February 2013

Un fatto di cronaca per pensare alla Giustizia

Una foto dal profilo Facebook dell'investitoreIeri ero a Bruxelles per l'ultima volta alla plenaria del "Comitato delle Regioni", che si svolgeva in uno dei palazzi del Parlamento europeo. Scorrendo le notizie sul telefonino, piomba come un fulmine a ciel sereno la storia dell'incidente di corso Lancieri ad Aosta: una vettura ha investito due mamme e le carrozzine che spingevano con dentro due neonati, ferendo le donne e i bimbi, di cui uno in gravi condizioni.
E' subito angoscia, un groppo alla gola e poi, poco dopo, il particolare che ha trasformato la notizia in "notizia nazionale": alla guida dell'auto un operaio romeno di vent'anni residente ad Aosta, lo stesso denunciato - come si dice "a piede libero" - due giorni fa per una rapina a mano armata in una tabaccheria a Sarre. Non era finito in galera perché aveva confessato e aveva fornito agli inquirenti i nomi dei suoi complici. Insomma "aveva collaborato" e di questo il magistrato aveva tenuto conto.
E ieri è tornato a delinquere, oltretutto nel secondo giorno della gioiosa "Fiera di Sant'Orso". Dice che gli era caduta la sigaretta e nel raccoglierla ha perso il controllo della sua "Audi A3" ed è piombato contro i malcapitati.
Di Marius Pohrib, questo il suo nome, ho visto poi su 12vda.it la foto - immagino tratta da "Facebook" - con questo ragazzo con atteggiamento da spaccone davanti ad un'auto. Per ora deve rispondere di lesioni personali colpose, reato per cui non è previsto l'arresto. Ma vista la traccia di droga, il procuratore capo di Aosta, Marilinda Mineccia, ha disposto il fermo giudiziario. Nel provvedimento si sottolinea - ma dopo la rapina non era stato così - la "pericolosità sociale del soggetto".
Cosa aggiungere se non che i social media sono esplosi di commenti. Chi ha scritto cose pesanti del genere: andava fatto linciare, chi se la pigliava con i giudici, chi segnalava l'orrore dei bambini di due mesi feriti e così via.
Due mi hanno colpito: uno diceva a me direttamente che avevo commentato a caldo con questo tweet: "Certo, lasciamoli in giro, così cresce la xenofobia in punta di diritto". Osservava giustamente che lo stesso sdegno dovesse valere a qualunque nazionalità appartenesse il delinquente. Verissimo: ma se andate al carcere di Brissogne è facile vedere la percentuale elevatissima e maggioritaria di detenuti stranieri che scontano la pena. Segno che molti scelgono l'Italia come terra di conquista, profittando di certi garantismi e se saltano certe regole di civile convivenza cresceranno xenofobia e razzismo.
Un altro scriveva come lo stesso sdegno i valdostani non lo avessero riservato al recente processo a Torino che ha dimostrato un salto di livello nella presenza locale della 'ndrangheta calabrese. Giusto, ma non può sfuggire quanto questo fatto specifico avesse caratteristiche emotive così forti da creare una reazione immediata in tutti e una cosa non dovrebbe escludere l'altra.
Resta, tutta intera, la riflessione sulla Giustizia e i suoi meccanismi di garanzia di cui alcuni approfittano.
Intanto pensiamo ai piccoli e alle loro famiglie.

