July 2010

Maledetto satellite

Un dromedario d'EgittoInternet c'era... volendo. Ma va precisato che la lentezza egiziana avrebbe smontato anche l'internauta più accanito. Per cui curare il sito è risultato, come annunciato, impossibile anche se vi avrei raccontato volentieri della barriera corallina incantevole e del dromedario pazzo.
Mentre i giornali seguivano pigramente l'andamento degli aerei, spiccavano i telegiornali dei canali "Rai" e "Mediaset" via satellite.
Roba da maledizione! Vedere da distante la politica italiana era un incubo che spingeva verso i canali con i cartoni animati in egiziano.
Per fortuna avevo fatto incetta di libri.
Comunque sia, il sito mi è mancato, ma la pausa è stata salutare...

«Ghe pensi mi»

Aldo Brancher e Silvio BerlusconiTorni e scopri - pensa la sorpresa! - che la politica italiana è in fibrillazione e tutti i quotidiani questa mattina parlano di «settimana decisiva» per le sorti del Governo Berlusconi, sapendo che il premier, dopo gli impegni internazionali, con spirito meneghino ha spiegato «Ghe pensi mi».
In realtà siamo di fronte all'ennesima crisi annunciata, ma la bomba inesplosa del "caso Brancher", con le dimissioni del Ministro «per grazia ricevuta», diventerà un petardo, visto che alla Camera non si voterà la mozione di sfiducia.
Per cui la navigazione a vista del Governo continuerà nell'imminenza soprattutto della bonaccia estiva, dopo l'imminente voto alla manovra finanziaria che continua ad essere giustamente avversata da Regioni e Comuni e le cui ricadute anche in Valle d'Aosta sortiranno dei bei dolori. Il disegno di legge sulle intercettazioni verrà spostato alla ripresa e anche questa è un'operazione necessaria di sminamento.
Forse l'unica sorpresa, alla fine, potrebbe venire dallo stesso Silvio Berlusconi e dai sondaggi che lui segue - immagino - con apprensione e che potrebbero convincerlo al "tutti a casa" per andare al voto.
Ma forse è fantapolitica.

La crisi dei partiti

Il manifesto con i partiti che hanno partecipato alle ultime elezioni amministrative ad AostaL'articolo 49 della Costituzione del 1948 è lapidario sui partiti: "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale".
L'articolo è lo stesso da allora, ma i partiti sono cambiati in profondità e non c'è da stupirsi visto che - come dicevano i costituenti - a fare i partiti sono i cittadini e quanto siano cambiati gli italiani (ed i valdostani) negli ultimi sessant'anni è un'ovvietà valida per tutti i sistemi politici.
Certo negli ultimi vent'anni l'instabilità per i partiti - nati, morti, risorti, aggregati, disaggregati, scoppiati... - è la regola e mai come oggi sono diventate creature fragili, ombre delle organizzazioni di massa o delle élite culturali del passato a seconda dello spettro di declinazione della cosiddetta partitocrazia.
Questo vale anche per quel microcosmo che è la nostra Valle, dove il particolarismo del sistema dei partiti dovrebbe essere uno degli elementi della specialità. Non ci sarebbe niente di peggio di una normalizzazione "all'italiana" che riproponga qui scenari identici a quelli del Parlamento nazionale ed esiste il rischio identità pure per chi, come l'Union Valdôtaine, è sopravvissuta al crollo dei partiti tradizionali, specie se diventasse più "macchina elettorale" che movimento popolare. Eventualità che suonerebbero come una campana a morto per l'autonomia speciale, cioè un'autonomia - come dice la parola stessa... - fuori dall'ordinario.

Brutta aria

Non so quante volte ho scritto in questi anni di come il "federalismo fiscale" – di cui si parla ormai fino allo sfinimento - sia niente altro che uno slogan.
Sarebbe stato meglio, in un sano burocratese, chiamarlo "riordino dei trasferimenti finanziari e dei riparti fiscali delle Regioni".
Punto e basta.
Il resto è fumisteria, perché non esiste federalismo fiscale senza federalismo.

