December 2012

«Sopire, troncare»

Cancelli anche nell'informazione?Si è molto discusso e molto si discuterà su di un aspetto in particolare delle vicende che riguardano oggi l'Union Valdôtaine e un confronto interno in corso, che assume un valore universale sul ruolo in gran fermento dei partiti nelle democrazie europee di fronte alle trasformazioni in atto.
Si tratta in sostanza del problema dell'equilibrio fra dibattito interno e cioè quell'insieme di regole, che attraverso gli statuti di cui ogni forza politica si dota, e l'opinione pubblica esterna nella mediazione dei mezzi d'informazione, compresi i social network come "Facebook" e "Twitter", che sfuggono oggi alla ben più nota perimetrazione del giornalismo tradizionale e al ruolo codificato del giornalista con le sue regole deontologiche da rispettare.
Le tesi che sembrano campeggiare sono due: una "tradizionalista" dice che tutto deve chiudersi e esaurirsi negli organi dei partiti in una logica di totale riservatezza, che consideri ogni comunicazione e apporto attraverso i media come una sorta di tradimento di regole del dibattito interno, e una seconda posizione "innovatrice", che segnala come questa circostanza di ambiti chiusi e impermeabili al mondo esterno sia una limitazione sempre più anacronistica proprio in un concetto di democrazia ampliato anche per la dialettica nei partiti.
Si tratta di un problema per nulla nuovo, che muta solo per la maggior velocità dei mezzi d'informazione e degli strumenti di Internet, che hanno posto nuovi confini, più dilatati.
Il mio pensiero è questo: il dibattito politico ha da sempre una dimensione pubblica che non può essere negata e ritenere oggi che esprimersi, proprio nell'epoca della rivoluzione digitale che ha allargato le possibilità di interazione fra partiti e popolazione cui essi si rivolgono, sia violare delle regole di segretezza sia una concezione vecchia del mondo politico e questo non ha nulla a che fare con le logiche di civile convivenza che certo devono sempre essere presenti. Un movimento politico non è né una caserma né una setta e lo sforzo di dare ai partiti nuove forme organizzative più fluide e meno ingessate corrisponde proprio al rischio, presente nell'Union Valdôtaine come per le forze politiche tradizionali, di arroccamento su forme organizzative - regolare da organi e da norme - che andavano bene in passato ma oggi rischiano di essere paludamenti che non corrispondono più alla società e alle sue evoluzioni.
Viene in mente la frase manzoniana "sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire". Questo atteggiamento non mi piace e diventa irrealistico se i partiti devono essere case di vetro e meccanismo di snodo indispensabile fra cittadini e istituzioni.
Altrimenti, rischiano di vincere forme di aggregazione incerte e cangianti, che usano demagogia e protesta come spina dorsale delle loro azioni in politica con dinamiche interne poco comprensibili se non opache. Io resto convinto del ruolo di partiti e movimenti, ma sapendo che quel che resta del passato va reso attuale, pena lo sbriciolamento delle strutture non più corrispondenti al mondo che cambia.
Per questo non bisogna arroccarsi a visioni non più legate alla realtà.

Era il 1961...

La mia tesi è nota: non bisogna vivere di nostalgie.
I ricordi vanno bene, la storia meglio ancora, ma quando si vive bisogna sempre guardare avanti. Non si può guidare un’auto con gli occhi sullo specchietto retrovisore.
Ci pensavo leggendo la voce "Valle d’Aosta" pubblicata sull’Enciclopedia Italiana della "Treccani" nel 1961, di cui fu autore il geografo Manfredo Vanni, che in poche righe riuscì, a mio avviso, a "fotografare" molti aspetti della nostra Regione e la lettura risulta interessante, oltre mezzo secolo dopo, proprio per misurare i molti cambiamenti intervenuti.

