January 2013

Treinadan

Gli Obama mentre assistono ai fuochi d'artificio di inizio 2013Treinadan!
Non può che cominciare così il 2013, se non con questo tradizionale augurio dei valdostani. Un saluto gioioso, usato per interloquire con parenti e amici, transitato nel francoprovenzale - lingua neolatina - proprio dal latino "strena(m)", "augurio" e "dono augurale", che si usava di solito all'inizio proprio del nuovo anno.
Nel pronunciare questa antica e affettuosa formula benaugurante, attraversiamo, dunque, secoli e secoli di storia valdostana, spesso in maniera inconscia.
Leggevo, giorni fa, su "Twitter" (oggi zeppo di politici di cui in certi casi ho scoperto un'inaspettata vena giornalistico-letteraria), ma non vi ho partecipato, ad una polemica sull'identità valdostana. Ed è bene che se ne discuta perché è un principio capitale e serve anche ad evitare che le posizioni politiche sul tema si assomiglino troppo e questo insospettisce. Molte le considerazioni emerse, com'è ovvio che sia. Mi ha colpito chi considerava la storia come una specie di cascame di cui liberarsi, come se si trattasse di qualcosa di vecchio e ammuffito. Sarò di una formazione culturale diversa, ma troverei inconcepibile l'idea della "tabula rasa" come espressione di modernità e impensabile immaginare il futuro come qualcosa di appeso nel vuoto.
Non si tratta, infatti, di essere nostalgici e passatisti e di non accettare i cambiamenti in corso e quelli che verranno. Chi pensa alla "valdostanità" come qualcosa di immodificabile e sacrale, chiusa in una "turris eburnea" immodificabile e impermeabile, ne fa solo una caricatura. Le cose cambiano e la velocità di trasformazione oggi è ancora più grande che in passato. Ma prendere atto dei cambiamenti, che ci sono sempre stati, non vuol dire - come qualcuno scriveva - buttare a mare un'autonomia speciale che già è cambiata dal 1945 ad oggi, decennio dopo decennio e cambierà ancora, e si tratta semmai di prendere atto di come mutino e si aggiornino le ragioni fondative. Chi invece musealizza l'autonomia e la avvolge di melassa di retorica fa solo un piacere ai tanti e variegati nemici.
Ma intanto quale dono augurarsi? Sarò banale, ma cominciamo dalla salute. Ogni altra attività è impossibile se non si sta bene e come non pensare alle persone che ci hanno lasciati nei mesi scorsi e a chi, gravemente malato, sta combattendo una battaglia per la vita.
Vi è poi una seconda parola, che è "coraggio", che è stata la più usata nei messaggi che ho ricevuto. Si va dalla spinta «coraggio!» per darti la carica all'espressione «avere coraggio», come indicazione rispetto agli ultimi avvenimenti di cui sono coprotagonista e che suscita - altra bella parola in dono - delle «speranze».
L'anno appena iniziato sarà denso di avvenimenti che ci diranno, vivendoli mese dopo mese, se certi auspici si realizzeranno.

