"Shiloh": ennesimo colpo all'industria valdostana

I dirigenti della 'Shiloh' di Verrès, Mauro Bajardi e Maurizio Gallo, mentre annunciano lo stato di crisiPer anni mi sono dispiaciuto che nessuno, dopo la mia esperienza alla Presidenza della Regione, avesse letto con attenzione quella ricerca, affidata a metà degli anni 2000 allo "Studio Ambrosetti" di Milano per l'elaborazione di un "Piano strategico di posizionamento e sviluppo del territorio". Si trattava, con quel lavoro, di reagire alla crisi dell'industria in Valle d'Aosta, ragionando su quali strumenti si potessero adoperare per usare le aree industriali dismesse in particolare ad Aosta, Châtillon, Verrès e Pont-Saint-Martin.
Mi immaginavo molto in concreto che ci si recasse da gruppi industriali individuati come tipologia adatta alla Valle per proporre loro di impiantare attività da noi, adoperando quei vantaggi ancora consentiti dalla normativa europea in materia di concorrenza, avendo ben presente che scegliere interlocutori seri significava evitare trafficoni ed arraffoni che in passato si erano purtroppo ben materializzati, come mostrano alcuni capannoni dismessi come simbolo di fallimenti.

Purtroppo da allora, malgrado molte dichiarazioni e qualche fabbrichetta con pochi addetti nelle famose "Pépinière d'entreprises" con evidenti interrogativi fra i costi ed i benefici, la situazione è sempre peggiorata. Basterebbe una visitina alla "Confindustria" valdostana e guardare le imprese industriali iscritte da cinquant'anni fa in poi per vedere dai dati un cimitero di fabbriche.
Ora è la volta del minacciato dimezzamento dei dipendenti della "Shiloh" di Verrès, che produce componenti in magnesio, ed è l'ennesima brutta notizia.
Intanto certe aree industriali si sono degradate. Penso alla "Tecdis" di Châtillon, affidata ad un certo punto a personaggi che nulla hanno fatto e sarebbe stato interessante capire come ci si fosse affidati loro, quando sarebbe bastata una ricerchina su Internet per rendersi conte che ci si doveva tenere alla larga. Idem per la "Feletti" di Pont-Saint-Martin con i famosi imprenditori turchi con un "prendi i soldi e scappa" da manuale. Esemplare poi la scelta di non aiutare la "Lavazza" a trasferirsi dal piccolo stabilimento di Verrès all'area più grande nello stesso paese della ex "Balzano" per produrre le cialde con aumento dei dipendenti. L'operazione non piacque al presidente Augusto Rollandin e così anche la fabbrica già esistente venne chiusa.
Per altro oggi appare evidente come da un certo punto in poi l'idea di politica ha smesso di essere per qualcuno il "bene comune" ma il perseguimento di un disegno assolutistico di potere con la paranoia fissa di accumulare voti di preferenza come elemento cardine della propria attività.
Così l'elenco di occasioni mancate negli ultimi anni potrebbe proseguire e, fra gli altri, anche il lavoro di re-industrializzazione è fallito. E ora il gran peso del mantenimento di una industria grande e non parcellizzata è soprattutto sulle spalle della "Cogne" di Aosta e bisogna seguire con speranza l'evoluzione assai delicata del mercato siderurgico.
Sarebbe bene fare il punto su questa questione dell'industria con capacità autocritica e con una riflessione di fondo, che dimostri come ci siano aspetti che pesano sul nostro futuro più dello sforzo spasmodico degli attuali eletti in Consiglio Valle di non andare ad elezioni anticipate costi quel che costi.
Da una parte non si può pensare ad una Valle d'Aosta deindustrializzata, perché un'economia equilibrata vede i diversi settori salire o scendere a seconda dei momenti, ma non si può pensare - come ogni tanto qualcuno favoleggia - ad una monocultura del turismo, così come ben sappiamo che l'impiego pubblico dovrà dimagrire con la riduzione delle risorse e anche per via della rivoluzione digitale e certi suoi vantaggi. Per non dire del settore edilizio, lancia in resta degli anni d'oro, oggi agonizzante.
Dall'altra la Valle deve tenere d'occhio il proprio riparto fiscale e cioè la tassazione riversata nelle casse regionali. Se l'economia non funziona e settori come quello industriale declinano, i bilanci regionali dimagriscono e l'esito finale sarà non solo un astratto impoverimento, ma la difficoltà di mantenere a livelli adeguati la qualità dei servizi offerti dalla nostra Autonomia speciale. Il senso di un autogoverno sta in questo e non solo in logiche storiche e culturali, pur importanti.
Ed invece ci si balocca con grandi scenari futuri che sembrano elementi di distrazione di massa, di fronte a difficoltà in carne ed ossa o si mettono avanti proprio da parte degli eredi dell'operaismo riforme elettorali rivoluzionarie come priorità di vita o di morte della maggioranza regionale, quando i cittadini chiedono concretezza e competenza.

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