Il tabù della follia

Basta leggere l'ultima terribile cronaca della strage compiuta da un killer a Denver, ad un anno da analoghi avvenimenti svoltisi come noto in Norvegia, per avere conferma di una cosa che tutti sappiamo bene: purtroppo ci sono anche i matti fra di noi.
Uso il termine "matto" in termini non dispregiativi, ma sapendo quanto queste malattie siano composite e difficili da capire e da investigare. Ma purtroppo ci sono e bisogna, nel rapporto con loro e i loro "fantasmi", tener conto di questo anche nella lettura di questo nostro mondo.
Ci pensavo, riflettendo su uno degli aspetti più drammatici della mia esperienza politica. Quando mi è capitato - e sono state molte le occasioni - di incontrare genitori o parenti di quelle che noi che pensiamo di essere sani di mente chiamiamo, con un termine anch'esso politicamente poco corretto, "malati di mente". I loro racconti sono spesso drammatici e fotografano situazioni terribili, vite spezzate, difficoltà di capire che cosa fare, talvolta paura della quotidianità per un gesto insano possono avere in un momento qualunque. Chi vive queste situazioni vuole condividere la preoccupazione e chiede consiglio.
Io confesso di aver sempre arrancato e di non aver avuto mai risposte davvero convincenti, entrando in un terreno friabile e difficile che probabilmente richiede competenze che non ho affatto.

Lo scrivo, sapendo che ci sarà una nuova tappa che riguarda la materia "follia" sotto il risvolto giuridico, ma anche medico, il 31 marzo del 2013 in Italia - come stabilito da una legge dello Stato (la numero 9 del 14 febbraio 2012), chiuderà gli "Ospedali psichiatrici giudiziari - Opg", dove era prevista la "contenzione forzata" delle persone con disagio psichico che avessero commesso reati di diversa entità. Sono oggi sei strutture - un tempo definiti "manicomi criminali" - che, dopo le visite di un'apposita Commissione parlamentare, sono state ritenute strutture indegne di un Paese civile.
Questa decisione completa in fondo un disegno già iniziato con la "legge Basaglia", legge 180/78, che fece chiudere i manicomi. Che nel tempo erano diventati un luogo di detenzione vera e propria - con orrori indicibili - per persone con disagi mentali o persino "scomode" per la società. In sostanza: problemi di salute diventavano un problema di ordine pubblico
La legge 180 dunque ruota attorno alla chiusura dei manicomi e prevede il ruolo "sostitutivo" dei servizi territoriali, la limitazione dei trattamenti obbligatori (tema che genera angoscia nelle famiglie con malati molto gravi e, tanto per dire le cose come stanno, potenzialmente "pericolosi") e il riconoscimento dei diritti anche per chi soffre di disturbi psichiatrici.
Come capite bene, l'ambito di azione è delicato, visto che ci troviamo sul crinale fra il diritto e la medicina e vanno fatti convivere i diritti del malato e quelli della società che lo attornia. Inutile dire che trovare il confine fra diritti soggettivi e ambito collettivo non è per niente facile, ma certo o la manifesta mancata applicazione della legge in alcuni punti o anche - rompiamo il tabù - l'invecchiamento di una normativa ultratrentennale pongono problemi seri.
Ma il legislatore, che pure ha proseguito il percorso come detto poco fa, sembra nicchiare sulla necessità di porre mano alla riforma e - nel classico stile italiano quando si toccano tempi difficili - si prende tempo per paura di scontentare gli uni e gli altri.
Una scelta "ponziopilatesca" che preoccupa perché la chiusura dei manicomi, se non supportata da scelte al passo con i tempi, rischia di ingenerare preoccupazioni crescenti verso i malati, che rischia di far fare dei passi indietro, quando invece si tratta di affrontare la realtà e le difficoltà in essere.

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