Dagli Challant all'autonomia

Un dettaglio del prezioso regaloLa celebre famiglia degli Challant è finita nel mio Natale per un oggetto d'artigianato-artistico di Ermanno Bonomi, avuto in regalo, e che riporta il motto della famiglia nella versione breve «tout est et n'est rien», che dovrebbe essere estensivamente «tout est monde et le monde n'est rien». Un calembour che alla fine suonò come funebre per una famiglia, estinta nel 1802, dopo poco meno di quattro secoli di una storia ricca di prestigio e di potere.
Queste vicende umane davvero appassionanti e di cui buona parte dei castelli della Valle d'Aosta sono un'eredità straordinaria e concreta sono un esempio illuminante di come la storia sia utile perché certe vicende hanno un loro valore rappresentativo. Ci pensavo rispetto a quanto è stato nella parte principale della mia vita il tema dominante, qualunque ruolo abbia ricoperto in politica. Mi riferisco alla nostra autonomia speciale e al suo destino, che si appresta - nel 2015 - a compiere i settant'anni. Certo un periodo breve se confrontato ad altri cicli storici, ma molto significativo dal punto di vista politico e di quel "fil rouge" di desiderio di autogoverno che ha attraversato tutta la storia valdostana dalle origini ad oggi. Ammonisco ogni volta sul fatto - banale ma importante per non scadere nel ridicolo - che certi avvenimenti che hanno portato al regime autonomistico attuale non sono frutto di chissà quale determinismo o destino ineluttabile, ma ci sono stati molti bivi. Se in quelle circostanze la strada presa fosse stata un'altra, noi oggi non saremmo qui in queste circostanze. E la temperie degli ultimi anni della guerra e del secondo dopoguerra sono un caso esemplificativo di un gioco intellettuale del genere «se fosse», tipo «se ci fosse stato il plebiscito», «se i francesi non avessero lasciato la Valle d'Aosta», «se l'Italia avesse scelto il federalismo» e via attraverso scenari più o meno fantasiosi e sostanzialmente inutili.
Quel che conta, semmai, è proprio usare l'esempio degli Challant e di quel loro motto per approcciare un tema che sarà fondamentale nelle discussione della doppietta ravvicinata fa elezioni politiche e quelle regionali. Davvero - come personalmente temo - l'attuale regime d'autonomia speciale è minacciato di una sua dissoluzione?
Questo interrogativo si nutre di evidenze, che sono ben visibili, sia dentro che fuori dalla Valle d'Aosta e cioè una quotidiana e multiforme convergenza di critiche e di attacchi al nostro sistema autonomistico e alle sue ragioni fondanti. Sembra di essere seduti sulla riva di una spiaggia soggetta all'alta marea e stare lì, seduti sulla spiaggia, ad aspettare che il mare ti sommerga. Ho denunciato in questo senso una politica di questi ultimi anni troppo attendista e manovriera, che rende per altro grottesche certi appelli alla piazza delle ultime settimane.
Personalmente ho sempre lavorato su di una difesa giuridica della nostra autonomia attraverso un'azione legislativa che può avere facili riscontri e lo stesso spero valga per le azioni più propriamente politiche dal carattere spesso offensivo e non solo difensivo. C'è stato pure qualche attimo, fuggito subito via, in cui ho creduto davvero che la nostra specialità potesse confluire in un disegno federalista, mentre oggi vedo solo un disegno centralista, che trova odiose le autonomie speciali, le loro funzioni e competenze, i trasferimenti finanziari, le specificità statutarie e via di questo passo.
Credo che sia bene a questo punto sapere le posizioni di tutti a Roma come ad Aosta per evitare che certe discussioni, decisive per quanto potrebbe capitare, non somiglino in certi casi al gioco delle tre tavolette, in cui si perde di sicuro.

En attendant Godot

So bene quanto sia facile dire, sulla base della mia lunga carriera, che sono ormai un "vecchio arnese" della politica.
Poi mi guardo attorno e - sarà solo perché ho cominciato presto - ma non mi trovo particolarmente decrepito e penso che il "nuovismo" sia giustissimo ma bisognerebbe forse fare attenzione sul fatto che ogni transizione prevedesse che tra "vecchi" e "giovani" ci fosse un passaggio di consegne.
Dico questo in un periodo di "sospensione", in cui - sono onesto - non so bene che cosa farò, al di là degli aspetti fondativi di una nuova formazione politica in cui riconoscere quei valori per i quali mi sono battuto, altrove offuscati «malgré moi».

