February 2012

Dietro i problemi della disoccupazione

Pericolosamente alti i livelli di disoccupazioneLa disoccupazione è una brutta bestia, che sta alzando la testa in questi tempi di crisi e anche in Valle, dove le percentuali restano inferiori alla media italiana (ma il Sud, come sappiamo, è per questo "piombo nelle ali"), la crescita è preoccupante.
Conosco e talvolta io stesso ho adoperato il luogo comune: il lavoro c'è - pensiamo al settore agricolo e a quello turistico-alberghiero - ma, essendo che «lavorare stanca», molto spesso i disoccupati hanno in testa una «loro occupazione» e dunque non sono realmente disponibili ad adattarsi. Questo può essere vero in alcuni casi ma non bisogna banalizzare il problema.
Chiunque faccia politica da tempo, pur nella mutevolezza delle responsabilità e non si occupa del problema con un approccio clientelare sfacciato e avvilente, sa bene che esiste anche in Valle una varietà di casi che rendono la questione assai delicata.
Penso ai giovani che hanno studiato a lungo e stentano a trovare un'occupazione stabile, mi riferisco alle persone che oltre ad una certa età non riescono a trovare un posto, ricordo categorie che dovrebbero essere "protette" ma non lo sono sempre come i disabili, esistono casi di "nuova povertà" come avviene - da entrambi i lati - nel caso di molte separazioni. Potrei continuare ad elencare "nicchie" che evidenziano non solo la varietà dei singoli casi umani, di cui le percentuali non danno conto, ma anche l'incidenza sociale che la disoccupazione crea - con il bagaglio di problemi e insicurezze che genera - in un mondo in cui spesso la giusta flessibilità contrattuale del lavoro maschera fenomeni di precarizzazione. E purtroppo, anche da noi, l'incertezza e l'apprensione per contratti a termine di vario genere mette in scacco progetti di vita.
Ho sempre ritenuto quello del lavoro un problema capitale, specie in una comunità piccola come la nostra, che non non può permettersi di sprecare risorse umane e slabrare la civile convivenza creando sacche di dolore. So che non è facile, essendomi occupato delle politiche del lavoro, perché far corrispondere bene domanda e offerta è un puzzle talvolta improbo, comprendendo processi non sempre semplici di scolarità e formazione.
Ma quando un'emergenza scoppia è bene affrontarla.

Olimpiadi? No, grazie

L'arco olimpico di TorinoSe l'Italia fosse un Paese normale, nessuno penserebbe seriamente, con questi chiari di luna, a candidare Roma per le Olimpiadi del 2020.
La crisi economico-finanziaria è sufficiente, al di là delle molte altre considerazioni possibili, per dire che oggi mettere le risorse nel "superfluo" sarebbe una scelta eccentrica. I "tagli" pesanti al sistema del Welfare nel nome del rigore sarebbero difficili da spiegare con tutto quello che servirebbe in termini di investimento per dare una credibilità alla candidatura di una città sempre più scalcinata come Roma. 
Oltretutto, mentre le "speciali" restano ormai considerate come delle galline da spennare senza tanti complimenti (a proposito: ma Mario Monti la Valle d'Aosta non la riceve?) e con un vero e proprio accanimento, Roma Capitale ha avuto regalie di vario genere con il federalismo fiscale, scelta di cui bisogna in parte ringraziare la Lega del celebre «Roma ladrona».
Poi, come sempre, bisogna intendersi sullo schieramento di quelli "a favore" dei Giochi Olimpici, che sbandierano tra l'altro studi fatti da fior di economisti nell'intento ovvio di «chiedere all'oste se il vino è buono». Ci sono, infatti fior di persone in buona fede che considerano questa "vetrina" come importante per l'Italia e per lo sport italiano e ce ne sono molti altri che sono attirati come le mosche da "grandi eventi" e "grandi opere" - tutto il mondo è paese - nella convinzione che ci sia "ciccia" da spartire.
Non è neanche il caso di perdere tempo e di indicare il caso di scuola di Atene e di altre città olimpiche per ribadire che, comunque sia, si tratta di un'operazione azzardata dal punto di vista economico e pure si può dubitare di una loro reale utilità promozionale. 
Consentitemi, per una volta, di risparmiarvi il pistolotto sulle Olimpiadi fortunatamente scampate dalla Valle d'Aosta, visto la piega che aveva preso la candidatura. Per altro è un passato denso di ammonimenti anche sul presente.

