April 2012

La Valle a Londra 2012

Eddy Ottoz durante la sua partecipazione alle OlimpiadiCapisco che nessuno se lo sarebbe aspettato, ma la notizia che gli sport popolari valdostani saranno sport olimpici dimostrativi alle Olimpiadi di Londra della prossima estate non può che riempire di gioia.
Si dice che tutto sia nato, come spesso capita in questi casi, da elementi di pura casualità. Un anno fa, durante un viaggio aereo, il presidente Augusto Rollandin si sarebbe trovato seduto sull'aereo a fianco di Pippa Middleton, fascinosa sorella della principessa Kate, moglie del principe William, che è il secondo in linea di successione al trono del Regno Unito dopo il padre Carlo.
Incuriosita dalla descrizione degli sport popolari valdostani, Pippa ne avrebbe parlato con il cognato che a sua volta si sarebbe indirizzato alla Regina, che in gran segreto avrebbe invitato il presidente della nostra Regione a "Buckingam Palace" a Londra.
Ma è stato nell'estate scorsa, nel castello scozzese di Balmoral che, capitanati da Lino Blanchod, presidente degli "Sport de noutra tera" (i cui commenti sulle fattezze delle sorelle Middelton sono risultati particolarmente entusiasti), che alcuni praticanti nei nostri sport si sono esibiti a corte.
E' stato il principe Filippo a seguire il gruppo del palet nel cortile centrale, entusiasta anche della grappa offertagli dai nostri agonisti. La principessa Anna, naturalmente a cavallo, ha assistito divertita partita di tzan nel prato antistante l'ala sud. La Regina Elisabetta, con apposito binocolo, ha presenziato alle gare di fiollet e rebatta nella parte est dal balcone della stanza reale. Il suo commento: «Wonderfull!».
Ad accompagnare la delegazione, anche grazie al suo fluente inglese, è stato l'ex olimpionico Eddy Ottoz, a nome del "Coni". Si è così scoperto che aveva conosciuto, durante le olimpiadi di Tokyo del 1964, l'attuale moglie del Principe Carlo, nota come Camilla Parker Bowles, oggi Duchessa di Cornovaglia, che fu eletta all'epoca "miss maglietta bagnata" nel villaggio olimpico.
Dalla trasferta in Scozia son tutti rientrati con meravigliosi salmoni, pesci prelibati...

I bambini che giocano

Bimbi che giocano a MartignyCi sono, nel campionario della esperienze di ciascuno di noi, delle cose che riconciliano con la vita. Sono delle "zone franche" rispetto alla quotidianità che permettono di ridare colore a certi momenti grigi.
L'altro giorno - perché lo spunto è stato questo - ero sulla terrazza di una bar antistante un laghetto e osservavo dei bambini giocare con dei sassolini ed erano impegnatissimi e cooperativi fra loro.
D'improvviso mi sono sono tornati dal passato remoto, come dei flash, due episodi della mia infanzia. Nel primo ero piccolissimo e in una spiaggia di Oneglia, la "Galeazza", raccoglievo con i miei cugini, mettendoli in una bottiglia, i sassi che mi piacevano di più. Fra i più belli c'erano proprio i pezzi di vetro verde che levigati dal mare diventavano pietre bellissime oppure i ciottoli neri e lisci, i miei preferiti. Era invece in montagna, al lago di Chamolé sopra Pila, che mio padre mi aveva insegnato a far saltare ripetutamente sulla superficie dell'acqua i sassi piatti e io, a mia volta, l'ho insegnato ai miei bambini.
E pensavo appunto quanto sia bello vedere i bambini giocare ed è uno dei casi in cui è divertente spiare i più piccoli, impegnati come sono - a seconda dei casi e anche dell'età - nelle dinamiche di gruppo o anche nella concentrazione solitaria del gioco. Per la mia generazione ci voleva poco: ricordo i fucili fatti con i pezzi di legno e la scatola di cartone dei formaggini come cartucciera del mitra, cito le cerbottane e le fionde, il gessetto per i giochi da cortile e le biglie o i tappi buoni per tutti gli usi. Giravo con pacchi monumentali di figurine e le partite a rubamazzetto, a domino, a shangai duravano ore, come erano ripetitive le sfide a nascondino o alla bella statuina.
Oggi - epoca di gran consumismo - è divertente constatare come, a fronte di giocattoli costosi, i bambini restino sempre tali e quali, così due coperchi di pentola, un mestolo, la terra con cui fare il "paciocco" e le affascinanti pietruzze surclassino anche il prodotto di gran moda.
La vendetta della semplicità.

