I messaggi del libro "Cuore"

Un dettaglio della copertina di Davide Toffolo per l'edizione di 'Cuore' per MondadoriNon ricordo per quale occasione - forse la Comunione? - mi venne regalata una bella copia, rilegata in pelle rossa, del celebre libro "Cuore" di Edmondo De Amicis, onegliese di nascita ma piemontese d'adozione. Non mi ricordo neppure di chi fu il dono, forse - ma ipotizzo - di un amico di famiglia che era stato militare.
Il libro "Cuore", che naturalmente ho letto perché sin da ragazzino sono stato un lettore curioso di quanto trovavo sott'occhio, è stato uno dei più importanti libri per ragazzi della letteratura italiana e ha fatto parte di quei testi che si potrebbero definire pedagogici e che hanno ancora influenzato la mia generazione con echi risorgimentali.
Oggi chi viene sottoposto a casa mia al rito della lettura, prima della nanna, è il piccolo Alexis, pronto per la terza elementare, che affronta "Cuore" nella sua versione con "audiolibro".

Scritto da De Amicis nel 1886, il celebre volume racconta il mondo della scuola pubblica dell'epoca, con l'intento di celebrare i valori e le speranze dell'Italia postunitaria. E per questo De Amicis raggruppa in un'unica classe studenti di diversa estrazione sociale, in modo da avere un quadro completo della società dell'epoca; ci sono proletari, operai, emigrati, piccolo borghesi, ricchi... La voce narrante è Enrico Bottini e con lui ci sono personaggi diventati proverbiali, come Garrone, figlio del ferroviere, Derossi, il primo della classe, Luigino Crossi con il suo braccio morto e Nelli con la sua gobbetta, l'allegro Coretti ed il perfido Franti. Tutti questi personaggi hanno caratteristiche molto stereotipate, cioè senza eccessivi approfondimenti, ma semmai con direttrici morali: il buono, il cattivo, il superbo, il violento... Appare così un'aria dell'epoca, rappresentativa della situazione sociale, politica ed economica dell'Italia di fine Ottocento. E dalla sua parte c'è sempre stata una scrittura comprensibile in un'epoca in cui la lettura e la stessa lingua italiana non erano così diffuse.
Tra l'altro - lo ricordo incidentalmente - De Amicis, come il figlio Ugo, amava e frequentava la Valle d'Aosta, in particolare il Breuil, prima che ci fosse "Cervinia" (scrisse anche il libro "Nel regno del Cervino") e anche la Val d'Ayas, come facevano altri intellettuali torinesi.
L'altra sera ho ascoltato con il piccolo di casa e la sua mamma uno dei brani del libro, che qui riporto perché racconta di un mondo diverso nelle parole scritte dal papà di Enrico: "Io t'osservavo dalla finestra, questa sera, quando tornavi da casa del maestro, tu hai urtato una donna. Bada meglio a come cammini per la strada. Anche lì ci sono dei doveri. Se misuri i tuoi passi e i tuoi gesti in una casa privata, perché non dovresti far lo stesso nella strada, che è la casa di tutti? Ricordati, Enrico. Tutte le volte che incontri un vecchio cadente, un povero, un donna con un bimbo in braccio, uno storpio con le stampelle, un uomo curvo sotto un carico, una famiglia vestita a lutto, cedile il passo con rispetto: noi dobbiamo rispettare la vecchiaia, la miseria, l'amor materno, l'infermità, la fatica, la morte. Ogni volta che vedi una persona a cui arriva addosso una carrozza, tiralo via, se è un fanciullo, avvertilo, se è un uomo; domanda sempre che cos'ha al bambino che piange, raccogli il bastone al vecchio che l'ha lasciato cadere. Se due fanciulli rissano, dividili, se son due uomini allontànati, non assistere allo spettacolo della violenza brutale, che offende e indurisce il cuore. E quando passa un uomo legato fra due guardie, non aggiungere la tua alla curiosità crudele della folla: egli può essere un innocente. Cessa di parlar col tuo compagno e di sorridere quando incontri una lettiga d'ospedale, che porta forse un moribondo, o un convoglio mortuario, ché ne potrebbe uscir uno domani di casa tua. Guarda con riverenza tutti quei ragazzi degli istituti che passano a due a due: i cechi, i muti, i rachitici, gli orfani, i fanciulli abbandonati: pensa che è la sventura e la carità umana che passa. Fingi sempre di non vedere chi ha una deformità ripugnante o ridicola. Spegni sempre ogni fiammifero acceso che tu trovi sui tuoi passi, che potrebbe costar la vita a qualcuno. Rispondi sempre con gentilezza al passeggiero che ti domanda la via. Non guardar nessuno ridendo, non correre senza bisogno, non gridare. Rispetta la strada. L'educazione d'un popolo si giudica innanzi tutto dal contegno ch'egli tien per la strada. Dove troverai la villania per le strade, troverai la villania nelle case. E studiale, le strade, studia la città dove vivi; se domani tu ne fossi sbalestrato lontano, saresti lieto d'averla presente bene alla memoria, di poterla ripercorrere tutta col pensiero, - la tua città, la tua piccola patria, -quella che è stata per tanti anni il tuo mondo, - dove hai fatto i primi passi al fianco di tua madre, provato le prime commozioni, aperto la mente alle prime idee, trovato i primi amici. Essa è stata una madre per te: t'ha istruito, dilettato, protetto. Studiala nelle sue strade e nella sua gente, - ed amala, - e quando la senti ingiuriare, difendila. Tuo padre".
E' questa l'espressione, forse ingenua e paternalista, di quel socialismo positivista che De Amicis interpretò e che oggi può far sorridere con il peso del tempo e la polvere degli anni depositata sulle sue parole.
Ma nel tramonto dell'educazione familiare e di quella civica, di cui ogni giorno siamo testimoni, fra maleducazione ed ignoranza di regole di base del vivere civile, queste parole che arrivano dal passato mi hanno colpito e persino - peso dell'età - un pochino commosso, avendo avuto il privilegio di conoscere ancora persone ottocentesche che avevano appreso il civismo e il bon ton, che oggi sono merce rara.

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