April 2013

Il giornalismo che cambia

Quando ho cominciato a fare il giornalista a pieno titolo - e i contributi mi riportano con crudezza all'inizio del 1979 - il mestiere era chiaro e definito. Io già ero piuttosto bizzarro: dopo la radio pionieristica mi trovai a fare la "televisione libera", per poi finire alla "Rai" a fare entrambe, radio e televisione, con qualche "puntata" sulla carta stampata per non togliermi qualcosa.
Questa multimedialità, oggi consueta, non lo era allora e dunque sono stato un precursore. Radio, televisione e carta stampata vedevano il giornalista al vertice di catene professionali. In radio si lavorava sempre con tecnici e alla "Rai" esisteva ancora il fonico che ti accompagnava per le interviste (spezzai io questa schiavitù ad Aosta, uscendo da solo con il registratore a bobine "Nagra") in televisione idem: si usciva con la troupe, in genere operatore e "specializzato di ripresa", e si montava con il montatore.
La carta stampata era, prima dell'elettronica, una macchina complessa con diverse figure professionali.

Ah! Le regole!

L'inizio di un combattimento di sumoQueste sono le regole ferree che bisogna assolutamente rispettare, per cui non si può:
- Colpire a pugno chiuso, ma colpi di mano, palmo o sberle sono ammesse;
- Infierire con le dita negli occhi;
- Tirare i capelli;
- Colpire petto o stomaco;
- E' vietato cercare di spogliare l'avversario.

Mi riferisco al Sumo, una forma di lotta corpo a corpo nella quale due lottatori - che a noi inesperti appaiono come dei ciccioni - si affrontano con lo scopo di atterrare o estromettere l'avversario dalla zona di combattimento.
Essendo lo sport nazionale in Giappone, c'è poco da ironizzare: i valdostani potrebbero risultare grotteschi agli occhi dei nipponici per i nostri autoctoni "esport de noutra tera". Sport popolari che hanno, anch'essi, le loro regole da seguire.
Ci pensavo rispetto a queste elezioni regionali che guarderò senza esserne protagonista diretto e alla necessità, accanto alle norme di legge che si occupano dei diversi aspetti delle consultazioni e dell'elettorato attivo (voto) e passivo (vengo votato), che ci siano comportamenti che consentano che il clima si mantenga civile.
La politica non è una gara di mazurka e neppure un torneo di burraco e, quando si entra nel girone infernale delle preferenze, si sviluppa già un primo confronto rude dentro le liste e dunque fra "competitori amici".
Il sistema, che consente ai cittadini di scegliere, crea rivalità non sempre sane in seno alle stesse formazioni politiche. Sono anzitutto il buonsenso e poi l'educazione - assieme alla complicità di chi milita per le stesse idee - che dovrebbero indicare la strada giusta. Ma non è sempre così: io l'ho vissuto nel 2008 con scene grottesche di chi, persino a miei parenti, chiese di non votarmi. Come si suol dire: «Dagli amici mi guardi Iddio, ché dai nemici mi guardo io».
Poi, nel sistema elettorale in vigore per le regionali, esistono due ulteriori tipologie: la lotta fra liste fra di loro apparentate sulla base di un programma comune, ma ognuna mantenendo il suo simbolo e i suoi candidati e dunque alleate ma in sana competizione e poi la lotta fra liste e coalizioni avverse. Questo vuol dire un grado di litigiosità che dovrebbe incrementarsi con il crescere della distanza fra i partiti: dai "più amici" ai "meno amici", cioè alla fine quelli che sono "nemici" ("avversari" suona meno guerresco).
Anche in questo caso ci vuole "bon ton": ricordo quando ero un giovane candidato unionista alle politiche del 1992, quando l'allora sindaco socialista di Aosta, Leonardo La Torre, oggi diventato unionista, adoperò in un comizio l'espressione lombrosiana: «Caveri ha i denti da pescecane». Anni dopo si scusò, ammettendo di avere trasceso in quelle elezioni così importanti.
Insomma: vanno bandite risse, violenze, insulti e stupidaggini. Regola aurea dovrebbe essere isolare chi usa i "social media" come se si trattasse di un "saloon" del Far West in cui far roteare le pistole. Anche in questo ci vorrebbero disciplina o autodisciplina, ma non è da tutti.
Propongo una tessera con una celebre frase di Totò: «Signori si nasce. E io, modestamente, lo nacqui».

