Non buttare via il bambino con l'acqua sporca

Fa sempre sorridere quando mi capita di scrivere: «l'avevo detto». Eppure nel caso della Lega, spiace dover scrivere proprio questo. La Lega è stata e non so se sarà più un fenomeno politico importante, che sarebbe sbagliato - come si sta facendo con faciloneria in queste ore – buttare sul ridere.
Umberto Bossi, fondatore del partito e leader maximo dalla fondazione ad oggi, ha interpretato - al posto giusto e al momento giusto - una voglia di autonomia che il Nord voleva. Lo ha fatto con i limiti della sua cultura e formazione politica, incapace come era di un reale approfondimento di quel federalismo di cui aveva intuito l'importanza proprio per l'"imprinting" datogli all'inizio dalla frequentazione con i valdostani.

Ma questo federalismo, che pure avrebbe potuto avere un ideologo di grande spessore culturale come Gianfranco Miglio (defenestrato da Bossi in uno dei suoi scatti d'ira), è rimasto come qualcosa di inespresso fra i vaghi sogni indipendentisti dell'inventata Padania e le miserie del federalismo fiscale, sbandierato come una vittoria epocale.
Io ho parlato a Congressi della Lega degli esordi e come non cogliere quella tensione morale verso un cambiamento di un popolo semplice ma genuino, di cui i cronisti amavano solo l'aspetto caricaturale e folkloristico. E di questa trasformazione in barzelletta la colpa è stata anche di Bossi, gigione nella comunicazione politica, fra rutti, urla belluine e l'uso "alla Totò" della pernacchia per non dire dei "miti celtici", degni di una festa in maschera, come l'ampolla di acqua delle sorgenti del "dio Po".
In fondo è stato vittima, come capita a certi leader carismatici, di un eccesso di mitizzazione, incarnato dal mito del "celodurismo", scelta volgare di una politica fatta, come diceva, con l'"uccello duro": vittima o oltretutto, in questa scalcinata rappresentazione di una politica da barzelletta, del fatto che per anni si è detto che l'ictus, fatale per la sua presentabilità, gli venne nel corso di una serata erotica con una bella soubrette.
Eppure, eppure non bisogna buttare via il bambino con l'acqua sporca.
Un partito territoriale del Nord, in un sistema partitocratico italiano che resta da voltastomaco malgrado certi festeggiamenti attorno al cadavere politico di Bossi, ha un suo perché e ha un suo perché la battaglia federalista in chiave europea.
Oggi il mio «l'avevo detto» sta nel timore che da oggi stesso, con la Lega in ginocchio, rialzino la testa tutti i centralisti e i romano centrici che, esaurita questa fase politica, vorranno buttare il federalismo assieme alla Lega. Lo faranno in primis quelli che, appena capito che il federalismo leghista "tirava", erano subito diventati, senza vergogna, federalisti della prima ora.
E potrei farvi l'elenco anche qui in Valle dei federalisti dell'ultima ora. Ecco perché plaudire alla morte della Lega richiederebbe un minimo di ragionamento e certi «rompete le righe» di oggi vanno accompagnati dal ragionamento attorno a dove finiranno certe energie positive che la Lega ha buttato via, specie in quello che considero uno stupido abbraccio mortale con il berlusconismo.
La politica non si fa con le previsioni a tavolino, perché la realtà supera sempre ogni previsione ed è difficile azzeccare.

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