Il Natale da spennare

Mario Monti a tavolaNon vorrei rovinarvi la giornata non parlandovi, almeno per oggi, dell'appassionante storia recente dell'Union Valdôtaine (basterebbe mettere una webcam all'ingresso di Palazzo regionale per vedere chi va e chi non va in "udienza"), occupandomi invece di notizie riservate che mi arrivano da apposita "talpa" a Palazzo Chigi, corrotta a colpi di Fontina e di "bodeun" per fornire retroscena, di cui offro qui qualche esito che convincerà definitivamente qualcuno a espatriare in Svizzera.
Il premier Mario Monti potrebbe tassare il Natale e per avere qualche idea innovativa in merito è stata aperta una bella consultazione sul sito guadagniamopuredalnatale.it. Alle migliori proposte, come regalo, potrebbero arrivare a scelta: una statuetta napoletana da presepe con un Ministro tecnico a scelta, ritratto nella terracotta, oppure dei pezzettini di muri perimetrali del Colosseo appositamente numerati.
Sono in grado di darvi qualche anteprima su quelle che sono state considerate le idee più brillanti. Comincerei con tre proposte: la tassa sulla luce pulsante degli alberi di Natale con alcuni centesimi per ogni "acceso-spento"; vi è poi un piccolo prelievo al centimetro quadrato sull'uso del muschio naturale o artificiale per il presepe; infine una bella medaglietta da mettere al collo delle renne pagabile anche in monete d'oro e estensibile, per simpatia, a tutti gli animali domestici, tranne i pesci rossi.
L'eliminazione della solita letterina a Babbo Natale con numero verde con scatto alla riposta e tariffa al minuto con decreto legge retroattivo già non era stata molto gradita, ma ora sarà anche peggio con la tassazione una tantum per ogni suoneria dal carattere natalizio usata a partire da domani e lo stesso vale per l'implacabile "Taseo - Tassa auguri scritti e orali" che prevede appositi bollettini di pagamento per mail, sms, cartoncini, frasi gioiose, baci e abbracci sia sul Natale che sull'Anno Nuovo.
Per sfuggire all'astuta imposta sul pacco e sul fiocco è conveniente scambiarsi i regali senza alcun fronzolo, al massimo avvolti in carta di giornale, preferibilmente fingendo scontri per strada o lasciandoli su panchine in località concordate per non essere accusati di trucchi per evadere il Fisco.
I cenoni di Natale - sia vigilia che giorno stesso - sono vivamente sconsigliati per evitare che cibi e bevande possano consentire di risalire a evidenti distonie fra reddito e gozzoviglie. Consigliabile è predisporre menù di poco conto, meglio con piatti surgelati o con gli avanzi dei giorni precedenti oppure - opzione consigliata dal commercialista - una bella giornata di digiuno penitenziale, tanto per non sbagliarsi.
Scartata l'idea di tassare la partecipazione alla Messa di Mezzanotte per non dispiacere al Vaticano, resta credibile la possibilità di colpire i territori investiti da copiose nevicate, considerate un iniquo privilegio a svantaggio di tutte quelle zone d'Italia dove per clima o altimetria non nevica. La tassa sulla neve verrà calcolata al metro cubo o al metro lineare, sulla base di un'estrazione a sorte, ma la notizia della scelta non verrà comunicata al contribuente per fargli una sorpresa.

