April 2013

La Sindrome Thatcher

Margaret Thatcher e consorte mentre entrano al numero 10 di Downing Street, a Londra, nel 1979Nel 1973 la Gran Bretagna entra nell'Unione europea sotto il premier conservatore Edward Heath. Un fatto storico, vista la vecchia storia - non esaurita neppure oggi - degli inglesi di sentirsi distantissimi da noi "continentali". Sensazione che ho avvertito con nettezza nella mia più che decennale esperienza europea, al di là degli schieramenti politici.
Ma chi ha davvero marcato, per gli anni ininterroti di premierato (1979-1990), i rapporti con l'Europa è stata Margaret Thatcher, la "lady di ferro" che marcò così tanto il suo ruolo da dar vita ad un fenomeno politico che le sopravviverà, il "Thatcherism" (Thatcherismo).
Dice la "Garanzantina", brillantissima nella sintesi: "Margaret Hilda (1925) donna politica inglese. Leader del partito conservatore dal 1975, primo ministro dal 1979. Seguì una linea di rigido liberismo interno (privatizzazioni, scontro con i sindacati, riduzione del "welfare ­state") e di sintonia con gli USA sul versante estero. Riconquistò con un intervento militare alcune isole britanniche invase dall'Argentina (guerra delle Falkland, 1982). Le sue deboli convinzioni europeiste furono tra i motivi della caduta di consenso nel suo partito, fino alle dimissioni (XI-1990)".
Capite: un'euroscettica per definizione, nel suo impatto con l'Europa, riuscì a prendere prigionieri (delle sue idee) una buona parte del funzionariato europeo e persino un grande esponente europeista e socialista com'è stato Jacques Delors.
Sparita la Thatcher, come un virus, questa idea del mercato buono con mano invisibile mirabile, il mito della concorrenza come principio algido, le liberalizzazioni e le privatizzazioni come panacea contro gli eccessi del welfare divenuto una piovra. Presi in piccole dosi certe chiavi di lettura di stanno, oltre si piomba in una logica di ultraliberismo che si sa dove cominci ma non si sa dove potrà finire.
Io ho visto come questa "moda" si sia diffusa largamente e troppo spesso a Bruxelles si viva con effervescenza quel lascito del "Thatcherism" senza dubbi e scrupoli. Strana storia, che costringerebbe a resettare una volta per tutti i burocrati europei che sembrano fermi a idee di molti anni fa. So che sembra incredibile, ma la chiamerei - trattandosi di una patologia - la "Sindrome Thatcher".

I tempi lenti della democrazia

Lumache...I tempi lenti delle istituzioni in Italia non sono più per nulla in linea con la rapidità del mondo odierno. Lo abbiamo visto con l'attuale crisi politica italiana, che procede al rallentatore con ritmi davvero inconcepibili. Abbiamo votato il 24 e 25 febbraio e le nuove Camere si sono riunite in mese dopo e, ancora oggi, il Parlamento è fermo e nessun Governo legittimo ha sostituito il Governo Monti, che vive in una logica di prorogatio inconsueta, che di fatto lo inchioda all'ordinaria amministrazione.
Ora attendiamo la nomina del nuovo Presidente della Repubblica, perché quello in carica non potrebbe neppure sciogliere il Parlamento negli ultimi sei mesi del suo mandato, e si incomincerà a votare il 18 aprile e potrebbe passare qualche giorno, prima che si decida chi sarà il nuovo Capo dello Stato.
Insomma: si era andati al voto anticipato per ridare in fretta un Governo politico all'Italia e si è finiti impantanati, oltretutto con una certa tentazione del Presidente Giorgio Napolitano di forme interventistiche - tipo i dieci saggi - andati ben più in là delle prerogative presidenziali.
Anche l'appello di ieri alle "grandi intese" sembra aver ecceduto la normale logica della "moral suasion" del Quirinale. Spiace dopo un settennato impeccabile in cui, anche nei momenti più difficili, il Presidente era stato un faro rassicurante.
Questo incedere lento, reso più difficile dall'esito bislacco del voto con un Senato senza maggioranza, non è solo prerogativa dello Stato. Pensate anche, nel piccolo, ai tempi dettati dal nostro Statuto, dalle leggi e dalle prassi consolidate.
Ieri si è svolta l'ultima seduta del Consiglio Valle, le Commissioni cessano domani, la Giunta regionale entra in ordinaria amministrazione in assenza di un'Assemblea "vivente". Si voterà il 26 maggio e per avere il nuovo Consiglio regionale bisognerà aspettare il 1° luglio.
Sono tempistiche ormai datate, che segnano un distacco evidente fra una realtà che attorno a noi vola, mentre le istituzioni rappresentative - in questo ma anche nelle dinamiche dei regolamenti assembleari - sono delle poco performanti lumache, eredi di minuetti parlamentaristici che andavano bene nell'Ottocento.
Anche la democrazia dovrebbe guardare orologio e calendario.