Trenitalia e le sue responsabilità

Un treno fermo in un'innevata stazione ferroviaria di AostaCapisco che ormai parlare dei treni in Valle è difficile, mancando aggettivi nuovi, pur di fronte alla recente performance della "Fiera di Sant'Orso" coi treni colmi e in ritardo. Poi - ma è un fatto personale - essendomi occupato per molto della questione ferroviaria, mi spiace che tutto si sia così ingarbugliato e sconsolatamente paralizzato.
In attesa di una applicazione, qualunque essa sia e anche parziale, della norma di attuazione sul trasporto ferroviario e la sua regionalizzazione, credo che la misura sia colma. E lo è anche e proprio perché aspettiamo che lo Stato batta un colpo e se non batte questo colpo, che è il dovere di applicare la legge, si tratta di omissione di atti d'ufficio. Siamo ormai ad un reato, insomma, ma sembra che quello di "finire nel cassetto" sia davvero il destino di più di una norma d'attuazione in spregio allo Statuto d'autonomia.
E nel frattempo trattare con "Trenitalia" è un'impresa, come svuotare il mare con un cucchiaino, e chiedere loro delle risposte assomiglia alla caccia alle farfalle. Ogni cosa capiti c'e una scusa, un "muro di gomma" che ti impedisce alla fine di sapere il perché dei tanti e crescenti disservizi. Una volta è il freddo, un'altra il caldo, una volta è il locomotore, un'altra i binari, una volta cause di forza maggiore, l'altra il "Caso". In certe occasioni il dedalo delle società delle Ferrovie invoca il mercato, in altre impugna la clava del pubblico. Troppo comodo e intanto la concorrenza in Italia non c'è e anzi "Ferrovie dello Stato" - questa resta, malgrado il gioco di sigle - compra e s'ingrandisce nel settore trasporti.
Nel frattempo i cittadini guardano alla Regione e non allo Stato, visto che oggi la Valle paga il servizio non più con soldi statali, ma con una trentina di milioni l'anno che sono nostri, perché "girati" dalla Regione. Della serie: paghi e conti zero con un interlocutore sfuggente e che alla fine considera la linea valdostana come una "rottura" e ciò vale in Italia per tutto il trasporto regionale. Il "core business" è altrove, dove si guadagna, come l'Alta Velocità, così il servizio pubblico può attendere. Anzi, decade come se un Paese straniero trattasse migliaia di chilometri di tratte ferroviarie e milioni di pendolari con l'arroganza che si riservava in passato ai Paesi vittime del colonialismo. E se lo dici si offendono mortalmente perché «non capisci lo sviluppo». Quale sviluppo?
Ecco perché bisogna denunciare "Trenitalia" e qualcuno indaghi sui malfunzionamenti, sui ritardi e sulle responsabilità.

Oggi per domani

Un eroico lancio dal trampolinoIn politica la lotta è rude e, dato per scontato che si dovrebbe almeno restare nel limite del diritto (ma, come osservava un amico, c'è anche in questo il... "rovescio"), non si guarda troppo al Galateo. Jacques Attali, spin doctor che se ne intende, ha scritto: "La politique, même la plus généreuse, n'est pas affaire de bons sentiments".
Io qualche battuta in campagna elettorale la faccio - ci mancherebbe - ma non dimentico mai che se qualcosa oggi non funziona nel rapporto fra cittadino e opinione pubblica è proprio l'impressione che, al posto di parlare di argomenti concreti, si scada in una logica da lite da pollaio.
Un esempio tangibile è in corso: c'è chi usa la campagna elettorale per le elezioni politiche solo come trampolino per le elezioni regionali. Certo, per così dire, lo fanno tutti, visto l'evidente connessione fra il 24 e 25 febbraio ed il successivo 26 maggio. Una vasta prateria in cui già oggi, come nel "Far West", ognuno cerca di piantare i paletti per i propri confini.
È tuttavia bene che il cittadino-elettore sia vigile. Chi parla di problemi tutti valdostani lo fa con un'operazione in cui al posto di parlare del tema, cioè i rapporti con Roma e dintorni, occupa spazi futuri per piacere alle elezioni regionali. Niente di strano, ma se al posto di un programma elettorale - come se fosse il "bugiardino" di una medicina che segnala certi rischi o un pesce manifestamente surgelato nel menù di un ristorante - andrebbe messo un asterisco genere: "valido per le elezioni regionali".
E' indubbio che la politica paghi pesantemente una crisi complessiva dei meccanismi secolari della democrazia. Le organizzazioni come i partiti, cinghia di trasmissione fra cittadini e istituzioni, appaiono logore e Governi e Parlamenti non sembrano più in grado di reagire ai cambiamenti in atto. Questo sembra autorizzare le scorciatoie, com'è avvenuto con Mario Monti e come si manifesta con i partiti personalisti (Silvio Berlusconi, Antonio Ingroia, Augusto Rollandin...), che portano all'idea che soluzioni autoritarie sono un metodo per rendere le cose più semplici.
E invece bisogna trovare formule nuove di cittadinanza consapevole e di democrazia rappresentativa.

