February 2013

Gioca che ti passa

Un momento di una partita a 'Monopoli'Magia dei libri. Mi spiace per le mirabolanti nuove tecnologie e certi applicativi mozzafiato, ma il vecchio e buon libro può ancora stupirti. E lo stupore, come ricordava il buon Albert Einstein, è bello: "La più bella sensazione è il lato misterioso della vita. E' il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell'arte e della scienza pura. Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è, per così dire, morto; i suoi occhi sono spenti".
Che questa frase - buona anche in politica contro chi ti vuole spegnere - sia un viatico per tutte le età. Specie sapendo che - ecco il tema di oggi - molti dei nostri stupori li abbiamo imparato da bambini di fronte ai giocattoli. Onore al merito di Davide Coero Borga - che disegna e produce giochi e giocattoli di scienza, come lavoro - e del suo "La scienza del giocattolaio" (Codice edizioni, prezzo 24,90 euro).
Osserva nella prefazione e mi rivedo bambino: "L'intento è stato quello di offrire al lettore uno sguardo curioso nell'officina del giocattolaio: un personaggio mitico, avvolto nella nebbia dalla memoria bambina, custode di un regno dove cuccioli di sapiens sapiens, con il naso all'insù, misuravano con lo sguardo pile di scaffali su cui stavano appollaiati balocchi desiderabili e ninnoli divertenti". Io ho ancora oggi, anche se in certi casi non ci sono più, la mappa mentale dei diversi negozi di giocattoli e qualche giocattolo c'è l'ho ancora sotto mano, come il "coniglio Ciccio" - che è tutto rotto e pesto - con cui dormivo da bambino e che custodisce mia figlia Eugénie.
In trentun capitoli ci sono altrettanti giochi e la descrizione della loro nascita e della loro vita vissuta. Più sono remoti e più, per ragioni anagrafiche, sono stati miei giocattoli. Elenco solo i miei preferiti, che ho ritrovato nel libro: l'aquilone nei prati in montagna o sulla spiaggia, lo "shangai" ed i lunghi tornei con zia Eugénie, la bussola e il mappamondo con la curiosità che suscitavano, come il microscopio e il telescopio con cui ci si sentiva scienziati in erba. Ma altri oggetti erano straordinari: il caleidoscopio, il "Meccano", la pista "Polistil", "L'allegro chirurgo", il "Piccolo chimico" (con cui ero riuscito a creare degli intrugli degni di "Al Qaida"). Sulla fionda, oggetto da guerra tra bande nella mia Verrès, potrei scrivere due post e lo stesso potrei dire dei soldatini con battaglie con i miei cuginetti. E, più in là con gli anni, potrei dire del "Monopoli", del frisbee, del "cubo di Rubik".
Insomma un viaggio nel passato con un libro in mano grazie alle storie raccontate e alle sue immagini sull'onda del ricordo e della fantasia.

Carnevale

Il piccolo Alexis tra i coriandoliNon tutti, ma una buona parte di valdostani, sono in queste ore impegnati nel Carnevale: momento ludico - una festa per bambini o che fa tornar bambini - che non è mai una via di mezzo. O piace o non piace.
C'è chi l'aspetta tutto l'anno questa esplosione di vitalità e chi, invece, viene colto nell'occasione da un'orticaria per questo divertimento così chiassoso.
Bastardissimo, in un suo film, il grande Totò, noto tra l'altro per essere terribilmente superstizioso, diceva: «Avete fatto caso che l'ultima domenica di carnevale i cimiteri sono un mortorio?».
Immagino lo dicesse, facendo gli opportuni scongiuri, per uno scherzo macabro, ma in fondo diceva il vero su questo nostro ciclo della vita, in cui si alternano religiosità e laicismo, sacro e profano. Così il confine fra la fine del Carnevale e l'inizio della Quaresima appare come un punto di riferimento delle contraddizioni umane nell'impasto culturale con cui siamo fatti. Dall'effervescenza e dai giochi dei ruoli carnevaleschi al momento penitenziale e di privazione del periodo quaresimale.
Carnevale investe come uno tsunami diverse località valdostane fra antichi riti preparatori alla primavera che verrà, caratteristici della cultura alpina, e i più recenti momenti carnevaleschi in costume d'epoca più o meno fondati storicamente.
Carnevale è, tuttavia, in Valle prevalentemente una festa introflessa, buona cioè per un avvenimento tutto interno, giocato al limite fra i ruoli diversi di chi si traveste e di chi partecipa come spettatore. Nessun Carnevale, anche il più spettacolare, si è mai spinto verso il terreno fruttuoso dell'attrattiva turistica vera e propria che sposta persone e movimenta strutture ricettive e indotto di vario genere.
Non si tratta per nulla di una critica all'esistente, ma proprio pensando a certi scenari, come può essere lo spettacolo nello spettacolo del castello di Verrès, vien da domandarsi se e come - senza dover sempre ragionare solo in termini di business - spettacoli così belli e popolari, che coinvolgono generazioni diverse, possano essere valorizzati per il Carnevale, ma anche per animare in altri periodi quelle strutture uniche che sono i nostri castelli.
Penso ci si debba riflettere.