Il cuore giuridico dell'autonomia

L'ultima riunione del Consiglio ValleLe norme d'attuazione dello Statuto sono una vecchia storia. Ab origine il nostro Statuto non ne aveva bisogno, poi la Corte Costituzionale ci obbligò ad averle, ma mancavano meccanismi stabili. Per cui negli anni Settanta e Ottanta si adoperarono deleghe a termine, poste da leggine votate dal Parlamento che consentirono di varare norme importanti. Poi all'inizio degli anni Novanta, di mio pugno, passò la riforma dello Statuto e la stabilizzazione della Commissione paritetica (articolo 48 bis).
Ma, pur avendo avuto qualche soddisfazione con norme interessanti, lo Stato si comporta malissimo, specie di questi tempi. E le cose peggiorano ancora e questo argomento l'ho evocato - per il delicato profilo politico e non solo giuridico - in Consiglio Valle.
Pubblico questa registrazione per chi la vorrà ascoltare.

Parlare con i giovani

Un particolare del manifesto dell'incontro per i giovaniFra le cose più divertenti della mia vita politica, c'è sempre stato l'incontro con i giovani, sotto forma di conferenze di vario genere.
Lo dico perché domani sera, nell'area polisportiva di Antey-Saint-André, ci sarà il "Printemps des Jeunes", occasione di festa e di riflessione politica, alla quale interverrò.
Certo le circostanze sono state, nel tempo, spesso molto diverse. Quando ero un giovane eletto. mi capitava di andare in una scuola superiore o in un'Università - ricordo una bella conferenza a Chambéry - e la prossimità d'età rendeva tutto più spontaneo ed era più facile che scattassero complicità e interesse. Lo stesso valse per l'ormai lontanissima esperienza con l'Universitè d'été della Jeunesse Valdôtaine su modello di quanto da sempre organizzano i grandi partiti francesi. Poi, com'è facilmente comprensibile, più invecchiavo e più le tecniche per creare attenzione mutavano nel tempo, anche a seconda del pubblico alla ricerca del feeling necessario affinché gli incontri funzionino davvero. È più facile parlare a ragazzi grandicelli che a studenti delle medie inferiori, per non dire dell'enorme steccato da abbattere con i bambini delle elementari, che sono straordinariamente spontanei e curiosi, ma con i quali lo sforzo nella scelta del linguaggio non è per nulla banale.
Eppure quella di incontrarsi con un pubblico giovanile è una possibilità unica non solo - banalmente - di trasmissione di conoscenze, ma c'è un flusso di risposta (usando un parolone, di feedback), che sancisce o meno il successo dell'intervento e offre spunti di riflessione e una bella carica di energia, "rubata" alle nuove generazioni.
Il tutto a condizione di essere comprensibili nell'esposizione e onesti negli intenti. I giovani rifuggono la retorica manifesta e gli atteggiamenti adulatori e soprattutto hanno il radar per capire chi predichi bene e razzoli male, rispetto a politiche e iniziative a favore dei giovani. Ho conosciuto tanti che cercavano di atteggiarsi ad entusiasti sostenitori dei giovani, ma che finivano per suonare falsi come Giuda o grotteschi interpreti di un giovanilismo fasullo, come dei "Fonzie" con il riporto.
Credo che a questo aspetto formativo e relazionale dedicherò più tempo e mi frullano per la testa idee innovative per avere "ponti" solidi fra le diverse generazioni.

