September 2010

Contro la normalizzazione

Il gonfalone della Valle d'AostaNella caotica situazione politica e istituzionale italiana, credo sia ora, adesso come sempre, di capire dove vogliamo andare come valdostani.
Mio zio Séverin Caveri temeva che l'autonomia speciale - i cui limiti gli erano ben noti sin da subito - operasse come "endroumia", cioè una sorta di addormentamento delle coscienze.
Oggi lasciarsi vivere sarebbe una scelta stupida: tutto in Italia è in movimento per andare chissà dove, il centralismo politico-amministrativo sta tornando prepotentemente, lo pseudofederalismo sembra operare come una diminuzione programmata delle nostre risorse finanziarie come escamotage per ridurre funzioni e competenze, che mira a ridicolizzare l'autogoverno.
Esempio lampante di questa scelta è l'ultima invasiva Finanziaria umiliante per le Regioni e ancor di più per le autonomie speciali e la prossima puntata sarà la batosta del federalismo fiscale e incombono scelte europee, come il nuovo patto di stabilità e il futuro dei fondi strutturali, in un momento in cui il peso dell'Italia in Europa è bassissimo e anzi certi ridimensionamenti della democrazia locale sono funzionali al ritorno del centralismo a Bruxelles come a Roma.
Nella filosofia "tutti autonomisti" (che sembra rendere uguali tutti i partiti, con evidenti forme di travestitismo o di frode in politica), il messaggio federalista valdostano e le speranze di maggiori spazi di libertà si annacquano e la normalizzazione incombe «e il naufragar m'è dolce in questo mare».
E' ora di ripartire dal patrimonio di idee e pensieri del "nostro" federalismo non inteso come una nostalgica logica rievocativa o come una fissità museale, ma come sveglia contro il soporifero e ipnotico tran tran che cela proprio l'inquietante normalizzazione.

Nero

Il classico gatto neroAmo i dizionari, perché tra l'altro sono utili per capire, nella straordinaria espressività delle lingue, come la stessa parola - anche quando potrebbe essere solo un colore - diventi invece straordinariamente cangiante.
Per dire: se siete d'umore nero e vedete tutto nero, ci sono diverse proposte.
Potreste viaggiare nel nero dello spazio, verso un buco nero, oppure partire per il Continente nero, dove magari potreste scoprire un giacimento d'oro nero, che non è la stessa cosa di un pozzo nero.
Oppure, al mercato nero, potreste comprare una forma di pan nër, una confezione di olive nere, una tavoletta di chocolat noir, sorseggiando caffè nero o un thè nero, evitando di annusare - per non starnutire - il pepe nero.
Sennò - se siete nel buio di una nuit noire - perché non farsi un bel sogno? Attenzione agli incubi con l'uomo nero o ad incappare nella vostra bestia nera o nel manganello delle camicie nere.
Semmai, se stentate a dormire - potreste leggervi un bel noir oppure contare le pecore nere (meglio evitare i gatti neri!).
Sin qui, ovviamente, il tono è scherzoso, ma vorrei lasciarvi con le riflessioni derivanti da una frase dello scrittore Bruno Dechamps:
"Les photographes écrivent avec la lumière, puisque c'est cela que signifie le mot photographie. Les écrivains ont pour matière première le parfait contraire de la lumière, le noir de l'encre. Il faut qu'ils s'en arrangent. C'est avec un jus de ténèbres qu'ils font jaillir des rêves, des paysages lointains saturés de blancheur, des banquises étincelantes, des visages à vous mettre à genoux pour prier qu'ils ne s'enfuient pas ailleurs séduire d’autres regards".

