorano.
Indice di ricambio della popolazione attiva: è il rapporto percentuale tra la fascia di popolazione che sta per andare in pensione (55-64 anni) e quella che sta per entrare nel mondo del lavoro (15-24 anni). La popolazione attiva è tanto più giovane quanto più l'indicatore è minore di cento. Ad esempio, in Valle d'Aosta nel 2012 l'indice di ricambio è 151 e significa che la popolazione in età lavorativa è molto anziana"
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Potrei tediarvi con ulteriori dati, specie di proiezione nel futuro, quando spero di essere anche io molto vecchio, e lo scenario sarà quello di una Valle d'Aosta invecchiatissima su cui bisogna riflettere sin da oggi per riflettere su eventuali correttivi, ma soprattutto per prepararci ad una società diversa da quella attuale e di cui oggi abbiamo le evidenti avvisaglie anche nella nostra vita quotidiana. Basta guardarsi attorno.
Un crescente numero di anziani e la stabilizzazione di questi dati comporta - in un contesto di riduzione della spesa pubblica - problemi sociali, sanitari, di assistenza che si riflettono sia sul ruolo del settore pubblico che su quello delle famiglie.
Un caso fra molti di perché la politica non deve concentrarsi, come avvenuto in questo ultimo periodo, sul giorno per giorno e mancare del tutto di una visione prospettica, altrimenti - se impreparati - la pagheremo cara.

Povero Monti (e poveri noi)

Lilli Gruber e Mario Monti"La politica nuoce gravemente alla salute". La scritta - ovviamente scherzosa - dovrebbe figurare da qualche parte come un ammonimento a restare sempre con i piedi per terra.
Ci pensavo guardando un trasfigurato e irriconoscibile Mario Monti, ieri sera in televisione da Lilli Gruber. Ero stato fra quelli che avevano dato un grande credito al Professore sulla base di un curriculum di grande rilievo, specie della sua azione come Commissario europeo, quando lo avevo conosciuto di persona e mi era parsa una persona intelligente e pacata, pur venata da un poco di supponenza. Pensavo in fondo che, vista l'esperienza politica in Europa, sarebbe stato in grado di guidare e di dar vita ad un "Governo tecnico" ad elevato tenore politico.
Ed invece, purtroppo, l'uomo ieri sul teleschermo era un "altro" Monti, ormai svelato in una solitudine del potere svanito, pieno di veleni e rivendicazioni. Il suo Governo - penso alla nostra ottica di valdostani - è stata una compagine anti-autonomista con poche eccezioni, priva di rispetto istituzionale per la nostra autonomia speciale e tignosa nel contrastare pure la gran parte delle leggi regionali, rinviate con metodo alla Corte Costituzionale. Lo stesso vale per lo stop ad alcune norme d'attuazione, sbandierando l'interesse nazionale, ultima spiaggia dello statalismo.
Dopo aver fatto il "salvatore della Patria", chiamato per risolvere una situazione grave (e lo era davvero a causa di quel berlusconismo che pareva morto e ora torna nel "governissimo"), il Professore - che pareva temporanente sulla scena politica per puro spirito di servizio - ha scelto di «salire in campo», candidandosi. Il risultato, ma non pare essersene reso conto è stato modesto e il rapporto con l'opinione pubblica pessimo.
Il punto più basso, oltre all'imminente probabile accettazione di un Ministero con il Governo Letta, e stato l'accoltellamento meschino a Romano Prodi, candidato al Quirinale e suo Presidente alla Commissione europea. Il Professore non è più lui o forse è sempre stato lui e quindi devo ammettere - e nella vita bisogna farlo - mi sono sbagliato.
Mi rifugio in questa e in altre occasioni dietro la frase di Honoré Gabriel Riqueti, conte di Mirabeau: «Solo gli imbecilli non cambiano mai opinione».

