July 2012

Inglesi e scozzesi

David CameronDavid Cameron, il declinante leader conservatore inglese, ha aperto in queste ore - con un tempismo degno di miglior causa - alla possibilità che gli inglesi scelgano se restare o abbandonare l'Unione europea.
Questo referendum avverrà, secondo il Premier inglese, «quando i tempi saranno maturi» e potrebbe chiudere il travagliato rapporto del Regno Unito con le istituzioni europee nato con l'ingresso degli inglesi nell'allora "Cee" nel 1973.
Non mi stupisco affatto della notizia: l'euroscetticismo esiste nel "dna" degli inglesi, come ho avuto modo di sperimentare nella mia attività a Bruxelles e negli incontri politici che nel tempo ho avuto nel Regno Unito. Certo, più evidente negli esponenti conservatori e in quelli ultraconservatori (tipo Partito Nazionale Britannico che ha due parlamentari europei), ma vi assicuro che un referendum metterebbe in difficoltà laburisti e liberali (i più europeisti). Comune direi è la contrarietà ad un termine che non piace in Inghilterra: federalismo.
Per altro basta pensare alla paura che la stessa parola incute ai nostri vicini francesi per capire quanto il vecchio nazionalismo degli Stati sopravviva.
E come, proprio per converso, il nazionalismo "buono" e non giacobino dei piccoli popoli senza Stato, come può essere per la Valle d'Aosta, debba credere nel federalismo come unica forma di garanzia reale per far convivere l'enormemente grande e l'infinitamente piccolo.
Per questo tifo per gli indipendentisti scozzesi - oggi al governo e resi più forti dalle risorse petrolifere - che chiedono un referendum per il loro Paese, che dovrebbe tenersi nell'autunno del 2014. Se indipendenti, gli scozzesi - proprio come garanzia contro l'Inghilterra - chiederebbero di aderire all'Unione europea.
Insomma a Cameron si potrebbe dire: «chi la fa, l'aspetti».

Dalle stelle alle stalle

Il quarto gol della Spagna all'ItaliaHo guardato ieri sera la partita della finale degli Europei di calcio: in campo Italia e Spagna. L'ho fatto volentieri, perché una serata di questo genere è sempre un'occasione simpatica e l'ho vissuta con i miei due figli più grandi. 
Era facile l'allusione, diventata un tormentone nelle ore precedenti, a due Paesi accomunati dai guai di un economia zoppicante che si riscattano grazie al pallone, specie contro i tedeschi - i grandi sconfitti - che nella vulgata da spiaggia sono al minimo storico di popolarità in quell'intreccio fra sport e politica dei sempre presenti opinionisti da ombrellone.
Nel villaggio dove mi trovo in vacanza avevano allestito per l'occasione un maxischermo in un "Palatenda", dove si sono accalcate le persone le più varie, com'è normale che sia in un luogo come questo, dove si trova un concentrato di varia umanità.
Quando è partito l'inno di Mameli un gruppo di ultras ha invitato la platea in attesa ad alzarsi in piedi: molti hanno cantato con la mano sul cuore. Un afflato patriottico che è scemato pian piano sino a crollare al terzo dei quattro gol finale inflittoci dagli spagnoli. A quel punto i "patrioti" più caldi nelle premesse sono usciti senza aspettare la fine della partita, pronunciando frasi assai prevedibili all'indirizzo degli azzurri che da eroi iniziali si sono trasformati, nel breve volgere di una novantina di minuti, in una squadra di mentecatti.
Non dico poi il trattamento per il presidente del Consiglio Mario Monti, già fischiato nell'inquadratura iniziale in tribuna - nel distinguo fra calciatori ammirati e Governo odiato - e che è finito peggio con motteggi vari sul suo essere "menagramo".
Il "nazionalismo pallonaro" non mi stupisce. Dai tempi delle antiche Olimpiadi le rivalità agonistiche accendono scontri nazionalistici in barba alla retorica sui valori universali dello sport. Stupisce, però, che il patriottismo italiano resti un fenomeno imberbe perché per molti legato in modo esclusivo agli "Azzurri" e alle loro prestazioni sportive.
Così se si vince il tifo esplode con bandiere e cori, se si perde la delusione cancella tutto con buona pace della sportività e di quel senso identitario che molti collegano solo con il risultato della partita.