Un Papa che va in pensione

Benedetto XVI in Cattedrale, ad Aosta, durante il suo ultimo soggiorno in ValleStupisce la scelta di Benedetto XVI, il papa bavarese e dunque un Pontefice alpino, anche se proveniente da una località di fondovalle, di lasciare il Soglio Pontificio. Già in queste ore si sprecano i commenti sui retroscena di questa scelta, che non avviene in modo del tutto inaspettato. Molte volte in questi anni i vaticanisti avevano inserito questa possibilità per un Santo Padre che sentiva il peso degli anni e forse anche una crescente estraneità verso quelle camarille che stanno avvelenando il Vaticano.
Io ho avuto il privilegio, qualunque sarà il giudizio storico su questo papa dimissionario da parte della Storia, di dare il benvenuto per due volte al papa tedesco. Una prima volta nel luglio del 2005, quando arrivò in vacanza, a poco tempo dalla morte di quel Giovanni Paolo II che aveva amato profondamente la nostra Valle. Lo incontrai nella villetta salesiana di Les Combes e lo trovai un uomo schivo e mite. Seppe stupire, quando dopo l'Angelus, si espresse - nel finale - adoperando in francoprovenzale: «Bon dzor ii valdotén presen. Merci d'iitre seuglia».
Poi tornò l’anno successivo, sempre in luglio, e lo trovai più a suo agio, in una realtà che aveva già conosciuto e così dissi, dopo il suo arrivo all'Adnkronos: «quando Benedetto XVI è sceso dall'aereo l'ho visto sensibilmente emozionato perché, quando ancora era in volo, vista la giornata di particolare bellezza, ha chiesto al capitano di fare un giro sulle nostre montagne. In questo modo, il Pontefice è riuscito a vedere il Monte Bianco, il Monte Rosa e il Cervino. E, sceso dalla scaletta, rivolgendosi a noi, ci ha detto: "Ho visto le vostre belle montagne". E lo ha affermato con gli occhi luccicanti». E aggiunsi ancora: «questo nuovo periodo di riposo in Valle d'Aosta per Benedetto XVI assume per noi un'importanza ancora maggiore, perché il soggiorno dello scorso anno era già stato organizzato per Papa Wojtyla, mentre quest'anno è stato il Pontefice a scegliere di tornare tra le nostre montagne. Non potremmo avere testimonial migliore per la nostra Regione: il soggiorno del Santo Padre in montagna dimostra come non esista solo il mare per riposarsi. Da parte nostra, faremo in modo che la vacanza di Benedetto XVI sia all'insegna della discrezione, della lettura, della scrittura e delle passeggiate, proprio come ama lui».
L'ultima volta tornò nel luglio del 2009, quando il suo soggiorno fu animato da un piccolo incidente domestico con una frattura al polso a causa di una caduta. Anche in questo caso, durante l'Angelus, adoperò il patois con la formula: «Cher Valdôtains, ze si fran conten d'itre inquie avui vo. Preiode pe me e pe totta l'Eglieise. A cieutte ze suetto on bon izoten!».
Ora il papa lascia il suo posto: una scelta forte, di cui capiremo meglio le ragioni sin dai prossimi giorni e chissà se nei suoi ricordi, che ora potrà scrivere nel monastero del Vaticano dove riposerà, ci sarà qualche pagina dedicata alla Valle d’Aosta.