L'ora della sigaretta elettronica

Alcune sigarette elettroniche in bella mostra ad AostaConvivere con i fumatori è stato un destino per i non fumatori come me.
In anni in cui non c'erano divieti e si fumava dappertutto senza complessi o preoccupazioni, poi, per fortuna nostra e della nostra salute, visti anche gli studi sugli esiti del fumo passivo in cui si evidenziavano i danni derivanti da un vizio altrui, i divieti di sono moltiplicati e manifestate anche le accortezze, ad esempio nei confronti dei bambini, di fronte ai quali una volta si fumava senza problemi.
Calo un velo pietoso sulla politica: ho partecipato a riunioni e comizi per anni con una coltre di fumo degna della nebbia in Val Padana.
La crescita della consapevolezza sui danni del fumo ha moltiplicato le tecniche per smettere di fumare. Ricordo, spinti anche da medici spesso fumatori anche loro, tutti i metodi usati per smettere di fumare di familiari e amici, tipo ipnosi, orecchino, cerotti, agopuntura.
Ora la novità e il fenomeno lo sto vivendo in casa, con la constatazione soddisfatta che non puzza e sono davvero curioso di capire se si tratti dell'ennesimo fenomeno antifumo passeggero o se siamo ad un'evoluzione che si stabilizzerà. Mi riferisco alla "sigaretta elettronica", ormai diffusa anche in Valle e nuova frontiera per chi cerchi di uscire da un vizio duro morire.
Si tratta - ho studiato diverse varianti in un negozio apposito in aeroporto - del singolare inalatore che vaporizza un liquido, simulando così il fumo della sigaretta e che dovrebbe limitare i rischi del fumo (ma la scienza si divide su pro e contro) e togliere gradatamente il vizio, specie se nel caricatore liquido che crea quel vapore acqueo che simula il fumo c'è della nicotina e se ne diminuisce ogni giorno il consumo sino a farne a meno. Con il vantaggio che ci sarebbero meno veleni del mix micidiale della sigaretta "normale".
Non essendo mai stato fumatore, questa novità mi incuriosisce e fa impressione, nelle serate conviviali, vedere ormai i fumatori di diversi in due gruppi: "quelli che escono a fumare" e quelli che restano dentro e adoperano questa sorta di penna per sbarazzarsi del tabagismo, dando vita ad un nuovo fenomeno sociale.

La democrazia e le sue debolezze

Solo il 2 giugno del 1946, in occasione del voto congiunto sul referendum fra Monarchia e Repubblica e per l'elezione dei membri della "Costituente", l'Italia giunse, in grave ritardo rispetto ad altri Paesi, al voto con suffragio universale, allargando alle donne quel suffragio solo maschile che era stato introdotto nell'ordinamento italiano nel 1912. La maggior parte delle persone sembrano non aver consapevolezza del poco tempo trascorso da questa conquista.
Il diritto di voto per tutti i cittadini è stata in effetti una lenta conquista democratica alla ricerca di meccanismi partecipativi, che hanno sempre avuto come caposaldo il concetto di eguaglianza. Si tratta di una storia inanellatasi per millenni e che solo nel diritto costituzionale più recente ha avuto una soluzione giuridica con un voto, senza "se" e senza "ma", per ciascun cittadino, che consente tra l'altro la duplice formula di elettorato attivo e passivo.
Il diritto di votare e quello di poter essere eletto.