Prosegue il cammino

Si va avanti, su altri binariCome ho già fatto per l’incontro di Fénis, anche per questa sera ad Hône (ore 20 salone municipale) adopero questo spazio per annunciare la seconda serata, dedicata alla nascita di un nuovo soggetto politico in Valle d’Aosta e assicuro che sarà interessante .
Credo che questo percorso in atto sia seguito da amici e nemici (più elegantemente favorevoli e contrari), visto che questo dimostra come la politica valdostana sia in movimento. E la politica resta una delle caratteristiche nel DNA dei valdostani, come si vede dalla storia e dalla voglia che tutti hanno di discutere di temi politici. Come esempio concreto, l’altro giorno, un amico mi ha detto scherzosamente «avete animato i pranzi di Natale!», riferendosi alla concomitanza fra alcune scelte politiche e i momenti conviviali di queste festività appena trascorse. In effetti in molti mi hanno confermato come a rendere frizzanti certe discussioni non siano state solo le bollicine impiegate per i brindisi di rito…
In queste settimane, cioè da quando sono passato - nel breve volgere di pochi giorni - da "dissidente" a "malpancista", approdando infine a "ribelle" (definizione ormai invecchiate per come si sono evolute le situazioni), registro molto interesse e naturalmente anche delle critiche, com'è normale che avvenga, visto che con me nessuno ha paura di parlare chiaro (non morsico).
A chi critica ho risposto con una massima di Albert Einstein: «Non hai mai commesso un errore se non hai mai tentato qualcosa di nuovo». Nella vita, anche appunto a costo di sbagliare, in molte circostanze mi sono buttato e posso dire - in questo caso specifico - di essere stato roso da dubbi e preoccupazioni, che poi sono svanite nel momento in cui la decisione è stata presa.
Ora, usata la fase di rottura (pars destruens), tocca darsi da fare per la parte costruttiva (pars costruens) e questo consente un senso di serenità e permette di porsi di fronte a progetti e programmi con quella "logica nascente" che alimenta entusiasmo. Uno stato d’animo che ho vissuto parecchie volte nel lavoro e nel privato e che consente di affrontare le prove più difficili. Penso che tutti lo abbiano vissuto.
Per altro non ho nessuna intenzione di drammatizzare gli avvenimenti: penso che nessuno di noi sia così presuntuoso da pensare di scrivere la storia. Si tratta, volando basso, di fare qualche cosa di serio che smuova quanto ormai gravemente sclerotizzato e inamovibile. Poi vale il caustico Enzo Jannacci con la strofa surreale "l'avvenire è un buco nero in fondo al tram" (noi potremmo dire, per molte ragioni, "treno").

«Honni soit qui mal y pense»

Un momento del mio intervento ad Hône«Honni soit qui mal y pense» si può all'incirca tradurre con «vergogna a colui che pensa male». È il motto dell'Ordine inglese della Giarrettiera, che sarebbe stato istituito, secondo una tradizione leggendaria piuttosto accreditata, dal Re d'Inghilterra Edoardo III in onore della propria amante, la contessa di Salisbury, alla quale durante un ballo era caduta nella foga del gesto una giarrettiera. Il Re - in evidente intimità - si precipitò a raccoglierla e rimproverò con tali parole - usando il francese che era la "lingua nobile" dell'epoca - i cortigiani che sorridevano maliziosamente fra loro dell'episodio.
La frase oggi si usa ormai in modo ironico per chi voglia fare l'innocente ma in realtà non lo sia affatto. Mi veniva in mente ieri sera, ma non ho usato l'espressione in quel contesto e l'annoto qui, pensando a chi gioca le sue ultime cartucce accusando i fautori del nuovo movimento politico, svelato ieri sera, di chissà quale complottismo coltivato nel tempo e di chissà quali intenzioni distruttive. Si tratta di una nota logica amico-nemico che finirebbe per non portare da nessuna parte e in cui non ho voglia di impegnarmi.
Per cui, essendo l'ultima volta che ne parlerò, per non stufare nessuno con ricostruzioni ormai buone per la memorialistica, rassicuro che ogni tentativo - personale e politico - di evitare rotture è stato espletato e chi dice una cosa diversa fa il furbo e merita una giarrettiera con il motto sopracitato. Ciò detto, fine delle trasmissioni.
Penso davvero che non si debba più giocare a ping pong in una logica «tu dici e io rispondo». Che ognuno faccia la propria strada e illustri le proprie ragioni e poi ogni valdostano sceglierà in cuor suo.
Lo dico perché trovo difficile concepire una politica fatta di rappresentazioni grottesche come sta avvenendo nella politica italiana che necessita ormai un navigatore satellitare per destreggiarsi negli eventi.
Il caso più clamoroso è la "salita" in campo di Mario Monti, che da timido e introverso - in una trasformazione degna de "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde" - si è trasformato in verboso e attaccante nella curiosa scelta di vita ad una nuova Democrazia Cristiana benedetta addirittura dal "Ppe - Partito popolare europeo" e dal Vaticano, segno che non capisco niente. Monti a me sembrava un laico liberaldemocratico, ma della sua trasformazione ho avuto una contezza tardiva e con lui di una serie di Ministri ormai in campo con lista e agenda.
Ho già detto che ho trovato l'Agenda Monti deludente per tutto quello che ci può interessare - tipo regionalismo e autonomie speciali e direi il complesso delle riforme costituzionali - e anche per il resto è di una grande vaghezza e si occupa di sistemi così massimi da non capire bene che cosa si voglia fare.
Peccato, ma ecco la registrazione del mio intervento a Hône!