Perché non mi candido alle regionali

Io, nella prima riunione del Consiglio Valle di questa LegislaturaLa notizia ormai era diventata un "segreto di Pulcinella". Anche perché nelle ultime ore non l'ho nascosta: non presenterò la mia candidatura alle prossime elezioni regionali.
Ora ne posso scrivere, dopo averlo detto - poco fa e per correttezza - alla riunione di zona dell'Union Valdôtaine Progressiste a Saint-Vincent, dove abito e dove avrei dovuto, come si dice, «dare la mia disponibilità».
Non trattandosi né di un addio - facendo gli scongiuri contro la logica da orazione funebre - e neppure di un'auto-rottamazione sull'altare del "nuovismo", visto che ritengo immodestamente di avere ancora qualcosa da dire, vorrei qui spiegare le mie ragioni.
Sono molti anni che faccio politica come eletto, esattamente dal 1987. Il mio percorso è noto Roma, Bruxelles, Strasburgo, Aosta: basta scorrere il curriculum qui sopra per ritrovare le tappe salienti, che dunque vi risparmio.
Sono stati anni interessanti e velocissimi, che mi hanno portato, con una sola tirata, elezione dopo elezione, sino ad oggi. Penso di avere sempre onorato gli impegni e la fiducia.
Quando sono stato fra i fondatori dell'UVP, c'è chi - e niente è peggio delle critiche degli ex amici - si è divertito a diffondere urbi et orbi l'ennesima provocazione: ha fondato un partito per garantirsi una ricandidatura in Consiglio. Una logica "poltronistica" da sottolineare in tutto il suo squallore, che mira a sminuire i contenuti di un progetto di rinnovamento. La scelta di non partecipare in prima persona alle elezioni regionali è scaturita anche dalla voglia di smentire le cattiverie di chi si diverte da sempre con il "giochino al massacro": dicerie a iosa non solo su di me, ma anche sui miei familiari, che non c'entrano. Questo non ha nulla a che vedere, almeno per come io la interpreto, con la politica. Punto e a capo. Niente di eroico e chissà cosa potrà riservarmi il futuro rispetto al quale ho un atteggiamento, come sempre, ottimistico. Lasciando il campo, trasformo in orfani tutti quelli che - specie anonimi su "Twitter" - mi avevano ultimamente scelto come capro espiatorio preferito.
La politica resta la mia passione e non è solo una questione astratta di approfondimento di argomenti e temi, ma anche e soprattutto la politica applicata alla concretezza della "cosa pubblica". Ecco perché il mio passo indietro non è per nulla un tradimento - e lo spiegherò a tutti quelli che si risentiranno della scelta per stima e amicizia - e anzi ho energia e voglia di fare come non mai. Al centro della mia attenzione ci saranno la storia e la cultura autonomista e federalista e l'idea di un partito, l'UVP, che sappia proporre un modello di Valle d'Aosta all'orizzonte dei prossimi decenni.
Vedremo poi se tornerò utile per future battaglie elettorali.
Se desiderate potete ascoltare qui sotto l'inizio del mio discorso.