Le regole e l'integrazione

Tutti i pezzi vanno al posto giustoLa storia del giovane romeno, che in Valle d'Aosta prima rapina una tabaccheria e poi mette sotto in macchina due mamme con i rispettivi neonati, è finita sui telegiornali e giornali nazionali. Gli scherzi del destino, applicati alla gettonatissima cronaca nera, alimentano notizie di questo genere che ti fanno rivoltare le budella e - specie sui social media - danno fiato all'emotività e ai desideri forcaioli.
Ci torno sopra non per voyeurismo e annotando come, per fortuna, anche il neonato ferito gravemente sta meglio, ma perché l'episodio crea attenzione su un fatto ben noto. Partendo dal presupposto che i delinquenti di diverso spessore non hanno una patria e eguale disprezzo e si presentano sullo stesso piano di fronte alla legge, resta da chiedersi come muoversi per un'educazione alla legalità per chi provenga da Paesi comunitari e non e abbia scelto l'Italia come luogo dove si ritenga più facile delinquere che altrove.
Non è una favoletta: il lento ma continuo insinuarsi di organizzazioni criminali di provenienza varia - che si sommano alle già fiorenti mafie italiane - sono il segno di una sconfitta. E' certo che una serie di garantismi e di lentezze della nostra Giustizia, equamente divise fra responsabilità del Legislatore e colpe di chi le applica, crea un humus che favorisce una frangia di "immigrazione cattiva". Oggi la popolazione carceraria vede una presenza del 35 per cento di detenuti stranieri con un lieve calo dovuto alla politica dei respingimenti e alla crisi economica che ha ridotto l'attrattività per gli stranieri che cercavano un lavoro.
Come giornalista seguo la periodica polemica sull'indicazione geografica di chi compie dei reati. Quando ero un giovane redattore della "Voix de la Vallée" e gli emigrati da Paesi extracomunitari erano una rarità ci si concentrava su come essere "politicamente corretti" sulla provenienza regionale. Per cui il «pregiudicato sardo» o il «rapinatore calabrese» erano oggetto di discussioni. Ci si domandava se ci fosse, pur velata, in quest'indicazione dell'origine una qualche forma di pregiudizio o peggio di discriminazione, perché - per capirci - in analoghe notizie non si usava mai l'aggettivazione «valdostano». Un dubbio facilmente risolto per chi svolgesse con correttezza il suo lavoro.
Ora il tema si pone per «romeno», «albanese», «marocchino» e via via nella diversità dei Paesi di provenienza. Anche in questo caso io non penso che ci sia un "j'accuse" conscio o inconscio.
Semmai esiste un problema di percezione sociale e di convivenza, che non va sottostimato perché basta poco a trasformare la vita in comune - intesa nella stessa comunità - in un inferno. Ecco la ragione del dialogo interculturale e del ruolo della politica, perché con i gruppi etnici si stabiliscano "ponti" di dialogo in favore di regole e di meccanismi di integrazione e di comprensione, che isolino i farabutti degli uni e degli altri.