Quel nuovo marchio

Il nuovo 'brand' di CourmayeurCapisco che una caratteristica perniciosa del mio carattere è quella di essere o forse di apparire "criticone", che non è apprezzabile per chi faccia politica, dove la sincerità non è premiata, come dimostrato dalla presenza di falsi "piacioni" che dicono solo quel che uno vuole sentirsi dire, pensando magari il contrario.
Mi riferisco in questo caso al nuovo "marchio" di Courmayeur, presentato in queste ore. Avevo letto che Roberto Locatelli, presidente di "Plus Communications", società autrice del lavoro,  aveva fatto questa dichiarazione all'Ansa regionale: «Il nostro compito è di riposizionare il brand di Courmayeur e costruire un immaginario su cui puntare. Innanzitutto è stato necessario stabilire i valori del marchio per poi rappresentarlo al meglio. Il logo - una corona stilizzata in blu e oro - è accompagnato dal titolo "Courmayeur, Bianco italiano" per ribadire l'attenzione all'aspetto di italianità del prodotto e dal pay off "The sunny side" per un approccio di trasferimento internazionale con attenzione allo sport e al divertimento».
Io non capisco niente di comunicazione e mi inchino allo slogan anglofono (tradotto sarebbe "il lato al sole") che in un mondo globalizzato ci sta, ma - come valdostano ed europeista - la mia prima reazione era stata quella di pensare che si vanificava il lavoro di anni, confortato dalla filosofia a suo tempo indicata da un importante frequentatore di Courmayeur, Giuseppe De Rita, che aveva ben espresso il concetto della Valle d'Aosta come "isola" in cui il turista si sente "fuori" dai confini. "A caldo" mi pareva che quelle nostre caratteristiche "particolari" venissero alla fine uniformate al concerto assai insidioso di "italianità".
Radici corte, in uno Stato unitario che ho solo 150 anni, mentre la storia del Monte Bianco è ben più profonda e ci riflettevo - lo spiego se mai fosse necessario - non una visione ideologica di contrapposizione fra Italia e Valle d'Aosta. Ma il "Bianco italiano" mi pareva diventare una rappresentazione contraddittoria di una logica, ben visibile nell'"Espace Mont-Blanc" di una montagna comune senza confini e che ormai bisogna promuovere assieme sui mercati più complessi. 
La visione del nuovo marchio mi ha, alla fine, spento la vis polemica, visto che la dizione "Mont Blanc", pur senza il trattino, resta. Per cui il "fil rouge" transfrontaliero è intatto e garantisce continuità.
E consente di ricordare anche nell'occasione che andrebbe ripreso con i francesi - senza sciovinismo ma per amor di verità - un discorso già qui evocato e ormai sancito persino da "Google Maps". Come di recente evocato anche da un'interrogazione al Parlamento europeo che ha chiesto lumi alla Connissione europea, in barba ai trattati internazionali, la République si è impossessata, con la sua cartografia ufficiale, della cime della montagna più alta d'Europa, che in realtà dovrebbe essere lo spartiacque e dunque equamente divisa a metà.
Osservazione per condividere non per rivendicare.