Il futuro del sistema autonomistico

Elso Gerandin durante l'Assemblea del 'Cpel'Prima faccio una premessa per non essere equivocato: da molti anni, prima che il tema diventasse alla moda, sostengo e ho lavorato affinché per il sistema comunale valdostano (comprese le "Comunità montane" cui bisognava cambiare il nome anni fa) proseguisse uno sforzo di aggregazione dei servizi e di risparmio sulle spese superflue. Sapendo che il cuore della democrazia locale è lì e per fortuna esiste una buona legislazione tutta nostra costruita a partire dagli anni Novanta. Certo, oggi con il vento della crisi, diventa più impellente uno scatto ulteriore.
Aggiungo un ultimo elemento e cioè che esiste un problema sociale prima che politico: la "taglia" dei Comuni non è banale, perché al di sotto di una soglia di abitanti la comunità rischia un'estinzione anche politica e economica e non bastano le leggi per garantirne la sopravvivenza.
Sono contento che i sindaci unionisti, sposando le tesi di Elso Gérandin e dei suoi travagli, abbiano indicato una linea, che è stata poi condivisa dal "Consiglio permanente degli Enti locali - Cpel" sul futuro dei nostri poteri locali. La soddisfazione deriva dal fatto che - ne parlo con qualche giorno di distanza - nell'Union si sono confrontate due linee e ha perso quella che personalmente avversavo. Potrei anche mettermi qualche medaglia, avendo parlato quando gli altri tacevano, ma non serve a niente, sempre che non ci sia il tentativo di modificare gli avvenimenti così come si sono prodotti. E annoto un dispiacere di fondo ancora più grande: penso di aver maturato sul tema, nei molti anni alla Camera dei deputati, una buona esperienza e non essere coinvolto per ora nella parte preparatoria della riforma mostra nel concreto di come il famoso "dialogo" è spesso solo fumisteria. Non lo dico per far la vittima, ma che nessun altro faccia la vittima per la semplice circostanza che certi diktat vengano contestati. Trattasi semplicemente della democrazia.
Dovendo riassumere quel che era il contendere: da una parte, posizione che ho condiviso, c'era chi riteneva intangibile la competenza statutaria primaria sull'ordinamento degli enti locali e dunque in questo solco chiedeva un confronto per avere una legislazione propria e originale. L'altra tesi, dai contorni incerti perché ne ho sentito diverse versioni, voleva applicare la legge dello Stato, nota come "spending review", in quattro e quattro otto.
Tutto ciò in un clima già brutto per i Comuni tra tagli e "Patto di stabilità" e con alcuni sindaci che avevano - parlo al passato ma dubito che la storia sia chiusa - guardato più a certe indicazioni da Palazzo regionale che ai propri Municipi (qualcuno lo ha fatto abbacinato dal seggio di consigliere regionale).
Ora, affermati i principi, ci vuole un testo, che immagino verrà varato dalla Giunta per arrivare in Consiglio, che su materia di questo genere non può essere solo tappezzeria.

I pericoli della montagna per i soccorsi

I soccorritori francesi all'operaFa paura come le notizie di cronaca appaiano e spariscano dalla prima pagina con un meccanismo talvolta cinico, come sta avvenendo non distante da noi Oltralpe per la tragedia della montagna che ha ucciso tre alpinisti italiani.
Scriveva poche ore fa il sito di "TF1": "«Aujourd'hui, il n'y a pas de recherches techniquement possibles», a déclaré la préfecture. Dimanche, une mauvaise météo avait déjà empêché la reprise des recherches. «La météo très défavorable empêche les vols d'hélicoptère, à cause du vent très fort qui souffle au Dôme des Écrins», a ajouté la préfecture. En outre, les expéditions par voie terrestre sont trop dangereuses en raison des forts risques d'avalanche.
La préfecture n'a pas souhaité s'exprimer sur un éventuel arrêt des recherches. Elle a seulement précisé que le préfet des Hautes-Alpes tiendrait  prochainement un point presse sur l'état des recherches, vraisemblablement mardi matin"
.
A questo vero e proprio necrologio segue un breve riassunto dei fatti, che riassume il senso della dolorosa vicenda: "Depuis le déclenchement de l'alerte lundi dernier, de nombreuses recherches en hélicoptère ou par voie terrestre ont été lancées, pour tenter de retrouver les trois alpinistes. Mais toutes sont restées vaines. Originaires du nord de l'Italie, les trois hommes sont âgés de 31, 32 et 49 ans. Il s'agit de Damiano Barabino, cardiologue à Gênes et alpiniste chevronné, Francesco Cantù, chef du département de cardio-chirurgie à Lecco et Luca Gaggianese, instructeur au club alpin italien de Milan, a aussi confirmé la gendarmerie. Partis le dimanche 25 novembre au matin du Pré de Mme Carle, dans les Hautes-Alpes, ils ont réalisé avec succès l'ascension de la Barre des Écrins (4.102 mètres) par la goulotte Gabarrou-Marsigny, une voie glaciaire de 1.250 mètres de long cotée extrêmement difficile".
Poi è successo quel che è noto: forse per un calcolo sbagliato dei tempi d'arrivo del fronte del maltempo rispetto alla durata della scalata, si sono trovati in difficoltà e presumibilmente sono morti a causa del gelo e della spossatezza. I soccorritori non hanno lasciato nulla di intentato sino alla constatazione che la pericolosità delle ricerche non corrispondeva più alla ragionevole speranza di trovare ancora qualcuno in vita.
In pochi e a mezza voce, perché non è mai facile farlo, hanno detto quel che andava detto: non è possibile che con le possibilità odierne di seguire la meteo ci possano essere ancora tragedie di questo tipo, che pesando sulle famiglie straziate degli alpinisti e accrescono il rischio professionale di chi lavora nel soccorso alpino. Specie quando si parla di alpinisti esperti, come avvenuto in questo caso, e dunque a conoscenza dei pericoli quando ci si trovi bloccati a certe quote in mezzo alla bufera con temperature sopportabili per un tempo limitato.
E' un problema serio questo del rapporto tra alpinisti in difficoltà e loro soccorritori e non è solo una questione di costi e di polizze assicurative. L'alta montagna resta, pur con le attrezzature giuste e le tecnologie oggi a disposizione, un luogo ostile perché soggetto a condizioni del tempo che possono diventare estreme e pericolose in pochi minuti e durare per giorni e giorni. Gli elicotteri sono gli unici mezzi che consentono tempi rapidi di interventi medicalizzati che salvano la vita di chi si trovi in difficoltà, ma quando non possono decollare tutto diventa più difficile e quando gli scenari sono pericolosi il rischio negli interventi delle squadre di salvataggio rischia di sommare tragedia a tragedia e questo pone dei problemi seri nelle scelte di chi coordina i soccorsi.
Per molto tempo si è parlato del soccorso alpino per i suoi complessi meccanismi tecnici, oggi ormai sono necessari anche protocolli etici che dicano con chiarezza sino a dove è ragionevole spingersi di fronte ai pericoli della montagna per salvare delle vite o recuperare dei corpi.