Le attese per Maroni

Roberto Maroni diventa il Segretario della Lega, mentre Umberto Bossi è acclamato - roba da fare gli scongiuri - Presidente a vita.
Il leader fondatore esce così di scena, vittima del "cerchio magico" e cioè di familiari e amici profittatori e arruffoni (se arraffoni lo diranno i processi). Ho raccontato di come lo abbia conosciuto nel lontano 1987 e di come da simpatico bauscia pieno di energia e di voglia di fare sia diventato nel tempo  un leader dispotico e capriccioso. Partito per conquistare Roma è stato conquistato dalla logica trasformista e manovriera della Capitale, specie con quell'abbraccio mortale quale reggicoda del berlusconismo fra interessi e poltrone d'oro. Una parabola discendente che suona come esemplare nel destino che così si è compiuto.

Le attese per Maroni

Roberto Maroni diventa il Segretario della Lega, mentre Umberto Bossi è acclamato - roba da fare gli scongiuri - presidente a vita.
Il leader fondatore esce così di scena, vittima del "cerchio magico" e cioè di familiari e amici profittatori e arruffoni (se "arraffoni" lo diranno i processi). Ho raccontato di come lo abbia conosciuto nel lontano 1987 e di come da simpatico "bauscia" pieno di energia e di voglia di fare sia diventato nel tempo un leader dispotico e capriccioso. Partito per conquistare Roma, è stato conquistato dalla logica trasformista e manovriera della Capitale, specie con quell'abbraccio mortale quale reggicoda del berlusconismo fra interessi e poltrone d'oro.
Una parabola discendente che suona come esemplare nel destino che così si è compiuto.

Per cortesia

Una metafora della gentilezza"Cortesia" è un termine antico che viene dall'occitano. Non a caso i troubadours (Citazione: "emprunt à l'ancien occitan trobador, "celui qui trouve des vers"; du latin impérial tropus, changement de sens") sono stati definiti i poeti dell'"amor cortese" e basta citare le scritte sui muri del castello di Issogne per immaginarceli in carne ed ossa in giro per i nostri castelli a dar spettacolo.
Da vocabolario dunque possiamo evocare il significato antico: "complesso di qualità che, nell'educazione cavalleresca del medioevo, costituivano una caratteristica dell'uomo di corte: Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori..." (Ludovico Ariosto).
Mentre oggi siamo più prosaicamente a: "Gentilezza di modi nei rapporti con altre persone, affabilità".
Più invecchio e dunque più ho girato il mondo e più mi sono convinto - lo ero già quando ero assessore al Turismo - che alla fine quella della cortesia è una chiave di lettura indispensabile dell'ospitalità turistica. Si tratta di un punto dirimente che ti consente di fare in modo che l'accoglienza abbia un valore aggiunto che non costa e che non dovrebbe aver bisogno di troppi corsi di formazione. Basta essere educati e disponibili. E' sufficiente un gesto, un sorriso, una spiegazione, una disponibilità.
Mi fa sorridere delle volte l'idealtipo del montanaro, quando lo si descrive come ruvido ma corretto, introverso ma generoso e via di questo passo. Sembra di rileggere certi passaggi del "bon sauvage" di Jean-Jacques Rousseau, quando invece noi valdostani sappiamo benissimo che ognuno ha il proprio carattere e chi conosce l'"arcipelago" delle nostre vallate, simili appunto ad isole, sa che alla fine, accanto all'umanità che ci accomuna, ci possono essere tratti o costumi distintivi, ma il prototipo è un azzardo.
Per cui non esistono alibi per chi non voglia essere cortese con chi viene in Valle e neppure per chi non lo è nei nostri rapporti interpersonali "intra moenia", perché la cortesia è una sola.