La relazione 2012 del Difensore civico

Enrico Formento Dojot con le sue collaboratriciConosco il Difensore civico in carica in Valle d'Aosta, Enrico Formento Dojot, ormai da una vita e ricordo in particolare i gloriosi tempi del Liceo, quando si creano quei legami di amicizia che restano intatti, pur con il diradarsi delle frequentazioni per le dinamiche della vita.
Enrico è, oggi come allora, una persona seria, dotata di un innato senso del dovere, mitigato da una "sense of humour" di rara efficacia, che tende a riportare tutto e tutti alla realtà. L'ho visto anche nel lavoro di responsabilità che abbiamo condiviso in Regione, quando riusciva a mostrare "self control" (uso anglicismi proprio perché confacenti al suo aplomb da anglosassone, mentre è di Pont-Saint-Martin, ma con antico balmetto nel vicino Canavese), anche in occasioni ad alta tensione che avrebbero potuto scalfire la sua proverbiale flemma.
Nei giorni scorsi, Formento Dojot ha presentato la sua relazione annuale sullo scorso anno, la prima dopo essere sopravvenuto nel ruolo di Difensore civico a Flavio Curto, diventato giudice della Sezione di Controllo della Corte dei Conti. L'intero documento, che descrive l'insieme del lavoro svolto, è scaricabile dal sito del Consiglio Valle.
Io vorrei riportare i punti cardine della parte conclusiva: "In primo luogo, gli Enti pubblici che finora avevano assicurato un'ampia copertura dei bisogni rappresentati, si trovano nella necessità di ridurre i fondi destinati all'assistenza, in ossequio al concetto di "spending review" che sta interessando da qualche tempo – e la situazione non potrà che consolidarsi – gran parte dei settori dell'Amministrazione pubblica. E ciò comporta per i cittadini in difficoltà una riduzione dei tempi e degli spazi di recupero.
Inoltre, più in generale, il quadro economico del 2012 non è risultato esaltante. Possiamo ormai sostenere pienamente, senza tema di smentite, che la crisi iniziata nel 2008 e che si riteneva congiunturale, è proseguita divenendo strutturale, incidendo, quindi, pesantemente e permanentemente, sul potere d'acquisto e sul tenore di vita dei cittadini.
Il lavoro alle dipendenze degli Enti pubblici ha visto un blocco degli aumenti stipendiali che si protrarrà presumibilmente ancora per la prossima tornata contrattuale, il lavoro nel settore privato denuncia una contrazione.
Il rapporto sull'economia valdostana elaborato dalla "Banca d'Italia" nel mese di novembre 2012 ha sottolineato alcuni dati emblematici. La disoccupazione si situa al sette per cento, con una parallela diminuzione del numero degli occupati (-3,7 per cento) e un calo dell'offerta di lavoro (-1,2 per cento), rispetto all'anno precedente. I prestiti bancari, cresciuti per le imprese, sono diminuiti per le famiglie, per debolezza, sostanzialmente, della domanda. La qualità del credito erogato alle imprese è peggiorata, mentre è rimasta stabile quella per le famiglie consumatrici. Unico dato in controtendenza, il segnale positivo del comparto turistico (presenze in aumento dell'1,8 per cento)"
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Sappiamo come, con la recente stagione invernale, purtroppo anche nel turismo la macchina si sia fermata e cresca la preoccupazione per uno dei "motori" del settore produttivo.
Conclude Enrico Formento Dojot : "Vero è che il resto d'Italia presenta dati assai più negativi ma è innegabile che anche il "Sistema Valle d'Aosta", sicuramente più robusto, inizia a sentire la crisi.
E' quindi reale sostenere come la ripresa possa ipotizzarsi, in linea con le previsioni a livello nazionale, non prima del secondo semestre del 2013 e che l'auspicata "luce in fondo al tunnel" appaia ancora fioca e lontana, se non addirittura, al momento, illusoria. Una lenta ripresa, conferma la "Banca Centrale Europea" ad inizio di quest'anno, arriverà non prima del secondo semestre. Alcuni analisti, tuttavia, ritengono che nel secondo semestre si verificherà soltanto un rallentamento della contrazione.
Uno studio recente di "Rete Imprese" ha evidenziato come il reddito medio sia tornato ai livelli del 1986 e i consumi si posizionino sui livelli di quindici anni fa.
Il "Fondo Monetario Internazionale", l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e la stessa Bankitalia stimano, per il 2013, che il prodotto interno lordo scenderà in Italia dell'uno per cento.
Il contesto macroeconomico di riferimento si riverbera, per necessaria conseguenza, sull'occupazione, sul posto di lavoro, che è da sempre la prima fonte di reddito, soprattutto per i soggetti svantaggiati e, pertanto, sulla vita concreta dei cittadini, sulle loro aspettative, sui loro problemi, in definitiva sulle questioni che vengono portate all’attenzione del Difensore civico"
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Credo che non ci sia nulla da aggiungere.