Il brivido della follia

La zona della tragediaGiorni fa, in un villaggio del Vallese, Daillon, simile ad uno dei nostri Comuni e di mille altre località alpine, un tizio si è messo a sparare da casa sua con un fucile, ammazzando tre persone e ferendone altre. E' il "brivido della follia", che colpisce a casaccio e questo aggiunge elementi di preoccupazione in un mondo nel quale le persone colpite dalla malattie mentali, purtroppo per loro e per noi, ci sono.
Mi ha colpito l'editoriale di Jean-François Fournier su "Le Nouvelliste", il quotidiano vallesano, esempio lampante di un'editoria locale che esprime meglio di altri i sentimenti che l'avvenimento ha creato in una comunità tranquilla.
Scrive Fournier: «"Homo homini lupus est. L'homme est le pire ennemi de son semblable, ou de sa propre espèce". Plaute l'écrivait déjà en 195 avant J-C. Repris et commenté par Rabelais, Montaigne, Hobbes, Schopenhauer ou même Freud in "Malaise dans la civilisation". Preuve si besoin était que nos sociétés ont toujours perçu la menace individuelle. Le danger du loup. Pas celui qui rôde ou se tapit dans nos forêts, à l'orée des alpages. Mais l'autre, tout aussi solitaire, qui traîne ses colères silencieuses et ses douleurs secrètes dans la lumière de nos ruelles, sous les lampes des cafés, les néons des bureaux et jusqu'aux tables des amis ou de la famille. Cet autre marqué, mais que personne ne voit plonger aux frontières perméables de la psyché.
Aucune civilisation cultivée, aucune nation forte ou fragile, aucune métropole richement dotée, aucun village à flanc de coteau ensoleillé, aucune famille normale n'est et ne sera jamais à l’abri d’une explosion hyperviolente. Certes, procureurs, enquêteurs, politiques, sociologues, journalistes et homme de la rue rivaliseront demain d'explications plus ou moins adéquates. Sur les armes à feu. L'armée. La psychiatrie. La solitude au temps des fêtes. L'encadrement de celles et ceux qui sont peu ou prou en rupture de société. La vérité du fait divers est plus crue et se passe d'analyses tarabiscotées. Parce que chaque jour, quelque part, très loin en Amérique ou tout près à Daillon, quelqu'un bascule dans la tuerie. Depuis les origines de l'humanité, "l'homme est un loup pour l'homme". Plaute avait raison. Même si on lui préfère encore Rousseau et sa "bonté naturelle de l'homme", un mythe pourtant plus que brinquebalant»
.
E' vero che questo mito, pura illusione, traballa. E basta guardarsi attorno per capire come alla violenza che insanguina tanti fatti di cronaca si affianchi troppo spesso la follia. Talvolta, purtroppo, dietro l'angolo.