Delle volte non capisco

Renzo Arbore al Forte di BardNon capisco come sia che la squadra di calcio della Roma rischi il fallimento e poi - con un prestito dell'Unicredit - faccia una campagna acquisti dispendiosa.
Non capisco come sia che il Presidente del Consiglio chieda di attenuare le polemiche nei confronti di Gianfranco Fini ed i giornali e telegiornali di famiglia facciano il contrario.
Non capisco come le azioni "Fiat" volino in Borsa ed in contemporanea crollino le vendite delle auto del marchio torinese.
Non capisco come sia possibile che l'Italia (e la Valle d'Aosta assieme) non abbia più medici, ma intanto i test di accesso a questa Facoltà siano sempre più difficili.
Non capisco come la crisi industriale sia il primo problema dell'Italia e il Ministero che dovrebbe occuparsene non ha da mesi un Ministro e le deleghe si stanno lentamente spartendo all'interno del Governo.
Non capisco le grandi inchieste che dimostrano che la criminalità organizzata ha messo le mani sulle macchinette mangiasoldi nei bar in larga parte d'Italia ma nessuno pensa di far uscire questo settore dello Stato biscazziere.
Non capisco i giudici amministrativi che bloccano i pedaggi nelle tangenziali di grandi città, mentre i valdostani subiscono ogni aumento della "loro" autostrada.
Non capisco come mai Gianni Letta, in diverse manifestazioni pubbliche, vada con naturalezza a prendersi fischi e urla indirizzati a Berlusconi.
Non capisco perché Valter Veltroni, che aveva annunciato che non si sarebbe più occupato di politica («andrò in Africa a fare volontariato»), rilanci la sua candidatura per guidare il centrosinistra.

«Non capisco ma mi adeguo». Renzo Arbore
L'elenco può essere infinito...

Quale federalismo?

Uno dei manifesti della Festa nazionale del PD di Torino"I 150 anni dell'unità d'Italia devono consentirci un'analisi seria delle ragioni del fallimento dello Stato unitario e costringerci ad una "rivoluzione federalista", in chiave europea, con un principio di sussidiarietà vero che valorizzi davvero i diversi livelli di governo e gli spazi di libertà delle persone e delle comunità. L'eguaglianza è trattare diversamente le situazioni diverse".
Direi che più o meno sono state queste le mie conclusioni (scusate il vezzo dell’autocitazione, ma d'altra parte qui registro miei pensieri) alla "Festa nazionale" del PD, quest'anno a Torino, nel cuore della città, partecipando - nella mia veste di Capo della delegazione italiana al Comitato delle Regioni - al dibattito "Regioni d'Europa. Quale federalismo?" con la Presidente del Comitato Mercedes Bresso ed autorevoli esponenti politici, come il Presidente Claudio Martini, il Ministro catalano Ernest Maragall e il capogruppo del PSE al CdR il tedesco Karl Heinz Klar.
E' stato interessante per me l'esercizio acrobatico di fare, come mi era stato chiesto, a beneficio anche degli ospiti europei, un riassunto di pochi minuti sul dibattito federalista in Italia.
Qui me evoco il contenuto in poche righe: del federalismo come chiave dell'unità italiana si parla alla fine del Settecento durante le Repubbliche napoleoniche (protagonista anche il valdostano Guillaume Cerise), poi arriva l'unità italiana senza federalismo e durante il corso di tutta l'Italia liberale si discute di rendere meno rude il centralismo con forme di regionalismo che non arrivano e i federalisti che predicano fra le due guerre mondiali vengono snobbati. Il fascismo ci mette una pietra sopra, mentre alla Costituente i federalisti perdono a favore dei regionalisti tiepidi. Una fiammella di federalismo resta nelle autonomie speciali, mentre il regionalismo ordinario arriva solo nel 1970. Quando nel 1992 presento la "Costituzione per un'Italia federale" vengo considerato un marziano. Poi la spinta leghista, una presa di coscienza sul tema anche della sinistra, la comparazione con il dibattito sul federalismo in Europa porta ad una riforma del regionalismo nel 2000 con legge costituzionale (io votai contro per la mancanza del principio pattizio dell'intesa sul nostro Statuto d'autonomia). Poi, tranne la riforma costituzionale della destra bocciata al referendum, tutto tace sino al federalismo fiscale, che - come ho spiegato ieri - è come mettere l'etichetta "Barolo" su di un vino di scarsa qualità.
Il federalismo è altra cosa.

Che nostalgia del diario scolastico...