Perché parlare di CVA

Un particolare del manifesto sull'incontro per 'Cva'Mi è capitato, in questi giorni, di approfondire un dossier, vasto e fatto di diversi capitoli, riguardante "Cva - Compagnia Valdostana delle Acque", nata nel 1995 con un piccolo numero di centrali, ma diventata un colosso - rispetto alle dimensioni della nostra Regione - dopo la cessione di venticinque impianti "Enel" nel 2000 (operazione in cui ebbi un certo ruolo) e poi, due anni dopo, quando diventò una partecipata interamente a capitale regionale. Tutto bene e condivisibile per quella che ritengo ancora oggi essere stata un'operazione importante per la nostra autonomia e ricordo bene chi all'epoca avversò l'operazione.
Non si può negare, purtroppo, come - con crescenti preoccupazione e imbarazzo - si siano cominciate ad accumulare negli ultimi anni un insieme di voci, diventate un coro, su diversi aspetti che mi sento di definire opachi. Mentre le partecipate - e parlo in termini generali - devono essere cristalline, perché il denaro che impiegano è pubblico e non sta in piedi il gioco di poter operare con logiche privatistiche o di vantare le radici pubbliche a seconda delle convenienze contingenti (lo diremo anche del "Casinò de la Vallée", ormai in "profondo rosso").
Il fatto più recente, alla ricerca della luce, è stata un'audizione in Consiglio Valle - quarta Commissione - con il presidente Augusto Rollandin e con l'amministratore e direttore della società elettrica, Riccardo Trisoldi e Paolo Giachino, durante la quale, specie i tre consiglieri dell'Union Valdôtaine Progressiste, hanno posto questioni puntuali sul quadro giuridico di riferimento (nel 2029 ci sarà la scadenza della gran parte delle centrali con gara europea per individuare il concessionario), sulle discusse - per manifesti problemi problemi tecnici e non solo - forniture cinesi, sul personale in crescita costante e mai con reali concorsi (cui si aggiunge il capitolo "consulenze"), sullo smantellamento della diga di Valgrisenche e su altre questioni per nulla banali. Tipo, per fare un piccolo esempio, come mai nella costruzione di un impianto idroelettrico di un privato nella Conca di By abbia operato personale "Cva" (definito «un caso eccezionale», ma non si è capito il perché). Non abbiamo ancora aperto cassetti interessanti, come le procedure per entrare nell'eolico e nel fotovoltaico o certi aumenti di prezzi nelle nuove centrali nella Valdigne, dove i costi delle opere civili sono lievitati di molto rispetto alla base d'asta.
Il quadro che ne emerge non è per nulla convincente, nel senso che questa, come altre partecipate, si muove con grande autonomia rispetto a qualunque reale forma di controllo del Consiglio Valle, mentre con l'Esecutivo, anzi con il presidente della Regione in carica, la cinghia di trasmissione funziona benissimo su piccole e grandi cose.
Su questo, tuttavia, bisogna essere precisi: la possibilità ispettiva dei consiglieri regionali ha un carattere politico, per cui altre questioni - nella logica dell'equilibrio dei poteri - spettano ad altre autorità della Repubblica. I consiglieri non sono - per essere chiari e non equivocare - Forze dell'ordine o magistrati: questo è un distinguo essenziale per evitare di mischiare tavoli che hanno compiti diversi fra di loro e per mettere i puntini sulle i su chi debba fare cosa.
Comunque sia, mercoledì prossimo a Fénis, UVP proporrà una serata per discutere di "Cva" e delle ragioni che richiedono - su questo e su molto altro - di voltare pagina per il bene della Valle.