Il caso degli Archivi

La ripresa dell'attività della Commissione Paritetica Stato-Valle d’Aosta è per me un’occasione lieta. Si tratta di un organo di rango costituzionale che, scrivendo gli schemi di norma d'attuazione del nostro Statuto, è come se fosse un parlamentino in miniatura con tre membri dello Stato e tre della Regione.
Il carattere tecnico del lavoro che viene svolto assume certo e ogni volta un carattere politico, agendo i commissari in una logica di rappresentanza di chi li indica, ma cercando ogni volta di trovare soluzioni legislative di compromesso.
La mia estesa esperienza di trattative con lo Stato, che precede quest'ultima attività, vi assicuro che mi ha dato molte occasioni in cui - di fronte alla burocrazia dello Stato - mi sono letteralmente cadute le braccia per l'ignoranza e l'incomprensione verso la nostra Autonomia speciale. Spesso mi sono sentito dire - e purtroppo in certi casi anche da Ministri - delle castronerie tali di stampo centralistico da dover contare fino a dieci per non saltare al collo, quasi sempre in senso metaforico, al mio interlocutore.

L'unità in tempi di crisi

Il ministro al welfare Elsa ForneroTempi difficili incombono ancora sulla nostra comunità e non è elemento tranquillizzante che questa sia la conseguenza di acute difficoltà dell'Italia in un complesso quadro di recessione europea e in un pesante quadro mondiale. "Mal comune, mezzo gaudio" non è consolatorio.
Basta stare all'ascolto e i racconti della crisi non sono ancora purtroppo esauriti, anzi dal mondo dell'industria si avvertono sordi brontolii e c'è chi giura su ulteriori, imminenti cattive notizie in Valle con brutte conseguenze sociali. Incrociamo le dita.
Sono sempre stato il primo a dire che mai si deve cedere alla tentazione del pessimismo e a certi mugugni che spesso hanno caratterizzato comparti della nostra economia. Ma oggi non bisogna neppure fare come "la Bella addormentata nel bosco", perché avere un quadro esaustivo serve, in momenti di difficoltà, a  trovare risorse ed idee per reagire perché chi si ferma è perduto e il benessere cui ci siamo abituati non è un perenne e garantito stato di grazia.
Stare all'ascolto, dicevo. Quelle che si ascoltano sono storie personali di straordinaria difficoltà. Amici artigiani, commercianti, impresari edili lamentano l'effetto nefasto della contrazione del mercato. Le famiglie fanno i conti con i rincari e l'eco della diminuzione delle disponibilità del denaro pubblico risuona anche in Valle nel sistema dei Comuni e nel palazzo della Regione. Si moltiplicano le preoccupazioni per la crescente disoccupazione e i timori per il futuro agitano la quotidianità e catalizzano i discorsi.
Si avverte, in questi momenti delicati, una sfiducia nella politica. Anche i "professori" che a Roma reggono il Governo - e lo fanno perché il Governo precedente ha fallito, omettendo la verità sulla situazione - hanno finito la "luna di miele" con buona parte dell'opinione pubblica. I "tecnici" hanno picchiato duro con la fiscalità e i tagli al sociale e la cura choc per ora ci ha salvati dall'abisso "alla Grecia" ma l'economia non e ripartita, come si sperava.
Anche in Valle si è, direi giocoforza, operato sulla difensiva, come su di una nave di fronte alla forza terribile di una tempesta. Mai come in questo momento, sarebbe bene - non solo per l'emergenza ma soprattutto per il dopo - confrontarsi in una logica di "punto e a capo" che dia alle forze migliori della nostra piccola Regione autonoma l'occasione di capire, se non ora quando, che cosa fare nei prossimi decenni. Queste scelte vanno condivise, uscendo da sterili e contingenti polemiche, che non servono a nulla quando alimentano solo il circuito del pessimismo, ma sapendo che abbiamo in questa fase molte buone ragioni per contrastare la maledetta crisi e questa sua coda perniciosa. Lo sforzo collettivo e la comunità unita in certi casi sono meglio di presunti uomini della provvidenza.