Il perché di una legislazione originale

I soccorritori all'opera sul luogo dell'incidenteFaceva davvero impressione vedere ieri in televisione le immagini dalla pista "Olimpia 2" nel comprensorio sciistico del Cermis in Val di Fiemme nella nostra "cugina" Provincia autonoma di Trento, dall'altra parte dell'Arco alpino. Una pista catalogata "nera", come si vedeva bene, per la sua pendenza e lo sviluppo della discesa, dove una motoslitta al rientro nella notte da una cena in un rifugio è saltata nel vuoto, dopo aver rotto le reti di protezione, causando la morte raccapricciante di sei turisti russi, vittime di una corsa folle lungo un percorso inadatto e pericoloso.
Chi conosce le piste di sci e, come me, si è occupato a lungo della legislazione sulla sicurezza in montagna, ha colto subito le gravi implicazione penali della vicenda e gli aspetti negativi per l'impatto mediatico della sciagura. Già sappiamo quanto pesi in generale sul mondo della montagna l'uso degli "incidenti", che a vario titolo avvengono in una zona dove esistono rischi oggettivi di vario genere, per una enfatizzazione di episodi di cronaca nera e ciò avviene sempre a discapito della normalità che finisce per essere soverchiata da avvenimenti dolorosi. E' una rappresentazione distorta della realtà che spinge sulla pericolosità della montagna senza operare i giusti distinguo e di cui non si vedono elementi correttivi nella logica che sono soprattutto le cattive notizie a fare notizia.
In senso positivo va, invece, rilevato come proprio le autonomie speciali del Nord, noi compresi, abbiano adoperato con acume la loro competenza legislativa, approvando norme per la sicurezza nei comprensori sciistici e potenti macchine organizzative per i soccorsi. E' un caso di scuola di perché, nel bagaglio dei principi di autogoverno di certe zone, ci debba essere lo strumento legislativo che esalta la conoscenza specifica di luoghi e avvenimenti con un sensibilità e un dettaglio impossibili per un legislatore nazionale. Il cuore della nostra autonomia odierna sta proprio nel trovare i spazi giusti fra il centralismo romano e l'invasività delle norme europee.
Basti pensare proprio alla materia complessa delle piste di sci e ai problemi di sicurezza, presenti nella Legge regionale numero 9 del 17 marzo 1992, modificata negli anni successivi in modo puntuale per corrispondere ai cambiamenti necessari per fissare bene procedure e responsabilità. Questa normativa nacque anche, per essere onesti, per alcuni incidenti luttuosi che spinsero a fissare regole chiare e stringenti.
Caposaldo, contro una legislazione statale inopportuna, è stata quella norma d'attuazione dello Statuto - la legge numero 79 dell'11 febbraio 1998 - che recita con chiarezza: "Tutte le attribuzioni e le funzioni amministrative degli organi centrali e periferici dello Stato in materia di piste da sci, da discesa e da fondo, sono trasferite alla regione autonoma Valle d'Aosta".
Previsione che è risultata utile quando lo Stato ha varato la legge statale numero 362 del 24 dicembre 2003, (Norme in materia di sicurezza nella pratica degli sport invernali da discesa e da fondo), di cui il legislatore valdostano ha potuto prendere quanto riteneva utile, mantenendo in materia un proprio modello che resta all'avanguardia in Europa e che molti hanno ricopiato.
E' questa, in un caso concreto, una delle ragione dell'autonomia: regolare in proprio materie di cui si ha maggior conoscenza e consapevolezza e non un astratto desiderio di produzione legislativa.
Di qui il mio regolare sdegno quando altri, anche da noi, vogliono traslare scelte dello Stato nel nostro ordinamento, svilendo originalità e intelligenza della nostra autonomia speciale.

Un tema fra due fuochi

Uomini e donne tra il pubblico presente all'incontro di HôneCredo che per ogni uomo che faccia politica esista una sorta di trappola in cui prima o poi si rischia cadere. Ma, prima di parlarne, una premessa su questo tema più volte trattato: la parità di genere e le azioni conseguenti per colmare le ancora numerose disuguaglianze tra donne e uomini. Argomento che torna spesso nelle discussioni e che è uno dei capisaldi del "politicamente corretto" con il rischio di usarlo male, perché quanto più una questione diventa un automatismo da inserire e più perde mordente nella realtà.
Penso a come la formula sia una sorta di prezzemolo in tutte le politiche comunitarie e di come la tendenza si concretizzi in varie e non sempre assonanti azioni positive a beneficio delle donne e del loro ruolo in politica e nella società. Mi riferisco, ad esempio, alle "quote rosa" nei meccanismi elettorali che garantiscano la presenza femminile o a obblighi di percentuali di donne negli organi societari delle aziende.
Ognuno si pone di fronte a questi temi con la propria cultura e le proprie convinzioni, oltreché con il precipitato delle proprie esperienze nella vita. Ho già scritto che per me non esiste davvero nessun pregiudizio nei confronti della parità, essendo quello dei medesimi diritti un fatto assodato nella vita privata e nell'attività pubblica. In ogni "persona", senza fare distinzioni preventive sulla base del sesso, ci sono dei pro e contro e nella sostanza trovo ridicoli certi schemi che dovrebbero imprigionare donne e uomini in classificazioni e prevenzioni. Un conto possono essere le reciproche battute di spirito, un altro conto è partire da un presupposto di mettere tutti sullo stesso piano.
Per questo la trappola è davvero nell'interlocuzione con un mondo femminile spaccato sul tema. Esistono quelle che ritengono che solo clausole compensative e di correzione degli usi e costumi agiscano verso la parità e altre che considerano queste scelte del legislatore come delle baggianate che finiscono per mortificare la donna, facendone una categoria protetta e dunque ammettendo l'esistenza di un handicap di partenza che vada colmato con apposite misure correttive.
Quando prendi partito, in genere su norme specifiche o casi concreti, basculando fra i due opposti estremismi, finisci per trovarti in difficoltà con le une o con le altre e il fatto che la verità sia nel mezzo suona spesso come una convenienza.
Ma quel conta alla fine non sono gli ideologismi ma la realtà e in una società come quella valdostana, dove il peso maschile esiste eccome nei livelli decisionali, il cambiamento - già ben presente nella società - si sta affermando con grande rapidità e ne sono lieto.
Di questo anche nell'UVP - oggi con troppi ténor uomini - bisogna avere consapevolezza.