Impasse

Franco MariniStamattina il silenzio sarebbe, come non mai, d'oro. Basterebbe aspettare qualche ora per dire qualcosa di più fondato sull'avvio del voto per il nuovo Presidente della Repubblica, clima che ho vissuto - come ho già ricordato qui - per tre volte nell'aula a me familiare di quell'emiciclo di Montecitorio che diventa pieno all'inverosimile in questo passaggio costituzionale.
Ed invece la vigilia è stata piena di interesse e con i "social media" in ebollizione in questa immatura forma di partecipazione che resta il Web. Beppe Grillo, da vero istrione e forte del fatto che la bizzarria fa più notizia della normalità, ha riempito la scena con le due candidature di bandiera, la giornalista Milena Gabanelli (che ha rifiutato dopo un gran cogitare) e il medico Gino Strada (che penso abbia fiutato la strumentalizzazione) e poi con il lancio nella corsa di un consenziente Stefano Rodotà, con cui ho condiviso molti momenti alla Camera e di cui non posso che dire belle cose per lo spessore e l'acume.
Per il resto i nomi erano i soliti e oggettivamente accomunati da una veneranda età: Romano Prodi, Sergio Mattarella, Massimo D'Alema, Giuliano Amato (li scrivo in ordine di mia personalissima preferenza su questa rosa). Poi Partito Democratico e Popolo della Libertà sembravano essere riusciti a convergere su Franco Marini, abruzzese e alpino, già leader della "Cisl", che mi pare un cattivo compromesso e mi auguro che lui stesso si ritiri per non cader vittima di condivisibili "franchi tiratori" che lo affosserebbero come un sol uomo.
Sbaglierò ma penso che, con questi veti incrociati, bisognerà fare i conti e tirar fuori nomi che "volino alto" e diano il senso di serietà che i tempi richiedono e senza il giochino ozioso del vecchio e del nuovo, perché contano stoffa e esperienza. Altrimenti giochiamo alla "roulette russa" e non ad una designazione utile e necessaria in frangenti assai delicati per la già boccheggiante democrazia italiana.
Questo passaggio da "forche caudine", che ha rotto al proprio interno coalizioni e partiti, si sarebbe potuto evitare con logiche di mediazione, visto che la circostanza del voto per il Capo dello Stato era un passaggio stranoto da molto tempo. Ma l'impasse chiarisce, se mai ce ne fosse stato bisogno, lo stato di difficoltà in cui versa la povera democrazia italiana e la dolente Repubblica.
Ci sarà quest'oggi un colpo di reni?