Non capisco e non mi adeguo

Enrico Bondi con Mario MontiNon sono mai stato ostile al Governo Monti e la sua funzione emergenziale era stata l'evidente contraltare ai postumi del berlusconismo.
La "medicina amara" dei tecnici al governo era una necessità perché incombeva sull'Italia il disastro del fallimento, con l'Unione europea che "gufava" e questo stato di cose andava a tutti i costi disinnescato.
Certo che, mese dopo mese, la sensazione si è fatta sempre più sgradevole. La "coda di paglia" generalizzata dei partiti, specie per le colpe condivise di un sistema giunto a un passo dal baratro, ha consentito ai "tecnici" di smontare i meccanismi di controllo del Parlamento. La regola ordinaria è diventata la decretazione d'urgenza con annessi voti di fiducia e la democrazia rappresentativa è sparita dall'orizzonte. Sulla democrazia locale - Regioni e Comuni - è caduta e cadrà una ghigliottina cieca e sorda con l'unica logica di tagliare, tagliare, tagliare senza reale condivisione.
Anche in questo caso la logica è stata che "la casa brucia" e dunque per spegnere l'incendio non si può andare troppo per il sottile. Amen.
Sulle autonomie speciali, antipatiche al resto d'Italia per i loro "privilegi", la scure è calata con violenza ancora più forte e persino con un certo compiacimento di chi finalmente può fare un lavoro sporco senza tante balle. Che poi, in soldoni, sarebbero le regole fissate dalla Costituzione e dagli Statuti d'autonomia. Ma i tecnici, a sirene spiegate, si sentono autorizzati a viaggiare senza rispettare il codice della strada. Chi critica è un irresponsabile e non capisce che il Far West è giustificato per sopravvivere al periodo eccezionale. Conoscendo alcuni membri del Governo e stimandoli davvero, sono stupito che si prestino.
Dopo le manovre "lacrime e sangue" e una tassazione senza eguali nella storia della Repubblica, spunta la soluzione finale, anch'essa da prendere o lasciare senza se e senza ma, chiamata "spending review", perché "mazzata finale" sembrava inelegante.
Io non capisco e non mi adeguo e penso che sarebbe bene fare il punto e non spaventarsi di fronte a prospettive elettorali che chiariscano programmi e proposte da sottoporre agli elettori. Ogni altra scelta prorogata nel tempo, in assenza di mandati elettorali precisi, a me puzza di autoritarismo e io sono e resto un libertario. Lo scrivo dall'ottica che mi è propria: quella di un autonomista valdostano che non può accettare mai disprezzo e sottovalutazione dell'autonomia speciale, forma di tutela particolare della nostra comunità.
Se viene meno questo insieme di regole nel rapporto con lo Stato, allora si deve riaprire la discussione, perché subire è l'anticamera della sconfitta.

La rivoluzione dei vecchi

Anziani al mareQuando ero bambino e poi ragazzo, erano rare le persone anziane che al mare andassero in spiaggia. Lo dico con cognizione di causa perché dai sei mesi ai vent'anni ho passato la gran parte delle mie estati a Imperia, città di origine di mia madre Brunilde (le sue sorelle Floriana e Agostina dimostrano l'originalità dei nomi di battesimo).
Gli anziani non amavano mostrarsi in costume e chi veniva al mare lo faceva quasi con un intento terapico che fossero le sabbiature, l'esposizione al sole o i bagni in mare. Il mondo degli stabilimenti balneari era fatto per i giovani, gran maggioranza in epoca di "baby boom".
Sensazione che mi ha accompagnato quando ho cominciato ad andare in vacanza da solo, specie al "Club Med", luogo di divertimento e di una trasgressione all'acqua di rose. Anche in quel caso erano i giovani i protagonisti e le rare persone di una certa età correvano il rischio di apparire come dei reduci di un'età che non era più la loro.
Oggi un qualunque villaggio vacanze mostra l'evoluzione demografica, con una società fatta da una maggioranza di categorie di età sempre più avanzate e questo ha coinciso con un profondo cambiamento nel costume. La vecchiaia si sposta più in là con l'aumento della possibilità di vita, i pensionati di certe generazioni sono quelli che hanno solidità finanziaria e capacità di spesa, gli anziani hanno smesso i panni dei vecchi di un tempo e anzi si afferma un giovanilismo senza steccati e una scocciatura verso i modelli imposti un tempo verso la categoria del "vecchio", quando uno della mia età odierna aveva già varcato le porte della vecchiaia come dimostrato dalla letteratura del passato.
Questa è una delle rivoluzioni vere della nostra epoca, che influenza profondamente la nostra società e pure la politica. Non a caso nessun "giovane" è ministro nel Governo Monti e la televisione è fatta in prevalenza dagli stessi personaggi di quando ero ancora giovane!