Tocca parlarne

Claudio Lavoyer, assessore regionale al bilancioLeggo i giornali e mi dico: «ma davvero si può non scrivere delle vicende della politica?» Purtroppo non si può, perché parrebbe omissivo.
Mi riferisco al "caso Lavoyer", che non è un cittadino qualunque ma l'assessore alle Finanze della nostra Regione.
Un posto strategico anche per i rapporti con il mondo creditizio, in breve le banche. L'assessore è stato tirato in mezzo alla storia di un'ispezione alla "Bcc", durante la quale - dagli estratti letti, ma ci sono tanti "omissis" - sarebbero state riscontrate irregolarità "bancarie", perché questo è il ruolo della "Banca d'Italia", che avrebbero portato a sanzioni verso gli amministratori del Credito cooperativo.
La mia posizione, che non è un pettegolezzo, ma che ho espresso nel Gruppo dell'Union Valdôtaine, è che io non considero valida l'idea, in questo caso, che esista una scissione fra pubblico e privato. Anzi, penso che sia interesse di tutti - vista la scarsa popolarità della classe politica e non gradendo l'idea che si faccia "di ogni erba un fascio" - avere quegli elementi che permettano di capire che cosa sia avvenuto. L'assessore sostiene di non vedere ragioni per lasciare il suo posto ed è una posizione soggettiva rispettabile, il presidente della Regione - che sceglie gli assessori che sono legati a lui da un vincolo di fiducia - dovrà vedere se il legame fiduciario resta saldo, i "consiglieri regionali semplici", come chi vi scrive, devono essere messi nelle condizioni di capire le conseguenze sui risvolti politici e amministrativi della vicenda.
Io non sono un magistrato per cui mai mi permetterei di essere "innocentista" o "colpevolista" per aspetti che riguardano altri poteri dello Stato che si stanno occupando del caso, ma trovo che - senza scomodare la celebre e abusata frase che recita "La moglie di Cesare dev'essere al di sopra di ogni sospetto" - sia legittimo capire per formarsi un'opinione che non sia basata solo sulla logica del tutto legittima dell'autodifesa.

Il dialogo con il Governo Monti

Luis Durnwalder insieme a Mario MontiA leggere le rispettive testate giornalistiche, le altre Regioni autonome del Nord - Trentino-Alto Adige (con le due Province autonome di Trento e Bolzano) e il Friuli-Venezia Giulia - hanno avviato un dialogo con il Governo Monti con appositi incontri, svoltisi direttamente con il Presidente del Consiglio, Mario Monti, a Palazzo Chigi a Roma.
Il Presidente sudtirolese, Luis Durnwalder, ha così commentato gli esiti: «un incontro cordiale, obiettivo e soprattutto utile per la futura anche perché eravamo venuti a Roma non per chiedere privilegi ma il rispetto dello Statuto: il dialogo tra le autonomie e lo Stato va attivato non attraverso i ricorsi e le impugnazioni, ma sulla base degli accordi sottoscritti. Il Presidente Monti ci ha assicurato che nessuno vuole toccare le prerogative riconosciute all'autonomia e noi abbiamo ribadito che faremo la nostra parte secondo il principio di responsabilità, in base alle regole dell'autonomia e a criteri di equità».
Con lui anche il Presidente trentino Lorenzo Dellai, che si è espresso in questo modo: «abbiamo avviato oggi con il presidente del Consiglio Mario Monti ed il ministro Piero Giarda un dialogo che porterà nelle prossime settimane alla definizione di un accordo sui rapporti istituzionali e finanziari fra lo Stato e le Province autonome di Trento e Bolzano. Il giudizio sull'incontro di stamani è positivo; abbiamo registrato l'impegno del presidente Monti a rispettare il particolare ordinamento istituzionale delle Province autonome, naturalmente nel quadro di un momento molto delicato per il Paese, testimoniando a nostra volta la volontà di continuare, come già in passato, a concorrere al risanamento delle finanze nazionali ed in generale a dare il nostro concreto apporto all'azione riformatrice avviata dal Governo».
Il secondo incontro a Palazzo Chigi ha riguardato il Presidente del Friuli-Venezia Giulia, Renzo Tondo, di cui propongo la dichiarazione: «ho potuto illustrare a Monti le nostre ragioni e ho trovato attenzione per i nostri problemi. Sono fiducioso perché, pur nelle serie difficoltà che vive il Paese, abbiamo avviato un percorso per giungere a soluzioni che tengano conto della specialità e della particolarità del Friuli Venezia Giulia».
E' un peccato che le speciali più colpite dai provvedimenti governativi, in una serie negativa fra Governo Berlusconi e poi Governo Monti, non abbiano fatto fronte comune, pur nelle diversità presenti nei rispettivi Statuti. Ora e comunque è altrettanto importante che la Valle d'Aosta non resti un passo indietro.

