Skip to Navigation
*/ ?>

Se il calcio mi vuole oscurare Pellegrino

Non sia considerata un provocazione e neppure un atteggiamento supponente, ma credo davvero che si possa vivere senza il Calcio. Lo scrivo sulla base di una certa indignazione dopo la bella vittoria – riscatto contro i gufi che lo aspettavano al varco – del fondista valdostano Federico Pellegrino, diventato campione del mondo nello sprint a tecnica libera a Lahti, in Finlandia con un arrivo mozzafiato per lui che si sforzava e per noi in poltrona a seguire gli ultimi metri con il batticuore.
Il giovane di Nus, con la morosa walser che lo ha fatto trasferire nella Valle del Lys e lo ha inquadrato anche come atleta, è un ragazzo simpatico, che ho conosciuto in un’intervista radio quest’estate. I campioni veri si vedono dalla loro stoffa umana e lui si avverte subito che è una persona a posto, con la testa sul collo e una bella vita familiare, dotato di quella grinta che differenzia lo sportivo travet da chi sa guardare al podio.

Il giornalismo da decano

Passano gli anni, si susseguono le stagioni e ogni tanto legittimamente faccio il punto della situazione e la cosa più importante resta per me il mio lavoro vero, quello del giornalista.
Anche se la Politica è un diavoletto che mi punzecchia sempre con il suo forcone e proprio in questo periodo vivo il piacere, con "Mouv'", di un momento nascente. Per altro entrambe le mie passioni le ho sempre vissute in un felice bipolarismo professionale. Oggi di conseguenza mi sento un decano per tutte e due e sono ancora ben distante da certe magari auspicate - da altri che rosicano - rottamazioni.
Comunque sia, il giornalismo l'ho sempre tenuto vivo anche quando ero politico a tempo pieno. Certo ho avuto la chance di aver vissuto pagine bianche anche assai originali, come l'impagabile effervescenza della stagione delle Radio e delle Televisioni private, stagione che avrebbe fatto maturare anche un somaro.

A Sanremo vince il cazzeggio

"Essere o dover essere / il dubbio amletico contemporaneo / come l'uomo del neolitico / nella tua gabbia due per tre mettiti comodo / intellettuali nei caffè, / internettologi / soci onorari del gruppo dei selfisti anonimi / L'intelligenza è démodé / risposte facili, dilemmi inutili / AAA cercasi (cerca sì) / storie dal gran finale / sperasi (spera sì) / comunque vada panta rei / and singing in the rain".

Chissà che fine faranno i giornali

C'è qualche cosa di divertente al limite del grottesco nel fatto che in televisione ed in radio ci siano sempre nelle trasmissioni di approfondimento i direttori dei giornali italiani. In una specie di perenne diminutio del giornalista radiotelevisivo che sembra essere considerato un impedito buono a reggere il microfono ed a fare la valletta, sono loro ad assurgere al nobile ruolo di "esperti", che parlano di argomenti vari, prendendosi molto sul serio.
Peccato che - dati alla mano - i quotidiani stiano andando a picco e dunque è legittimo dubitare di tanta tuttologa autorevolezza.
Spesso viene da chiedersi quando mai questi direttori, fra una comparsata e l'altra, si occupino del loro lavoro e come si pongano rispetto alla crisi dell'editoria e al suono di campane a morto che attraversa in modo lugubre il mercato.

Noi e il nostro smartphone

Su "Prima", a conforto di molte idee che mi sono fatto sull'incidenza del telefonino sulla nostra vita, trovo dei dati molto interessati e in cui alla fine ci si specchia per verificare i propri comportamenti ed il rischio di eccesso di certe tecnologie digitali sulla nostra vita di tutti i giorni.
Per questo trovo giusto cominciare con i casus belli nella quotidianità: "Sempre più attaccati allo smartphone, fino al punto di perdere ore di sonno e discutere con i propri cari, incassando richiami non solo dai partner ma anche dai figli. Questo il profilo degli italiani che emerge dalla "Global Mobile Consumers Survey 2016", la ricerca di Deloitte che delinea le tendenze relative alle abitudini e ai comportamenti degli utenti connessi tramite smartphone e tablet. Realizzata in trentuno Paesi in tutto il mondo, la versione italiana ha coinvolto duemila persone, di età compresa tra i 18 e i 75 anni".

La cronaca nera, quando il troppo stroppia

Leggo sempre, quando scorro un giornale, le lettere dei lettori. Sarà che la presenza di un quotidiano in casa sin da bambino mi aveva abituato a sbirciare le curiosità derivanti dalla famosa rubrica de "La Stampa", "Specchio dei tempi", ma quel che è certo che sfogliando quotidiani e settimanali guardo sempre che cosa si dice.
Lo faccio anche con la pagina quotidiana della Valle d'Aosta su "La Stampa", anche se il numero degli scriventi - è da sempre così da noi - è così limitato da permettere di scoprire, scorta la firma, quale sarà grossomodo il filone seguito. Ma alla fine ci si affeziona, come avviene con le firme del giornale.
Non me ne stupisco perché si sa che questo valeva in passato anche per le radio private o per le televisioni locali e vale anche per le lettere scritte, sapendo poi che alcuni chiedono - e sono contrarissimo - di celare la loro identità dietro il comodo "lettera firmata".
Oggi guardavo il "Corriere della Sera" e trovo questa lettera breve e preoccupata, che così dice:
«Caro direttore, sono esasperata e molto arrabbiata. Perché i telegiornali sia nazionali, sia locali danno notizia di delitti e tentati delitti? A che cosa e a chi servono?».