Il "caso Bossi" e i partiti

Umberto Bossi e Roberto CalderoliNon so dire, alla fine, quali conseguenze deriveranno dall'inchiesta giudiziaria che coinvolge - ma non nelle vesti di imputato - Umberto Bossi e la sua famiglia. Si parla di soldi pubblici che dovevano servire al partito e sarebbero stati, invece, usati per il ménage familiare. Una matassa fra pubblico e privato che scuote e invita alla riflessione sul futuro della politica, che già vive tempi difficili per altre vicende che sembrano purtroppo spaziare sullo scacchiere politico a destra, sinistra e al centro con "tesorieri" davvero poco raccomandabili.
L'immagine del Senatùr certo non ne esce bene, dopo aver sbandierato per anni la "differenza" morale della Lega contro i partiti di "Roma ladrona", uno degli slogan più usati dalla Lega. Lui ha reagito sdegnato, adombrando complotti.
I leghisti sono stati abili per anni a giocare su due tavoli: partito di governo prezioso per Berlusconi nell'ultimo scorcio della sua avventura politica e partito di lotta nei prati di Pontida. Un dualismo talvolta schizofrenico in cui al doppiopetto governativo con pochette verde seguivano camicie verdi da indossare nei momenti "popolari". Inutile dire che il culmine dell'ambiguità è stato lo strombazzato "federalismo fiscale", modesta riformetta della fiscalità.
Certo è che il declino del berlusconismo e forse del bossismo pone in grande evidenza la crisi dei partiti personalisti. Partiti nati attorno al carisma di un leader o così trasformatisi nel tempo perché ci si mette poco, poggiando tutto su di un solo uomo al comando in una visione grandiosa e messianica di "uomo del destino"
Per i partiti siamo di fonte ad una scelta dubbia in termini di democrazia interna e che rende fragili, terribilmente fragili strutture che hanno finito per essere legate indissolubilmente ai destini di un solo leader. 
Ed è così naturale che l'amato leader derapi verso una visione assolutistica del suo potere e possa perdere il senso della realtà ed emergano tangibili interessi. Un'atteggiamento che diventa tracotanza ed è ben visibile nel trattamento inflitto a chi non si mette in riga e nella fifa blu che prende i tanti pavidi quando il "capo" dubita della loro fedeltà alla linea - infallibile per antonomasia - da lui stesso indicata. 
Una macchina di consenso e una logica di "tritadissidenti" che funziona per un certo periodo e poi la storia insegna che certe costruzioni sono destinate, prima o poi, a sciogliersi come neve al sole. L'avvento dei "tecnici", pur con tutti i limiti della loro azione, ha riportato le istituzioni nelle sedi giuste e non nelle ville private con feste danzanti, nelle cene degli ossi nelle baite di montagna, nei vertici tra una barzelletta e una pernacchia.