Contro l'oblio

Una vignetta di Altan«Nous plaçons régulièrement la classe politique sous le plancher de la cave dans notre estime collective, et au bout du compte, nous allons tout de même courir la réélire».
Così ha scritto argutamente il giornalista québécois Jean Dion, descrivendo un fenomeno che lascia stupefatto anche chi, come chi vi scrive, pratica la politica da molti anni e si considera del mestiere. 
Esiste da sempre, prima prevalentemente nei bar e oggi nella loro versione elettronica che sono in parte i social network, una logica da "tiro a segno", che si è trasformata in una gragnuola di colpi verso i politici, che sembra poi destinata a sparire quando si viene al dunque.
Non incito, in una chiave che suonerebbe autolesionista, alla rivoluzione con ghigliottina conseguente, ma osservo che esiste davvero una schizofrenia che attraversa la storia della Repubblica e pure, nel piccolo, quella della nostra Regione autonoma. Basta guardare e studiare i curricula e certi andamenti elettorali che mostrano andamenti sospetti.
Se è vero, infatti, quel che diceva il rimpianto comico francese Coluche e cioè che «le plus dur pour les hommes politiques, c'est d'avoir la mémoire qu'il faut pour se souvenir de ce qu'il ne faut pas dire», è altrettanto vero che - almeno alle nostre latitudini - la memoria difetta anche in certi elettori (parlo dei voti "puliti" non di quelli "comprati" a vario titolo), che sembrano essere i primi a vivere in una sorta di oblio fatto di impunità e perdonismo, che spinge l'eletto già "macchiato" alla reiterazione.
Questo ci obbliga ad interrogarci attorno alla democrazia, quando diventa compravendita del dare-avere o, peggio ancora, esercizio di voto distratto, basato su sensazioni e simpatie e non su meccanismi di scelta ragionevoli e motivati. Bisogna prenderne atto senza drammatizzarne le conseguenze.
Ma questo presuppone poi, certo in chi se l'è cercata, di evitare il mugugno, termine onomatopeico di origine genovese derivato da chi si lamenta rumorosamente.
Concludo, tuttavia, con ottimismo: noto che sempre più alla lamentazione si sostituisce la consapevolezza, che è un passo avanti.

