Contro il regionalismo, contro la democrazia

Spiace dover scrivere certe cose e dover esaminare una realtà in movimento che fa vacillare alcuni capisaldi della già flebile democrazia italiana, che sembra sempre esposta alle bufere di leader che pensano solo ai fatti propri. La personalizzazione della politica è un cancro, una sorta di diserbante che tende a bruciare tutto il prato, a beneficio dei desideri personali di uno solo e del "clan" che si crea attorno a lui. Sembra ormai non esserci limite al peggio e troppa rassegnazione avvolge la situazione sempre più preoccupante.
Il disegno ormai è nitido: con l'uso della riforma costituzionale in corso e con una logica di tagli draconiani, Matteo Renzi intende distruggere il regionalismo.
Lo ha fatto anche con un'astuta manovra di "divide et impera" nella Legge di Stabilità 2016, lisciando il pelo ai Comuni - che si dicono soddisfatti della manovra - per spezzare l'asse delle Autonomie locali, e spiace che i sindaci siano caduti come dei "gonzi" nel trappolone e siano indifferenti alla "spending review" dissennata sul sistema regionale, di cui essi stessi pagheranno il prezzo.

Questa rivalità tra Comuni e Regioni è in Italia una vecchia storia e non a caso - con la sola eccezione delle Autonomie speciali, grazie ad una riforma costituzionale del 1993 di cui ho la paternità - i Comuni dipendono ancora funzionalmente da un Dipartimento del Ministero dell'Interno, eredità di uno Stato napoleonico e di polizia. Un cordone ombelicale con Roma, in barba alle prerogative regionali, mantenuto non a caso, come quel sistema prefettizio che ormai Renzi usa contro ogni ruolo della democrazia locale per commissariare qualunque cosa, affinché a decidere sia Palazzo Chigi.
Non c'è nulla di titanico in questa scelta, che svuota comunità e territori delle loro prerogative, andando in controtendenza verso quel regionalismo che in Europa e nel mondo consente di avere quell'equilibrio di poteri sano fra il centro e le differenti zone di un Paese.
Renzi sa che certi scandali avvenuti nelle Regioni gli rendono la strada facile in una ventata antiregionalista, come se lo Stato fosse un giglio candido e puro... ma qui si rischia grosso e si butta via il regionalismo della Costituzione repubblicana per accentrare, accentrare, accentrare. Si tratta con tutta chiarezza di una visione centralistica che nasconde un disegno autoritario, di cui il Partito della Nazione - una sorta di "grande Democrazia Cristiana" - sarà il completamento.
Il "renzismo" diventerà un culto del capo con tutte le conseguenze sgradevoli e pericolose del caso.
Spero che l'indifferenza non diventi la regola e che ci sia da parte delle Regioni una reazione vera, che prescinde ormai dalle casacche politiche, investendo un modello democratico che, pur pieno di magagne, è sempre meglio di uno Stato autoritario a gestione unica.

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