Il 2017 cruciale per l'Europa

Sarà il pasticciaccio brutto delle vicende grilline sul Parlamento europeo, ma per qualche ora sembra riaccendersi il faro sulle vicende dell'Unione europea, finita in un cono d'ombra inquietante per chi, come me, scrive da tempo, avendo anche vissuto l'esperienza politica comunitaria, e spera sempre in una ripartenza su nuovi presupposti della vecchia e indispensabile integrazione europea.
Trovo su "Obs" un articolo molto stimolante di Raphaël Glucksmann, che risponde quasi del tutto - non certo sul dispiacere per l'avventura in discesa di Matteo Renzi - a certi miei pensieri sullo stato dell'Europa e per questo mi permetto di proporlo ai miei lettori.
Ecco l'incipit: «Longtemps on se souviendra de 2016, annus horribilis du projet européen. Du Brexit à la destruction d'Alep, chef-d'œuvre macabre de Vladimir Poutine soulignant notre impuissance en mondovision, de la débâcle de Matteo Renzi à l'alliance russo-turque à nos portes, en passant par une primaire de droite, en France, qui n'eut pas une minute à lui consacrer en huit heures de débats, tout a, dans l'année écoulée, illustré et nourri la crise que traverse l'Union européenne. Une crise que l'élection américaine éclaira soudainement d'une lumière apocalyptique».

Befana e dintorni

Nel lessico infantile di una volta, quando la parolaccia era gravemente sanzionata e si beccava in caso di suo uso una reprimenda e talvolta un scappellotto, uno degli insulti tollerati, nello scambio di innocenti molestie fra bambini, specie nel giochino ben noto maschi contro femmine, era l'epiteto rivolto ad una bambina con cui si battagliava: «Sei una befana!». Ovvio il riferimento alla presunta bruttezza del celebre personaggio.
Ora si sente ben di peggio, anche se devo abbastanza tacere sul punto, da quando con l'ultimo bimbo abbiamo inventato il "gioco antiparolacce" - per tacitare una sua certa tendenza - consistente nel mettere una crocetta a chi in famiglia usi la parola impropria. Ed io un certo numero di crocette le ho prese...
Ma dicevamo della Befana, che chiude questo periodo di feste piuttosto lungo.

I nostri Natali

Capisco come il Natale nei suoi molteplici elementi, che ne fondano la ragion d'essere di data che troneggia nella nostra vita alla fine di ogni anno, abbia mille punti di osservazione possibili e ognuno guarda non solo a quel che gli interessa, ma pure la stessa cosa cambia a seconda della nostra personale sensibilità. Credo di avere detto molte volte quanto mi faccia venire il latte ai gomiti certa retorica buonista fatta di buoni sentimenti che dovrebbero fare da maquillage anche a chi, prima e dopo, resta un pezzo di carogna e non c'è perdono in terra e quel che capita in Cielo è ben più grande di me.
Certo ogni simbolo del Natale ha una sua storia, che sia il Presepe, l'albero di Natale, le palline di vetro che lo ornano e le luci colorate, così le piante che ne sono diventate simbolo.
Pure Babbo Natale ha un suo percorso e persino il 25 dicembre nasce da una scelta arbitraria, che fissa la storia della natalità di Gesù in quella Betlemme che ha ormai un pugno di cristiano in un Paese islamizzato.
Le musiche natalizie sono come una serie di rivoli che confluiscono in un gigantesco fiume, in cui si sommano stili, sonorità, personaggi, vecchio e nuovo. Ci sono in questa festività, che non ha buttato nulla dei riti precristiani che si affollano attorno al solstizio d'inverno, novità che spuntano nei secoli e diventano tradizioni.
Lo stesso vale per lo scambio di doni, che incombe come un rito pieno di calore, per chi ci crede e non cede al gesto meccanico e agli obblighi sociali. Ci sono dentro civiltà che si incrociano, contaminazioni, segni di fede e esagerazioni consumistiche.

Cantare per i terremotati

Avrei sperato ci fosse stato il pienone allo spettacolo musicale di beneficenza che a Saint-Vincent ha visto un gruppo d'artisti valdostani riuniti per una buona causa: raccogliere fondi per un paese, Visso, in Provincia di Macerata, che è stato gravemente danneggiato dal sisma e deve ripartire, ritrovando una vita vissuta contro il dolore di un antico borgo colpito severamente dalle scosse. Ed invece l'altra sera si è pagata quella crescente pigrizia che intorpidisce le coscienze e rende difficile avere quel medesimo entusiasmo che in un passato non troppo lontano si vedeva in certe occasioni pubbliche. Purtroppo questo dev'essere, anche a Saint-Vincent, argomento di riflessione.
La buona ragione di questo happening musicale, che è stato comunque gioioso e divertente per i presenti, era così riassumibile: ad essere colpita è una zona appenninica ed è bene che le Alpi compartecipino con forza, nel nome della solidarietà fra montanari, alla ricostruzione. Noi valdostani ne abbiamo goduto in occasione della terribile inondazione del 2000 ed è bene ricordarselo. Per altro va detto che i valdostani sono sempre stati disponibili ad accorre in aiuto di chi ha sofferto in Italia di qualche sciagura.

Copyright © 2008-2017 Luciano Caveri