September 2010

Pioggia acida

Meglio proteggersi contro le piogge acideQuando nel 2003 sono tornato a far politica in Valle d'Aosta, dopo una lunga esperienza parlamentare a Roma ed una più breve e coinvolgente a Bruxelles, mai avrei pensato in quale tritacarne sarei finito.
La vicenda esemplare fu addirittura nell'incipit, quando mi ritrovai il più votato al Consiglio Valle ma senza diventare Presidente. Ci fu una regia che mutò la logica degli eventi e la normalizzazione, due anni dopo, finì per raddrizzare la vicenda ma con strascichi nocivi per chi scrive. Un giorno me ne occuperò con il distacco necessario, sapendo che ogni esperienza rafforza e che non bisogna mai fidarsi delle apparenze in un mondo, quello politico, dove nulla è mai certo.
Ma il peggio non è stato questo, quel che è stato nefasto è che dal 2003 mi sono trovato investito da una pioggia acida fatta di articoli disonesti, esposti menzogneri, blog schifosi, lettere ributtanti. Un insieme di cattiverie calunniose e spesso oscene su di me nel pubblico e nel privato, allargando il cerchio fetido alla mia famiglia.
Quando ho letto certe cose, anche se ho sempre reagito mantenendo il sangue freddo nella speranza ormai reale che alla fine la giustizia colpisse, ne ho sofferto, perché la calunnia è un gioco al massacro che lascia una scia di maldicenze. D'altra parte è triste ma realistico ricordare la celebre frase di Alexis de Tocqueville: "En politique, la communauté des haines fait presque toujours le fond des amitiés".
Non sono una persona perfetta, ma ritengo che l'onestà personale sia un punto di partenza (e di arrivo, quando si finisce) nella vita pubblica e la trasparenza dei comportamenti l'unico antidoto contro i veleni. Ecco perché plaudo a certe condanne che si susseguono contro la campagna diffamatoria e chi è stato condannato fa bene a sperare nell'appello o nella Cassazione, ma nessuno può impedirmi di gioire per le sentenze già emesse.

Un documento per la montagna

Nella concezione della politica italiana, i documenti ufficiali votati nelle Assemblee parlamentari sono come la carta igienica, prevalendo in generale il tatticismo, le furberie e il trasformismo come normalità.
In Europa non è così. Cosa scrive il Parlamento europeo diventa un punto di riferimento serio per le altre autorità comunitarie. Capisco il rischio di un eccesso di documenti, un "documentificio" colossale e onnicomprensivo, diventato così caratterizzante nell'epoca in cui il Parlamento europeo, senza quella co-decisione in alcune materie che consente ormai ai parlamentari europei di incidere sulla legislazione europea, si dedicava perlopiù ai documenti.
Ora il "buono" degli indirizzi è rimasto. Cito come esempio il recente documento votato a Strasburgo sui territori "particolari" come la montagna.

S.P.Q.R.

Obelix, Asterix ed alcuni romaniI romani di oggi non hanno niente a che fare con i Romani. Per cui se è ridicolo che alcuni valdostani si vedano solo quale incarnazione dei Salassi duri e puri, come se i romani non avessero inciso sulla "civilisation valdôtaine" dalla fondazione in poi di Augusta Pretoria, è altrettanto risibile che un romano odierno si senta erede duro e puro della Roma dell'Antichità.
Opposti estremismi che fanno solo male, come l’uso dell'acronimo S.P.Q.R. fatto da Umberto Bossi, che al posto di "Senatus populusque romanus" (Il Senato e il popolo romano) ha letto - "La Padania" sostiene che si trattava di una battuta - "Sono porci questi romani", volgarizzando l'espressione pronunciata da Obélix che nell'edizione italiana usa, per l'inventiva del traduttore, il comico Marcello Marchesi, il "Sono pazzi questi romani", che era semplicemente nell'Astérix in francese "Ils sont fous, ces Romains".
Tutto ormai è riducibile a battuta, in una specie di rissa continua, in cui sono da rimpiangere i vecchi pastoni politici di un tempo, sostituiti dal battutismo: pillole di dichiarazioni di "portavoce" che cercano i pochi secondi di fulminare l’avversario in un clima greve in cui la politica sembra ruotare solo attorno alla celebre casa di Montecarlo.
"O tempora, o mores!" Nota imprecazione ciceroniana, che nulla ha a che fare con Lele Mora