Che tipo quel Veyrat

Un momento della trasmissione con Marco VeyratCapita di conoscere delle persone e di scoprire, in un lampo, un'affinità culturale. Mi è capitato ieri ad Annecy, capoluogo dell'Alta Savoia, dov'ero per questioni concernenti un'ipotesi di collaborazione televisiva transfrontaliera.
In uno studio televisivo, allestito per una trasmissione di cucina nel suo attuale ristorante sul lago di Annecy dove pioggia e sole si alternavano, ho conosciuto uno dei più grandi cuochi francesi.
"Wikipedia" così lo descrive: "Marc Veyrat naît le 8 mai 1950 à Annecy en Haute-Savoie. Il est issu d'une famille de paysans traditionnels savoyards. Il passe sa jeunesse à Manigod, au cœur du massif des Aravis, dans une ferme traditionnelle savoyarde entre La Clusaz et le col des Aravis, où ses parents créent des chambres et table d'hôtes à la ferme, et où il développe son goût pour la gastronomie".
Altri siti descrivono la sua storia di cuoco stellato di grande successo, partendo dalla gavetta e dai prodotti, in particolare le erbe, delle sue montagne.
Sempre "Wikipedia": "En 1985, il ouvre l'Eridan, un restaurant traditionnel dans une villa qu'il rénove à Annecy. Il se fait une notoriété dans le milieu gastronomique et obtient rapidement sa première étoile du "Guide Michelin", en 1986, puis sa seconde étoile en 1987. En 1989 et 1990, Marc est élu «meilleur cuisinier de l’année» avec la note exceptionnelle de 19,5/20 au Gault-Millau".
Sono successi crescenti e locali di grande nomea sino alla terza "stella Michelin" ed al titolo di "Chef de l'année" nel 1995 e poi l'apertura di un locale nel 1999, "La Ferme de mon Père", a Megève. Negli anni successivi le valutazioni delle guide gastronomiche arrivano all'apoteosi in un turbinio di attività.
Nel 2009 lo choc, che ieri mi ha raccontato, e che così descrisse a "Le Monde": «Je suis obligé d'arrêter, après un grave accident de ski il y a trois ans», explique le chef sur "France Info". Il se dit "handicapé" et va partir en maison de rééducation pour se faire traiter «une bonne fois pour toutes». Selon un article du "Figaro Madame", Marc Veyrat aurait passé plus d'un an en fauteuil roulant après s'être brisé tous les membres et les cervicales lors de cet accident, le 8 janvier 2006 à Megève. Se déplaçant, aujourd'hui encore, à l'aide de béquilles, il ne serait toujours pas complètement rétabli. «J'ai donné toute ma vie à mes clients, je vais me reposer. J'ai été un enfant pas gâté par la vie. J'ai eu tous les honneurs mais je n'ai jamais été riche. C'est ma vie qui l'a été» déclare-t-il".
Da allora molte cose sono cambiate e Veyrat, di nuovo in piedi, è tornato ad occuparsi di mille cose, ma con un ritmo di vita diverso e con la saggezza di chi ha conosciuto la malattia. Quel che mi è piaciuto, nel suo racconto, è l'idea di voler usare sempre più prodotti sani contro i troppi prodotti - specie della grande industria alimentare - che ci fanno male e a favore di una cucina del territorio che dalle sue montagne vuole allargarsi alle altre cucine alpine, ricche di parallelismi e di incroci.
Una bella storia, esemplare di una vita in salita e discesa, pure discutibile in certi tratti, ma caratterizzata da quel motore inesauribile che resta la passione.
Chapeau! (che porta sempre in testa).

Il tamburo della retorica

Un classico tamburo"Santi, poeti e navigatori". E' la celebre definizione degli italiani di epoca fascista, che finisce per essere usata ancora oggi con un qual certo compiacimento. A dir la verità, una scritta piu complessa figura sul "Palazzo della Civiltà del Lavoro", noto come "Colosseo Quadrato", perché ispirato al più celebre e antico anfiteatro, che si trova nel quartiere dell'"Eur" a Roma, una delle rare presenze organiche dell'architettura del Novecento. A me, spogliata dalla retorica mussoliniana, questo insieme di palazzi, strade e piazze ha un effetto di straniamento che non mi spiace neppure, ma la dicitura citata fa venire il latte ai gomiti: "un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori".
Mah! Oggi c'è da chiedersi che cosa incarnasse questa esaltazione, se non il fosco e grottesco autocompiacimento caratteristico di ogni dittatura.
A me le dittature, piccole o grandi, tenui o feroci, da operetta o da tragedia greca - segno di una gamma non contenibile in una categoria unica - fanno ribrezzo.
Ci pensavo oggi che vedo scorrere, nella competizione valdostana per il Parlamento, un eccesso di retorica, nel suo senso dispregiativo, che da "Zanichelli" così si esplicita: "modo di scrivere o di parlare pieno di effetti esteriori o di ampollosità, ma privo di autentico impegno intellettuale e di contenuti".
Intendiamoci: non si può pensare che in comizi e programmi manchino elementi emotivi e sentimentali, che farebbero della politica un qualcosa di arido. Personalmente quando cominciai a far politica feci a me stesso una promessa, quella di escludere il "politichese" dai miei discorsi. Ogni tanto, per evitarlo, devo fare mente locale, perché il rischio di farsi prendere dal gergo, infarcito di termini giuridici e di espressioni singolari, può prendere il sopravvento e scavare un fossato fra te e chi ti ascolta o ti legge.
Ma il peggio è applicare il modello dei "santi, poeti e navigatori", opportunamente corretto alla bisogna, alla "valdostanità": dal rude montanaro alla ridente località, dal cuore che palpita al campanile avito, da richiami di maniera al passato al sol dell'avvenire in salsa alla Fontina. Orpelli di vario genere, che si tramandano nella politica locale e che finiscono per fare una vera e propria caricatura che gronda di banalità e ripetizioni. Ricordo quel l'ormai scomparso esponente sardista che, quando trovava che l'uditorio non reagiva alle sue sollecitazioni patriottarde e ai riferimenti aulici, cavava di tasca una bandiera con i quattro morì - vessillo della Sardegna - per piegare anche il più restio al l'applauso e alla commozione.
Per favore, basta con certe viete ripetizioni, certe rappresentazioni grottesche della realtà, il richiamo agli affetti e alla mamma, specie se - peggiore delle circostanze - nascondono il vuoto pneumatico.