Questa maledetta crisi

La Regina Elisabetta durante la visita alla 'London School of Economics'Ti guardi attorno qui da noi per facilità d'orizzonte, esamini poi il "caso italiano" e il quadro recessivo, osservi l'Europa e la sua lentezza decisionale e pensi a questo mondo, ancora piu vasto, così complesso e intrecciato. La logica è quella di una parola già desueta, che è stata "glocal", che in questo caso rappresenta una fregatura globale e locale che viaggiano di pari passo. Un effetto domino che abbiamo visto tutti applicato ad un'economia che ha minato tutto il resto.
E ci si chiede: allora questa crisi? La domanda, dopo aver dominato purtroppo per anni la scena, è diventata quasi un tabù nelle chiacchiere quotidiane. In sostanza mettere la sordina è stato un modo per esorcizzare questa maledizione, la cui coda è diventata talmente lunga da stufare.
Anche io ho finito per scriverne poco ultimamente, come se questa crisi fosse simile ad una malattia incurabile, cui ci si è tristemente abituati e se parla sottovoce. Anzi, una malattia contagiosa di cui vergognarsi e che finisce per diffondersi dappertutto e preoccupa, angoscia e percorre le nostre vite e tutta la società, facendo vacillare anche certezze e tranquillità e proponendo una situazione d'incertezza che non molla l'osso.
Ieri un amico imprenditore mi diceva due cose. La prima: «i miei dipendenti hanno già speso la tredicesima ancora prima di averla ricevuta ed è un brutto segno, perché non è mai successo». La seconda: «io non vedo ancora nessuna luce in fondo al tunnel buio in cui siamo, ma qualche percezione che le cose possano migliorare, forse».
A tutti sarà capitato di sentire storie così in cui la quotidianità pesa più dei grandi scenari dell'economia internazionale. Ricordo come la Regina Elisabetta, in visita alla "London School of Economics" nel novembre del 2008, quando era esplosa la crisi, apostrofò i professoroni con un micidiale: «Come è possibile che nessuno si sia accorto che stava arrivandoci addosso questa crisi spaventosa?».
Oggi, guardando a noi, penso alla disoccupazione, mai così alta in Valle d'Aosta, che percorre ogni famiglia e scuote in particolare i giovani, sommando scoramento allo scoraggiamento generale. Mi riferisco alla rete di tagli dovuti alla forbice fra riduzioni varie al nostro riparto e la trappola del l'impossibilità di spendere il denaro per il "Patto di stabilità". So che è una solfa già nota, ma se morde già adesso in Valle questo dimagrimento improvviso della spesa pubblica le cose peggioreranno ancora nei prossimi anni ed è bene che si sappia.
Pessimista? No, dovessi dire penso davvero che, malgrado le difficoltà non siano finite, il peggio sia passato e si debba guardare avanti costi quel che costi.