Da Leo Gasperl agli Origone

Leo GasperlNel pieno della tempesta politica dell'elezione del Presidente della Repubblica, vien voglia di parlare d'altro e magari di profittare delle alte vette che ci circondano, che hanno ancora una livrea invernale e questa circostanza rende a pieno la forza della nostra altimetria montana, con una natura che fiorisce nel fondovalle, mentre le cime sono innevate.
Confesso che seguo da anni, con gran curiosità, le prodezze dei fratelli Simone (otto Coppe del mondo!) ed Ivan Origone, che hanno fatto dello sci di velocità la loro vita. Li ricordo da bambini, quando Ayas era e me una meta consueta e conoscevo la mamma e il papà, Miki, allenatore di sci per una vita dello "Sci club Val d'Ayas" ed albergatore in quella bella struttura di famiglia nel bosco che si chiama l'"Anna Maria".
Chi ha sciato nella sua vita non può che seguire le prodezze dei fratelli di Champoluc con stupore. Certe velocità fanno venire i brividi e non so bene quali sensazioni si possano provare, se non quella di essere come dei proiettili sparati in mezzo alla natura. Bisogna avere di certo i nervi saldi e un gran fisico perché il rischio c'è se si viaggia con gli ai piedi come una Formula 1.
Poi, quando mi e capitato di incontrarli da grandi, riporti i due ragazzi a quando erano piccolissimi e misuri il tempo che passa, visto che sono eredi di una storia interessante, quella che un tempo si riassumeva nell'acronimo "KL - Kilometro Lanciato", di cui ho ricordi di recente rinfrescati con vecchi immagini d'epoca.
Così trovo riassunta la specialità, rubando una breve descrizione da Internet: "una specialità sciistica nata in Austria negli anni '30 che consiste nello scendere da un pendio di forte inclinazione nel minor tempo possibile. L'italiano Leo Gasperl nel 1931 a Saint Moritz raggiunge i 136 chilometri orari, velocità incredibile tenendo conto dei materiali e della attrezzature di quei tempi. Solo dopo la seconda guerra mondiale si riprende a gareggiare in questo tipo di specialità e nel 1947 Zeno Colò a Cervinia porta il record mondiale a 159 chilometri orari. Gli anni 60/70 sono gli anni del "KL" di Cervinia e il record passa ai 163 chilometri orari nel 1963 con Luigi di Marco per poi via via salire ai 195 chilometri orari dell'americano Steve Mc Kinney nel 1977. Per cinque anni non vi sono più gare di questo genere, ma nel 1982 si riprende a Les Arc in Francia (vince Steve Mc Kinney con 201 chilometri orari) e da allora le competizioni riprendono con ritmi più regolari fino ad arrivare ai giorni nostri".
Grande Leo Gasperl, che divenne poi un valdostano d'adozione nella nostra Breui-Cervinia. Lo ricordò anni fa il mio amico Franco Brevini in un articolo sul "Corriere della Sera", quando morì nel 1997: "Il Leo, come lo chiamavano tutti, era nato a Mitterndorf, in Austria, il 24 maggio 1912. I primi sci se li era fabbricati da solo. Esordì prestissimo nell'arena bianca, imponendosi come uno dei precursori delle virate a sci paralleli, che da lui sarebbero state dette "curve Gasperl". Era venuto in Italia per allenare la squadra di sci in vista delle Olimpiadi del 1935. Abitò a Cervinia dal 1937 e proprio nella stazione valdostana sarebbe stata stipulata la più temeraria delle scommesse fra Gasperl e Zeno Colò. Sotto il Piccolo Cervino venne individuato un ripidissimo scivolo ghiacciato lungo il quale i due atleti si lanciarono nel 1947 per migliorare il record di Gasperl. Vinse Colò a 159,242 chilometri orari, ma il vecchio Leo fu sconfitto per soli tre centesimi di secondo".
Oggi - in una continuità con quel passato leggendario - i due Origone sono certezze della specialità e cacciatori di record e invidio questa loro passione, fatta di coraggio e spavalderia nel solco della storia dello sci.

Prodi e la sua sconfitta

Io con Romano Prodi durante una sua visita in Valle quando era Presidente del Consiglio dei MinistriRomano Prodi è stato il "capro espiatorio" al quarto scrutinio ed ora si ritira fra il giubilo dei tanti che non lo volevano. Vedremo se chi verrà sarà meglio di lui e intanto trascina nel baratro anche Pierluigi Bersani, dimissionario.
Ho conosciuto Prodi qualche mese prima di diventare deputato, quando nel lontano 1986 erano in corso le trattative per la privatizzazione della "Cogne" e lui era presidente dell'"Iri" ed io scendevo a Roma per la "Rai". Un’operazione che "salvò" la siderurgia in Valle grazie ad una visione aperta e collaborativa, che permise anche alla nostra regione di acquisire la vasta area occupata all'epoca dallo stabilimento.
Poi, in molte occasioni, le nostre strade si sono incrociate. In Italia questo ha riguardato soprattutto i suoi due periodi alla Presidenza del Consiglio (dal 1996 al 1998 e dal 2006 al 2008), il primo quando ero parlamentare a Roma ed ero spesso a Palazzo Chigi, la seconda quando ero Presidente della Regione. In entrambi i periodi furono approvati emendamenti a diverse leggi a noi favorevoli e norme di attuazione dello Statuto molto significative. I rapporti di amicizia in politica contano, ma conta ancor di più la lealtà dei rapporti e con noi valdostani Prodi è sempre stato corretto e rispettoso.
Certo fra i due periodi c'è stata anche la frequentazione con Prodi a Bruxelles, quando era Presidente della Commissione europea, ruolo che ha svolto con grande capacità e respiro internazionale. Ricordo che ero stato eletto parlamentare europeo, sinora il solo valdostano, grazie all'accordo con i "Democratici" di Prodi e questo credo che sia un particolare che la dice lunga sul suo interesse per la Valle. Nessuno lo obbligava a farlo.
Venne in quel periodo anche in Valle per una lectio magistralis ed apprezzai le sue doti sciistiche sulle piste di Courmayeur e di La Thuile: stile spartano ma efficace, senza mai fermarsi dalla cima al fondo della pista. Come in politica, insomma, dove ha mostrato una grinta non casuale, infrangendosi anche contro sconfitte come quella a suo tempo Palazzo Chigi e ora per il Quirinale.
Come già a Roma, dove mi capitava di vederlo spesso a Palazzo Chigi, anche a Bruxelles capitava spesso di vivere con lui un "dietro le quinte", dove dimostrava doti di gran raccontatore con umorismo, facendosi però serio e analitico quando capitavano momenti gravi, cui mi capitava di assistere. "Mortadella", come è stato chiamato dai suoi detrattori gode di una vasta platea di antipatizzanti, a destra come a sinistra e anche in Valle, pure tra persone mie amiche, che rievocano a rotazione diverse storie su di lui. Io penso che in molti casi queste etichette siano davvero ingiuste, avendolo - come dicevo - conosciuto nell’intimo di momenti politici importanti e anche nei momenti di relax, ad esempio della sua casa di Bologna assieme alla moglie Flavia.
Ma penso che si debba essere rispettosi anche di chi non lo digerisce e ora si gode - anche nel Partito Democratico - la sua sconfitta.
E così sia.