Il peso del destino

Una foto d'antan della funivia del CrestFra qualche giorno, esattamente mercoledì prossimo, 13 febbraio, saranno trent'anni da un fatto di cronaca nera, che tra l'altro in quella data esatta alle ore 20 - lo dico per tempo - verrà rievocato in un programma di "RaiVd'A" con testimonianze interessanti, raccolte da Luca Casali e Guido Raimondo.
Io ebbi la possibilità di vivere quelle vicende, quando ero un giovane cronista radiotelevisivo: raccontare la cronaca è una scuola di vita, ve l'assicuro.
In breve: tre cabine dell'ovovia di allora che portava da Champoluc al Crest si staccarono dalle funi, caddero a terra e morirono undici persone. Il caso mi aveva messo alla prova: quell'impianto, un bifune ad agganciamento automatico, costruito nel 1959, era per me del tutto familiare, perché era lì che ero andato fin da piccolissimo per imparare a sciare e proprio al Crest mio papà aveva costruito una casa. Per me Champoluc era familiarissimo e quella mattina maledetta ero in redazione nella vecchia sede "Rai" di via Chambéry, quando mi chiamò per dirmi dell'incidente l'allora amministratore, Ferruccio Fournier. Partii come un razzo con l'operatore Roberto Moranduzzo e lo specializzato Stefano Ialongo per raggiungere Ayas e mi trovai di fronte ad una vicenda dolorosa, che dovetti ricostruire con freddezza e terzietà con servizi radio e televisivi distribuiti alle diverse testate nazionali. Non era facile in un luogo amico in un impasto fra dolore e incredulità (poche ore prima ero salito su un "ovetto" di quelli) in una giornata limpida all'alba e poi coperta con la neve a ricoprire l'agghiacciante scenario del sinistro.
Cos'era successo? In quella domenica, con la stazione piena di sciatori, una cabina, non molto dopo la partenza in una zona di sorvolo molto alta, perse l'ammorsamento, scivolando su quella seguente ed entrambe caddero su di una terza cabina. Le tre cabine urtarono poi un pilone, restando appese per un soffio. Una quarta cabina, appena uscita dalla stazione e non ancora giunta al primo pilone, per gli urti subiti, tornò indietro con violenza e scarrucolò. L'addetto pensò che quest'ultimo fosse stato l'incidente vero e proprio e, messo a posto quell'ovetto, riavviò l'impianto e le cabinette in precario equilibrio si schiantarono al suolo con le terribili conseguenze note. Ci furono arresti, perizie, processi, valutazioni assicurative e quel fatto cambiò molti aspetti della sicurezza negli impianti a fune. Anche se nel caso specifico, le morse incriminate, risultarono infine essersi aperte per un problema dovuto ad un eccesso di ingrassaggio, fatto in buona fede.
L'apertura del "Tg3" delle ore 19 avvenne con il mio reportage e così il "Tg2" all'epoca in onda alle 19.45, mentre alle ore 20 al "Tg1" la prima notizia fu il rogo del cinema "Statuto" a Torino, dove una sessantina di persone morirono a causa della chiusura con catene delle uscite di sicurezza.
Quel giorno c'è chi lasciò Champoluc, dopo il primo dramma, e decise di andare al cinema, ma purtroppo scelse il cinema "Statuto".
Il destino, incomprensibile e beffardo, incombeva su di loro come una "roulette russa".