La paralisi da neve

La nevicata a Roma del 4 febbraio scorsoIl meteorologo Luca Mercalli è un caro amico, di cui apprezzo l'onestà e la competenza. Trovo che sul caso emblematico della nevicata su Roma e in tutto il centro Italia sia stato uno dei pochi lucidi nei commenti, evitando critiche immotivate e andando al nocciolo del problema.
Così si è messo, in un'intervista, nei panni del sindaco Gianni Alemanno: «avrei parlato con molta chiarezza. Facendo la seguente domanda, "Cari romani, tenere in piedi un servizio di sgombero neve a Roma costa milioni di euro. Questo costoso sistema, rimarrebbe inutilizzato per la maggior parte del tempo, e tornerebbe utile per uno, due giorni, ogni cinque o dieci anni. Che cosa preferite? Che io aumenti le vostre tasse per un servizio che utilizzeremo un paio di volte ogni cinque o dieci anni, oppure quando capita, e quando per fortuna i meteorologi ci avvertono, decidiamo di convivere con un servizio a regime ridotto, magari decidendo di restare a casa, di prenderci un giorno di ferie dal lavoro?"».
Trovo il ragionamento filante e purtroppo Alemanno non si è attenuto al consiglio e invece si è italianamente valso della logica dello "scaricabarile" contro la Protezione Civile, che non penso gli porterà bene. Tra l'altro la recente nomina a Direttore generale proprio della Protezione Civile del valdostano Silvano Meroi - di cui è stata riconosciuta fuori Valle la grande competenza - garantisce sulla buona conoscenza di "piani neve" e affini!
Certo le giustificazioni in premessa per il caos nella Capitale valgono meno per quelle zone del Centro-Sud più appenniniche e dunque naturalmente nevose. In quel caso fare gli stupiti - come fanno molti amministratori locali - è irragionevole e certi reportage televisivi sono ridicoli nel denunciare i misfatti di un inverno che fa null'altro che il suo dovere.
So che è bene, per noi dell'estremo Nord che con la neve dovremmo avere confidenza, non fare troppo i gradassi. Sarà che per anni siamo stati privati di nevicate copiose, ma di figure meschine ne abbiamo fatte pure noi di fronte a certe previsioni di neve che ci hanno purtroppo colti impreparati a dispetto della cultura alpina. Ma forse questa cultura ha finito per essere appannata dai lenti ma inesorabili cambiamenti nel tessuto sociale e nelle mentalità.
Per altro, bisogna dirci la verità: non è che i tagli alla spesa pubblica - lo si è già visto anche da noi in alcuni Comuni che hanno ridimensionato l'appalto "sgombero neve" per i forti ridimensionamenti subiti - possono aiutare molto, pensando ai bilanci sempre più striminziti dell'Anas.
I cambiamenti climatici, normalità nei millenni ma accelerati in questi decenni dall'intervento umano, sono e restano una componente con cui fare i conti.

I nue nodi europei

In tempi di crisi l’integrazione europea oscilla fra la necessità di fare fronte comune per evitare il peggio e la tentazione di ogni Paese di farsi i fatti propri. Il compromesso fra due posizioni così distanti è un equilibrismo quasi impossibile, che crea – come il celebre asino di Buridano, indeciso fra il bere e il mangiare e morto infine di fame – una situazione di paralisi, quando invece l’azione rapida risulterebbe essere decisiva.
Ci riflettevo in partenza per Bruxelles, dove – dopo una certa pausa consueta nel mese di gennaio – riprende a pieno ritmo il lavoro del Comitato delle Regioni di cui sono membro. In assenza di un parlamentare europeo, è questo l’unico osservatorio politico di cui goda la Valle d’Aosta e cerco di farlo al meglio, malgrado ci sia chi cerca di mantenere piuttosto oscuro questo lavoro, come dimostrato dalla pletora di convegni locali su materie che tratto da anni, a cui regolarmente non sono invitato. Ma, non avendo la sindrome della “conventio ad escludendum”, cerco di svolgere con impegno la mia attività. Ho imparato che questo conta e non il lavorio di “chi rema contro” o dei “giullari di corte” a diversi livelli.

I due nodi europei

In tempi di crisi l'integrazione europea oscilla fra la necessità di fare fronte comune per evitare il peggio e la tentazione di ogni Paese di farsi i fatti propri.
Il compromesso fra due posizioni così distanti è un equilibrismo quasi impossibile, che crea – come il celebre "asino di Buridano", indeciso fra il bere e il mangiare e morto, infine, di fame – una situazione di paralisi, quando invece l'azione rapida risulterebbe essere decisiva.
Ci riflettevo in partenza per Bruxelles, dove – dopo una certa pausa consueta nel mese di gennaio – riprende a pieno ritmo il lavoro del Comitato delle Regioni di cui sono membro.
In assenza di un parlamentare europeo, è questo l’unico osservatorio politico di cui goda la Valle d’Aosta e cerco di farlo al meglio, malgrado ci sia chi cerca di mantenere piuttosto oscuro questo lavoro, come dimostrato dalla pletora di convegni locali su materie che tratto da anni, a cui regolarmente non sono invitato.
Ma, non avendo la sindrome della "conventio ad escludendum", cerco di svolgere con impegno la mia attività. Ho imparato che questo conta e non il lavorio di "chi rema contro" o dei "giullari di corte" a diversi livelli.