Fra espressioni, modi di dire e luoghi comuni

L'Equipe 84 ai tempi di 29 settembreL'inizio di un pezzo sulla fiducia, oggi alla Camera dei deputati, dovrebbe essere rubato ad una vecchia canzone dell'Equipe 84: "Oggi, 29 settembre", ma poi scopri che tutta l'attesa rischia di «sciogliersi come neve al sole» e forse c'è stato durante l'estate «molto rumore per nulla», per cui alla fine il motto della giornata sarà «Elementare, Watson».
E «crepi l'astrologo» che oggi ricorda come sia il giorno di compleanno di Silvio Berlusconi (74 anni, ma un amico del PdL mi ha spiegato ieri che in realtà sono quarant'anni biologici!) e di Pierluigi Bersani (59 anni) e forse ad entrambi è meglio non dire «cento di questi giorni» (anche perché Berlusconi ha detto che camperà solo fino a 120 anni).
Attorno alla giornata odierna comunque volteggiano delle espressioni, modi di dire e luoghi comuni. I transfughi da un gruppo all'altro potrebbero essere accusati di «essere una banderuola» ma loro, realisticamente, potrebbero rispondervi che «a caval donato non si guarda in bocca».
L'opposizione, piuttosto malconcia per le liti interne, potrebbe pensare alla frase «Audaces fortuna iuvat», (la fortuna aiuta gli audaci) ma forse il loro è solo un «Abbaiare alla luna»«Errare humanum est, perseverare autem diabolicum» (errare è umano, perseverare è diabolico), ma gli ottimisti potrebbero obiettare «Eppur si muove».
Che atteggiamento avrà Berlusconi? Vista la forte autostima potrebbe ricorrere a un motto evangelico «Chi non è con me, è contro di me», sarà attento ad «usare carota e bastone». L'esito? Potrebbe «finire a tarallucci e vino» e, dopo il voto favorevole, molti grideranno al Premier «Ad maiora»! (a successi ancora più grandi), pensando invece che è un «colosso dai piedi d'argilla» e che il suo oggi è stato il «canto del cigno».
In sintesi «chi vivrà vedrà», come sempre nella politica italiana.

L'indifferenza

Gianfranco Fini durante la seduta alla Camera per la fiducia al GovernoQuando si analizzano le ragioni dell'astensionismo alle elezioni, c'è chi sostiene - con logica tranquillizzante - che in tutte le grandi democrazie (come Stati Uniti e Svizzera) la mancata partecipazione al voto è la normalità. Anzi, quelli che si considerano più furbi, concionano sul fatto che un tempo gli italiani votavano troppo perché reduci dalla logica plebiscitaria del fascismo. Balle, purtroppo, come quelle dei commentatori che parlano della solidità di un Governo azzoppato dopo il voto di ieri.
Si tratta infatti, tornando al tema, di un modo per relativizzare un tema centrale della crisi della democrazia italiana (e valdostana, visto che anche da noi cresce l'astensionismo) che ha a mio avviso un secondo aspetto: l'indifferenza.
La crisi di partecipazione si evidenzia nel continuo ridimensionamento delle organizzazioni politiche, che non è legata solo alla sfiducia verso il voto, ma è un senso di sfiducia generale, che crea un ripiegamento nel privato e una scelta di indifferenza o di impegno politico concepito, tipo fuoco d'artificio, contro un'opera pubblica che ti dà fastidio per poi ripiombare in una sorta di catatonia.
Credo nella democrazia rappresentativa e temo la logica demagogica di un utilizzo strumentale di forme di democrazia diretta, che vale in positivo per temi dirimenti, come avvenne in Italia con divorzio e aborto. Ma credo anche che la democrazia sia conoscenza e consapevolezza, che possono pure spingerti a non votare, ma l'indifferenza significa invece assenza e anche un evidente degradarsi dell'elementare conoscenza di meccanismi istituzionali che portano ad una sorta di analfabetismo della democrazia di cui c'è poco da star lieti.
Penso che ci saranno forme naturali di difesa da questa sorta di malattia: essere consapevoli è la premessa contro il degrado della politica e i rischi di predazione della cosa pubblica.