'ndrangheta: l'obbligo di sapere

Il procuratore capo di Aosta, Marilinda Mineccia, in audizione nella Commissione antimafia del Consiglio ValleNon possono esistere margini d'ombra sulla presenza e sulle interazioni della 'ndrangheta in Valle d'Aosta, perciò è bene capire che cosa sia successo. Non si tratta di drammatizzare, ma semmai di avere una mappa chiara su affari e appoggi. Vedremo, a questo proposito, gli esiti della Commissione speciale del Consiglio Valle e certe audizioni con Forze dell'ordine e magistratura confermano sin da ora che non si può far finta di niente e certo e anzitutto, spetta a chi deve indagare sugli aspetti penali intervenire laddove necessario.
Mio zio Severino Caveri, a metà degli anni '60, con espressioni che oggi potremmo bollare come "politicamente scorrette", denunciò in un suo articolo la "spinta" all'immigrazione calabrese voluta dall'allora segretario del Partito socialista Francesco Froio, "paracadutato" in Valle per pilotare in parte la fine della "Giunta del leone" ed il cui curriculum negli anni successivi, anche recenti, è illuminante.
Quel che preoccupava mio zio, che bollare come xenofobo è ridicolo per chiunque legga l'insieme dei suoi "scritti umanisti", erano i metodi che c'erano dietro questa scelta. 
Il tempo gli ha dato ragione: ad una vasta immigrazione onesta e ormai integrata con cui ho rapporti di amicizia e stima da anni (lo preciso per evitare le strumentalizzazioni, magari proprio da parte di amici dei 'ndranghetisti), fa da contraltare una parte pur circoscritta che invece ha aderenze con la malavita organizzata in un'attività ormai bicefala fra Calabria e Valle d'Aosta (con legami con il resto del Nord). Far finta di niente sarebbe ridicolo e spero che prima o poi emerga - per un'elementare ragione di chiarezza - chi, nel mondo della politica, ha coltivato amicizie, cercato voti, compartecipato ad affari, creando un "ponte" pericolosissimo per il futuro della nostra comunità. Da questo punto di vista spero che si scavi nella "nuova" immigrazione, quella ancora in corso dalla Calabria in questi anni, che potrebbe aiutare in alcuni casi a mappare i link esistenti. 
Le numerose pubblicazioni sulle infiltrazioni mafiose in Regioni del centro-nord dimostrano come il fenomeno prima si radichi e poi si diffonda come un erba velenosa e infestante e di come, senza rapidità di risposta, gli esiti possano essere disastrosi. Specie se i metodi mafiosi finiscono per penetrare in profondità con un rischio di condizionamento delle decisioni politiche e amministrative, che poi - dovendo essere realisti - significano soldi e ancora soldi.
Purtroppo sporchi.

Il tramonto del Senatùr

Roberto Maroni ed Umberto Bossi si stringono la manoSi chiude la parabola politica di Umberto Bossi, iniziata nel suo impegno politico vero e proprio con le elezioni europee del 1979 nella lista, denominata negli anni successivi, "Federalismo" e voluta dall'Union Valdôtaine.
A scoprire Bossi e la "sua" Lega Lombarda fu l'esponente unionista Bruno Salvadori, incaricato dal suo Movimento di dar vita - fra minoranze e federalisti di tutta Italia - ad una lista nazionale in corsa, ma allora andò male, per l'ultimo resto. La scelta dell'Union era dovuta all'assenza di un seggio garantito per i valdostani al Parlamento europeo, analogo ai due previsti dallo Statuto per il Parlamento italiano.
Ho conosciuto bene Bossi negli anni successivi alla mia elezione del 1987, quando entrò in Senato e gli venne appiccicata la definizione corrente di Senatur. Con me rideva e scherzava, ricordando sempre quelle "radici valdostane" del suo impegno politico. Era sempre un po' guascone, direi bonariamente bauscia, piuttosto chiassoso e fierissimo di essere considerato - sarà poi stato vero? - un volpone della politica.
Non vorrei che queste poche parole suonassero come uno sgradevole necrologio anzitempo. Ma è vero che la grave malattia, dopo un ictus, lo aveva reso fragile, e il Bossi odierno era da tempo pallida immagine del "vecchio" Bossi e oggi vediamo bene che c'è chi - il "cerchio magico", come si è detto facendo forse il verso al ridicolo lessico celtico del leghismo - se n'è approfittato.
Quando la merda finisce nel ventilatore - ammonimento che vale per tutti i partiti - finisce dappertutto e Bossi, con le dimissioni, prova a sacrificarsi per evitare che la Lega perisca con lui e i suoi evidenti errori, specie con un entourage familiare grottesco e risibile. Magari tra breve scopriremo anche i perché del legame con Silvio Berlusconi, rimasto intatto in passaggi incomprensibili per i leghisti e per chi sperava che la Lega fosse sincera interprete del federalismo.
Ma il federalismo non è mai stato davvero perseguito, malgrado le illusioni innescate nel popolo leghista sino al disegno indipendentista disseppellito periodicamente per scaldare i cuori dei militanti.
Ora il vecchio comandante lascia il campo, direi a tempo ormai scaduto, e molti suoi amici se lo sbraneranno come avviene nelle terribili leggi non scritte della politica.
Mors sua, vita mea.