I discorsi di Papa Ratzinger in Valle d'Aosta

Spero di fare cosa gradita nel ricordare tre passaggi che il Papa dimissionario, Benedetto XVI, tratti dai tre discorsi pronunciato da Les Combes - straordinario belvedere sopra Introd - in occasione degli Angelus pronunciati in terra valdostana.
Nel luglio del 2005 disse: «Nel mondo in cui viviamo, diventa quasi una necessità potersi ritemprare nel corpo e nello spirito, specialmente per chi abita in città, dove le condizioni di vita, spesso frenetiche, lasciano poco spazio al silenzio, alla riflessione e al distensivo contatto con la natura. Le vacanze sono, inoltre, giorni nei quali ci si può dedicare più a lungo alla preghiera, alla lettura e alla meditazione sui significati profondi della vita, nel contesto sereno della propria famiglia e dei propri cari».

Sanremo nei ricordi

Iva Zanicchi e Bobby Solo al 'Festival di Sanremo' del 1969E' difficile spiegare - dal punto di vista soggettivo, ancora prima che in termini collettivi - che cosa sia stato il "Festival di Sanremo" per una generazione come la mia e questo prescinde totalmente dai record di ascolto televisivo che ancora si registrano. Ma questa è altra cosa, io mi riferisco semmai al fenomeno culturale e di costume che ha inciso in profondità una parte molto lunga della storia italiana dagli anni Cinquanta ad oggi, con gli evidenti alti e bassi. Ricordo come poi, per i casi della vita, mi trovai a cantare a Sanremo in un gruppo musicale di parlamentari.
In parte, tra l'altro, queste oscillazioni di cui dicevo hanno avuto un'assonanza fra Sanremo e Saint-Vincent. Da una parte il defunto "Disco per l'Estate" valdostano è stato grossomodo dal 1964 sino a metà degli anni Settanta un alter ego estivo di Sanremo. Dall'altra non a caso la cittadina della Riviera dei Fiori del Ponente ligure era, come e prima di Saint-Vincent, sede di uno dei Casinò italiani. E fra le due Case da gioco c'era una competizione e una sorta di link, pensando che nel dopoguerra ad aprire le sale del Casinò della Riviera delle Alpi furono alcuni croupier sanremesi "immigrati" in Valle d'Aosta.
Oggi i due Casinò, che si sono scambiati i dirigenti negli anni genere il gioco delle coppie, sono entrambi legati dall'insolito destino di andare male e sfugge ancora quale sia il fondo che debbono raggiungere.
Ma torniamo, per carità di patria, alla Sanremo canterina, che è stata un colonna sonora: pensate a chi come me si è trovato a nascere nel 1958, quando un anticonformista come Domenico Modugno vinse con "Nel blu dipinto di blu", il vero titolo di "Volare". Una canzone di una sconcertante modernità per l'epoca e ancora oggi del tutto vitale. I miei dieci anni sono stati al ritmo di Bobby Solo ed Iva Zanicchi (oggi parlamentare europea del Popolo della Libertà!) con "Zingara".
In quegli anni si vendeva il libriccino con le canzoni di Sanremo e le gite alle scuole medie erano occasione per esibizioni canore sui pullman con le destinazioni classiche: Museo egizio, Liguria, i laghi lombardi. Anche il più stonato, genere chi vi scrive e per vostra fortuna non canta, poteva esibirsi con le "canzoni giuste", quelle viste nell'ipnotico schermo in bianco e nero della televisione, che era tutt'uno con dei veri e propri mobili. Anzi, un elettrodomestico. Ricordo un celebre aneddoto, diventata un battuta: Un giorno un funzionario della "Rai" telefonò ad Eduardo De Filippo e gli disse: «Qui è la televisione». Eduardo rispose: «Aspetti che le passo il frigorifero!» e attaccò la cornetta.
Sanremo quest'anno compartecipa alla campagna elettorale per le politiche con brividi da par condicio e il nome del Santo si sposa perfettamente con l'imprevista campagna elettorale per la scelta del nuovo Papa.