Il turismo e la crisi

Leggo da autorevoli esponenti del mondo del turismo una loro viva soddisfazione per l'andamento della parte di stagione turistica che si è appena conclusa con l'Epifania «che tutte le feste porta via».
Sono contento se così è stato per almeni due ragioni. La prima è che le vacanze definite come "natalizie" sono un caposaldo della stagione invernale e una larga parte degli incassi derivano proprio da questo periodo così concentrato. La seconda è che le dichiarazioni in positivo rompono quell'impressione di lamentazione che ogni tanto emergeva in passato.
Quel che è certo, a fronte della crisi economica generale, è come l'industria del turismo sia davvero un settore sul quale puntare, pur sapendo quanto l'evoluzione climatica incomba come una minaccia e senza una nevicata giusta a inizio stagione si "tribola", come dimostrato dalle folli temperature primaverili delle scorse ore.

La vigilia

Io al tavolo dell'incontro di Hône con Elso Gerandin, Laurent Viérin e Luigi BertschyAlla vigilia del Consiglio Valle, nel quale - atto concreto e non più annuncio "extraparlamentare" - lascerò il Gruppo dell'Union Valdôtaine, sono obbligato oggi a guardarmi indietro per l'ultima volta, almeno in questi frangenti che sono molto coinvolgenti dal punto di vista emotivo.
Lo faccio con il rispetto dovuto per le istituzioni della nostra autonomia e senza alcun compiacimento: nella propria esistenza ci sono passaggi difficili da non sottostimare, ma neppure da drammatizzare. C'est la vie.
E tuttavia registro sulla scelta un interesse che va al di là della "rottura" come espressione di un gruppo, perché ho l'impressione che ci sia un'onda montante in una parte del popolo valdostano che travolgerà molte certezze e comporterà salutari cambiamenti, di cui mi sento fautore e compartecipe. A dispetto di chi mi vuole male!
Nato in una famiglia unionista e legata alle radici del Mouvement, mi trovai da ragazzino ad essere una mosca bianca perché della Jeunesse Valdôtaine. Poi, dopo anni di giornalismo che mi assorbirono completamente, la lunga galoppata in 25 anni, per nome e per conto dell'Union Valdôtaine e grazie alla fiducia degli elettori valdostani, nei diversi ruoli ricoperti, dove ho sempre cercato di fare tutto con l'impegno necessario. Sono stato fuori Valle, a Roma come a Bruxelles, il "valdostano" Caveri e la stessa passione l'ho messa qui in Valle.
Oggi sono a un punto a capo, frutto degli eventi e un giorno - a freddo come dovrà essere - racconterò per filo e per segno come e perché si sia giunti alla rottura, dolorosa ma necessaria. Non mi sento né «traditore»«vile» e qualunque altro epiteto arriverà lo accetterò volentieri, specie se conosco la caratura di chi lo pronuncia. Io da parte mia sono sereno e a posto con la mia coscienza, altri non so, ed alla fine non mi interessa.
Io ho idee, valori, speranze che non ritrovavo più nella vecchia casa in cui ho vissuto e lavorato per anni e in cui fatti e circostanze non mi consentono più di riconoscermi. Mi spiace e sono rispettoso con chi resta, ma pretendo di avere altrettanto rispetto e soprattutto,per favore, nessuna lezioncina morale!
Quel che conta ormai è il futuro e la certezza che un messaggio chiaro e coraggioso alimenti una nuova stagione.
Ad multos annos!

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