Una Convenzione da rifondare

Un paracarro al confine con la Svizzera"La Suisse ne ratifiera pas les neuf protocoles de la Convention alpine. Par 102 voix contre 76, le Conseil national a enterré mercredi le projet en refusant une nouvelle fois d'entrer en matière, au nom du développement économique".
Trovo nella posta elettronica questa notizia inviatami da un conoscente svizzero con cui, per molti anni, abbiamo seguito l'esito di questa Convenzione, che mi ha più volte occupato negli ultimi vent'anni nei miei diversi ruoli istituzionali.
Il mio è sempre stato un odio-amore: odio per una Convenzione imposta dall'alto e gestita per lungo tempo con una visione solo ambientalistica e diretta dalla parte germanofona delle Alpi; amore perché nel diritto internazionale era l'unico strumento che considera in modo unitario le Alpi, anche nei confronti dell'Unione europea, trattando di materie utili, come la politica dei trasporti per limitare i camion.
I Cantoni svizzeri, base del federalismo di una Confederazione interamente in territorio alpino, sono stati i primi a denunciare il deficit di democrazia della Convenzione, segnalando come gli Stati imponessero delle scelte senza averle discusse con le popolazioni alpine. Sono temi che io stesso ho evocato nelle sedi istituzionali.
Anche l'Italia non ha ratificato i protocolli e il no svizzero suona come una campana a morto e rende obbligatorio cambiare prospettiva: non una Convenzione imposta ma condivisa. Sarebbe bene che le Regioni alpine reagissero trovandosi al più presto per far ripartire su basi nuove e diverse quei principi di dialogo e di riconoscimento giuridico della parte "buona" della Convenzione, uccisa per rinascere.
Farla vivacchiare così sarebbe inutile.

Il rischio muffa

Berlusconi assopito durante la seduta al Senato viene svegliato da BondiHo seguito in diretta radio e televisiva una buona parte del dibattito, prima alla Camera e poi al Senato, dedicato alla fiducia al Governo Berlusconi. Fiducia che - lo dico incidentalmente - sembra ormai preludere ad elezioni anticipate.
Conosco bene i regolamenti parlamentari, prassi e consuetudini, retroscena e usi: capisco che tutto sa di antico e di difficile da capire.
Mio figlio studia al Ginnasio alcuni "fondamentali" di diritto costituzionale e parlandone con lui - con la fierezza di «esserci stato» - avverto tuttavia come alcuni aspetti siano ormai distantissimi dalla realtà attuale. Se già per me alcune cose apparivano ammuffite, figurarsi per i giovani!
Penso all'oratoria parlamentare, così distante dal linguaggio quotidiano e ogni tanto rifletto, con qualche brivido, sui danni che il "politichese" ha fatto sul mio lessico. Mi riferisco al rito di interrogazioni e interpellanze, la ritualità di appelli, resoconti, votazioni. Un mondo autoreferenziale che rischia un progressivo distacco dalla società.
E' un peccato che sia così perché non consente di fare emergere la forza del parlamentarismo, come luogo fisico di dibattito e di confronto e sede di quel lavoro vitale che è la legislazione (territorio pur invaso dall'esecutivo), per non dire di quell'attività ispettiva e di controllo che dovrebbe consentire un ruolo forte ai parlamentari.
Fa sorridere chi cavalca l'anti-parlamentarismo nel nome dell'efficacia, della rapidità, del decisionismo. Un'assemblea può essere del tutto coerente con queste esigenze, ma bisogna spezzare vecchie logiche e inutili incrostazioni.

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