Una lista per il cambiamento

Io ed Alessia Favre durante la presentazione dei candidati alle elezioni regionaliL'Union Valdôtaine Progressiste ha presentato oggi la propria lista per le elezioni regionali, le prime cui partecipa, dopo il successo alle recenti politiche.
Ho avuto l'onore, dopo le premesse della presidente Alessia Favre, di presentare la lista e di fare qualche annotazione più personale.
Penso che siamo ad un momento di svolta, che va preso molto sul serio: oggi esiste un'alternativa a un autonomismo ormai di facciata che cela il volto autocratico di un potere solitario. So che non è facile, ma la battaglia è appassionante e degna di essere combattuta.
Vi propongo la registrazione del mio intervento.

Ritorna Napolitano

Giorgio Napolitano mi saluta durante la sua visita in Valle nell'ottobre del 2011"Re Giorgio", come talvolta lo si chiama con sarcasmo, resta al Quirinale. La definizione è maligna per due ragioni: la prima è un pettegolezzo infondato che notava la somiglianza fra Umberto di Savoia e Giorgio Napolitano e segnalava un'impossibile legame di paternità; la seconda è la maledizione di un palazzo, il Quirinale, dove sono stato spesso nella mia carriera, che passò dai Papi alla dinastia sabauda dei Re d'Italia e infine divenne la dimora del Presidente della Repubblica.
Dunque chiamare "Re" l'attuale inquilino del palazzo, su cui aleggia un'aria menagrama, è un evidente calembour.
Su questa rielezione, unico caso di un secondo settennato nella storia italiana, cosa si può dire? Napolitano - con cui vanto un'amicizia, che mi consente di dargli del "tu" - penso davvero non avesse voglia di restare conscio della veneranda età e della situazione difficile e sfibrante. Ma chi di "moral suasion" ferisce, di "moral suasion" perisce. Nel senso che non poteva dir di «no», dopo il "pasticciaccio brutto" creatosi dopo la trombatura in sequenza di Franco Marini e Romano Prodi con psicodramma nel Partito Democratico.
Immagino che Giorgio, scusate la confidenza affettuosa e non irriverente, non pensi di stare davvero sette anni, ma immagino voglia uscire dalle secche attuali per poi godersi il meritato riposo.
Resta evidente, infine, che questa sua riconferma viene costruita sulle macerie del sistema politico e istituzionale italiano e il peso sulla schiena di Napolitano finisce essere segno della drammaticità degli eventi.
Spero solo che ora, a elezione fatta, Giorgio Napolitano cerchi la soluzione più saggia per questa Legislatura, evitando i rischi di un eccessivo interventismo, fatto in buona fede per riempire i vuoti, ma che alla lunga potrebbe cambiare quel ruolo di elevato profilo, quel "volare alto" della Presidenza della Repubblica.
Non lo invidio, questo vecchio servitore dello Stato, richiamato in servizio per la mediocrità della politica.