Avanti tutta!

Lo stabilimento ex 'Tecdis' di ChâtillonL'Ansa del 2 maggio dello scorso anno scriveva in un suo "lancio": "Nello stabilimento dell'ex Tecdis di Châtillon potrebbe sorgere un nuovo polo tecnologico con un incubatore di imprese promosso da una società privata. Il consiglio di amministrazione della società regionale Valle d'Aoste structure, proprietaria dell'area industriale, ha già approvato la proposta progettuale presentata da una neo costituita società che intende realizzare ''un centro di ricerca e un incubatore di imprese'', ha spiegato oggi in Consiglio regionale l'assessore alle attività produttive Ennio Pastoret, rispondendo a una interrogazione del gruppo Alpe".
Della questione mi sono occupato nel Consiglio Valle di pochi giorni fa, scoprendo tra l'altro che la società citata, "Valle d'Aosta Technology srl", si sarebbe manifestata circa un anno fa e la Giunta regionale, con delibera dell'11 gennaio scorso, ha deliberato l'incarico a "Finaosta", la finanziaria regionale ed a "Valle d'Aosta Structure", partecipata proprietaria dell'area, di prendere contatti con "Valle d'Aosta Technology" per l'insediamento, nell'area ex "Tecdis" di Châtillon, "di un nuovo progetto imprenditoriale per favorire la nascita di nuove imprese ad alta specializzazione settoriale".
Al povero sottoscritto è bastata una banale ricerca e qualche telefonata per vedere che chi propone questa idea è già stato implicato in un flop nel comune di Dronero in Provincia di Cuneo (scrivete su "Google" "TecnoGranda" e troverete da leggere). Per cui ho osservato in Consiglio: «come è possibile dare fiducia a persone che altrove, nello stesso identico settore, hanno dimostrato di non essere per niente all'altezza delle aspettative? Gli uffici preposti, prima di deliberare, hanno svolto le elementari ricerche sui soci proponenti del riutilizzo dell'area ex "Tecdis" per evitare rischi gravissimi per un'area strategica per la reindustrializzazione della Valle? Non sarà mica una manovra elettoralistica che serve a coprire le scarse iniziative assunte in questa area industriale, importante anche per un rilancio occupazionale fondamentale in questo momento di crisi?».
E ancora: «Non vi è niente di peggio di accendere una "fabbrica dei sogni" per un utilizzo tardivo dell'area ex "Tecdis". Mi stupisco che il Governo regionale, dopo un anno di trattativa, sia giunto alla formulazione di una deliberazione senza rendersi conto di cosa sia capitato a Dronero, dove l'operazione è stata del tutto simile. Come è possibile che questi interlocutori, forse non affidabili, si siano affacciati in quest'area industriale valdostana?».
Eviterò, perché inutile, di riperdere nomi, cognomi e circostanze. Questa operazione, difesa dall'assessore competente Ennio Pastoret («ad oggi la società ha comunque dimostrato nei fatti di comportarsi in modo serio, rispettando tutti gli impegni assunti»), mostra leggerezza e superficialità per non pensare a cose peggiori. Io so per certo che qualche campanello d'allarme era stato fatto suonare prima della recente delibera, ma si è deciso di tirare dritto e «avanti tutta!».
Altro che reindustrializzazione delle aree dismesse: uno studio di "Ambrosetti" indicava linee d'azione e proposte su come muoversi. Tutto rimasto nel cassetto.

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