La crisi dell'industria

Il presidio dei lavoratori della 'Olivetti I-Jet' ad AostaLa chiusura della "Olivetti I-Jet" viene in questi giorni duramente contestata dai lavoratori della fabbrica di Arnad. E - caso raro - si è aperta una polemica sugli accordi fra impresa e sindacati confederali da parte dei partiti di centro-sinistra che ritengono che ci sarebbe stata troppa acquiescenza nel «chiudere la trattativa», come si dice in sindacalese.
La sostanza sarebbe che le nuove tecnologie sfruttate nello stabilimento, immagino nel solco dello sviluppo delle testine a getto per le stampanti che per anni sono andate per la maggiore, reggerebbero il mercato e dunque la chiusura sarebbe ingiustificata e, oltre a chiudere l'ennesimo pezzo di storia rimasta di "Olivetti" e danneggiare chi ci lavora, mortificherebbe quella parte di ricerca finanziata anche dai fondi della Valle d'Aosta.
Posso testimoniare che più volte negli anni si era parlato di chiusura d'Arnad e dunque chi fa lo stupito è fuori posto, ma ogni volta il pericolo si era allontanato. Ora, invece, la chiusura c'è stata e riporto il comunicato ufficiale dell'azienda - straordinario del suo linguaggio - del 1 giugno: "Olivetti, preso atto dell'inarrestabile e sempre più accentuato calo del mercato dei fax e della contestuale difficoltà di raggiungere, in tempi economicamente compatibili, risultati apprezzabili nei settori di mercato adiacenti dove la tecnologia i-Jet avrebbe potuto essere utilizzata, ha deciso di cessare le attività industriali e commerciali nel settore e ha avviato l'iter per la liquidazione della sua controllata "Olivetti i-Jet". La decisione si inquadra all’interno del piano di riposizionamento di "Olivetti" sul mercato dell'Information Communication Technology, avviato negli ultimi anni, che ha visto la Società proporsi in misura sempre più rilevante come solution provider nei settori tecnologicamente più avanzati di tale mercato. L'evoluzione della nuova offerta richiede peraltro una forte focalizzazione e la necessità di concentrare su di essa tutte le risorse disponibili"
E' triste da dirsi ma non mi stupisco della scelta, perfettamente in linea con la storia - tutta italiana - specie dagli anni Novanta in poi del declino e dello smembramento dell'Olivetti. La "Telecom Italia", oggi azionista di quel che resta della fu multinazionale eporediese, è un esempio plastico del capitalismo all'italiana: leggerne la storia è avvincente come un feuilleton. Contano più gli svolazzi finanziari, fra cordate e contro-cordate spesso in ambienti opachi, che le realtà produttive.
Nel caso della Valle d'Aosta si chiude così un lungo sodalizio con l'Olivetti che diede anche frutti importanti, ma soprattutto prosegue un fenomeno di crisi industriale e di difficoltà di re-industrializzazione delle aree dismesse - da Aosta a Pont-Saint-Martin passando per Châtillon e Verrès - che deve farci riflettere su politiche e strumenti (comprese le partecipate) di cui ci siamo dotati.