Minorenni e alcool: il pasticcio

Bottiglie vuoteTutte le volte in cui ho dovuto scrivere una norma di legge, che fosse di rango costituzionale, come mi è capitato, o una norma di attuazione dello Statuto, una legge ordinaria nazionale (magari sotto forma di emendamento) o una legge regionale mi sono attenuto a regole elementari: comprensibilità e chiarezza, senza spazi ambigui alle interpretazioni.
Dovrebbe essere la normalità, ma non in Italia, dove si legifera con i piedi.
Vi racconto questo caso.
Leggete questa scheda: "Sulla Gazzetta Ufficiale numero 263 del 10 novembre 2012 sono state pubblicate le norme di modifica alla legge 125-2001 "Legge quadro in materia di alcool e di problemi alcool correlati".
In base alle novità normative introdotte, viene vietata la vendita di bevande alcoliche ai minori di 18 anni che quindi non potranno più acquistare alcolici né direttamente presso le attività commerciali, né presso i pubblici esercizi e neanche per mezzo di distributori automatici. I distributori automatici, se utilizzabili senza la presenza di personale addetto al controllo dell'età dell'acquirente, dovranno obbligatoriamente essere forniti di sistemi atti alla rilevazione dei dati anagrafici attraverso la lettura ottica dei documenti.
La legge stabilisce, inoltre, l'obbligo di richiesta da parte del venditore-esercente del documento di identità dell'acquirente, tranne nel caso in cui la maggiore età dello stesso sia manifestata.
Per quanto riguarda, invece, la somministrazione nei pubblici esercizi, ad oggi, rimane fermo quanto precedentemente stabilito dall'articolo 689 del Codice Penale, ossia il divieto di somministrazione di bevande alcoliche ai minori di 16 anni o ad infermi di mente"
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Chiaro? Non molto, ovviamente, a causa di una legge scritta male perché una norma nuova si è affiancata ad una esistente, peccato però che siano stridenti. Ma poi, quando la legge sta per entrate in vigore, scende in campo - rullo di tamburi - il Governo!
Leggete che razza di chiarimento è giunto, roba da patibolo: "I Ministeri (la legge l'ha voluta il Ministero della Salute, ma la materia è anche delll'Interno e delle Attività Produttive, n.d.r.) ha quindi chiarito che non vi è alcuna distinzione tra vendita, somministrazione o consumazione e quindi non vi è alcuna differenza tra il mettere a disposizione del cliente minore di età la bevanda alcolica in un bar o in un negozio. I Ministeri ritengono pertanto che l’interpretazione più aderente allo spirito e al tenore delle nuove disposizioni sia la seguente:
- è vietato sia vendere che somministrare sul posto bevande alcoliche a minori degli anni 18;
- nel caso di vendita di bevande alcoliche a minori degli anni 18, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 250 a 1.000 euro;
- nel caso di somministrazione di bevande alcoliche a minori degli anni 16, la sanzione è l'arresto fino a un anno;
- nel caso di somministrazione di bevande alcoliche a minori degli anni 18, ma maggiori degli anni 16, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 250 a 1.000 euro.
Per la "Confcommercio" l'interpretazione porta però, come paradossale conseguenza, l'applicazione di sanzioni diverse per due fattispecie ritenute uguali dagli stessi Ministeri. Infatti la vendita di bevande alcoliche a minori di anni 16 è sanzionata in via amministrativa, mentre invece la somministrazione sul posto di bevande alcoliche a minori di anni 16 è sanzionata penalmente. Per questo motivo la "Confcommercio" chiederà un'interpretazione autentica del Legislatore non appena le Camere saranno rinnovate"
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Capita l'antifona? Il Governo Monti ha sbagliato e ora ci mette la pezza con lo "spirito", per cui alla fine dovranno essere i giudici, aspettando che il Parlamento corregga la svista, ad interpretare norme contraddittorie.
E' una situazione vergognosa che si ripete con regolarità e sulle materie le più varie.

