Il caso degli Archivi

La ripresa dell'attività della Commissione Paritetica Stato-Valle d’Aosta è per me un’occasione lieta. Si tratta di un organo di rango costituzionale che, scrivendo gli schemi di norma d'attuazione del nostro Statuto, è come se fosse un parlamentino in miniatura con tre membri dello Stato e tre della Regione.
Il carattere tecnico del lavoro che viene svolto assume certo e ogni volta un carattere politico, agendo i commissari in una logica di rappresentanza di chi li indica, ma cercando ogni volta di trovare soluzioni legislative di compromesso.
La mia estesa esperienza di trattative con lo Stato, che precede quest'ultima attività, vi assicuro che mi ha dato molte occasioni in cui - di fronte alla burocrazia dello Stato - mi sono letteralmente cadute le braccia per l'ignoranza e l'incomprensione verso la nostra Autonomia speciale. Spesso mi sono sentito dire - e purtroppo in certi casi anche da Ministri - delle castronerie tali di stampo centralistico da dover contare fino a dieci per non saltare al collo, quasi sempre in senso metaforico, al mio interlocutore.

Pensate a questa questione, di nuovo all'ordine del giorno, degli Archivi Storici. Dal lontano 1939 Aosta, allora Provincia, avrebbe dovuto avere una propria sezione dell'Archivio di Stato, mentre dal 1992 è prevista l’istituzione della Sovrintendenza Archivistica. Non vi tedio con tecnicismi sul ruolo dell'uno e dell'altro, si tratta - en gros - della sorveglianza, tutela e conservazione di tutti i documenti pubblici e d'interesse pubblico. Peccato che lo Stato non abbia mai dato seguito agli obblighi di legge, creando Archivio di Stato e Sovrintendenza, così gli Uffici di Torino si sono sempre trovati ad avere competenza sulla nostra Regione.
Fu mio zio Severino, negli anni Cinquanta, a dar vita agli Archivi regionali, che hanno supplito in lungo e in largo, all'assenza dei menzionati uffici statali, che tra l'altro hanno subito negli il solito declino, e questo ha reso la Valle non solo ancora più distante da Torino, ma reso l'azione di supplenza nella materia delle autorità regionali ancora più evidente.
Naturale dunque che la Regione chieda da una parte che la Soprintendenza, in coerenza con la propria legislazione, sia regionale, punto e basta, e che le funzioni dell'Archivio di Stato passino alla Regione. Scelta logica, di buonsenso, che invece negli uffici del Ministero competente è stata vissuta con fastidio e arroganza, in una logica di lesa maestà della serie «ma cosa vogliono questi, lo Stato siamo noi».
La risposta è ovvia: quale Stato, quello che non ha mai adempiuto alla nascita di quelle strutture archivistiche da essa stessa previste nella legislazione nazionale? Per sfuggire a questa trappola logica, da Roma e da Torino hanno cominciato ad arrampicarsi sugli specchi, immaginando larghe intese, poli archivistici in comune (ma con la Regione che paga) e amenità di questo genere. Ho ancora presente la faccia del collega e amico Renato Barbagallo che, di fronte a funzionarie che dimostravano una conoscenza minimale del nostro Statuto, reagì con una delle sue armi letali: l'atteggiamento sornione del gattone che si magia il sorcio. Ma i funzionari statali, benché in questa occasione messi alla berlina, hanno una grande capacità di vendetta e in materia di archivi per ora la Regione aspetta e lo Stato chiede e pretende, dopo decenni - 1939! - di un'imbarazzante assenza degli uffici previsti per legge.
Lezione esemplare per chi segnala, ogni volta e io lo faccio, debolezze intrinseche di un regime che dovrebbe essere di "Autonomia speciale".

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