Il mio compagno di banco

Laurent Viérin seduto tra i consiglieri unionistiFa strano, quando sei stato per anni seduto sulla sedia dell'Esecutivo, tornare al banco da consigliere semplice. Non è solo questione di cambio di prospettiva o di chissà quale "diminutio", ma è una diversità di impegno e, per così dire, di status. Abituato ad andare veloce e a essere occupatissimo. devi adattarti ad altri ritmi e ad impegni differenti e questo ti consente anche di essere meno chiuso negli uffici e nel circuito delle manifestazioni ufficiali.
Per cui, essendoci passato con un mio percorso pur diverso, capisco bene cosa provi in queste ore Laurent Viérin, ora mio "compagno di banco" al centro dell'emiciclo del Consiglio Valle e ieri ci siamo fatti compagnia. L'ho ascoltato in presa diretta nelle sue spiegazioni di perché abbia dato le dimissioni e l'ho trovato convincente e deciso, sapendo che non è facile farlo con un presidente della Regione come Augusto Rollandin, che ha il suo "caratterino".
Conosco Laurent da tanti anni per le frequentazioni con suo padre Dino e con i suoi figli, Nicholas e appunto Laurent, che ha fatto la gavetta nella "Jeunesse Valdôtaine" con grande vivacità e ho condiviso con lui bei momenti di "formazione politica", avendo sempre considerato un dovere degli eletti trasferire ai più giovani le proprie conoscenze, che altrimenti sarebbero accumulazione sterile se non fruttassero qualcosa per le nuove generazioni. Poi per lui c'è stata una sorta di staffetta padre-figlio in Consiglio. Con me è infine è diventato assessore, confermato in questa Legislatura.
Non è facile in politica essere sulle tracce di un padre importante, perché ci sono certamente vantaggi, ma anche il rischio di un continuo e difficile confronto con chi ti ha preceduto. Per me questa circostanza, con mio zio Severino, è stata solo positiva e non ingombrante, avendo cominciato io dieci anni dopo la sua morte e senza nessun passaggio diretto con i problemi connessi.
Laurent, di cui sono stato pure controrelatore nella discussione della tesi di laurea dedicata alle minoranze linguistiche, ha saputo creare uno spazio proprio, dimostrando una sua personalità e nessuno oggi gioca con dei raffronti. Qualcuno al massimo può fare delle battute, ma per chi fa politica avere qualcuno che giochi a far la "satira" - e il termine è pure nobile se comparato a tante scemenze - è come subire una malattia professionale.
Oggi si trova - alla stessa età di Matteo Renzi, il "novatore" del Partito Democratico - ad un "punto e capo" della sua vita, dopo aver lasciato la Giunta Rollandin per motivazioni note che conosco e di cui condivido la logica. Quel che mi colpisce in positivo è come quell'appello alla libertà d'espressione che ha rivendicato in questi giorni gli abbia dato un senso di grande serenità. Credo che questo avvenga anche per gli attestati di stima e di solidarietà che ha avuto e che io stesso ho avuto per essere finito con lui, a minor titolo, fra i famosi "dissidenti", che poi sono persone che nell'Union Valdôtaine hanno posto problemi di metodo e di contenuto e non per il gusto astratto di essere "rompiballe" o per chissà quale giochino di potere o per mal di pancia personalistici.
Laurent condivide in queste il mio pensiero: non è pensabile che certe riflessioni possano essere ridotte a logiche tra "guelfi" e "ghibellini" (genere "rollandiniani" contro "vieriniani"). E' qualcosa di molto più profondo di una "guerricciola" come sarebbe uno scontro per posizioni, sedie e spazi di comando. Esistono valori, ideali e speranze che non possono essere chiusi in una "camicia di forza" con confronti inesistenti o pilotati. La posta in gioco, in quest'epoca difficile e piena di paure, renderebbe misere visioni anguste e banali, per cui condivido una logica di respiro che fissi capisaldi di un dibattito cruciale che non è guerra di posizione ma ricerca di soluzioni vere e concrete per problemi reali.
Il resto non mi interessa.