Contro populismo e demagogia

L'abusata maschera di 'V for vendetta' simbolo di 'Anonymus'La mia tesi è nota per chi frequenti queste pagine: le diverse crisi che investono questi tempi grami - crisi istituzionale, politica, finanziaria, morale (si susseguono scandali e altri si profilano) e ognuno ci aggiunga quel che crede - sono utili se servono per reagire. Crogiolarsi nelle preoccupazioni serve solo ad accentuare il malessere e crea una situazione di avvitamento che fa schiantare al suolo.
Giorni fa, una persona semplice che ho incontrato - priva di certe sovrastrutture che rischiano di rendere insinceri - mi ha detto, parlando della situazione di "blocco" nella nostra Valle, di come si stia propagando un pessimismo e una mancanza di reazione che rende tutto più difficile. Parole sante: bisogna muoversi.
Oggi non serve a niente né far finta che tutto vada meravigliosamente bene come predicano quelli che hanno la pelle di salame sugli occhi e non servono neppure le parole d'ordine degli "sfascisti" di diverso orientamento. Ci sono commentatori diversi che convergono - in quel paradosso italiano che ha generato l'espressione assurda, un ossimoro, di "convergenze parallele", che sfida la geometria euclidea - nella logica di chi "la spara più grossa". Banalizzare e usare la rozzezza è la forza della demagogia e del populismo ed è una gara ad inseguimento che può durare all'infinito, visto che l'asticella può essere alzata oltre ogni ragionevole misura. L'economista francese Georges Elgozy diceva: «La démagogie est à la démocratie ce que la prostitution est à l'amour». Il giornalista americano Henry Louis Mencken ha scritto: «Ci sono politici che, se i loro elettori fossero cannibali, prometterebbero loro missionari per cena».
Il tono delle due citazioni è scherzoso, ma va ricordato che alla base di ogni svolta autoritaria che diventa dittatura e di ogni tentazione autoritaria che aleggia anche attorno a sistemi democratici c'è il cancro populista e cioè agire di pancia più che con il cervello. Specie quando il carisma, cioè il dono naturale della leadership che può avere anche una spinta di partenza positiva, assume nel tempo il volto carognoso e rancoroso di chi aborrisce i tempi e le procedure della democrazia e cerca di saltare a piè pari ogni confronto e discussione nella convinzione che la linea è già tracciata e nulla e nessuno può modificarla.

Gli autonomismi

I labari della Regione e di alcuni Comuni valdostaniMi è capitato spesso, nei miei discorsi pubblici in Valle, di citare pillole di storia valdostana.
Trovo che il confronto fra passato e presente sia una ricchezza, specie se serve a capire l'evoluzione nel tempo sino all'attuale autonomia speciale. Le radici di una pianta sono una componente essenziale. È straordinario pensare a come qui, dove noi viviamo oggi, si siano succedute generazioni di persone con gli avvenimenti della loro epoca e con una cultura forgiatasi nel tempo con una stratificazione progressiva e che proseguirà in futuro.
Proprio in questo senso la scrittrice québécoise Monique Corriveau ha scritto: "Toute idée nouvelle a besoin, comme une plante, d'enfoncer ses racines".
Trovo per altro che i giovani siano interessatissimi a capire certi aspetti che non conoscono ed è naturalmente un dovere - a fronte di ancora deboli nozioni di "civilisation valdôtaine" - una logica di trasferimento di conoscenza che è, alla fine, un doveroso passaggio di testimone.
Questo deve avvenire a maggior ragione quando si moltiplicano quelli che si richiamano ai valori dell'"autonomismo", come adesione alle ragioni fondanti del nostro Statuto d'autonomia e al corpus precedente e successivo che sostanzia l'ordinamento giuridico della Valle d'Aosta. Nessuno può avere un'esclusiva sul tema, ma certo - se un label d'autonomista DOC non esiste - bisogna anche diffidare di due fenomeni ben visibili.
Il primo potrebbe essere definito "fra dire e il fare" e ciò quando si verifica un crescente distacco fra le affermazioni di principio e la politica reale. È visibile come spesso un armamentario autonomista - pensiamo alla politica antiautonomista di tagli draconiani alle finanze dei Comuni - può diventare un elemento retorico privo di reale sostanza e persino può essere adoperato per nascondere atteggiamenti di complicità o di soggezione al potere centrale e di alleanze politiche incompatibili proprio con la propria storia.
Il secondo aspetto è quando c'è chi si impadronisce di certi temi autonomisti in una logica di mimetismo, che in termini politici - per analogia con gli animali che si "travestono" per confondersi con l'ambiente naturale in cui vivono - significa la capacità astuta e manovriera di mutare il proprio modo di essere. Un atteggiamento per adattarsi perfettamente alla società in cui si opera e alle idee dominanti nell'opinione pubblica - in particolare i cittadini elettori - cui ci si deve rivolgere.

Povero diritto al lavoro...