Una norma d'attuazione da ricordare

Un treno d'antan alla stazione ferroviaria di Saint-VincentL'altro giorno scherzavo con il collega Robert Louvin della nostra giovinezza e lui mi raccontava del suo primo ricordo di me al Liceo Classico di Aosta.
Lui, più giovane di me faceva IVª ginnasio ed io Iª liceo ed ero andato nella sua classe per far firmare una petizione a favore dei pendolari del treno - categoria cui appartenevo - a causa del malfunzionamento della ferrovia.
Già al ginnasio ero compartecipe ad azioni, talvolta clamorose, di protesta.
Ora come allora i treni non funzionano fra una linea infrastrutturalmente obsoleta di "Rete Ferroviaria Italiana" e un esercizio di "Trenitalia" che è penoso.
E pensare che ogni cambiamento e progetto passa ormai attraverso una norma d'attuazione, che ho seguito nella "Commissione paritetica Stato - Valle d'Aosta". Mi riferisco al decreto legislativo 26 ottobre 2010, numero 194 in vigore dal novembre del 2010.

Si intitola "Norme di attuazione dello statuto speciale della regione Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste in materia di trasporto ferroviario" e recita così all'articolo 1: 
"1. Sono trasferite alla Regione Autonoma Valle d'Aosta tutte le funzioni di programmazione ed amministrative in materia di servizi pubblici di trasporto ferroviario, di interesse regionale e locale.
2. La Regione, in relazione alle esigenze derivanti dall'esercizio delle attribuzioni ad essa spettanti ai sensi del presente decreto, può avvalersi degli organi consultivi e dei servizi tecnici dello Stato"
.