Diari in offerta al supermercatoMi capita di entrare nelle librerie e nelle cartolibrerie (un tempo cartolerie e basta, come la minuscola cartoleria Rigoli della mia infanzia) e vedere i diari scolastici. Non mi piacerebbe andare a scuola - intendiamoci bene - perché ogni età ha i suoi problemi, ma sarei quasi tentato di comprare il diario, che ovviamente non ha nulla a che fare con l'agenda annuale, che è altra storia.
Di tanto in tanto, in passato, nei miei cassetti nella "cameretta" della casa di famiglia a Verrès spuntavano i diari della scuola, che crescevano di mole durante l'anno e più ci si si infilava verso la maggiore età. Da semplici diari scolastici con orari, voti, note e altre cose utili si facevano almanacchi o zibaldoni su cui appuntare idee, scemenze, lamentazioni, dichiarazioni d'odio e d'amore. Roba che letta oggi fa sorridere me del candore di allora e sghignazzare i miei figli del loro papà.
Da grandicello, alla fine del Liceo, per me il must era il diario - politicamente impegnato - dei "Peanuts"di "Linus" (del grande Charles M. Schulz), mentre tra Medie e inizio delle Superiori il protagonista era lui: Jacovitti.
Salami, lische di pesce, ragni penzolanti, matitone e soprattutto il personaggio chiave del "Diario Vitt", Cocco Bill, facile dimostrazione di quanto Benito Jacovitti fosse un tipo strano. Forse certe bizzarrie linguistiche, complementari all'originalità del disegno, gli venivano dal fatto di discendere da una minoranza linguistica molto importante nel Sud, gli albanesi.
Certo è che quei diari scolastici, molto più di altre cose, sono occasione di nostalgia...

Flocon de neige

Flocon de Neige tra le sue montagneChe "Flocon de neige" (definizione pensata da mia figlia Eugénie!) - lo stambecco bianco ormai fattosi adulto e che ho avuto il piacere da vedere da piccolo - si fosse ormai spostato dalle zona delle Laures-Emilius alla Val di Cogne era noto da molto tempo e anche qui lo avevamo scritto, ma c'è ci chi ha dato solo ora la notizia come se fosse fresca di giornata. Strani i meccanismi dell'informazione...
Allora spingiamoci più avanti e diciamo che una società torinese, con validi supporti locali, sta girando un vero e proprio film sullo stambecco albino (considerato un unicum nella letteratura scientifica) e le sue gesta. Mi auguro che "RaiVdA" possa mandarlo in onda, magari nella programmazione natalizia!
Cosa c'è di più natalizio del biancore di "Flocon de neige"?

Un simbolo, suo malgrado

Una manifestazione a favore di Sakineh Mohammadi AshtianiE' diventata un simbolo Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana di 43 anni che potrebbe morire lapidata nelle prossime ore.
Se già la pena di morte, nelle sue diverse varianti tecniche applicative (in Valle d'Aosta era ordinariamente l'impiccagione), è un orrore, la lapidazione è una forma barbarica. Con pietre di mezza grandezza si uccide lentamente, pietra dopo pietra, la persona condannata, che può star lì a fare da bersaglio anche una mezz'ora, morendo tra atroci sofferenze.
Sakineh è tuttavia un simbolo duplice. Per noi - con i distinguo del caso, pensando all'affezione negli Stati Uniti verso la pena di morte - è un'espressione del nostro politicamente corretto e di una civiltà giuridica, per loro - gli iraniani - è una difesa delle loro tradizioni derivanti da un integralismo religioso feroce e segno della tragicità della condizione femminile. 
Forse sarebbe stato bene, durante la raccolta di firme, far firmare anche contro lo sforzo del regime iraniano per avere la bomba atomica: sarebbero emerse parecchie ipocrisie.

