Il Venerdì Santo per pensare

Benedetto XVI durante l'adorazione della croceOggi è il Venerdì Santo: sin da bambini - nella nostra cultura cattolica - abbiamo scoperto la cupezza di questa giornata in cui si celebra la morte di Gesù. Emerge dalla tragicità di avvenimenti quel simbolo religioso che è la Croce, che nella sua terribile e plastica rappresentazione è un segno di sofferenza difficile davvero da indagare da bambini. Ai tempi del catechismo, nasce così per tutti, almeno credo, la difficoltà di capire logiche come la morte e la resurrezione e basta guardarsi attorno a noi - in un repertorio di vicende tragiche collettive e personali che insanguinano questi anni - per non avere più certezze e perdere ogni bussola.

Ho trovato uno scritto di una sessantina di anni fa di Joseph Ratzinger, Papa emerito e teologo, di cui prendo un primo passaggio: "Il momento più tremendo del racconto della Passione è certo quello in cui, al culmine della sofferenza sulla croce, Gesù grida a gran voce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Sono le parole del Salmo con le quali Israele sofferente, maltrattato e deriso a causa della sua fede, grida in faccia a Dio il suo bisogno d'aiuto. Ma questo grido di preghiera di un popolo, la cui elezione e comunione con Dio sembra essere diventata addirittura una maledizione, acquista tutta la sua tremenda grandezza solo sulle labbra di colui che è proprio la vicinanza redentrice di Dio fra gli uomini. Se sa di essere stato abbandonato da Dio lui, allora dove è ancora possibile trovare Dio? Non è forse questa la vera eclissi solare della storia in cui si spegne la luce del mondo? Oggi, tuttavia, l'eco di quel grido risuona nelle nostre orecchie in mille modi: dall'inferno dei campi di concentramento, dai campi di battaglia dei guerriglieri, dagli slums degli affamati e dei disperati: «Dove sei Dio, se hai potuto creare un mondo così, se permetti impassibile che a patire le sofferenze più terribili siano spesso proprio le più innocenti tra le tue creature, come agnelli condotti al macello, muti, senza poter aprire bocca?»".
Sono ragionamenti che scuotono anche chi non è credente e non può che guardare a certe questioni con rispetto verso chi li risolve con un atto di fede, ma anche verso chi sonda comunque questi misteri della nostra vita senza trovare soluzioni ultraterrene.
Per altro lo stesso Benedetto XVI - che tra l'altro secondo il suo segretario Georg Gänswein, che lo accompagnò in Valle, si sta purtroppo spegnendo come una candela - scriveva più avanti: "Cosa si può dire? Si tratta al fondo di una domanda che non è possibile dominare con parole e argomentazioni, perché arriva a una profondità tale che la pura razionalità e la parola che ne deriva non sono in grado di misurare: il fallimento degli amici di Giobbe è l'ineludibile destino di tutti quelli che pensano di poter risolvere la questione, in modo positivo o negativo che sia, con abili ragionamenti e parole. E' una domanda che può solo essere vissuta, patita: con colui e presso colui che sino alla fine l'ha patita per tutti noi e con tutti noi".
Così il Venerdì Santo quest'anno consente di pensare - come Ratzinger faceva del secolo scorso - a questo XXI secolo, che ci ha portati in un nuovo millennio, partito in tromba con la speranza di tanti - me compreso - che avremmo lasciato nei ricordi del Novecento tante mostruosità e cattiverie e invece oggi, dopo sedici anni, scopriamo che il male, la violenza, l'odio restano una costante in un continuismo del peggio e con orrende varianti che gravano sul nostro presente e sul nostro futuro e ci obbligano a ragionare sull'umanità e sulla difficoltà di concretizzare messaggi d'Amore e di Speranza.

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