Il vademecum del candidato

Alcuni candidati UVPSpesso mi è capitato nella vita di usare, per illustrare i miei pensieri in modo sintetico, la logica alfabetica - "dalla A alla Z" - che sarà pure una formula di elencazione banale, ma mantiene la sua efficacia.
Per questo ieri, nel singolare "buen retiro" con i candidati dell'Union Valdôtaine Progressiste, utile per fare il punto della situazione e per fare reciproche conoscenze il giorno prima della presentazione della lista e della coalizione con Alpe e Partito Democratico - Sinistra VdA, ho adoperato questo artificio per un discorsetto.
Per carità, come ho precisato in premessa, nessuna presunzione didattica del genere "insegnante-allievi", vista le qualità e le esperienze dei candidati in lizza per le elezioni, semmai un vademecum che potesse risultare utile nel corso della lunga e impegnativa campagna elettorale.
In pillole, perché ho parlato abbastanza a lungo per il mio standard in genere piuttosto breve, qualche idea in guisa di vocabolarietto.
"Autonomia" è la parola cardine che trascina buona parte dei ragionamenti seguenti. Le elezioni sono per il Consiglio Valle, come si chiama in modo originale il nostro Consiglio regionale. Questa nostra autonomia speciale, benché considerata insoddisfacente ai tempi dell'emanazione dello Statuto nel 1948, resta la forma contemporanea dell'antica speranza dei valdostani di avere nel forme di autogoverno.
Ma chi oggi si propone in politica deve sapere che molto ruota attorno alla parola "Bilancio" e cioè fondare la concreta azione amministrativa attraverso l'uso di risorse pubbliche in questo momento decrescenti, ma sapendo che senza autonomia finanziaria non c'è autonomia politica.
Ma, a basare certe richieste, esiste una logica precedente alla politica, che forgia una comunità ed è la "Cultura", senza la quale si rischia di essere senza radici reali e l'invito è ad uno sforzo di conoscenza della lunga storia della cultura valdostana, specie a tutela del particolarismo linguistico.
Certo a fissare le regole e a statuire la forma delle istituzioni e a sostanziare anche l'azione amministrativa ci deve pensare il "Diritto" e il ricco corpus di norme passate e future dell'ordinamento valdostano, quello spazio giuridico "nostro", specie verso Roma e Bruxelles.
Naturale in questo senso evocare - nello scorrere delle lettere - due temi a me cari, come "Europa" (una dimensione più vasta ricca di speranze) e quel termine "Federalismo" che fa parte, in modo originale, di una chiave di lettura del patrimonio delle idee della Valle.
Esiste poi una dimensione territoriale, condensata nella parola "Geografia" e in quella seguente "Habitat" per definire quegli elementi originali che derivano dall'ambiente alpino e dalla dimensione montana connaturata con la "civilisation valdôtaine".
Nel lungo cammino del popolo valdostano, ho evocato due termini che si intersecano e ciò è già avvenuto in passato: la dinamica dell'"Identità" - e cioè del patrimonio originale di una comunità - con la sfida sempre rinnovata dell'"Immigrazione" come fattore di cambiamento.
Dando per acquisiti i contorni immaginifici di "Libertà", vi è da evocare la "rete" da coltivare delle "Minoranze linguistiche" in chiave europea, pensando a scelte in corso di popoli come quello catalano e quello scozzese.
Ho evocato poi, come opportunità ma anche per la delicatezza nel loro utilizzo, la vasta prateria delle "Nuove tecnologie" e con la "o" ho rievocato - nello scrivere e nel parlare in pubblico la regola nota come il "rasoio di Occam", vale a dire: «a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire».
A volo d'uccello ho poi evocato le ragioni e la nobiltà dell'aggettivo "Progressista", la dinamica storica da capire riassunta nella formula "Question Valdôtaine", le ragioni dello slogan bifronte e per nulla nostalgico dell'UVP "Réunir-Réussir".
Mi sono infine trattenuto sulla parola "Sussidiarietà" che permette di leggere il mondo e di conciliare l'infinitamente piccole e l'enormemente grande e perché il termine "Tradizione" può essere conciliato con una visione di cambiamento e di modernità.
Infine - con la "u" la formuletta di Archimede dell'"Ubi consistam", che consente ad ogni candidato di scegliere in campagna elettorale i temi che gli sono più consoni per una maggior efficacia.
E, per completare il vademecum, le prospettive umanistiche di "Volontariato" e le realistiche aspettative di un tema come la "Zona Franca".
Uno sforzo di sintesi gratificato dall'applauso finale.