Sempre e solo Berlusconi

Silvio BerlusconiChissà in queste ore convulse per la politica italiana e le notizie fresche di stampa che cosa non capiterà nel "Transatlantico" di Montecitorio, la vasta anticamera di fronte all'aula della Camera, dove per anni ho compartecipato ai "passi perduti" della politica italiana. Immagino l'ebollizione in atto, fra una chiacchiera e un retroscena, dopo la scelta improvvisa del Popolo della Libertà di "mollare" Mario Monti per ragioni varie, che ineriscono ancora e sempre i problemi di Silvio Berlusconi.
Il Cavaliere è entrato e uscito di scena più volte in modo apparentemente solo capriccioso come una vecchia diva, accreditando la tesi semplicistica di un'emotività da persona anziana che non vuole assistere al proprio declino politico, ma poi spuntano problemi d'incandidabilità, la legge elettorale da non cambiare, le alleanze con la Lega e - sempre presenti - gli interessi del Gruppo per il mai risolto "conflitto d'interessi", esacerbato dalla crisi dell'impero televisivo che rischia di affondare con conseguenze evidenti per lui e per i suoi eredi.
Così si profilano elezioni anticipate e nel PdL si apre una crisi senza precedenti con un "fuggi fuggi" che si accentua in queste ore, dopo uno stillicidio di abbandoni anno dopo anno di molti fedelissimi, con un Capo sempre più solo, al di là dei soliti noti della sua "Corte dei miracoli", che scodinzolano per opportunismo o per disperazione e che plaudono all'incredibile ritorno e alla cancellazione delle primarie che il Cavaliere ha sempre avversato per la semplice ragione che il partito è suo e ne fa quel che vuole come con un proprio giocattolo.
Un passaggio significativo per la politica italiana in perenne transizione e una fonte d'imbarazzo per l'Union Valdôtaine e io - che avversai questa alleanza con il PdL in Regione - assisto al concretizzarsi di molte di quelle profezie che allora motivarono il mio "no" e che si sono puntualmente verificate, dimostrando una cosa semplicissima: si è trattato di un errore, punto e basta e sarebbe ora di prenderne atto, al posto di baloccarsi su nuove tappe dell'alleanza in questo scenario di rovina per il centrodestra. Considero questo passaggio vitale per la sopravvivenza di un Mouvement obbligato a tornare a regole di condivisione e di dibattito interno per evitare, nel proprio piccolo, vicende simili al tramonto del berlusconismo.
Tornando alla politica italiana, intendiamoci: se anche si dovesse votare in Italia prima della scadenza naturale non vedo drammi epocali e risulta un po' grottesca l'affezione improvvisa per il Governo Monti, il cui patrimonio di popolarità è stato largamente speso in questo anno per colpa di politiche di tagli feroci e di scelte antipatizzanti e di una dubbia efficacia di governo.
Vedremo cosa capiterà e bisogna farlo con serenità e guardando alla politica e non ai dettati della Borsa.
Come sempre: chi vivrà vedrà.