Tanto per sorridere

Eugenie, Alexis e LaurentSo di essere nato di otto mesi alle 20.10 del giorno di Natale  e che pesavo due chili e tre etti. Del mio percorso di neonato restano vecchie ma bellissime foto in bianco e nero dal battesimo in poi.
Ho notizie per il resto vaghissime dei miei primi anni di vita e di quelle tappe del genere dentizione, linguaggio, primi passi. Penso che in una società con tanti bambini (giorni fa parlavo dell'attuale "piramide rovesciata": tanti vecchi, pochi giovani) in fondo ci fosse meno attenzione specifica e continuativa  per i neonati. La famiglia allargata era ben diversa da quella nucleare.
Oggi, anche grazie alla maggior facilità di fotografie e filmati con l'uso di un semplice telefonino, al neonato è garantita maggior memoria di tutti i passaggi della crescita. Ci pensavo in questa settimana di vacanza con i miei figli nella quale uno dei divertissement sono stati i progressi linguistici del piccolo Alexis, che sta per giungere al diciannovesimo mese.
Essendo che i suoi nonni sono entrambi morti, è apparso quanto meno singolare che fra le prime parole pronunciate fosse spuntato l'inaspettato termine «nonno» (tralascio una storiella piuttosto esoterica che piacerebbe agli spiritisti). In una rozza spiegazione genitoriale, i due scomparsi - Sandro ed Ernesto - sono stati geograficamente situati in cielo. Per cui ogni tanto il pargolo indica con un dito rivolto verso il cielo la collocazione del «nonno»
La vicenda è stata complicata da un'insana passione del piccolo per gli elicotteri, la cui apparizione in cielo è oggetto di grande agitazione e piacere sino alla scomparsa del velivolo, accompagnata dalla giusta annotazione «via!» perché se n'è andato e dal meno probabile «nanna» ad indicare che l'elicottero è sparito all'orizzonte perché è andato a dormire. L'elicottero, con il suo insieme contorto di vocali e consonanti, è stato semplificato in «cocco» e il fatto che i nonni siano in cielo dove spunta il «cocco» ha creato un'associazione di idee che lascia intendere che i progenitori siano finiti sull'elicottero.
A complicare le cose ci ha pensato l'Antoniano di Bologna, perché nel compact disc dello "Zecchino d'Oro" risulta il celebre brano «Il coccodrillo come fa?», filastrocca sui versi degli animali. Al «cocco» inteso per "elicottero", ora si somma il «cocco» per "coccodrillo", cui - per creare una storia sempre più assurda - si aggiunge la scoperta, resa manifesta dall'urlo in spiaggia del venditore del «cocco bello!», del "cocco" ormai ter, inteso come il sapido frutto della palma.
Di conseguenza la confusione è totale, essendo il "cocco" un animale-vegetale volante su cui viaggiano i nonni nel cielo. Più avanti nel tempo l'arcano si svelerà.

L'inspiegabile rassegnazione

Lo storico palazzo della Provincia di BariGli avvenimenti di questi ultimi anni, così come in una sorta di concentrato esemplare dimostrano i fatti delle ultime settimane sino all'apoteosi della "spending review", sono la rappresentazione evidente della forbice italiana fra il "dire" e il "fare".
Nel 2001, quando venne riscritto il Titolo Quinto della vigente Costituzione sulla democrazia locale, l'aria pseudofederalista dell'epoca sortì - e io seguii passo a passo il confronto - quell'articolo 114 che così recita:
"La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione. Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento".  
Per disinnescare il potenziale eversivo del leghismo quella riforma di allora mirava a spingere il regionalismo verso orizzonti nuovi. L'articolo citato ne è un esempio: un federalismo all'italiana che, a parole, ricostruisce la Repubblica partendo dal basso e salendo verso l'alto. Noterete che lo Stato viene issato in cima ma sulle spalle di una Repubblica delle autonomie.
Quella riforma costituzionale, che io non votai perché non risolse il problema della previa intesa per dare un fondamento giuridico davvero pattizio alle autonomie speciali come la nostra, restò in buona parte "lettera morta" e anzi l'"indietro tutta" è fenomeno evidente che ha assunto proporzioni impensabili negli ultimi mesi.
Siamo ormai, sull'onda della crisi economica e di una lunghissima campagna sugli sprechi delle Regioni (che in certi casi se la sono davvero cercata), ad un passaggio decisivo verso non solo l'affermazione di un centralismo pericoloso perché non corrispondente ad uno Stato centrale autorevole ed efficiente, ma siamo ad un'azione di smantellamento dell'autonomia comunale e regionale (sulla chiusura delle Province sono da sempre favorevole).
Sarebbe ora che a questa deriva della democrazia proprio Regioni ed Enti locali rispondessero con forza e non con quella sorta di inspiegabile rassegnazione che oggi si registra, come se questa eutanasia politica in corso fosse qualcosa di ineluttabile.

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