Lavoro precario Ogni tanto la lettura dell'articolo 1 della Costituzione sembra una beffa: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro".
In questi tempi, in cui anche in Valle d'Aosta crescono disoccupazione e contratti che sanciscono varie forme di precariato, il lavoro è ormai un'autentica emergenza e, sera dopo sera nel peregrinare di paese in paese per i comizi, cresce la consapevolezza di come questo sia un tema sulla pelle dei cittadini e in cima ad ogni priorità.
Non a caso, dopo che in questi ultimissimi anni la Regione ha agevolato forme di precariato con pasticci vari, come la famigerata "Salvaprecari" ed il caso esemplare delle scelte contraddittorie nel settore della forestazione con persone e famiglie fatte cadere nella disperazione, ora si promettono concorsi con una logica di stabilizzazione che trasforma il presidente Augusto Rollandin in una versione locale degna del celebre Achille Lauro, il famoso armatore napoletano che, negli anni Cinquanta, alle amministrative, dava prima delle elezioni una scarpa sola o una metà di una banconota ai poveracci in cambio del voto, completando il paio di scarpe e l''altra metà della banconota solo ad urne chiuse e a seconda del risultato.
Un giorno verrà in cui diventerà manifesto l'uso spregiudicato delle assunzioni, sempre più precarizzato e con una logica simile a quella di un guinzaglio per cani, nella sanità pubblica, nel sistema delle partecipate con un posto d'onore a "Cva" (società elettrica regionale dove certe logiche si sono fatte metodo ordinario) e al Casinò di Saint-Vincent riempito di precari, ma anche in un vasto indotto di privati variamente legati al sistema regionale. Un complesso sistema clientelare, come un collocamento parallelo, che vede un uso distorto di strumenti come il lavoro interinale ed i contratti a termine per mantenere vivo il rapporto di sudditanza, che un contratto a tempo indeterminato spezzerebbe.
Questa macchina, sempre più sofisticata, funziona a pieno regime proprio in epoca elettorale in cui i soggetti a vario titolo interessati dal "piacere" (altro che l'articolo della Costituzione!) vengono richiamati all'ordine e al rispetto del patto luciferino del "do ut des", così rozzamente riassumibile: «io ti ho dato il lavoro e ora tu...»
Questa situazione, che crea disparità, manda a farsi benedire la logica concorsuale che non c'è o diventa farsa e umilia ogni logica di merito o di competenza, nuoce gravemente alla salute della nostra comunità e penso abbia raggiunto livelli intollerabili.
Anche per questo cresce la consapevolezza del perché bisogna voltare pagina.

Quel regionalismo sparito

Le bandiere valdostana, italiana ed europea«Non si parla più di regionalismo in questa campagna elettorale».
Così ieri, in uno degli incontri elettorali dell'Union Valdôtaine Progressiste, si è espresso - nel contesto di considerazioni politiche più vaste - il decano della politica valdostana, César Dujany, già presidente della Regione e parlamentare valdostano di lungo corso.
Oggi, dall'alto dei suoi 93 anni, osserva e commenta con lucidità l'evolversi dei tempi e firmerei in bianco non solo per giungere alla sua veneranda età, quanto per godere di questa lunga vecchiaia ancora piena di vivacità intellettuale e di interessi culturali. Dimostrazione che la politica non è solo una questione anagrafica e anzi resta centrale il tema di come trasferire competenze e conoscenza da una generazione all'altra nella politica valdostana per evitare vuoti generazionali.
Il suo ammonimento è giustissimo: non solo il sedicente federalismo all'italiana si è evaporato in un batter d'occhio, ma persino il cugino povero, il regionalismo, non è argomento di discussione. Per altro in buona compagnia: né la revisione della forma di Stato, né di quella di Governo - un tempo cavallo di battaglia della politica italiana, sempre più a parole che nei fatti, come avvenuto per molte cose in Italia - sono ormai relegate nel dimenticatoio. Domina la recriminazione, la violenza verbale, il dileggio. E il regionalismo non è più una priorità, anzi l'impressione - che condivido con il vecchio Senatore - è che il centralismo italiano trionfi. Dall'Italia liberale al fascismo, dalla Monarchia alla Repubblica, nelle diverse fasi della storia repubblicana la costante è stata il crescere, pur tra alti e bassi, della logica di un accentramento, oggi in fase acuta perché cavalcato attraverso la crisi della politica e dell'economia. In questo disegno si situano i rischi profondi per l'autonomia valdostana, che è ormai finita nel tritacarne di uno Stato trionfante che vuole disfarsi del regionalismo e dell'autonomia comunale e questa potrebbe essere una scelta funzionale ad una svolta autoritaria, come esito finale di questa stagione di politica confusa e velleitaria.
Di questo bisogna parlare, compresa le responsabilità e i comportamenti di chi, negli ultimi anni, ha indebolito la nostra autonomia speciale nei rapporti con Roma e ne ha degradato l'immagine per giochi di potere e di affarismo.

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