Nessuno stupore

Un'istantanea di Enzo Massa dal sito ufficiale del Parco del Gran ParadisoChi si stupisce del disinteresse dello Stato verso il "suo" Parco del Gran Paradiso, assassinato dai tagli finanziari della manovra, dovrebbe studiare la storia del più vecchio Parco nazionale in Italia.
Questi tagli, in sostanza, seguono decenni di trasferimenti esangui con un progressivo peggioramento dagli anni Novanta, quando la retorica ambientalista portò al moltiplicarsi dei Parchi nazionali con i soliti favoritismi verso quelli del Sud, compresi quelli fasulli.
Per altro, se nel dopoguerra la nostra fragile autonomia speciale non si sarebbe potuta sobbarcare una regionalizzazione del Parco, già dagli anni Settanta questa invece sarebbe stata la svelta logica cui si contrapposero sia i partiti nazionali che la giurisprudenza della Corte costituzionale.
Ricordo discussioni feroci con chi, a destra come a sinistra, descriveva i montanari delle zone del Parco e gli amministratori regionali e comunali come degli speculatori grifagni pronti a cementificare le vallate del Gran Paradiso e fare strage di animali.
Peccato che ad uccidere il Parco sia l'asfissia conseguente ai mancati trasferimenti statali e chi pensa che la Regione autonoma paghi per una struttura che resta profondamente statalista, senza aver voce in capitolo, sbaglia di grosso.
"SOS Parco", dunque, passa attraverso la regionalizzazione, visto tra l'altro il modello vincente del Parco del Mont Avic.

Guardare alla Catalogna

Un panorama di Siurana, nella CatalognaEra il 2006 quando la Catalogna adottò il nuovo Statuto d'Autonomia. In quel periodo anche da noi si discuteva su modalità e ampiezza di una eventuale riforma del nostro Statuto d'Autonomia attraverso lo strumento nuovo di una Convenzione. C'era chi allora predicava la scelta di uno Statuto di pochi articoli, tutto giocato su di un articolato breve e di principio, e chi – proprio riferendosi al modello catalano con un documento di 223 articoli! – auspicava che un nuovo Statuto dovesse essere esteso e minuzioso. Forse era possibile una terza via fra la secchezza e la verbosità. Poi da noi tutto si bloccò per la mancata modifica dell'articolo 116 della Costituzione, che deve fondare giuridicamente il legame pattizio fra noi e lo Stato, basato sul principio dell'intesa a tutela di ogni modifica statutaria da noi proposta.
Intanto, da ben cinque anni, si attendeva in Catalogna il pronunciamento del "Tribunal Constitucional" della Spagna. La sentenza è arrivata ed è pilatesca. I giudici costituzionali smontano, nel preambolo, la portata giuridica delle espressioni «Catalogna come nazione» e «la realtà nazionale della Catalogna». Da sempre si tollera l'espressione "nazionalità" ma il termine "Nazione" preoccupa. La sentenza sgonfia poi la "preferenza" per l'uso del catalano nella pubblica amministrazione, riportando così al bilinguismo catalano-spagnolo e viene poi parzialmente ridimensionato il ruolo della Catalogna nel settore della Giustizia e della Fiscalità.
E’ comprensibile che i catalani siano arrabbiati e che guardino più agli aspetti deludenti della sentenza che agli aspetti positivi che pure ci sono. La scelta pacifica che gli stessi catalani hanno fatto per le proprie aspirazioni identitarie è stata nel tempo difficile ma piena di responsabilità e ora spetterà a tutti la ricerca di una modalità per ridare piena dignità al nuovo Statuto d'autonomia.

Grande Luttazzi

Lelio Luttazzi con Maurizio Costanzo a Saint-VincentMi colpisce la morte di Lelio Luttazzi, il grande intrattenitore radiofonico triestino, familiare per tutti quelli della mia generazione. Ero un bambino quando ascoltavo sulla Rai l'"Hit Parade" che Luttazzi interpretava con verve e simpatia e soprattutto con uno stile assai personale, evitando scimmiottamenti anglofoni che hanno ammorbato molto della radio italiana.
Era un musicista e autore istrionico e ricordo, perché scolpita nella memoria, l'interpretazione magistrale de "El can de Trieste".
Nel 2007, come vedete nella foto, venne premiato con una "RadioGrolla", legata ad un fugace passaggio di Maurizio Costanzo al "Casino de La Vallée". In un mondo ormai irriconoscente e senza memoria, nel mondo dello spettacolo come dappertutto, ricordarsi di Luttazzi, pioniere della radio e grande dello swing, fu un bel gesto.

