La posta in gioco

Un murales dell'EtaHo avuto in passato frequentazioni, ma mai amicizie vere e proprie, con esponenti politici dei Paesi Baschi. I valdostani autonomisti (quando la definizione di "autonomista" non era chez nous ancora tristemente inflazionata) facevano parte - per me in particolare al Parlamento europeo e poi al "Comitato delle Regioni" - di ambienti politici di confronto e di dibattito fra quei popoli che chiedono - ognuno avendo una propria storia - livelli differenti di libertà, andando dall'indipendenza statuale sino a forme di decentramento amministrativo, appunto in una scala di scelte che va da un massimo ad un minimo.

Pur alla ricerca di qualche convergenza che desse il segno dell'esistenza di un'"altra" Europa, che che personalmente ho sempre individuato nel federalismo. «Quale federalismo?»: così mi chiedeva giorni fa su "Twitter", in privato, un interlocutore. Non ho avuto il coraggio di provare a spiegarmi via SMS, ma visto che ne scrivo in diversi posti da almeno una trentina d'anni, spero di non aver necessità periodica di farne un "bignamino".
Ma torniamo ai baschi e ad un rimpianto che avevo: non ero mai stato in giro nel loro Paese - quanto sto cercando di fare in queste ore con grande impressione di quanto già visto fra mare e montagna - contentandomi di studiare sulla carta i loro problemi, resi terribilmente difficili per la scelta di molti di abbracciare tesi indipendentistiche con l'uso della violenza armata. Una strada terribile, dimostratasi sbagliata nel dopo Franco - il dittatore lasciò il potere nel 1975 - perché bisogna sempre battersi con strumenti non violenti, quando si è in un quadro democratico, pur con tutti i limiti noti che possono esistere nell'interlocuzione politica. Dal 2011 - per giusta scelta dell'"Eta" ("Euskadi ta azkatasuna", tradotto in italiano "Paese basco e libertà") - le armi tacciono e sinora la situazione tiene. Temo che toccherà anche ai valdostani prepararsi a tempi in cui non basterà vivacchiare nell'attuale difesa d'ufficio dell'autonomia, ma dimostrare di tenerci davvero a questo strumento con tutti gli strumenti giuridici, politici e di comunicazione utili per diventare oggetto di attenzione contro l'indifferenza e il cinismo esterno e in certi casi interno e questo vale per chi ha abiurato la valdostanità, per chi la combatte uscendo da "cavalli di Troia" e per chi ne vuole annacquare sostanza e ideali. Non si tratta di fare i furbi, proclamando l'esistenza di una Valle d'Aosta del passato - come se dal 1945 ad oggi tutto fosse rimasto congelato in un freezer - ma di capire come la società sia cambiata, in un contesto globale di mutazioni profonde, che riguardano anche alcuni temi, come quello linguistico e identitario. Fare finta di niente vorrebbe dire aggirarsi in un museo delle cere e non nella vita reale, ma questo non modifica la sostanziale difesa di un modello di autogoverno alpino.
Questo va spiegato all'"amico" Matteo Renzi, che sul regionalismo ha ancora detto in queste ore cose terribili e se mai dovesse blindare la propria presenza a Palazzo Chigi attaccherebbe al cuore le autonomie speciali, come ha già detto in passato o ha fatto dire dai "suoi". Per ora è tattico: lo è stato per far votare la riforma costituzionale al Senato dagli autonomisti, i cui voti erano indispensabili, accettando una clausola transitoria di salvaguardia con un meccanismo di riscrittura degli Statuti che dovrebbe avvenire - ovvio il pericolo! - in un quadro di neocentralismo preoccupante. Ora servono i voti per far vincere il "sì" e dunque sono promesse e lusinghe, anche se poi il quasi dimezzamento del bilancio regionale per opera dei tagli statali dovrebbe aprire gli occhi!
Sono pronto, infatti, a scommettere che, nel caso passasse la riforma costituzionale, partirebbe il tritacarne, specie per chi - come noi - non ha, a differenza dei sudtirolesi (e dei trentini a traino), una "garanzia internazionale" e dunque bisogna essere vigili e reattivi.
Nessuna violenza, ripeto con chiarezza, e per contro neppure nessuna accettazione passiva, ma la forza delle proprie idee, senza escludere scelte gandhiane di disobbedienza civile di fronte a svolte sciagurate che riducessero la Valle allo sgabuzzino di una macroregione.

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