Il compromesso di scopo

Giorgio Napolitano con Enrico LettaE' stato lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che partecipò a quella stagione, ad evocare un parallelo fra la ricerca di una forma di "grande coalizione" - oggi coagulatasi nella proteiforme compagine del Governo Letta - con il vecchio "compromesso storico".
Per me è un ricordo da ragazzino, che divenne consapevolezza quando raggiunsi la maggiore età. La "Treccani" così sintetizza: "Espressione con cui si indica la strategia politica elaborata e sostenuta, tra il 1973 e il 1979, dal Partito comunista italiano, in seguito alla riflessione compiuta dal segretario Enrico Berlinguer sull'esperienza cilena del governo di Unidad Popular di Salvador Allende. Tale strategia si fondava sulla necessità della collaborazione e dell'accordo fra le forze popolari di ispirazione comunista e socialista con quelle di ispirazione cattolico-democratica, al fine di dar vita a uno schieramento politico capace di realizzare un programma di profondo risanamento e rinnovamento della società e dello Stato italiani, sulla base di un consenso di massa tanto ampio da poter resistere ai contraccolpi delle forze più conservatrici. Essa trovò parziali applicazioni prima nell’astensione del Pci sul governo Andreotti nel 1976-77, quindi nell'esperienza dei Governi di solidarietà nazionale (1978-79), ma l'omicidio di Aldo Moro, principale interlocutore del progetto di Berlinguer, avvenuto proprio all'inizio di tale esperienza (9 maggio 1978), contribuì fortemente al suo fallimento".
Oggi come lo chiameremo? Non credo che "governissimo" o "inciucio" riassumano la forma politica del "compromesso di scopo" - tento una definizione - dell'asse PD-PdL allargato ad altri attori minoritari in un mélange di diverse forme di politicamente corretto (giovani, donne, una Ministra già olimpionica, un'altra di colore, uomini degli Enti locali e tecnici "buoni").
Un moderno "manuale Cencelli", fatto di competenze e di equilibri, nato per avere l'elasticità necessaria per compensare le enormi differenze di idee e di posizioni che in Parlamento faranno scintille. Su tutti pende poi una "spada di Damocle": Beppe Grillo e una truppa variopinta di dubbiosi del "compromesso di scopo", pronti a remare contro nei passaggi delicati e nella palude della quotidiana vita parlamentare. Oltretutto esiste l'enorme incognita dell'esistenza o meno di accordi - un lasciapassare di chissà quale sorta - che riguardino Silvio Berlusconi e la sua situazione giudiziaria.
A meno che - a rendere meno drammatico il percorso di guerra - i tempi della fine del Governo non siano già stati predefiniti e la clessidra non sia già lì a scandirli per fare quel poco che necessita, in particolare la legge elettorale.

La bestia nera

I candidati UV schierati nel comizio di Pont-Saint-MartinE' un modo di dire molto noto: "essere la bestia nera di qualcuno" significa "essere una persona che ossessiona sino all'odio". Viene dalla frase in francese "c'est ma bête noire (è il mio incubo, è la cosa o la persona che più detesto)". Che poi - se si fa una ricerchina - "bestia" e "nera" hanno origini e significati di tipo sessuale e sappiamo quanto certi riferimenti rozzi imbevano le lingue.
Non si può non constatare come questo ruolo di "bestia nera", per una parte di competitori in queste elezioni, sia diventato l'Union Valdôtaine Progressiste. E' il caso del comizio di apertura dell'Union Valdôtaine, dove si è parlato più di UVP che di proposte e programmi propri. Una situazione degna di essere oggetto di studi di psicoanalisi alla scoperta di chissà quali complessi o imbevuta di quei meccanismi di psicologia delle folle, che mostrano come la scelta del nemico e la sue demonizzazione servano a caricare le masse e a nascondere i propri guai.
Gustave Le Bon, iniziatore nell'800 degli studi su questo argomento, scrisse non a caso e con preveggenza verso le dittature del secolo successivo: "On domine plus facilement les peuples en excitant leurs passions qu'en s'occupant de leurs intérêts". O questo passaggio micidiale: "On rencontre beaucoup d'hommes parlant de libertés, mais on en voit très peu dont la vie n'ait pas été principalement consacrée à se forger des chaînes".
Penso che questa ricerca della "bestia nera" sia un fenomeno da osservare con attenzione, ma senza troppo farsi coinvolgere in questo gioco - non cadendo nella spirale delle repliche - e dalla logica, sottesa e senza fine, "amico-nemico". Semmai vanno messe sul tavolo e discusse le idee, le proposte, le alleanze, la qualità delle persone più che impegnarsi in quella guerra, che può essere la politica se portata sul terreno dell'odio, è bene interrogarsi sulle prospettive future della Valle d'Aosta in una comparazione che consenta alla fine ai cittadini di poter scegliere.
E' più facile, ma penso alla fine poco redditizio, spostare il confronto, che può essere animato e duro, sul terreno - che è altra cosa - paludoso e mefitico dell'insulto e della cattiveria.