Balan colorerà gli angeli

Franco BalanLa morte di Franco Balan dimostra che anche gli artisti non sono immortali.
Franco - per me è sempre stato così, per nome - per la mia generazione era il grafico-artista per eccellenza. Siamo cresciuti con i suoi cartelloni, con i suoi disegni, con i suoi quadri. Uno dei pochi, in epoche lontane, ad avere reti fuori Valle dove lui, piccolo e pieno di energia, faceva da ambasciatore di tanti aspetti di quella valdostanità che aveva sposato e di cui era cantore. Aveva accumulato medaglie con premi importanti, che portava con fierezza e anche con una certa autoironia. Era il suo un "gauchisme" elegante e militante, ma senza mai essere pesante, perché le sue mani, rapide e abili come il volare di una farfalla, erano collegate ad un cervello curioso che gli impediva troppi ideologismi.
Invecchiava come tutti, ma in fondo era sempre uguale con la sua voglia di fare e di inventare e ancora qualche anno fa, ormai prossimo agli ottant'anni, quando pensavo che lavorava già quando io nascevo, restavo stranito a chiedermi dove rinvenisse ancora quel l'acqua sorgiva di fantasie da cui traeva la sua ispirazione colorata. Un eterno bambino in corpo di vecchio.
Immagino che ora giocherà con le nuvole e se troverà angeli disponibili penso che tra pochi giorni non saranno più bianchi e con le ali d'ordinanza, ma verranno destrutturati, dipinti, ritagliati e un angolo del paradiso porterà la sua firma.
Domani, quando entrerò nel mio ufficio, dove campeggia un suo quadro, ricorderò la sua voce stridula e la sua figura minuta e caratteristica, che sembrava un... Balan.

Ricordi dei Presidenti

Gli ultimi quattro Presidenti della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano e Francesco CossigaIn questa deriva della politica italiana che preoccupa non poco, chissà se - come un raggio di sole in una giornata tetra - fra una settimana avremo un nuovo Presidente della Repubblica. Lo dico facendo una macumba, perché leggo anche nomi che non mi piacciono, mentre tutti sappiamo bene quanto sarebbe importante avere una persona degna e saggia. Un antidoto vero e proprio contro i troppi veleni di una Repubblica che rischia grosso.
Avendo partecipato all'elezione degli ultimi tre Capi dello Stato, due volte da deputato e una da "grande elettore" della Valle, so quanto sia difficile non solo fare previsioni sulla persona che sarà prescelta, ma anche sui tempi di elezione.
Il primo Presidente che ho conosciuto dal vivo e incontrato molte volte fu Francesco Cossiga, eletto nel 1985, e che restò al Quirinale negli anni in cui iniziai a familiarizzare con Montecitorio. Come tutti i bipolari alternava stati up con stati down, per cui gli incontri con lui potevano essere lunghi e pieni di discorsi oppure essenziali e con poche parole. Il successivo fu Oscar Luigi Scalfaro nel 1992, che conoscevo già bene e con il quale, lungo tutto il settennato e anche dopo, ci furono sempre rapporti molto cordiali. Da novarese parlava del «nostro Monte Rosa» e amava il dietro le quinte della Camera, che io ben conoscevo. Fu poi la volta - e lo votai volentieri - di Carlo Azeglio Ciampi nel 1999. con lui avevo trattato il fondo compensativo per le nostre finanze regionali per la caduta delle barriere doganali che si esaurirà del tutto nel 2017. E infine un amico, Giorgio Napolitano, eletto - con mio grande piacere - nel 2006 e con il quale ho vissuto a Roma e a Bruxelles momenti di amicizia e non solo di colleganza.
Quattro personalità molto diverse, ma assai corrette nei rapporti con la Valle d'Aosta e la sua autonomia speciale. Cementare certe conoscenze è un dovere per chi sia il rappresentante della Valle d'Aosta a Roma per rendere più efficace la propria azione in termini istituzionali, mai rifacendosi solo ad una frustrante logica proporzionalistica che ci ridurrebbe a poca cosa, ma avendo la consapevolezza di essere rappresentanti di un popolo, per quanto piccolo.
Spero che, come dicevo all'inizio, emerga un grande Presidente. Per questo concludo ricordando un brano del discorso dello straordinario Luigi Einaudi, all'atto del suo insediamento da Capo dello Stato il 12 maggio del 1948: «Nelle vostre discussioni, signori del Parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v'ha una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non potere più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto od in parte, torto e ad accedere, facendola propria, alla opinione di uomini più saggi di noi".
Saper cambiare idea di fronte a tesi intelligenti: altro che l'ostinazione delle mezzecalzette servili! Questo è un esempio e un modello di cosa voglia dire essere degni del Quirinale e di cariche importanti.