Le bisses e i rus

Un esempio di percorso a fianco di un ru"Une candidature des bisses valaisans au patrimoine mondial de l'Unesco est sérieusement envisagée. Le colloque sur les bisses qui s'est tenu depuis jeudi à Sion a permis de faire le tour de la question".
La "bisse" è l'equivalente del nostro "ru" e corrisponde, al plurale, ad una rete di antiche canalizzazioni che mostrano incredibili capacità costruttive e soprattutto una concezione comunitaria, di lavoro di generazione in generazione, che mostra il volto di un mondo contadino conscio di complessi problemi tecnici attorno all'atavico tema dell'approvvigionamento idrico. 
Queste le notizie dal Vallese: "La première étape sera de créer une association des bisses valaisans. Le Valais compte près de 200 bisses qui couvrent un réseau de mille kilomètres. Il y a donc la possibilité de présenter cet ensemble comme un objet ou alors proposer un élargissement du site Aletsch-Jungfrau déjà inscrit au patrimoine de l'Unesco. Une autre option serait de travailler à l'échelle des Alpes en association avec d'autres régions comme le Haut-Adige ou le Val d'Aoste. Le thème dépasserait alors les bisses pour devenir celui de l'irrigation dans des zones alpines sèches".
Un spunto, come capirete, assai interessante. Ho sempre segnalato, specie a fronte della forte marginalità dell'area alpina sostenuta da storici come Fernand Braudel, come i canali costruiti in zona alpina come la nostra mostrino competenze e capacità degne di nota e che sono il segno tangibile di una maturità culturale che smentisce la sottovalutazione della "civilisation des Alpes".

Il federalismo contro la violenza

Una manifestazione a favore del popolo bascoChi crede nel federalismo, nella tutela delle minoranze linguistiche e nazionali e nel principio di autodeterminazione dei popoli, il "caso basco" (di cui tanto ho discusso con gli amici baschi!), è sempre stato di grande interesse. Specie per chi, come i valdostani, ha scelto la strada del confronto politico, a tutela dei propri diritti e della propria identità, rigettando metodi violenti di lotta.
Premetto che - come dimostrato dalla Resistenza –-il rigetto "tout court" della violenza è un elemento astratto e contro le dittature è legittimata ogni forma di ribellione, compresa quella armata, molto diverso è quando l'anelito di libertà - compresa la legittima richiesta di parte dei baschi di avere l'indipendenza dalla Spagna - si concretizza, come ha fatto l'Eta ("Euskadi Ta Askatasuna", cioè "Paese basco e libertà"), con attentati e omicidi che hanno insanguinato l'ultimo mezzo secolo in un quadro oltretutto di progressiva democratizzazione della Spagna.
Ora l'Eta, piegata anche da ondate di arresti senza precedenti, dovuti anche al venir meno in Francia della "dottrina Mitterand" che rendeva morbide le autorità francesi verso i terroristi di ogni colore, annuncia di sospendere le operazioni militari. La notizia è positiva perché evita in parte dell’opinione pubblica europea quel collegamento, fattosi in parte naturale, fra rivendicazioni "nazionalitarie", spinte sino all’indipendentismo, e uso della lotta armata come metodo per ottenere la "liberazione".
La chiave di lettura non è la riproposizione in piccolo dei meccanismi giacobini del nazionalismo, ma semmai l'uso del federalismo per affermare una nuova forma di Stato che, in una prospettiva europea, consenta di rompere gli schemi dei vecchi Stati nazionali a beneficio di popoli che hanno, come certamente hanno i baschi, elementi di storia e di cultura originali.
Inutile dire che ora il Governo spagnolo dovrà approfittare della situazione e, vincendo gli scetticismi di cui leggo ed tenendo conto della rabbia dei catalani per la spogliazione di parte della loro nuova Costituzione, trovare soluzioni intelligenti per far realmente progredire queste due "comunità autonome".

La forza della gerontocrazia

Se guardiamo alle nomine di questo ultimo periodo in ruoli di responsabilità apicali in Valle d’Aosta colpisce il fatto che non ci siano giovani e neppure quarantenni o cinquantenni.
Una "conditio sine qua non"sembra essere quella di avere superato i sessanta e i settanta e potrei segnalare anche qualche ottantenne.
Intendiamoci bene: generalizzare sarebbe stupido e pure controproducente rispetto al mio di invecchiamento.
Quando l’esperienza è indispensabile, ricorrere ad una persona pure avanti come età (e la condizione di anziano, per fortuna, sta mutando con l'allungamento della probabilità di vita) è giusto e legittimo. Per certi posti, essendo esiguo il nostro capitale umano, non ci sono grandi scelte e scartare una persona per il solo requisito dell'età potrebbe risultare uno spreco.

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