Si torna a parlare del Sud

Emanuele FeliceQuando al Parlamento europeo ed al "Comitato delle Regioni" si parlava del Sud d'Italia, nella logica della politica regionale e dei fondi comunitari da distribuire negli anni successivi, i colleghi più esperti di altri Paesi scuotevano la testa e ricordavano con crudezza e senza retorica quanto denaro - cui si aggiungevano gli investimenti ormai secolari dell'Italia - fosse già stato investito dall'Europa nel Mezzogiorno senza successo.
Il recente rapporto "Svimez" sul Sud è come le tombe di un cimitero: peggio della Grecia! Così Roberto Saviano, scrittore antimafia, nuova specie di intellettuale del Sud e ormai editorialista di successo, ha scritto al presidente del Consiglio Matteo Renzi una lunga e dolente lettera, chiedendo impegni precisi al premier.

Eccone un passaggio: «Caro presidente del Consiglio, parli al Paese e spieghi che cosa pensa di fare per il Sud. Lei deve dimostrare di saper comprendere la sofferenza di un territorio disseccato: solo allora avrà tutto il diritto di chiedere alla gente del Sud di smetterla con la retorica della bellezza per farsi davvero protagonista di una storia nuova - costruita camminando sulle proprie gambe. A Lei, quale più alto rappresentante della politica italiana, spetterà dunque il compito di levare ogni intralcio a questo cammino. E i progetti dovranno naturalmente essere concreti. Permette un paradosso? E' un tristissimo paradosso. Dal Sud, caro primo ministro, ormai non scappa più soltanto chi cerca una speranza nell'emigrazione. Dal Sud stanno scappando perfino le mafie: che qui non "investono" ma depredano solo. Portando al Nord e soprattutto all'estero il loro sporco giro d'affari».
Permettetemi di dire: noi al Nord ce ne siamo purtroppo accorti e siamo preoccupati per le mafie e loro capacità di alleanze affaristiche e legami politici.
Renzi ha reagito non convocando un Consiglio dei Ministri o chiedendo un dibattito in Parlamento, ma - pasticcio di cumulo di cariche fra leader di partito e Premier - riunendo la Direzione del Partito Democratico, dove pare ci sarà l'annuncio di un Ministero del Sud e dell'intenzione di chiedere all'Unione europea di "sospendere" il "Patto di stabilità" al Sud per una serie cospicua di nuovi investimenti. Si prepari, come da premessa, ad una battaglia campale a Bruxelles.
In passato avevo segnalato un libro di Emanuele Felice: "Perché il Sud è rimasto indietro". L'autore, abruzzese trentenne, insegna storia economica all'Università autonoma di Barcellona e direi che spiega bene come l'idea renziana del Ministero rientri fra le medicine giù usate e inutili.
I dati storicizzati forniti dal libro sul Sud sono tombali anzitutto rispetto ai libri più recenti dei neoborbonici, che in sostanza teorizzano un Mezzogiorno ricco e progredito sino all'Unità d'Italia, "spogliato" poi dai rozzi invasori piemontesi.
Questa pista, così come l'altra della stupida idea antropologica di meridionali imprigionati da una sorta di inettitudine e pigrizia "razziale", vengono smontate, pezzo per pezzo, da Felice sulla base dell'evidenza storica. Chi rimpiange il Regno delle Due Sicilie fa un buco nell'acqua (vengono citati, ad esempio come dati di partenza 150 anni fa, l'analfabetismo, la povertà, il vuoto creditizio e industriale e soprattutto il reddito basso), così come è fuori strada chi esalta il brigantaggio come fenomeno resistenziale, disegnando situazione "da olocausto" inesistenti nei dati reali, senza giustificare certa ferocia cieca delle truppe sabaude.
Felice scava nelle origini dei tre piloni della criminalità organizzata (camorra, 'ndrangheta e mafia) con nelle responsabilità antiche e moderne del suo consolidamento attuale e pure della sua "esportazione" nel Nord e nel Centro, si occupa poi delle storture dell'agricoltura latifondista storica e anche dell'industrializzazione "fasulla" del dopoguerra, con una "Cassa del Mezzogiorno" che ha investito soldi a palate finiti nel nulla o nelle tasche dei soliti noti. E cioè a vantaggio di élites compromesse anche nei rapporti con le cosche e con una politica legata a logiche clientelari e di compravendita di voti. In questo senso, Felice spiega l'infondatezza del Sud "colonizzato" dal Nord, perché a sfruttare sono state semmai in prevalenza le classi dirigenti meridionali.
Soluzioni? in un passaggio l'autore dice e poi spiega diffusamente: «Basterebbe che il Sud fosse in grado di modernizzarsi da solo».
Oggi siamo di fronte a un situazione che viene così tratteggiata: la crisi del Sud riguarda soprattutto Campania, Sicilia, Puglia e Calabria; la struttura di potere che impedisce un "vero" sviluppo è intatta; i limiti geografici, che pure pesano, dovrebbero essere relativizzati «nel nostro tempo nuovo, tecnologico e immateriale».
Renzi rifletta sulle due possibilità indicate a conclusione del libro: «Una è quella di proseguire lungo lo stesso cammino che è stato percorso negli ultimi quarant'anni: senza cambiare nulla, attendere una manna che si fa sempre più rada; nel frattempo continuare a scivolare indietro, lentamente ma inesorabilmente, in pressoché tutti gli indicatori della modernità, rispetto agli altri Paesi avanzati. E' la prospettiva più probabile, anche se non obbligata. Ed è probabile anche perché alle ragioni già dette occorre aggiungerne un'altra: i cittadini meridionali hanno una libertà (ed una concreta possibilità) che agli altri abitanti delle periferie del mondo non è data, almeno non nella stessa misura: la libertà di emigrare».
L'altra: «La seconda strada è quella del riscatto. Ovvero rifondare la vita civile e le istituzioni così da renderle inclusive, avviando in questo modo un autonomo processo di modernizzazione attiva; modernizzazione che forse aiuterebbe l'Italia tutta ad uscire dalle secche in cui è finita. A chi scrive questa strada appare più difficile, ma non impossibile. (...) Ma c'è una prima, imprescindibile condizione per cui questa strada diventi praticabile, ed è il saperla riconoscere. Bisogna vederlo il cammino, per poterlo scegliere. Fuor di metafora, occorre saper guardare alla situazione con la necessaria lucidità, senza infingimenti».
Insomma, bisogna agire ma senza scelte ripetitive e percorsi già dimostratisi infruttuosi e senza la litanie di promesse. E comunque le decisioni vanno assunte nelle sedi istituzionali e non, come incredibilmente farà Renzi martedì prossimo, attraverso una riunione di partito.

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