All'articolo 2 ci occupa delle funzioni e dei compiti regionali:
"1. Sono attribuiti alla Regione i servizi di trasporto ferroviario disciplinati con contratto di servizio nazionale alla data di entrata in vigore del presente decreto, erogati sulle direttrici Aosta - Pré-Saint-Didier, Aosta - Torino e su ogni altra tratta che insista su territorio regionale.
2. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, con accordo di programma tra il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, il Ministero dell'economia e delle finanze, il Dipartimento della pubblica amministrazione e innovazione e la Regione sono individuate le risorse finanziarie, umane, strumentali ed organizzative necessarie a garantire un livello di erogazione dei servizi di cui al comma 1, almeno pari a quello delle regioni viciniori. Tra le risorse finanziarie dovranno essere individuate separatamente le risorse necessarie per l'erogazione del servizio di trasporto e il corrispettivo per il complesso delle prestazioni fornite dal Gestore dell'infrastruttura ferroviaria.
3. All'attuazione dei relativi conferimenti, ivi compresi quelli per l'esercizio delle funzioni trasferite, si provvede con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, da adottarsi entro sei mesi dalla data dell'Accordo di programma di cui al comma 2.
4. Relativamente ai servizi di cui al comma 1, entro sei mesi dall'entrata in vigore del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri di cui al comma 3, e comunque successivamente alla stipula degli Accordi di programma di cui ai commi 7 e 8 e all'effettiva attribuzione delle risorse finanziarie per l'esercizio delle funzioni trasferite, la Regione subentra allo Stato nel rapporto con l'Impresa ferroviaria e stipula con quest'ultima il relativo Contratto di servizio. Rimangono a carico dello Stato gli oneri finanziari derivanti da obbligazioni assunte con l'Impresa ferroviaria nel periodo antecedente al predetto subentro o, comunque, alle stesse conseguenti.
5. Nel rispetto della normativa comunitaria, nazionale e regionale sugli appalti pubblici di servizi, la scelta del gestore del servizio avviene mediante ricorso a procedure ad evidenza pubblica.
6. Il soggetto Gestore dell'infrastruttura ferroviaria, nella ripartizione della capacità di infrastruttura, dà priorita' ai servizi di trasporto quantitativamente e qualitativamente necessari a soddisfare le esigenze di mobilità dell'utenza, così come individuate al comma 1.
7. La Regione, l'Impresa ferroviaria e il Gestore dell'infrastruttura stipulano specifici accordi di programma disciplinanti gli interventi da attivare, ivi incluso il rinnovo del parco rotabile, per garantire l'adeguatezza, sotto il profilo qualitativo e quantitativo, dei servizi ferroviari trasferiti, nonché gli oneri necessari alla loro realizzazione.
8. La Regione, i Ministeri competenti e il Gestore dell'infrastruttura stipulano accordi di programma quadro al fine di individuare gli interventi infrastrutturali necessari per conseguire una riqualificazione della rete ferroviaria della Regione, in modo da ridurre l'attuale squilibrio a favore dei trasporti su gomma nella ripartizione modale del trasporto passeggeri e merci, riducendo l'impatto sull'ambiente. Tali accordi definiscono gli interventi in termini di:
a) adeguamento delle infrastrutture attuali o realizzazione di nuove opere;
b) costi di investimento e modalità di copertura dei relativi oneri, da effettuarsi da parte dello Stato;
c) tempi di realizzazione.
9. Nella determinazione del corrispettivo per il complesso delle prestazioni fornite dal Gestore dell'infrastruttura ferroviaria all'Impresa ferroviaria, ivi compresa la fruizione dell'infrastruttura medesima insistente sul territorio della Regione, si tiene conto degli oneri assunti dalla Regione, ai sensi dei commi 7 e 8, per il miglioramento dell'infrastruttura e dei servizi".

Infine eccoci all'articolo 3, una delle chiavi necessarie ad esempio per progettare davvero il futuro dell'Aosta - Pré-Saint-Didier:
""1. La Regione può richiedere il trasferimento ad essa dei beni, degli impianti e delle infrastrutture delle tratte ferroviarie ricadenti sul territorio regionale non ritenute di rilevanza per il sistema ferroviario nazionale, previa quantificazione delle risorse finanziarie necessarie alla loro gestione, nonché dei beni già appartenenti a detta categoria non utilizzati per l'esercizio ferroviario, nel rispetto della normativa vigente in materia di procedimento di dismissione dei beni.
2. I beni oggetto di trasferimento di cui al comma 1 sono individuati mediante Accordo di programma da stipularsi tra il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, il Gestore dell'infrastruttura e la Regione. Il trasferimento dal patrimonio del Gestore dell'infrastruttura a quello della Regione è effettuato a titolo gratuito.
3. Dalla data di decorrenza dell'efficacia dell'accordo di Programma di cui al comma 2, la Regione subentra nei rapporti contrattuali esistenti tra il Ministero competente e il Gestore dell'infrastruttura, mentre dalla data della relativa consegna essa subentra in tutti i rapporti attivi e passivi inerenti ai beni trasferiti.
4. Restano in capo al Gestore dell'infrastruttura gli oneri relativi alle liti pendenti alla data di consegna dei beni e quelli originanti da fatti accaduti antecedentemente alla data di consegna"
.
Non vi ricopio, perché molto tecnico, l'articolo 4 in materia di sicurezza del trasporto ferroviario.

A costo di essere stato pedante, ci tenevo a rendere evidente come i tempi non siano stati rispettati e le norme applicative della norma d'attuazione siano indispensabili per qualunque scelta, E i treni, intanto, "vanno", anzi non vanno affatto!

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