Pour un peu de tendresse

Io col piccolo Alexis in piscinaLa tenerezza è qualcosa di intenso. La sua bellezza la descrive Jacques Brel in una sua canzone-poesia:

«Pour un peu de tendresse
Je changerais de visage
Je changerais d'ivresse
Je changerais de langage
Pourquoi crois-tu la belle
Qu'au sommet de leurs chants
Empereurs et ménestrels
Abandonnent souvent
Puissances et richesses
Pour un peu de tendresse»

Ci pensavo l'altro giorno in cui il piccolo Alexis, ormai un pesciolino nel nuoto, ha cominciato con gran destrezza a mettere la testa sott'acqua, sguazzando con gran divertimento. E voleva, con la ripetitività dei piccolissimi, che io facessi lo stesso.
E così, più tardi, ho ripensato ad analoghi momenti con gli altri miei figli, come quando Laurent neonato - una volta in cui non finiva più di piangere - fu dotato di quel ciuccio che io trovavo deprecabile. Smise di piangere e - lo giuro - mi guardò, sputando in modo plateale il ciuccio, come per farmi piacere. O quell'abbraccio avvolgente con il cuore impazzito, quando Eugénie, appena sgambettante sulla riva del mare assieme al fratello, cadde in pochi centimetri d'acqua con la faccia sotto e me accorsi un attimo di ritardo e corsi come un pazzo per tirarla su di peso.
E come non pensare a mio papà Sandro, forse sentendosi vicino alla fine, che mi diceva - con una complicità struggente - di essere stanco e solo senza i suoi fratelli e gli amici scomparsi. Così mio nonno Emilio quando, di fronte a me e agli altri suoi nipotini rievocava, ormai molto anziano, gli orrori della Prima guerra mondiale con la voce spezzata e noi pensavamo, volendogli bene ma con ottusa ignoranza, che esagerasse nei terribili racconti.
La tenerezza, forma morbida del nostro amore, avvolge i momenti, è conseguenza di fatti e momenti, ma interviene anche sulla memoria e permea i ricordi. In questa epoca difficile e nella quotidianità della vita, sono oasi di pace, giardini segreti che riconciliano con i problemi.
C'è un bel brano di Gabriel Garcia Marquez che dice: «Sempre c'è un domani e la vita ci dà un'altra possibilità per fare le cose bene, ma se mi sbagliassi e oggi fosse tutto ciò che ci rimane, mi piacerebbe dirti quanto ti amo, che mai ti dimenticherò».

Il voto in Friuli-Venezia Giulia

Matteo Renzi e Debora SerracchianiLe elezioni regionali in Friuli-Venezia Giulia, la più giovane delle autonomie speciali, si sono incrociate per caso, essendo la scadenza naturale della legislatura, con le complesse vicende politiche italiane. Un test migliore di qualunque sondaggio, anche se elezioni come questa risentono sempre di dinamiche particolari e dunque gli esiti non sono meccanicamente trasferibili a livello nazionale. Va detto, però, che di assolutamente leggibile ci sono il crollo nella partecipazione alle urne e la delusione per Beppe Grillo ed il Movimento 5 Stelle, che aveva sogni di gloria e si trova in netto ribasso rispetto alle politiche.
Per un pelo, ha vinto la corsa per la Presidenza della Regione Debora Serracchiani, europarlamentare, simbolo qualche anno fa di rinnovamento; un avvocato quarantenne, nata a Roma e trasferitasi da tempo a Udine. Per onestà va detto che il successo ha una forte componente personale, come si evince dall'esame dei voti di lista non proprio in linea con la vittoria al fotofinish per la Presidenza.
Comunque sia, il voto è avvenuto in un momento drammatico per il Partito Democratico che, dopo le politiche, non aveva azzeccato neppure un mossa e che, dopo le dimissioni di Pierluigi Bersani e dell'intero gruppo dirigente, vive la minaccia reale di una o più scissioni che non sono cosa nuova nella Sinistra italiana.
Serracchiani ha fatto, in questi mesi di campagna elettorale, affermazioni importanti sulle autonomie speciali e la sua vittoria servirà a tenere la barra dritta contro certe voci, presenti anche nel PD, di soppressione delle "speciali". Dalla lettura quotidiana dei giornali locali del Friuli-Venezia Giulia si può dire che la Serrachiani pian piano da "antipatizzante" di Matteo Renzi sia stata costretta dagli eventi a fare i conti con il "nuovismo" del Sindaco di Firenze, più giovane di lei di pochi anni e con cui ora si dovrà confrontare sul futuro incerto del partito.
Conosco bene questa nostra Regione autonoma consorella sia per vecchie frequentazioni in Friuli, dove agirono storiche formazioni autonomiste oggi moribonde dopo il ciclone Lega, sia per il lavoro di difesa della minoranza linguistica slovena.
Per molte ragioni, pur nelle differenze, resta valida una battaglia comune a difesa dell'autonomia speciale e in vista di una "grande coalizione" a Roma conviene sempre essere attenti, sospettosi e solidali.

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