La misteriosa P25

Un raduno di 'Babbi Natale'Io penso che in questo bailamme, che ci offre le certezze di una bussola impazzita, ci si debba attaccare a dei punti fermi per non essere trascinati via dal vento procelloso degli eventi. E' così: ci vuole sempre qualcosa cui ancorarci per non perdere mai la speranza e questo comportamento è quel che ha salvato la nostra curiosa specie animale, consentendole il posto privilegiato che occupiamo nel complesso della Natura cui apparteniamo.
E' ora, da questo punto di vista, di aguzzare il nostro ingegno rispetto ad una delle massime espressioni di revisionismo storico, che prendiamo ormai per buona, come se si trattasse di un lasciapassare obbligatorio nel cammino verso l'età adulta, cui non si può derogare.
Mi riferisco alla notizia, che ci viene fornita ad una certa età o di cui noi stessi finiamo per convincerci da soli, che Babbo Natale non esista e sia solo un'invenzioni benevola "usa e getta" da lasciare nei ricordi infantili.
E' vero che la mia generazione ha vissuto, come in un'età di mezzo, una duplicità di interlocutori: uno, su cui non mi permetterai mai di scherzare, era quel Gesù bambino nella culla del presepe, che veniva indicato come uno dei latori delle aspettative dei doni natalizie, quando il Natale "pagano" non aveva ancora preso il sopravvento in questa materia; l'altro - creatura per nulla legata alla fede - era la presenza fantasiosa e fumettistica, direi commerciale in senso buono, che - pur derivando anch'esso dalle tradizioni cristiane - ha finito poi per essere, specie con l'iconografia del disegnatore della "Coca-Cola", quel vecchio panzone del Babbo Natale con la barba bianca e un vestito rosso glamour.
Ebbene su quest'ultimo, ad un certo punto della vita, cade la ghigliottina e ogni bambino si arrende all'evidenza di familiari imbroglioni che si sono nascosti per anni dietro ad una messa in scena che andava dall'ordinazione con missiva apposita faticosamente scritta al pacco aperto con il batticuore di fronte a loro, i veri colpevoli. Questo choc ci segna per il futuro e apre una ferita nei rapporti con i nostri idoli negli anni infantili, vale a dire i nostri genitori. Quando Babbo Natale sparisce di scena, purtroppo con ignominia come un fantasma che svanisce, si crea un effetto a catena e sono rari i coetanei che restano a difendere Babbo Natale con un'ultima, disperata e ammirevole resistenza.
Questa rivelazione crudele, scalino lungo la scala dell'affrancamento dalla bambagia in cui veniamo avvolti da bambini, non corrisponde al vero. Si tratta di una convenzione sociale nata per distruggere un mito e rompere un tabù e questo dolore che ci infliggiamo da bambini, da genitori e da nonni non andrebbe più accettato e direi che è ora di spezzare certe catene.
Babbo Natale esiste. Non vive al Polo Nord, non ha elfi che lavorino per lui, non si veste come Platinette, la slitta volante e le renne sono una balla e anche la storia delle letterine non è veritiera nelle modalità che ci sono state rappresentate.
Babbo Natale non è uno solo, sono un numero notevole di aderenti alla misteriosa "P25", un'organizzazione segreta a fin di bene, che da secoli agisce per organizzare i regali natalizi. Mentre si perde tempo con i Templari, i druidi, gli Ufo, gli Yeti e altre storie sarebbe bene che finalmente una Commissione d'inchiesta parlamentare alzasse il velo su questo mondo misterioso di persone grigie e anonime che, con una macchina oliata e funzionante, senza calarsi nei camini e pretendere latte e biscotti, riforniscono i bambini quel 25 dicembre che risulta nella sigla della loro associazione.
Per cui guardatevi attorno: basta uno sguardo, un gesto, una carta da pacchi, una lista sospetta in un file per scoprire il "babbo natale" (usiamo ormai il minuscolo) che vive o lavora vicino a voi. Un trucco potrebbe aiutarvi: gridare a squarciagola, mentre il sospetto è di schiena, la parola «Natale!».
Se si girerà, avrete la certezza: beccato!

La legge non... ammetterebbe ignoranza

Qualche giorno fa, per lavoro, ho partecipato - era la prima volta in vita mia - ad un corso sulla sicurezza.
Un'esperienza interessante che ti apre delle prospettive diverse sui molti gesti quotidiani che ciascuno di noi compie ormai con un evidente automatismo e questo non è sempre un bene, perché basta poco per trovarsi in situazioni quantomeno sgradevoli.
Non che fossi del tutto digiuno della materia, essendomene in parte occupato a Roma e a Bruxelles in un passato ormai remoto dalla parte del legislatore e non di chi se ne deve occupare e ne è soggetto, tenendo conto proprio che molte delle norme sono derivate nel diritto interno da direttive comunitarie. Tuttavia studiare la legislazione, le procedure gestionali di sicurezza, i regolamenti e le "schede mansioni" è un altro paio di maniche.

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