Fermarsi a pensare

Un particolare del crocefissoHo sempre considerato la dimensione religiosa uno spazio privatissimo e raramente mi avventuro in questo ambito delicato, difficile e, nella mia considerazione, intimo. 
Sono sempre stupito da chi, invece, fa della fede - non dei suoi insegnamenti universali - una bandiera nella vita pubblica e in politica. Noto che spesso così questo atteggiamento, anche nel cuore dell'Occidente, sfocia o in una banalizzazione della religiosità o nella deriva di quegli stessi integralismi che contestiamo agli eccessi estremistici di certi islamici o indù.
A questo vorrei pensare nel giorno simbolo del dolore del cristianesimo, il venerdì santo, con quel simbolo, la croce, di cui è evidente la tragicità. Astraetevi per un attimo dalle abitudini e pensate a Cristo in croce e a quella normalità in cui ricadiamo nell'usare questo terribile e barbarico strumento di morte come simbolo di una religione basata sull'Amore.
Chi si ritiene federalista può abbeverarsi nei pensieri e nelle idee di molti, laici o credenti che fossero, anche se è indubitabile di come - ad esempio nel federalismo personalista - risuonino chiare le influenze di alcuni pensieri del cristianesimo. D'altra parte come non potrebbe essere così per una religione che in 2000 anni ha forgiato a che nella piccola Valle d'Aosta (fiera, sin che è durato, del particolarismo della sua Chiesa locale) coscienze, arte, filosofia e naturalmente politica.
Viviamo un'epoca difficile e in un mondo in cui tutto sembra difficile e di cui la violenza resta un tratto distintivo. Evocare, nel periodo pasquale, speranza e pace assume dunque un valore esemplare, se ci si ferma un attimo a pensare.
Intanto, Buona Pasqua!

Non buttare via il bambino con l'acqua sporca

Fa sempre sorridere quando mi capita di scrivere: «l'avevo detto». Eppure nel caso della Lega, spiace dover scrivere proprio questo. La Lega è stata e non so se sarà più un fenomeno politico importante, che sarebbe sbagliato - come si sta facendo con faciloneria in queste ore – buttare sul ridere.
Umberto Bossi, fondatore del partito e leader maximo dalla fondazione ad oggi, ha interpretato - al posto giusto e al momento giusto - una voglia di autonomia che il Nord voleva. Lo ha fatto con i limiti della sua cultura e formazione politica, incapace come era di un reale approfondimento di quel federalismo di cui aveva intuito l'importanza proprio per l'"imprinting" datogli all'inizio dalla frequentazione con i valdostani.

La gallina di Pasqua non c'è

Una mucca di cioccolato di Mauro MorandinPasqua è uno dei casi in cui è chiaro se "è nato prima l'uovo o prima la gallina".
Intendiamoci: se le prime uova di uccello risalgono a duecento milioni di anni fa, le uova fossili più antiche ritrovate appartenevano a rettili primitivi di più di 350 milioni di anni fa. Per cui vince l'uovo per un'ovvietà e cioè che la gallina non c'era!
D'altra parte a Pasqua della gallina non ci interessa molto, semmai conta il coniglio (del capretto e dell'agnellino meglio non dire), che non è oviparo ma mammifero.
Mi riferisco ovviamente al cioccolato.
Storia in poche righe: la bevanda derivata dal cacao la usavano maya e aztechi, la porta in Europa Cristoforo Colombo, dove si realizza - con opportune lavorazioni specie per attenuare il fusto amaro - il cioccolato, simile a quello odierno.
Torniamo all'uovo (segno di fertilità per eccellenza) e al coniglio (fertile anche lui, ma vittima della proverbiale "rapidità nell'esecuzione"). Questa è l'alternativa a me più nota dell'utilizzo pasquale del cioccolato, il primo da sempre, il secondo grazie a chi me li regalava, importando dalla Svizzera il "leporide" (non volevo ripetere coniglio, ma nessuno sa cosa sia un leporide).
Comunque sia, viva il cioccolato. Io consiglio quello di Mauro Morandin di Saint-Vincent, perché è un mio amico e perché la sua lavorazione è fantasiosa e soprattutto perché il cioccolato è buono.
Ultima confessione: una delle emozioni più grandi da bambino era spaccare le uova e andare dritto filato al suo contenuto, la sorpresa. Si tratta di uno dei pochi oggetti che, in un millesimo di secondo, ti piace da matti o ti delude. Difficili le vie di mezzo.
Ancora Buona Pasqua!

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