Sciopero o informazione?

Un momento della protesta dei giornalistiOggi l'informazione tace, con l'utilizzo dello strumento dello sciopero, per protestare contro il disegno di legge sulle intercettazioni che pone forti vincoli e vistose minacce alla professione giornalistica.
Condivido pienamente queste preoccupazioni ma noto con piacere che per la prima volta in modo organizzato c'è chi nell'occasione ha segnalato come lo strumento dello sciopero, in casi come questi, sia una modalità di protesta vecchia come il "cucco" ed infruttuosa. C'è chi aveva contrapposto l'idea di rafforzare l'informazione in questo giorno e non zittirla per contrastare il fenomeno di un'opinione pubblica silente perché disinformata.
Il giornalismo cambia e il giornalista anche. Forse non esiste altra professione messa così in discussione dall'evoluzione tecnologica e dai mutamenti della società. L'impressione è che si sia al costante inseguimento (o a rimorchio) e non si riesca a fare il punto su questo lavoro, comprendendo anche che il legislatore ha facilità ad intervenire "manu militari" per le gravi carenze di autoregolamentazione della professione e per il troppo facile accesso al mestiere di persone non qualificate, per non dire dei ritardi della Magistratura che per una diffamazione o reati simili fa passare anni prima di decidere.

Inaudita gravità

La targa del palazzo degli archivi storiciPrima della pausa estiva, arriverà all'attenzione del Consiglio Valle l'importante norma d'attuazione sugli archivi storici.
Si aggiunge così l'ennesimo schema di decreto legislativo, frutto del lavoro intenso della "Commissione Paritetica Stato - Valle d'Aosta" di cui sono membro, che già ha varato norme significative in diverse materie, quali controlli veterinari, trasporto ferroviario, sanità  penitenziaria, edilizia pubblica, Corte dei Conti.
Peccato che per ora nessuna delle norme sia andata al Consiglio dei Ministri per l'approvazione definitiva ed è una situazione inaudita e di grave violazione della nostra autonomia.
Ieri la Commissione Paritetica, riunita ad Aosta per esaminare un'ulteriore norma d'attuazione (ordinamento linguistico), ha deciso l'invio di una lettera a Palazzo Chigi per ricordare che, secondo l'articolo 48 bis dello Statuto, le norme, dopo il parere del Consiglio Valle, devono andare al Consiglio dei Ministri.
Siamo al limitare, per il tempo trascorso, di una violazione di una norma di rango costituzionale e, chi fa melina, rischia un'accusa di omissioni di atti d'ufficio.
Possibile che anche le cose più fondate e ovvie diventino in Italia arbitrio?
Possibile che i diritti della Valle possano finire calpestati?

Il trionfo di "Wile il coyote"

Wile Coyote mentre dà la caccia al solito Bip Bip
Spuntano di tanto in tanto nella politica italiana "comitati d'affari" che legano politici, imprenditori e faccendieri: brutte storie che magari spariranno come d'incanto con i limiti alle intercettazioni.
In un'Italia dove i delinquenti tornano ed il "lobbismo" non è mai stato regolamentato lasciando ulteriori spazi ai trafficoni, la magistratura periodicamente deve fare un servizio spurghi. E i i politici corrotti o collusi sono resistenti come Wile il coyote: ogni tanto vedo qualche volto in televisione di veri e propri zombie della Prima Repubblica rispuntati di nuovo e talvolta con un alone di autorevolezza.
Si tratta di un male profondo che attraversa tutta la storia dei 150 anni dell'Unità d'Italia e che sembra aver da noi vaccinato, in negativo, l'opinione pubblica.
In altri Paesi europei o negli Stati Uniti basta un nonnulla che oscuri l'immagine di onestà personale e ci si trova fuori dal sistema. Da noi vale il perdonismo e trionfa la memoria corta.

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