La democrazia è come un tostapane da aggiustare

Vecchio tostapane democraticoPronti, attenti, via! Dopo la lunga tornata delle elezioni politiche, in cui non mi sono perso un comizio, tocca ora - pur non essendo candidato, ma avendo il ruolo di moderatore degli incontri e raramente di oratore - la partecipazione ai comizi per le elezioni regionali in un mese che sarà lungo e breve, come sa essere il tempo.
Lo dico con piacere, perché negli anni ho imparato che, con tutti i limiti di uno strumento datato sotto diversi profili, è questa capillarità un'occasione unica per sentire in profondità la "pancia" dei valdostani e per capire dove tira l'aria molto più di metodi sofisticati di analisi e previsioni del voto. L'esperienza consente, ex ante, di sapere che tipo di comizi più o meno si troveranno, a seconda dei Comuni e della localizzazione, ma qualche sorpresa non manca mai. Certo chi impara a parlare in certe "situazioni difficili" fa una gavetta che tornerà sempre utile nella vita.
La differenza è facile da dire: i comizi per le "nostre" elezioni sono molto più numerosi e anche assai diversi da quelli per le legislative. Per le politiche il numero di candidati, già ben superiore alla media l'ultima volta anche grazie al numero ridotte di firme da raccogliere, era di diciotto fra candidati di Camera e Senato, mentre alle regionali sfioriamo i trecento candidati per nove liste! L'equivalente di un Comune neppure troppo piccolo della nostra Valle.
Spero che questi numerosi candidati, appartenenti ai diversi schieramenti e con caratteri assai differenti fra di loro, suscitino un accresciuto interesse per la politica. Si sa bene come l'unico antidoto all'antipolitica resta la politica e la partecipazione (cantava Giorgio Gaber che «la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione»).
Ciò vale in particolare per i giovani, come sottolineato dallo scrittore Fernando Savater: «Oggi insegniamo ai ragazzi che la politica è corrotta, come se gli spiegassimo che un tostapane serve a carbonizzare il pane. Invece bisogna spiegare che anche la democrazia ogni tanto si guasta, fa corto circuito e bisogna rimetterla in sesto».

Quel clima che cambia

La 'Dora' in piena ad IvreaQuesti giorni continui di pioggia sono oggetto di battute scontate e scherzose. Il tempo e le sue bizzarrie sono da sempre una delle argomentazioni preferite delle chiacchiere non troppo impegnative: fa caldo, fa freddo, farà bello, farà brutto. Le previsioni del tempo sono seguite con attenzione e oggetto di improperi (genere «crepi il meteorologo», parafrasando una celebre frase sull'astrologo) se non vengono azzeccate e ci rovinano i nostri programmi. In genere oggi parliamo di tempo libero e suo impiego, mentre in un passato non molto distante - per questo siamo pieni di detti e proverbi di origine antichissima - per l'agricoltura e i suoi raccolti "prenderci" con le previsioni era essenziale per il mondo contadino.
Oggi previsioni sbagliate possono cagionare danni mica da ridere al turismo, perché basta su di un "ponte" e su di un fine settimana prevedere brutto tempo o accentuare rischi di neve o simili - e poi capita il contrario - e i turisti stanno a casa. Per questo, ancora quest'inverno, gli operatori turistici hanno reclamato maggior precisione, specie dal più grande produttore in Italia delle previsioni, l'Aeronautica militare che - e l'Italia è l'unico Paese al mondo - continua a mantenere in capo a militari un ruolo che certo non spetta loro.
Ma questi giorni umidi e uggiosi sono testimoni non solo delle cicliche stranezze del tempo, ma sono segni che gli esperti di climatologia (la scienza che si occupa della meteorologia di lungo periodo) sanno capire, tra mille discussioni, per spiegare i mutamenti climatici dovuti al riscaldamento globale del pianeta.
Chi segue queste mie riflessioni quotidiane sa che si tratta di un mio pallino, non da scienziato ma da politico. E posso vantare di aver scritto, assieme al noto Luca Mercalli, un rapporto al "Comitato delle Regioni" sull'impatto delle mutazioni climatiche in corso nelle zone montane in Europa, adoperato anche per una serie di documenti anche recenti della Commissione europea. l'Unione europea sa bene che per programmare il futuro bisognerà sapere in quale contesto naturale vivremo.
Se è vero che una Regione alpina come la Valle d'Aosta ha sempre convissuto con questi cambiamenti grandi e piccoli che hanno forgiato il territorio e la nostra cultura, oggi dobbiamo capire bene che cosa avverrà in concreto per la nostra vita quotidiana in futuro e il dato di partenza è proprio legato alle conseguenze importanti in scala locale dell'aumento impressionante della temperatura su di un sistema fragile come quello alpino. In Valle d'Aosta non esiste un solo Comune estraneo a rischi idrogeologici più o meno grandi e la frana di La Saxe che minaccia una parte di Courmayeur è la punta di un enorme iceberg.
Insomma, queste piogge non sono solo una scocciatura, ma un campanello d'allarme di un fenomeno ben più vasto.

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