Fabrizio Frizzi, uno di noi

Fabrizio Frizzi, al Teatro Romano di Aosta, nel 2010Muore Fabrizio Frizzi, classe 1958 come me, e si apre un mondo di pensieri, perché questa storia della morte ("la livella..."), superata una certa età, colpisce di più. La prima constatazione - forse banale perché ripetuta da tutti - riguarda proprio Frizzi e la sua personalità davvero apprezzata, in un mondo artistico pieno di serpi e di maldicenze.
Avevo seguito la sua malattia con due annotazioni. La prima è che era tornato in televisione nella fascia presentale per presentare uno dei suoi giochi ed una sera, facendo zapping, l'ho visto mentre presentava il quiz con lo stile sobrio e quella sua risata sonora. Ma - seconda annotazione - si vedeva dalla faccia che era in difficoltà e lessi, in seguito, una sua intervista in cui diceva che un giorno avrebbe parlato dei suoi problemi di salute ben presenti e di cure sperimentali cui era sottoposto per riprendersi. Si capiva, insomma, quanta fatica gli costasse andare in video e in contemporanea curare quella malattia, che ha avuto poi il sopravvento nelle scorse ore.

Non ho mai conosciuto Frizzi, ma - com'è normale che sia con un "coscritto" con la casualità di aver cominciato in "Rai" nel lontano 1980 - era evidente una sorta di affinità. Apparteneva infatti ad una generazione fortunata per chiunque ambisse a fare un lavoro radiotelevisivo. Gli anni Settanta furono gli anni della progressiva liberalizzazione dell'etere con un fiorire di radio e televisioni private, che furono per molti di noi ancora in attività nel settore una palestra unica e irripetibile. Fenomeno durato un decennio, anche nella nostra piccola Valle, e ormai ridotto al lumicino, pensando all'offerta che ci fu per qualche anno e che portò noi - sin da ragazzi - al microfono e poi davanti ad una telecamera. E' difficile raccontare il calore e le emozioni di quel periodo pionieristico che, come tutti i momenti nascenti e sperimentali, ci diede un'impronta unica e indelebile, rappresentativa dei tempi.
In quegli anni - record che mi fa sorridere - divenni il più giovane giornalista della "Rai", più per una serie di combinazioni che per merito proprio, anche se immodestamente credo di essere stato, per vocazione, un discreto animale radiotelevisivo ed ancora mi diverto di tanto in tanto. Poi - ed ogni tanto ci penso - nel 1987 divenni deputato e presi un'altra strada e rifletto talvolta a che cosa avrei fatto nel mio lavoro "vero" se questo non mi fosse capitato. Lo dico senza rimpianti, essendo tornato in "Rai" nel 2009, ma è legittimo anche se francamente inutile giocare con simulazioni diverse da come si è realmente svolta la propria vita.
Certo che Frizzi era rimasto fedele ad un modello, forse per alcuni vintage, fatto di garbo, educazione e rigore professionale: mosca bianca rispetto a molti rampanti.
Un altro nostro quasi coetaneo, che invece ho conosciuto di persona, è diventato il suo opposto, quel Massimo Giletti, che si è messo a cavalcare una televisione aggressiva e violenta dagli intenti provocatori nel filone populista, che non mi piace affatto. E' un virus comunque che si è diffuso: ho tanti amici adoranti della coppia Giuseppe Cruciani e David Parenzo de "La Zanzara" che dai microfoni di "Radio24" vomitano robe assurde con violenza verbale e turpiloquio, quasi da fare impallidire il celebre e volgarissimo "Zoo di 105". Immagino che la proprietà "Confindustria" sia orripilata da questa radio trash, ma faccia buon viso a cattivo gioco per audience ed incassi pubblicitari. Al portafoglio non si comanda...
Resta la triste morte di Frizzi, che ricordo - parlando a suo tempo con Mike Bongiorno - come il celebre presentatore considerasse il suo erede più titolato. E' probabile che proprio con la morte di Frizzi si chiuda un'epoca, quella della Televisione con la "t" maiuscola: un servizio pubblico che ho conosciuto e che era fatto anche da una consapevolezza di un mestiere che deve sempre avere coscienza della forza dirompente del mezzo, oggi attenuata non solo dal proliferare dell'offerta sullo schermo ma dalla pluralità dei media che agiscono su ciascuno di noi. Frizzi lascia la scena con un drammatico addio e con lui se ne va prematuramente non solo una persona gentile ed educata, ma è l'ennesima pedina mancante di un'impostazione che appare ormai datata nell'epoca del clamore e purtroppo della maleducazione, che non ha nulla a che fare con l'efficacia di chi si trova a "bucare" il video.

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