L'orrore a Boston

L'attentato alla maratona di BostonOrmai nella gerarchia di mezzi di d'informazione svetta, come velocità, "Twitter". Così è arrivata anche a me, in una serena serata domestica, la notizia delle esplosioni alla maratona di Boston. E' stata poi la televisione a mostrarne le immagini, quando ancora la gravità dei fatti non appariva nella sua concreta portata, ma erano proprio le riprese dei luoghi ad essere più espressive delle scarne note delle agenzie.
Nella notte, poi, la gravità dell'evento è apparsa in tutta la sua evidenza, anche se la matrice dell'attentato, costruito per colpire a casaccio e con crudeltà gli sportivi all'arrivo di una maratona famosa e di massa, non è ancora nota. Ma lo sarà presto: chi colpisce così vuole farlo sapere, che sia un'organizzazione terroristica o un matto isolato.
E mentre l'Italia è il Paese dei casi insoluti, dall'omicidio alla strage, negli Stati Uniti la promessa di Barack Obama di punire i colpevoli ha ampi margini di realizzarsi davvero.
Resta l'ennesimo sconcerto di fronte alla stupidità della violenza, che scuote questo nostro mondo e rende insicure le nostre vite. Ci sono delle volte in cui la semplice visione di un telegiornale appare come un'intollerabile serie di nefandezze, cui vien voglia di reagire spegnendo il televisore, nell'illusione infantile di far scomparire certi fatti. Ed invece il meccanismo dell'informazione il cui "plot" sembra essere dappertutto e in modo crescente la cronaca nera e le forme di violenza più efferate ti travolge ovunque e non esiste alternativa, se non la clausura o l'eremitaggio.
Ogni tanto, come tutti, mi balocco di un posto ideale, dove sia possibile "staccare la spina" dagli orrori del mondo e mettere a riparo noi è i nostri cari. Purtroppo è un luogo che non c'è.
Ricordo da bambino, quando andavo in Svizzera, quanto mi colpisse quella storia dei rifugi antiatomici sotto le case e quanto - in quell'epoca di guerra fredda in cui il rischio dell'olocausto nucleare era dietro l'angolo - mi sentissi indifeso. Mio papà, dissacratore per eccellenza, se la rideva e allora non sapevo di quanto, nella sua esperienza di internamento nei campi di sterminio e di lavoro in Germania, avesse fatto il callo a certa violenza e come la sua disillusione, in forma di sfottò per i bunker elvetici, fosse una lezione di vita.

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